• «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6,51-58)

    Ieri siamo tornati al fonte battesimale e abbiamo contemplato il sacramento nel quale la nostra esistenza è stata immersa nella morte e nella risurrezione di Cristo. Il Battesimo ci ha fatti appartenere a lui e ha posto dentro la nostra vita un principio pasquale destinato a raggiungere il proprio compimento nella risurrezione.

    Oggi il cammino ci conduce dal fonte alla mensa. La vita ricevuta nel Battesimo ha bisogno di essere nutrita. Cristo non ci lascia soltanto il ricordo della propria Pasqua e non ci affida semplicemente un insegnamento da custodire. Ci dona come nostro nutrimento il suo vero corpo e il suo vero sangue.

    Nel discorso di Cafarnao Gesù pronuncia una parola che non permette di ridurre la fede a una relazione puramente interiore: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

    Il Figlio di Dio salva entrando realmente nella nostra condizione. Ha assunto la carne e ha vissuto nella carne l’obbedienza al Padre. Sulla croce ha consegnato il proprio corpo e versato il proprio sangue. Nell’Eucaristia quella stessa offerta pasquale viene resa sacramentalmente presente e Cristo stesso si dona come nutrimento alla Chiesa.

    Qui il tema del nostro mese raggiunge uno dei suoi punti più profondi. Il corpo destinato alla gloria riceve il Corpo del Signore. Quando ci accostiamo alla Comunione non riceviamo un semplice segno destinato a ricordarci Gesù. Riceviamo Cristo stesso, realmente, veramente e sostanzialmente presente sotto le specie del pane e del vino.

    La realtà del sacramento non dipende dalla nostra capacità di sentirla. Possiamo vivere una celebrazione con grande fervore oppure attraversare un tempo di aridità. Cristo rimane fedele alla propria parola. La sua presenza nasce dall’azione sacramentale della Chiesa e dalla potenza dello Spirito Santo, non dall’intensità delle nostre emozioni.

    Questa certezza educa anche il modo di accostarci alla Comunione. L’«Amen» con cui rispondiamo a «Il Corpo di Cristo» non è una formula accessoria. È la professione della fede davanti al mistero che ci viene consegnato. Riconosciamo chi riceviamo e, nello stesso tempo, consentiamo nuovamente all’appartenenza iniziata nel Battesimo.

    Il corpo stesso partecipa a questa risposta. Ci muoviamo verso l’altare e apriamo le mani oppure la bocca secondo la forma con cui riceviamo il sacramento. Dopo la Comunione custodiamo un tempo nel quale la parola può lasciare spazio alla presenza ricevuta.

    Non si tratta di moltiplicare gesti esteriori. Si tratta di permettere che anche il corpo esprima ciò che la fede professa. L’Eucaristia possiede poi un legame particolare con la speranza che attraversa tutto il mese di agosto.

     Il corpo che oggi riceve Cristo rimane un corpo mortale. Conosce la fatica e un giorno conoscerà la morte. Eppure viene nutrito dal Signore risorto. Per questo la tradizione cristiana ha riconosciuto nell’Eucaristia il pegno della gloria futura.

    Non significa che il sacramento elimini immediatamente la nostra condizione mortale. Significa che la comunione con Cristo contiene una promessa. Colui che ci unisce a sé nell’Eucaristia è lo stesso Signore che ha detto: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

    La risurrezione futura non rimane quindi estranea alla nostra vita sacramentale presente. Il corpo destinato alla gloria viene già oggi raggiunto dal Risorto. Questo rende particolarmente forte il legame tra il Battesimo contemplato ieri e l’Eucaristia di oggi. Nel Battesimo siamo stati immersi nella Pasqua di Cristo. Nell’Eucaristia quella vita viene continuamente nutrita attraverso la comunione con il suo Corpo e il suo Sangue.

    La stessa Pasqua ci raggiunge secondo due forme sacramentali diverse. Anche Maria appartiene intimamente a questo mistero. Il Verbo ha ricevuto da lei la carne della nostra umanità. Il corpo che Cristo offre sulla croce e che ci dona sacramentalmente nell’Eucaristia è il corpo del Figlio nato da Maria.

    Questo non significa che Maria aggiunga qualcosa alla presenza eucaristica. Significa che il sacramento ci riporta alla concretezza dell’Incarnazione. Colui che riceviamo è realmente il Figlio di Dio fatto uomo.

    Maria può allora educarci alla disponibilità con cui accogliere Cristo. All’Annunciazione ella riceve la Parola e le permette di prendere carne nella propria vita. Nell’Eucaristia la Chiesa riceve il Verbo incarnato e risorto perché la sua presenza trasformi progressivamente l’esistenza dei fedeli.

