Dalle carte del 1912 ai lavori del 1938: restauri, offerte e nomi di una storia costruita insieme
Un santuario antico non attraversa i secoli soltanto perché qualcuno lo ha costruito. Continua a vivere quando, generazione dopo generazione, qualcuno si accorge che un tetto deve essere riparato, un muro consolidato, una gronda rifatta, una canonica resa nuovamente abitabile. Dietro ciò che oggi appare stabile ci sono spesso periodi nei quali la conservazione di una chiesa è dipesa dalla decisione di persone concrete, dalla generosità della popolazione e da una contabilità scritta a mano, nella quale ogni lira aveva un nome e una destinazione.
Le carte conservate per il Santuario della Madonna del Fosco permettono di entrare proprio dentro questa storia. Dopo la grande ricostruzione ottocentesca legata al beato Giovanni Merlini, il santuario continuò a chiedere cura. Mezzo secolo di piogge, umidità e uso quotidiano aveva lasciato il proprio segno. All’inizio del Novecento la questione non era più edificare una nuova chiesa: occorreva custodire quella ricevuta.
Nel 1912 il parroco era don Palmerini. Tra i documenti dell’archivio compare un preventivo relativo agli interventi da eseguire alla chiesa e alla canonica del Fosco. Il foglio porta ancora il timbro fiscale e traduce in misure, materiali e cifre ciò che doveva apparire evidente a chi frequentava il santuario: l’edificio aveva bisogno di un intervento serio, capace di raggiungere sia la chiesa sia gli ambienti che permettevano al sacerdote di abitarvi e custodirla.

La perizia datata «Giano dell’Umbria, 1 luglio 1912» permette di osservare l’edificio quasi stanza per stanza. Non siamo davanti a una descrizione celebrativa del santuario. Si parla di acque da allontanare, murature da riprendere, intonaci, coperture, pavimenti, opere di legname e interventi necessari perché gli ambienti tornino funzionali. È proprio questa prosa asciutta a restituire il carattere concreto della custodia: la devozione mariana doveva misurarsi con infiltrazioni, calce, ferro, legno e giornate di lavoro.


La somma prevista supera le mille lire. Letta oggi, la cifra dice poco se rimane isolata. Le carte successive spiegano da dove quelle risorse dovessero venire. Compare infatti un grande «Elenco degli oblatori ed offerte pei restauri al Santuario del Fosco». Il foglio cambia immediatamente prospettiva: il restauro smette di essere soltanto l’affare del parroco o di una commissione e diventa una vicenda del territorio.

Vi sono persone di Giano, Castagnola, Montecchio, Massa Martana e dei paesi vicini; compaiono sacerdoti, famiglie e intere parrocchie. Le somme sono diverse, perché diverse erano le possibilità di chi offriva. Alcuni consegnano poche lire, altri contribuiscono con importi più consistenti. Proprio questa disuguaglianza rende il documento prezioso: nessuno sembra aver pensato che il santuario appartenesse soltanto a chi poteva sostenere le spese maggiori. Ognuno entra nel foglio con ciò che ha potuto dare.
È la stessa dinamica incontrata nelle carte ottocentesche della grande fabbrica voluta da Merlini. Cambiano i nomi, cambia la moneta, cambia il tipo di lavoro; resta riconoscibile il rapporto tra il Fosco e le comunità che lo circondano. Il santuario vive perché viene percepito come un bene ricevuto e quindi come una responsabilità condivisa. La fede popolare, quando deve custodire un luogo amato, assume una forma sorprendentemente concreta: diventa un’offerta registrata, una fattura pagata, un materiale acquistato.
Le nuove carte permettono ora di riconoscere anche una campagna autonoma di lavori nel 1928, distinta sia dall’intervento del 1912 sia da quello che verrà eseguito dieci anni più tardi. È un passaggio importante, perché mostra quanto ravvicinata potesse essere la necessità di tornare a intervenire su una costruzione esposta all’umidità della valle e all’usura del tempo. I documenti del 1928 entrano così nella stessa lunga storia di custodia: la generazione che aveva rimesso mano al Fosco alla vigilia del quinto centenario non aveva risolto per sempre i problemi dell’edificio e chi venne dopo dovette assumersi nuovamente la responsabilità di conservarlo.




