Ieri ci chiedevamo se per la Chiesa italiana stesse cominciando il tempo delle scelte. La prolusione con cui il cardinale Matteo Zuppi ha aperto il Consiglio Episcopale Permanente permette oggi di precisare la domanda: prima di decidere che cosa cambiare, occorre tornare a chiedersi per che cosa esiste la Chiesa.
Ieri, presentando il Consiglio Episcopale Permanente che si sarebbe aperto oggi a Roma, avevamo cercato di individuare alcune questioni da seguire nei tre giorni di lavoro. Una riguardava in particolare l’«adeguatezza delle strutture», perché le Linee approvate dalla CEI nello scorso maggio hanno ormai posto sul tavolo la verifica dell’organizzazione nazionale, delle Conferenze Episcopali Regionali e, più ampiamente, delle forme attraverso le quali la Chiesa è presente nei territori.
La prolusione del cardinale Matteo Zuppi consente questa sera di fare un primo passo avanti. Non conosciamo ancora le decisioni del Consiglio e sarebbe improprio anticiparle. Conosciamo però il criterio con cui il Presidente della CEI ha aperto il confronto, e mi sembra che proprio questo aiuti a correggere una possibile lettura troppo organizzativa di ciò che sta accadendo.
Zuppi parte dal Cammino sinodale e conferma che tra i compiti prioritari del Consiglio vi è quello di dare continuità alle proposte contenute in Lievito di pace e di speranza. Alcune sono già «in cantiere» nelle singole diocesi, altre vengono studiate dalla CEI; tra queste nomina esplicitamente anche la riforma dello Statuto. La questione delle strutture è dunque reale e non appartiene più soltanto alle ipotesi sul futuro.
Il Presidente della CEI, però, la colloca dentro una domanda precedente. Riprende Leone XIV, che davanti all’Assemblea Generale dello scorso maggio aveva detto che «la priorità è il Vangelo», e ricorda la sua richiesta di comunità «meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo». È questo il punto dal quale Zuppi fa dipendere il resto: non cambiare perché il tempo è cambiato, ma verificare se ciò che abbiamo continui ad aiutare la Chiesa a compiere la propria missione.
Da questo punto di vista una parola pronunciata dal Papa appena tre giorni fa davanti alla Diocesi di Roma diventa particolarmente importante: verifica. Leone XIV ha spiegato che verificare significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto e comprendere anche ciò che non ha funzionato, cercandone le ragioni. Ha riassunto tutto con un’espressione semplice: «fare verità».
Forse è proprio questa la parola che può diventare decisiva nel passaggio che ora si apre per la Chiesa italiana. Abbiamo ascoltato, discusso, prodotto documenti e individuato orientamenti. Ora occorre verificare. Non soltanto chiedersi che cosa desideriamo fare domani, ma avere il coraggio di guardare ciò che abbiamo fatto ieri e domandarci se abbia realmente condotto gli uomini all’incontro con Cristo.
Su questo la prolusione di Zuppi è più esplicita di quanto alcune letture rapide potrebbero far pensare. Quando parla della necessità di avvicinarsi alle persone e di entrare nelle loro domande, precisa che il Vangelo è «la verità che è sempre Cristo e l’incontro con Lui». Parlando del dialogo afferma che esso «non ha valore in sé». Ricordando san Francesco insiste sul fatto che egli «mette sempre al centro Cristo». Alla fine, quando torna alle strutture, afferma che la principale decisione deve essere quella di rinnovare l’impegno ad annunciare il Vangelo.
È importante riconoscerlo, perché sarebbe troppo facile leggere questa prolusione raccogliendo soltanto le parole ormai familiari del lessico ecclesiale contemporaneo: dialogo, ascolto, prossimità, corresponsabilità, incontro. Prese da sole potrebbero produrre ancora una volta l’impressione di una Chiesa impegnata soprattutto a trovare una migliore collocazione dentro la società. Nel testo completo esse vengono invece ricondotte più volte all’evangelizzazione.
Il passaggio forse più interessante nasce dal ricordo del primo Convegno Ecclesiale Nazionale del 1976, dedicato a Evangelizzazione e promozione umana. Zuppi recupera una frase che, a cinquant’anni di distanza, conserva una sorprendente attualità: «l’Italia è un Paese da evangelizzare». Già allora i vescovi riconoscevano l’indebolimento dell’ambiente cristiano e avvertivano che non bastava custodire una tradizione religiosa sempre meno capace di incidere nella vita.
Cinquant’anni dopo la questione è diventata ancora più evidente. Le nostre parrocchie continuano a celebrare, catechizzare e accompagnare molte persone, mentre si è indebolita quella trasmissione quasi spontanea della fede sulla quale per lungo tempo abbiamo potuto contare. La domanda non riguarda perciò soltanto quanti frequentano le chiese. Riguarda la capacità delle comunità cristiane di generare alla fede.