    La Comunione, infatti, non termina quando torniamo al nostro posto. Il Corpo ricevuto comincia a chiedere una forma nuova alla nostra vita. Sant’Agostino esprimerà questa verità con una formula che accompagnerà più avanti il nostro cammino ecclesiale: ricevendo il Corpo di Cristo siamo chiamati a diventare ciò che riceviamo. L’Eucaristia forma un popolo nel quale la vita del Signore deve diventare comunione concreta.

    Per questo l’indifferenza verso il fratello ferisce la logica stessa del sacramento. Non possiamo ricevere il Cristo che si consegna e organizzare poi la nostra esistenza secondo la sola difesa di noi stessi. L’Eucaristia introduce dentro di noi la forma della vita di Gesù, che è una vita ricevuta dal Padre e donata per gli uomini.

    Il Corpo ricevuto tende quindi a formare un corpo disponibile. Il tempo può diventare più aperto alle necessità di chi ci è affidato. Le mani che hanno ricevuto il sacramento vengono ricondotte al servizio. Anche il modo di guardare gli altri può lentamente essere purificato dalla comunione con Colui che ha dato la propria carne «per la vita del mondo».

    Non sempre questa trasformazione è immediatamente percepibile. L’Eucaristia opera dentro una fedeltà prolungata. Celebrazione dopo celebrazione, la persona viene educata a vivere dalla Pasqua che riceve. La grazia sacramentale domanda la nostra corrispondenza e ci conduce verso una conformazione sempre più profonda a Cristo.

    Possiamo allora comprendere perché l’Eucaristia appartenga così intimamente al tema del corpo destinato alla gloria. Nel sacramento non riceviamo una promessa lontana dalla carne. Riceviamo il Risorto.

    Il corpo mortale entra in comunione con Colui che ha già attraversato la morte e vive per sempre. In questa comunione la Chiesa riconosce l’anticipo sacramentale del banchetto del Regno e la garanzia che la morte non possiederà l’ultima parola sulla persona redenta.

    Ieri il fonte battesimale ci ha ricordato a chi apparteniamo. Oggi la mensa eucaristica ci mostra di che cosa vive questa appartenenza.

    Domani il cammino entrerà in una condizione diversa. Contempleremo il corpo quando perde forza e ha bisogno di essere sostenuto dalla misericordia sacramentale. L’Unzione degli infermi ci mostrerà che Cristo, dopo averci fatti rinascere nell’acqua e nutriti con il proprio Corpo, continua ad accompagnare la persona anche nell’ora della fragilità.

    Un gesto per oggi

    Alla prossima Comunione prepariamoci con maggiore raccoglimento. Dopo aver ricevuto il Signore, restiamo qualche istante in silenzio.

    Alla scuola di sant’Ignazio di Antiochia

    Sant’Ignazio chiama l’Eucaristia «farmaco d’immortalità, antidoto per non morire». Il Corpo di Cristo nutre la vita presente e depone in noi il germe della risurrezione. La Comunione unisce il corpo al Risorto e lo orienta alla pienezza futura. (Lettera agli Efesini, 20, 2)

    Ignazio parla dell’Eucaristia mentre la Chiesa affronta divisioni e persecuzioni. Il farmaco di immortalità unisce al Risorto e costruisce l’unità. La speranza della risurrezione e la comunione ecclesiale appartengono allo stesso dono.

    Preghiera

    Signore Gesù, pane vivo disceso dal cielo, nutri la mia debolezza con il tuo Corpo. Fa’ che l’Eucaristia trasformi le mie scelte e prepari in me la risurrezione. Maria, donna eucaristica, insegnami a ricevere e a donare.

    Giaculatoria

    Gesù, pane vivo, prepara in me la risurrezione.

  • Cari amici, questa mattina nell’Abbazia di San Felice abbiamo celebrato la Santa Messa in suffragio di mons. Gaetano Bonanni, morto a Norcia il 17 agosto 1848. Sono trascorsi centosettantotto anni da quel giorno e la ricorrenza di quest’anno ha assunto per noi un significato particolare, perché giunge poche settimane dopo la ricognizione delle sue spoglie mortali.

    La tradizione cristiana ha chiamato spesso il giorno della morte dies natalis, giorno della nascita alla vita eterna, giorno nel quale termina il pellegrinaggio terreno e tutta una vita viene consegnata al giudizio misericordioso di Dio. Per questo stamattina abbiamo celebrato l’Eucaristia per Bonanni e abbiamo pregato per lui.

