don Mario Proietti, C.PP.S.

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Il Santuario della Madonna del Fosco

Sei secoli di fede nel cuore della Pievania di San Felice

Ci sono luoghi che si lasciano raccontare attraverso le pietre, altri chiedono di ascoltare soprattutto le persone che li hanno attraversati. Il Santuario della Madonna del Fosco appartiene a entrambe le storie. La chiesa che oggi incontriamo scendendo nella valle di Castagnola conserva dentro di sé edifici più antichi, rifacimenti e restauri; attorno a quelle mura sono rimasti nomi di pellegrini e benefattori, memorie di grazie ricevute, registri di offerte, giornate di muratori e strade percorse in processione. È così che un piccolo santuario di campagna ha attraversato più di sei secoli.

All’origine c’è una data: 1413. Un’antica iscrizione, tramandata nel santuario, ricorda che nell’ultima domenica di giugno di quell’anno la Vergine Maria apparve a un fanciullo «con la croce e la rosa». La tradizione locale colloca l’evento durante una pestilenza che colpiva Castagnola e racconta che Maria chiese l’edificazione di una chiesa in quel luogo. Non possediamo la cronaca di un testimone del 1413; possediamo qualcosa che per la storia della devozione ha comunque un peso notevole: gli Statuti di Castagnola del 1464 ricordavano già l’apparizione avvenuta mezzo secolo prima e ne regolavano la commemorazione.

La prima costruzione dovette essere poco più di una maestà, sorta attorno al luogo che la tradizione indicava come quello dell’apparizione. Sulla parete venne dipinta la scena con la Vergine e il giovane pastore; l’affresco quattrocentesco è stato tradizionalmente attribuito a Ottaviano Nelli da Gubbio. La chiesetta crebbe lentamente insieme alla devozione. Il Fosco non nacque dunque come un grande santuario progettato a tavolino: fu il pellegrinaggio della gente, prolungato nel tempo, a chiedere sempre nuovi spazi.

Nel 1603 vi fu eretta la Confraternita del Santissimo Rosario. Un inventario del 1728 ricordava numerosi ex voto, alcuni dei quali già molto antichi. Nel 1768, durante una nuova emergenza epidemica, il concorso dei pellegrini divenne tanto grande da richiedere l’intervento di persone incaricate dal vescovo di Spoleto per mantenere l’ordine. In quegli stessi anni il canonico Valerio Petrucci raccolse memorie del santuario e testimonianze di grazie attribuite all’intercessione della Vergine. Un’epigrafe ricorda poi un rifacimento della chiesa nel 1811.

A poco a poco il Fosco diventa visibile anche attraverso le carte. Non troviamo soltanto disposizioni ecclesiastiche e lavori edilizi; troviamo persone. Le antiche memorie raccontano di malati portati davanti alla Madonna, di ex voto lasciati dopo una guarigione, di ceri offerti per ringraziamento. Sono testimonianze che appartengono alla storia religiosa del luogo e che vanno lette per ciò che dichiarano di essere: memorie di fatti interpretati dai protagonisti come grazie ricevute. Proprio questa prudenza permette di ascoltarle senza trasformare la devozione popolare in leggenda e senza attribuire a quelle vicende un riconoscimento canonico che i documenti a nostra disposizione non attestano.

Tra quelle carte compare anche il nome di san Gaspare del Bufalo. Una memoria redatta nel 1869 conserva infatti il ricordo di un episodio del 1835, legato alla predicazione del fondatore dei Missionari del Preziosissimo Sangue e a una donna di nome Chiara. È una traccia preziosa, perché mostra che l’incontro tra la storia del Fosco e quella dei Missionari precede la grande trasformazione ottocentesca del santuario.

L’estate in cui il Fosco cambiò volto

Il passaggio decisivo arriva nel 1854. A San Felice si trovava Giovanni Merlini, allora Direttore generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue, mentre l’arcivescovo di Spoleto Giovanni Battista Arnaldi vi aveva voluto gli esercizi spirituali del clero. Presidente della comunità era don Camillo Rossi, al quale stava a cuore l’ampliamento della piccola chiesa del Fosco.

Durante una passeggiata Arnaldi condusse Merlini fino al santuario e gli raccontò che circa quattromila scudi, raccolti tempo prima per ampliarlo, erano stati impiegati per la costruzione del coro della Cattedrale di Spoleto. Merlini rispose che la destinazione del denaro offerto apparteneva alla volontà dell’offerente. Tornati a San Felice, l’Arcivescovo gli propose allora di assumersi personalmente l’impresa.

Merlini conosceva i debiti e i molti lavori già aperti nelle case della Congregazione; rifletté alcuni giorni, poi si ritirò nella propria camera e disegnò la nuova chiesa. Scelse una pianta a croce greca e volle che l’antica chiesetta fosse conservata dentro la costruzione, diventando il braccio corrispondente all’altare maggiore. Il 20 agosto 1854 iniziarono i lavori. Il Direttore generale non rimase a guardarli: Colagiovanni lo descrive mentre trasporta pietre e materiali per le fondamenta e, quando è stanco, aiuta i muratori.

Dopo la partenza di Merlini il cantiere conobbe difficoltà e discussioni. Una commissione di cinque uomini di Giano avrebbe voluto fermare i lavori finché non fosse disponibile in cassa tutto il denaro necessario; don Camillo Rossi decise di continuare. Da Roma Merlini inviò il fratello Giacomo Vivarelli, «abilissimo cercatore», perché aiutasse a raccogliere offerte.