Proprio qui, però, il documento preparatorio del Convegno ecclesiale del 1976 ricordato da Zuppi offre anche un criterio che oggi meriterebbe di essere recuperato integralmente. Dopo aver parlato dell’Italia come Paese da evangelizzare, metteva in guardia da due riduzioni della vita cristiana: identificarla con un impegno politico, anche quando animato da intenzioni generose, oppure rinchiuderla in un fatto intimistico. Tra queste due riduzioni indicava la necessità di una fede più profonda, consapevole e interiorizzata, capace proprio per questo di diventare fermento nella società.
Mi sembra un equilibrio prezioso anche per leggere la prolusione di oggi.
Zuppi afferma infatti che la prossimità cristiana deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi e nelle scelte politiche ed economiche. È una conseguenza comprensibile della dimensione pubblica della fede e appartiene pienamente alla tradizione sociale della Chiesa. Rimane però sempre necessario custodire l’ordine delle cose: il Vangelo genera una presenza nella storia; non coincide con un programma sociale o politico. Quando questo confine diventa poco leggibile, il rischio è che dell’annuncio cristiano rimangano soprattutto le sue conseguenze antropologiche e sociali, mentre Cristo, che ne è la sorgente, finisca sullo sfondo.
Lo stesso discernimento mi sembra utile quando Zuppi affronta la pace. Il richiamo a san Francesco, all’incontro con il sultano e alla riconciliazione del lupo di Gubbio restituisce con forza la vocazione cristiana a spezzare la logica del nemico. L’immagine diventa più delicata quando viene trasferita direttamente alla complessità dei conflitti tra Stati, dove esistono aggressioni, responsabilità, popolazioni da proteggere e il diritto dei popoli alla propria sicurezza. Zuppi insiste sulla necessità del negoziato e sulla capacità della pace di cercare soluzioni alle cause della violenza. Il racconto spirituale, proprio per la sua forza simbolica, non può però esaurire da solo il discernimento morale richiesto dai conflitti tra Stati.
Anche il passaggio sul dialogo interreligioso domanda una lettura completa. Zuppi insiste sul valore dell’incontro tra credenti, sulla conoscenza reciproca e sul rifiuto dell’uso della religione per giustificare violenza e persecuzione. Afferma nello stesso tempo che l’incontro autentico rafforza l’identità e ricorda, parlando di san Francesco davanti al sultano, che il compito della Chiesa rimane l’evangelizzazione. Sono precisazioni importanti. Alcune formulazioni sull’«autentica fede» e sul patrimonio spirituale delle diverse tradizioni possono tuttavia prestarsi a interpretazioni troppo indistinte se vengono separate da questo contesto. Il dialogo cristiano trova la propria misura proprio quando la disponibilità all’incontro non rende meno chiaro Colui nel quale il cristiano ha riconosciuto la salvezza.
Forse è questo il punto nel quale la prolusione di Zuppi chiede più attenzione di quanta ne permettano i titoli dei giornali. Il testo contiene parole che possono inquietare chi teme una Chiesa ridotta alla sociologia, ma contiene anche affermazioni che impediscono di attribuirgli correttamente quella riduzione. È necessario leggerlo interamente e mantenere insieme le sue tensioni.
In questo senso mi è sembrato significativo anche il ricordo del cardinale Camillo Ruini. Zuppi ne richiama la preoccupazione di impedire che la fede venisse confinata nella sola esperienza privata e ne ricorda la passione per una fede pensata e vissuta, capace di produrre cultura cristiana e umanesimo. Non è un riferimento ornamentale. Mostra che il problema della presenza della Chiesa nella società italiana attraversa stagioni ecclesiali molto diverse e non può essere risolto contrapponendo semplicemente il passato al presente.
Resta allora la domanda con cui ieri avevamo iniziato: quali scelte nasceranno da questi giorni?
Oggi possiamo almeno precisare il criterio con cui valutarle. Se la CEI riformerà il proprio Statuto, se ripenserà il rapporto con le Conferenze regionali, se le diocesi rivedranno la distribuzione delle proprie strutture e se le comunità troveranno nuove forme di collaborazione, tutto questo avrà senso soltanto se renderà più possibile ciò che Zuppi ha riconosciuto come la questione decisiva già posta dai vescovi italiani cinquant’anni fa: evangelizzare.
Non sarà quindi sufficiente sapere che cosa verrà cambiato. Dovremo domandarci se il cambiamento aiuterà realmente qualcuno a incontrare Cristo.
È questa, alla fine, la verifica che conta.
Fonti: Introduzione del cardinale Matteo Zuppi al Consiglio Episcopale Permanente, 21 settembre 2026; Leone XIV, Discorso all’82ª Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2026; Leone XIV, Discorso all’Assemblea della Diocesi di Roma, 18 settembre 2026; CEI, documento preparatorio del Convegno ecclesiale nazionale Evangelizzazione e promozione umana, 1975.

Rispondi