    Gaetano Giuseppe Francesco nacque a Roma il 16 giugno 1766, all’ora nona, da Rocco Bonanni, originario del Viterbese, e da Anna Maria Sassoni, romana. La memoria familiare faceva risalire a quella notte un primo segno. Durante il travaglio Anna Maria avrebbe visto una luce muoversi dal Macello dei Corvi verso la casa e, posandosi sopra il tetto, rischiarare per un istante la stanza. Pregò allora che il figlio nascesse sotto quel segno.

    E quella luce lo accompagnò per tutta la vita. Attraversò una delle stagioni più travagliate della storia europea e della Chiesa. Bonanni conobbe gli sconvolgimenti politici seguiti alla Rivoluzione francese e le conseguenze che quelle trasformazioni produssero nella vita religiosa. La sua risposta a quella crisi prese progressivamente la forma della missione.

    Da sacerdote comprese che non sarebbe bastato custodire quanto rimaneva di un mondo religioso profondamente ferito. Occorreva tornare al popolo, raggiungerlo là dove viveva e ricostruire una fede che rischiava di ridursi ad abitudine. Da questa convinzione nacque l’esperienza degli Operai Evangelici, alla quale Bonanni dedicò una parte decisiva della propria esistenza e nella quale maturò l’incontro con san Gaspare del Bufalo.

    San Felice appartiene pienamente a questa storia. Qui Bonanni giunse quando l’esperienza missionaria cominciava a prendere una forma stabile. Qui condivise la vita dei primi compagni e fu il primo superiore della casa. Queste mura lo conobbero sacerdote impegnato nella ricerca di una forma di apostolato capace di riportare il Vangelo dentro la vita concreta della gente.

    Quando nel 1821 fu chiamato all’episcopato e destinato alla diocesi di Norcia, quella formazione missionaria non venne lasciata alle spalle. Il vescovo continuò a portare dentro di sé la sensibilità maturata negli anni precedenti. Governare una diocesi significava per lui assumersi la responsabilità della fede di un popolo e prendersi cura della vita ecclesiale che gli era stata affidata. L’esperienza episcopale divenne così un’altra forma della stessa consegna iniziata molto prima.

    Gli ultimi anni lo condussero progressivamente verso il distacco dagli incarichi. Nel 1843 lasciò il governo della diocesi e rimase a Norcia, ormai anziano. Cinque anni dopo giunse il momento nel quale anche l’ultima responsabilità terrena venne deposta.

    Tra poco sarà pubblicato il mio testo biografico del Bonanni e vorrei riportare il racconto di quel lontano giorno del 17 agosto del 1848.

    La giornata cominciò molto presto, all’aurora. Mons. Gaetano Bonanni si alzò dal breve riposo con una letizia insolita e consacrò le prime ore alla preghiera, interrompendo il silenzio con giaculatorie e parole dei santi. Nel corso del giorno disse di vedere nella stanza due giovani della stessa statura, ciascuno con un libro fra le mani. Chiamò chi lo assisteva e domandò come fossero entrati; gli altri non vedevano nessuno, mentre egli continuava a indicare il luogo nel quale si trovavano, finché le figure scomparvero.

    Quel giorno Bonanni rinunciò al riposo pomeridiano consueto. Al tramonto fu colpito da apoplessia; riuscì ancora a ripetere «Gesù mio, misericordia», poi ricevette l’Unzione degli infermi, accompagnato dalle preghiere del clero. Entro la prima ora della notte, verso le 20, Gaetano Bonanni morì. Aveva ottantadue anni. La vita che si era progressivamente ristretta nelle due celle giungeva al compimento nello stesso spazio, con l’ultima invocazione affidata alla misericordia.

    Il campanone della cattedrale portò la notizia fuori dal palazzo e la diffuse nella città. Il necrologio ricorda il dolore di Norcia e nomina in modo particolare gli orfani e le vedove che avevano conosciuto la sua carità. Le strade percorse durante le visite conducevano ora verso la stanza nella quale il vecchio vescovo giaceva immobile. Aveva preparato una casa per il successore, consegnato il governo quando il corpo non riusciva più a sostenerlo e continuato a servire con quanto gli era rimasto. Nell’ultima sera non restava più nulla da de-porre. La sua esistenza era interamente nelle mani di Dio.