Le carte ci conducono poi a un altro intervento importante. Un conto reca un’intestazione inequivocabile: «Conto di opere e materiali … per il restauro della Chiesa della Madonna del Fosco», seguito dall’indicazione dei lavori di muratori e manuali eseguiti tra il 27 maggio e il 9 giugno 1938. Sono trascorsi ventisei anni dalla perizia del 1912 e il santuario torna ancora una volta a chiedere manutenzione.

Questa volta il documento permette quasi di entrare nel cantiere. Sono annotate le giornate degli operai e la loro paga, poi il legname per i ponteggi, il ferro, il cemento, la calce, la pozzolana, l’arena, i mattoni e il trasporto dei materiali. Non rimane soltanto il totale della spesa. Rimane il modo in cui quella spesa si è formata, giorno dopo giorno, attraverso uomini che hanno lavorato e materiali che sono saliti fino al santuario.
La distanza tra il grande cantiere del 1854 e questi restauri del Novecento aiuta a comprendere qualcosa che le fotografie di una chiesa restaurata tendono facilmente a nascondere. Gli edifici sacri che ereditiamo non sono arrivati fino a noi intatti per una sorta di inerzia della storia. Sono sopravvissuti perché qualcuno li ha riparati quando era necessario, spesso con mezzi modesti e con una tenacia che non aveva nulla di spettacolare.
Nel Fosco questa continuità assume un significato particolare. Merlini aveva voluto che l’antico nucleo del santuario fosse custodito dentro la nuova costruzione ottocentesca. Le generazioni successive si trovarono a loro volta davanti allo stesso compito: ricevere un luogo già carico di memoria e impedirgli di andare perduto. Don Palmerini e gli uomini del 1912, quanti tornarono a prendersene cura nel 1928, gli oblatori dei paesi circostanti e i muratori che lavorarono nel 1938 appartengono così alla medesima storia, anche se molti dei loro nomi oggi non dicono più nulla a chi entra nella chiesa.
Le carte li restituiscono per un momento alla memoria. Un nome scritto in colonna, una somma accanto, otto giornate di lavoro registrate a margine possono sembrare poca cosa. Sono proprio queste piccole tracce a ricordarci che la storia di un santuario non coincide soltanto con le date solenni delle consacrazioni e con i grandi personaggi che vi sono passati. C’è una storia più discreta, fatta di persone che hanno pagato una riparazione, portato un materiale o rinunciato a qualcosa perché la chiesa continuasse a essere aperta.
Quando oggi si scende verso la Madonna del Fosco, si incontra dunque un edificio che porta dentro le proprie mura molte stagioni diverse. Il santuario medievale, la ricostruzione voluta da Merlini, i restauri novecenteschi e gli interventi successivi non sono episodi separati. Formano una lunga consegna. Ogni generazione ha ricevuto il Fosco da quella precedente e, nel momento in cui le pietre hanno mostrato la loro fragilità, ha dovuto decidere se limitarsi a ricordarne la storia oppure assumersi la responsabilità di continuarla.
Quei fogli ingialliti ci dicono quale risposta diedero allora. Misero mano al portafoglio, chiamarono i muratori, comprarono ciò che serviva e ricominciarono a riparare. È anche grazie a loro se oggi possiamo ancora aprire la porta del santuario e pregare davanti alla Madonna del Fosco.
Fonti. Documentazione manoscritta conservata nell’archivio del Santuario della Madonna del Fosco: preventivi e perizie dei lavori del 1912; elenco degli oblatori e delle offerte per i restauri; documentazione relativa alla campagna di lavori del 1928; conto delle opere e dei materiali per i lavori del maggio-giugno 1938.

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