Gli elenchi conservati nell’archivio restituiscono a questa vicenda la sua dimensione più concreta. Ci sono sacerdoti che celebrano la Messa e lasciano l’elemosina per la fabbrica; famiglie che offrono tavole, legname, fascine e materiali; benefattori che consegnano denaro. Le provenienze si allargano da Castagnola e Giano verso Montecchio, Massa Martana, Viepri, Bevagna, Gualdo Cattaneo e molte altre comunità. Il nuovo santuario fu progettato da Merlini, e le carte mostrano quanto la sua costruzione diventò anche opera di un popolo.

Nel 1860 la grande trasformazione era compiuta. L’8 ottobre l’arcivescovo Arnaldi consacrò la nuova chiesa. Nel 1861 la cappella ricevette una nuova decorazione. La scelta di Merlini è ancora leggibile nell’edificio: entrando nel santuario ottocentesco si raggiunge il cuore più antico che egli aveva voluto preservare. La nuova fabbrica non cancellò la memoria ricevuta; la avvolse e la consegnò al futuro.

Ogni generazione ha dovuto ricominciare

Una chiesa costruita con fatica non resta viva semplicemente perché un giorno è stata terminata. Le carte del Fosco raccontano una storia quasi ciclica: passano gli uomini, cambiano le monete e tornano i lavori. All’inizio del Novecento troviamo nuovamente elenchi di oblatori e conti di cantiere.

Nel 1912, quando parroco era don Palmerini, venne affrontata una nuova importante campagna di restauri. I benefattori arrivavano ancora da un territorio molto ampio. Accanto a offerte consistenti troviamo piccole somme e contributi collettivi delle parrocchie. Una perizia datata Giano dell’Umbria, 1 luglio 1912, quantifica l’ammontare dei lavori in 1.033,69 lire. L’anno seguente ricorreva il quinto centenario dell’apparizione e il santuario si preparava a celebrare cinque secoli della propria memoria.

Le carte ci conducono poi a un altro intervento nel 1928 e a una nuova campagna nel 1938. Quest’ultima è documentata con una precisione quasi domestica: giornate di muratori e manovali, legname per le puntellature, ferro, cemento, calce, pozzolana, arena, mattoni e trasporti. Il conto complessivo, compresa l’assicurazione contro gli infortuni, arriva a 3.542 lire e 90 centesimi. Una cifra fredda diventa molto meno fredda quando accanto compaiono i nomi degli uomini che quelle giornate le trascorsero sul cantiere.

Nel 1960-61 il santuario conobbe un’altra importante stagione di lavori. In quella circostanza giunsero da San Felice anche due altari laterali. Gli interventi proseguirono nei decenni successivi, perché il Fosco, come ogni edificio antico affidato alla vita di una comunità, ha continuato ad avere bisogno di cura.

Una Madonna che ha fatto camminare i paesi

Il Fosco non è stato soltanto il santuario di Castagnola. Le strade che vi conducono raccontano una geografia devozionale più ampia, nella quale compaiono da lungo tempo Giano, Montecchio, Viepri e Massa Martana. Le carte della fabbrica ottocentesca rendono visibile questo legame: da Massa Martana giunsero quercia, castagno, pioppo e altro legname offerto da diversi benefattori; da Viepri arrivarono materiali destinati alla costruzione e tra i sacerdoti che sostennero la fabbrica compaiono anche i parroci di queste comunità. Nel 1912, quando il santuario ebbe nuovamente bisogno di restauri, troviamo ancora offerte provenienti da Massa Martana e da Viepri. Il pellegrinaggio e la cura materiale della chiesa appartengono così alla stessa storia: quei paesi non si limitavano a raggiungere il Fosco per una celebrazione, sentivano anche la responsabilità di conservarlo.

Questa geografia continua a vivere nei pellegrinaggi. Le comunità della Pievania di San Felice raggiungono oggi il Fosco secondo il proprio cammino pastorale; accanto ad esse restano particolarmente significative le tradizioni di Viepri e Massa Martana. Viepri conserva un pellegrinaggio annuale, mentre Massa Martana raggiunge il Fosco secondo una cadenza biennale che, nella prassi più recente, si alterna con il pellegrinaggio alla chiesa dell’Ascensione sui Monti Martani. Per Massa la memoria locale collega inoltre l’origine del pellegrinaggio alla predicazione del beato Leopoldo da Gaiche alla fine del Settecento. Sono tradizioni che chiedono ancora ricerca e documentazione, proprio perché mostrano quanto il Fosco abbia saputo creare legami oltre i confini della comunità nella quale sorge.

Forse è proprio questa la cosa più bella che emerge mettendo insieme le carte. Il Fosco è arrivato fino a noi perché nessuna generazione lo ha ricevuto come qualcosa di scontato. Qualcuno ha dovuto ricostruirlo, qualcuno raccogliere denaro, qualcun altro portare legname o lavorare sulle impalcature. Altri vi sono arrivati soltanto per pregare, lasciando un cero o un piccolo ex voto come memoria di una grazia che ritenevano ricevuta.

Oggi entriamo nello stesso santuario e vediamo un edificio. Dietro quelle mura, se impariamo ad ascoltarle, ci sono più di sei secoli di persone.


Nota sulle fonti. Questa pagina nasce dall’incrocio tra la documentazione storico-artistica sul Santuario della Madonna del Fosco, gli studi locali, le fonti dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia, Michele Colagiovanni per la vicenda di Giovanni Merlini e la documentazione manoscritta conservata relativa alla fabbrica, ai benefattori, ai restauri e alle memorie di grazie. Gli approfondimenti collegati alla pagina presenteranno progressivamente questi documenti nel loro contesto.

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