    È questo l’uomo che abbiamo ricordato questa mattina a San Felice. Il sacerdote che aveva intuito la necessità di una nuova stagione missionaria, il confratello che aveva abitato questa abbazia. Il vescovo che aveva portato quella stessa passione pastorale dentro il governo della Chiesa di Norcia. La morte non cancella questa storia e la fede ci invita a consegnarla interamente a Dio.

    Il 22 luglio scorso abbiamo aperto la sepoltura di Bonanni e ci siamo trovati davanti alle sue spoglie mortali. Dopo quasi due secoli rimanevano le ossa di quell’uomo del quale avevamo studiato le lettere e ricostruito le opere. La storia che fino a quel momento avevamo incontrato soprattutto attraverso i documenti si presentava improvvisamente nella concretezza estrema del corpo consegnato alla morte.

    Le ossa sono state ricomposte in una nuova cassetta e trasferite nella chiesa di Santa Maria in Trivio, a Roma, unite a quelle di san Gaspare e del beato Merlini. A San Felice abbiamo conservato la cassetta che per molti anni le aveva custodite nella Cattedrale di Norcia. Al suo interno sono rimasti molti minuti frammenti delle exuviae di Bonanni, conservati con rispetto e con lo sguardo rivolto alla possibilità che un giorno la Chiesa possa esaminare formalmente la sua vita e le sue virtù. Essi portano su di sé la povertà estrema alla quale la morte riduce la nostra condizione terrena e rimangono dentro la promessa che professiamo ogni volta che diciamo di attendere la risurrezione dei morti.

    Questa mattina, nell’abbazia che lo vide confratello, abbiamo deposto sull’altare la nostra preghiera per lui. Nella cripta abbiamo poi collocato un mazzo di fiori davanti alle sepolture dei sei missionari che vi riposano, affidando in quel gesto anche la memoria di coloro che hanno condiviso la stessa vocazione e hanno preceduto la nostra comunità nel passaggio della morte.

    Il dies natalis di Gaetano Bonanni ci riconsegna così una vita intera, vissuta nella Chiesa e ora affidata alla misericordia del Signore, mentre il ricordo dei confratelli che riposano con lui a San Felice allarga la memoria personale alla comunione di una famiglia religiosa che attraversa le generazioni e continua ad attendere, per ciascuno dei suoi figli, la risurrezione della carne e la pienezza della vita in Dio. Riposi nella pace dei giusti.

  • «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte». (Rm 6,3-11)

    Carissimi amici buongiorno e buon inizio di settimana. Ieri la donna cananea ci ha insegnato a portare davanti a Cristo la vita di un’altra persona. La sofferenza della figlia è diventata la sua preghiera e la sua fede ha continuato a rivolgersi al Signore quando ogni possibilità sembrava dipendere da lui soltanto.

    Oggi il cammino ci conduce dal corpo dell’altro, affidato alla nostra intercessione, al nostro stesso corpo. La Parola ci riporta al sacramento nel quale la nostra esistenza è stata consegnata a Cristo e inserita nella sua Pasqua.

    San Paolo parla del Battesimo con un linguaggio sorprendentemente concreto: siamo stati «sepolti insieme a lui nella morte» perché, come Cristo è risorto dai morti, anche noi possiamo camminare in una vita nuova.

    Il Battesimo non è quindi soltanto l’inizio cronologico della vita cristiana. È un avvenimento che stabilisce una relazione nuova tra la persona e Cristo. La nostra esistenza viene raggiunta dalla sua morte e dalla sua risurrezione.

    Per questo il sacramento coinvolge anche il corpo. L’acqua viene versata sul capo oppure il corpo viene immerso. La fronte viene segnata con la croce. Nel rito battesimale il crisma consacra il battezzato come membro di Cristo. Una veste bianca esprime la dignità ricevuta e una luce accesa al cero pasquale manifesta la vita che viene dal Risorto.

    La Chiesa non utilizza questi segni per rendere visibile qualcosa che accade soltanto nell’interiorità. Attraverso il segno sacramentale Cristo stesso agisce. La grazia raggiunge realmente la persona e la introduce in una condizione nuova.

    L’acqua battesimale porta dentro di sé un duplice significato che san Paolo raccoglie nell’immagine della sepoltura. Scendere nell’acqua significa essere uniti alla morte di Cristo. Emergerne significa ricevere da lui una vita nuova. Il cristiano porta dunque fin dall’inizio della propria esistenza sacramentale una struttura pasquale: morire al peccato per vivere per Dio.

    Questo non significa che dopo il Battesimo la fragilità scompaia. Il peccato originale viene cancellato e la persona nasce alla vita della grazia. Rimane tuttavia quella inclinazione disordinata che la tradizione chiama concupiscenza, e la libertà deve imparare lungo tutta la vita a corrispondere al dono ricevuto.

    Proprio qui comprendiamo perché il Battesimo non possa essere ridotto a un ricordo dell’infanzia. Possiamo conoscere la data nella quale siamo stati battezzati e custodirne una fotografia. La domanda cristiana va più in profondità: che cosa significa oggi vivere come una persona battezzata?

    La risposta riguarda anche il corpo. Gli occhi del battezzato imparano progressivamente a guardare secondo Cristo. Le relazioni vengono ricondotte alla carità ricevuta. Il modo di usare le proprie forze e di affrontare il limite acquista una direzione nuova. La grazia battesimale chiede di diventare forma concreta dell’esistenza.

    Il corpo destinato alla gloria porta quindi già una appartenenza. Non viviamo come proprietari assoluti di noi stessi. Siamo stati uniti a Cristo e inseriti nel suo Corpo che è la Chiesa. Il carattere battesimale segna irrevocabilmente la persona e dice che la nostra storia è ormai posta dentro una alleanza che Dio non ritira.

    Questo appartiene profondamente al tema del nostro mese. Il corpo che abbiamo contemplato come creato e custodito non è soltanto destinato un giorno alla gloria. Nel Battesimo è già stato raggiunto sacramentalmente dalla Pasqua del Signore. La promessa futura possiede un principio presente.

    Per questo san Paolo collega il Battesimo alla risurrezione. Se siamo stati intimamente uniti a Cristo nella sua morte, saremo uniti a lui anche nella sua risurrezione. Il fonte battesimale apre così davanti al corpo un destino che supera la morte. La vita nuova ricevuta oggi tende verso il compimento nel quale tutta la persona parteciperà alla gloria del Risorto.

    Maria ci aiuta a contemplare questa appartenenza senza creare sovrapposizioni improprie. Ella non ha ricevuto il Battesimo cristiano. La sua esistenza appartiene in modo singolare all’opera della grazia e, fin dall’inizio, viene orientata interamente verso Cristo. Il suo «eccomi» rende visibile una disponibilità totale alla volontà di Dio.

    Nel cenacolo Maria appare dentro la Chiesa che attende lo Spirito. Nell’Assunzione, che abbiamo appena celebrato, contempliamo in lei la meta pasquale verso cui anche la grazia battesimale ci conduce.

    Ciò che in Maria è già compiuto nella gloria rimane per noi ancora oggetto di speranza. Noi portiamo questo tesoro dentro una storia quotidiana nella quale il Battesimo deve continuamente essere vissuto. Per questo la Chiesa ci fa rinnovare le promesse battesimali nei momenti decisivi dell’anno liturgico. Rinunciare al peccato e professare nuovamente la fede significa riconoscere ancora una volta a chi apparteniamo.

    La rinuncia battesimale non rimane una formula. Può chiedere di interrompere un’abitudine che ci rende meno liberi. Può domandare una riconciliazione rimandata o una fedeltà che costa. Vivere il Battesimo significa permettere alla Pasqua di Cristo di continuare a prendere forma nelle scelte concrete.

    Anche il semplice gesto di segnarsi con l’acqua benedetta, entrando in chiesa, acquista allora un significato più profondo. Non è un automatismo devozionale. Riporta il corpo alla memoria del fonte nel quale siamo diventati di Cristo.

    Ieri abbiamo affidato alla misericordia del Signore il corpo fragile di una persona amata. Oggi ricordiamo che il nostro stesso corpo è già stato immerso nella sua Pasqua.

    Domani il cammino proseguirà naturalmente dal fonte alla mensa. Il corpo nato alla vita nuova nel Battesimo riceverà nell’Eucaristia il Corpo stesso del Risorto, quel pane che la tradizione cristiana riconosce come nutrimento della vita presente e pegno della gloria futura.

    Un gesto per oggi

    Facciamo lentamente il segno della croce con l’acqua benedetta, quando è disponibile. Rinnoviamo interiormente la nostra appartenenza a Cristo.

    Alla scuola di san Cirillo di Gerusalemme

    San Cirillo ricorda ai neofiti che nel Battesimo essi sono scesi nell’acqua e ne sono risaliti come da un sepolcro. Il gesto sacramentale coinvolge il corpo per significare e realizzare la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo. (Catechesi mistagogiche, II, 4)

    Le catechesi mistagogiche aiutano i neofiti a leggere i gesti appena vissuti. L’acqua battesimale è sepolcro e grembo. Il corpo attraversa il segno sacramentale e riceve una appartenenza che orienta tutta l’esistenza.

    Preghiera

    Padre, nel Battesimo mi hai unito alla morte e alla risurrezione del tuo Figlio. Rinnova in me la grazia ricevuta e rendi il mio corpo fedele al segno che porta. Maria, Madre della Chiesa, custodisci la mia appartenenza a Cristo.

    Giaculatoria

    Signore Gesù, fa’ che io viva la grazia del Battesimo.

  • «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». (Mt 15,21-28)

    Carissimi amici buona domenica. Ieri abbiamo contemplato Maria tutta intera nella gloria. Nel suo corpo assunto in cielo la Chiesa ha riconosciuto la meta verso la quale la Pasqua di Cristo conduce la persona redenta. Oggi la liturgia domenicale ci riporta immediatamente dentro la condizione presente. Davanti a Gesù compare una madre che porta la sofferenza della propria figlia e domanda misericordia.

    Il passaggio è importante per il nostro cammino. L’Assunzione non ci ha allontanati dalla fragilità del corpo. Ci ha insegnato a guardarla dentro una promessa più grande. Il corpo che oggi soffre rimane lo stesso corpo chiamato alla gloria.

    La donna che si avvicina a Gesù è una Cananea. Appartiene quindi a un popolo estraneo a Israele. Non dispone di alcun titolo da rivendicare. Arriva portando soltanto una necessità: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».

    La richiesta riguarda la figlia e, nello stesso tempo, la madre grida: «Pietà di me».

    Il dolore di una persona amata crea questa misteriosa comunione. Ciò che accade al corpo dell’altro entra nella nostra vita fino a diventare una ferita che non possiamo più osservare dall’esterno. La donna non domanda qualcosa per sé e tuttavia la sofferenza della figlia è diventata anche la sua sofferenza.

    Qui incontriamo una delle forme più profonde dell’intercessione. Pregare per qualcuno significa portare davanti a Dio una vita che non ci appartiene e che non siamo capaci di salvare con le nostre forze. Il corpo di chi amiamo può diventare proprio il luogo nel quale scopriamo quanto sia limitato il nostro potere.

    Un genitore vorrebbe sottrarre il figlio alla sofferenza. Chi ama una persona malata desidererebbe poter prendere su di sé ciò che la ferisce. Arriva un momento nel quale dobbiamo riconoscere che non possiamo guarire tutto e non possiamo governare l’esito di ogni situazione.

    La Cananea entra in questa impotenza e la trasforma in preghiera. Il racconto evangelico conserva un dialogo che non dobbiamo addolcire. Gesù inizialmente tace. I discepoli vorrebbero che la donna venga allontanata. Il Signore ricorda che la propria missione è rivolta anzitutto «alle pecore perdute della casa d’Israele».

    La donna rimane. Si avvicina ancora e si prostra: «Signore, aiutami!». La sua fede non consiste nel pretendere da Gesù una risposta secondo i propri criteri. Continua ad affidarsi a lui proprio quando la risposta sembra tardare. Accoglie persino la parola dei figli e delle briciole, e dentro quella parola trova ancora uno spazio nel quale confidare nella sovrabbondanza della misericordia.

    «Anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». A questo punto Gesù porta alla luce ciò che tutta la scena aveva progressivamente manifestato: «Donna, grande è la tua fede!». Non è soltanto la guarigione della figlia a essere consegnata al Vangelo. È anche la grandezza della fede di questa donna pagana.

    Ella non possiede la promessa di Israele come un diritto acquisito e riconosce tuttavia in Gesù una misericordia nella quale può confidare. Rimane davanti a lui quando sarebbe stato più semplice allontanarsi amareggiata.

    Questa perseveranza parla con particolare forza a chi prega per una persona amata. La preghiera di intercessione non ci consegna il controllo sull’agire di Dio. Non stabilisce il tempo della guarigione e non permette di conoscere anticipatamente l’esito di una malattia. Ci mantiene davanti al Signore con la vita di chi amiamo tra le mani.

    Talvolta la risposta che desideriamo arriva. Altre volte il cammino assume una forma che non avevamo immaginato. La fede non consiste nel convincerci che tutto avverrà secondo le nostre attese. Consiste nel continuare ad affidare quella persona a Colui che la ama prima e più profondamente di noi.

    Il corpo destinato alla gloria acquista qui un significato molto concreto. Ieri abbiamo contemplato il corpo di Maria già raggiunto dal compimento della Pasqua. Oggi vediamo il corpo tormentato di una giovane che ha bisogno della misericordia di Cristo. Tra queste due immagini non vi è contraddizione. La gloria promessa illumina proprio la fragilità presente.

    Quando preghiamo per un malato non affidiamo a Dio semplicemente un organismo da guarire. Gli presentiamo una persona. La sua storia e le sue relazioni appartengono a quel corpo. Anche quando la guarigione terrena non avviene, quella persona rimane affidata alla promessa della risurrezione.

    Questo ci impedisce di trasformare la preghiera in una tecnica per ottenere un risultato. La preghiera cristiana nasce da una relazione. La Cananea continua a chiamare Gesù «Signore» e continua a stare davanti a lui. È questa relazione che sostiene la sua domanda.

    Maria ci accompagna in questo atteggiamento. A Cana ella riconosce una necessità prima ancora che venga pubblicamente manifestata: «Non hanno vino». Non stabilisce ciò che Gesù deve compiere e non gli impone il momento. Presenta il bisogno e conduce i servi verso l’obbedienza: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

    La maternità di Maria conserva questa forma anche nella vita della Chiesa. Assunta nella gloria, non si allontana dalla fragilità dei figli. La comunione piena con Cristo rende piena anche la sua partecipazione materna alla vita del popolo che ancora cammina. Per questo la Chiesa continua a rivolgersi a lei nell’intercessione.

    La gloria contemplata ieri non crea distanza. Ci mostra una Madre che ha raggiunto la meta e rimane dentro la comunione dei santi, mentre noi attraversiamo ancora la condizione nella quale il corpo si ammala e la vita conosce l’incertezza.

    La pagina evangelica ci insegna anche qualcosa sul modo di stare accanto a chi soffre. Quando una persona è ferita nel corpo, abbiamo facilmente la tentazione di offrirle spiegazioni. Vorremmo trovare rapidamente un senso e pronunciare una parola capace di sistemare ciò che ci mette in difficoltà.

    Il Vangelo ci educa a una presenza più rispettosa. Ci sono momenti nei quali la cosa più vera consiste nel rimanere accanto e nel pregare. Una parola sobria può sostenere più di una spiegazione. Anche il silenzio, quando nasce dalla vicinanza, può diventare una forma di carità.

    Chi soffre non ha bisogno di essere trasformato in un problema teologico da risolvere. Ha bisogno di essere riconosciuto come persona amata da Dio. La Cananea ci insegna così che l’intercessione nasce dall’amore e attraversa l’impotenza senza cedere alla disperazione. Porta davanti a Cristo il corpo dell’altro e continua a confidare nella sua misericordia.

    eri Maria assunta ci ha mostrato la destinazione della persona redenta. Oggi una madre ci insegna a portare verso quella promessa il corpo ancora provato di chi amiamo.

    Domani compiremo un altro passo. Non contempleremo più soltanto il corpo di un’altra persona affidato alla nostra preghiera. Torneremo al nostro stesso corpo e al sacramento nel quale esso è stato immerso nella morte e nella vita di Cristo. Il Battesimo ci mostrerà che la promessa della gloria contemplata in Maria ha già posto nella nostra esistenza un principio pasquale.

    Un gesto per oggi

    Presentiamo al Signore una persona malata pronunciandone il nome. Facciamole giungere, quando è possibile, una parola semplice di vicinanza.

    Alla scuola di sant’Agostino

    Sant’Agostino legge nella Cananea l’umiltà di una fede che non pretende e non si allontana. Ella rimane davanti a Cristo, accoglie la prova della parola e continua a confidare nella sua bontà. La perseveranza della preghiera diventa una forma concreta di amore verso la figlia. (Discorso 77)

    Agostino riconosce nella Cananea una umiltà perseverante. Ella non abbandona la relazione quando la parola la mette alla prova. La sua preghiera rimane rivolta alla bontà di Cristo e diventa un modello di intercessione.

    Preghiera

    Signore Gesù, ascolta la preghiera di chi porta davanti a te la vita di una persona amata. Accresci la nostra fede e custodisci chi è provato. Maria, Madre premurosa, sostieni l’attesa e insegnaci a confidare nella misericordia di Dio.

    Giaculatoria

    Maria, Madre premurosa, sostieni la nostra preghiera.

  • XX Domenica Del Tempo Ordinario

    Cari amici, dopo averci educato a riconoscere Cristo nella tempesta, oggi il Vangelo ci conduce in territorio straniero, nella regione di Tiro e Sidone. Lì una donna cananea grida il dolore per sua figlia e si avvicina al Signore con una fede che non si lascia fermare dalla distanza. È fuori dai confini d’Israele, porta una sofferenza reale, cerca una misericordia che ancora non sa spiegare fino in fondo. Proprio questa donna, apparentemente lontana, diventa maestra di fede per i discepoli e per noi.

    La prima lettura prepara questo orizzonte. Isaia annuncia che gli stranieri aderiti al Signore saranno condotti sul monte santo e colmati di gioia nella sua casa di preghiera. La casa di Dio sarà «casa di preghiera per tutti i popoli». Questa parola ha una forza immensa. Israele resta il popolo dell’alleanza, la radice storica della promessa, il grembo da cui viene Cristo secondo la carne. La salvezza si apre ai popoli dentro la fedeltà di Dio, non come possesso da difendere gelosamente, né come spazio indistinto dove tutto perde forma. Chi aderisce al Signore entra nella sua alleanza e trova gioia nella sua casa.

    Qui siamo già istruiti in modo concreto. La Chiesa custodisce la verità ricevuta, la fede apostolica, il culto santo, la comunione visibile. Questa custodia apre una soglia, non una barriera di disprezzo. La casa del Signore accoglie i popoli perché li conduce al Dio vivo. Ogni accoglienza cristiana deve avere questa forma: non lasciare l’uomo nella sua distanza, accompagnarlo verso Cristo. L’umanità, con la sua solita genialità confusa, riesce spesso a scegliere tra chiusura sterile e apertura senza contenuto. Il Vangelo ci chiede una sapienza più alta.

    Il salmo raccoglie questa apertura e la trasforma in lode: «Popoli tutti, lodate il Signore». La benedizione di Dio su Israele è destinata a far conoscere la sua via sulla terra e la sua salvezza fra tutte le genti. Un popolo benedetto diventa segno. La fede ricevuta non si conserva restringendola. Si custodisce lasciandola risplendere, perché altri possano riconoscere il volto del Signore. Anche nelle nostre comunità questa parola domanda una verifica: chi ci incontra vede una casa abitata dalla preghiera oppure un gruppo preoccupato di proteggere se stesso?

    San Paolo, nella seconda lettura, entra nel mistero del rapporto tra Israele e le genti. Egli parla come apostolo dei pagani e porta nel cuore il desiderio che anche quelli del suo sangue ottengano misericordia. La frase decisiva è questa: «I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». Dio resta fedele alla sua promessa. La storia della salvezza avanza secondo una misericordia che sa raggiungere i lontani e riportare dentro la speranza anche ciò che appare perduto.

    Paolo ci educa a guardare le persone con maggiore profondità. Noi fissiamo facilmente le distanze: chi è dentro, chi è fuori, chi merita attenzione, chi disturba la quiete del gruppo. Dio guarda il cammino possibile della grazia. Una persona lontana può custodire una sete più vera di tanti vicini abituati alla tavola. Questo non rende tutto uguale. Rende più evangelico lo sguardo. Il discepolo impara a non ridurre nessuno alla sua condizione iniziale, perché la misericordia di Dio può aprire varchi dove noi vediamo solo confini.

    Il Vangelo porta questa istruzione dentro una scena viva. Una donna cananea si mette a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». È straniera, eppure chiama Gesù con un titolo messianico. Il suo grido nasce dall’amore. Chiede pietà per sé perché il dolore della figlia è diventato il suo dolore. Questa madre porta a Cristo una ferita che non riesce a guarire. Non resta spettatrice della sofferenza, si espone davanti al Signore e lo cerca con insistenza.

    I discepoli appaiono ancora in cammino dentro l’apprendistato dello sguardo. Il grido della donna li infastidisce. Si avvicinano a Gesù e chiedono che venga esaudita perché li segue gridando. Vedono un disturbo da far cessare. Gesù porta quella donna e gli stessi discepoli dentro una rivelazione più grande. Egli dichiara la priorità della sua missione verso le pecore perdute della casa d’Israele. La promessa ha un ordine, una storia, una fedeltà concreta. La donna non fugge. Si avvicina, si prostra e prega: «Signore, aiutami!».

    Qui troviamo un legame profondo con il Vangelo di domenica scorsa. Sul mare agitato Pietro aveva gridato: «Signore, salvami!». Oggi la donna cananea si prostra davanti a Gesù e dice: «Signore, aiutami!». Le due invocazioni sono vicine, perché entrambe nascono da una povertà che si consegna al Signore. Pietro grida mentre affonda, dopo aver lasciato che il vento occupasse il suo sguardo. La Cananea supplica mentre porta il dolore della figlia, rimanendo davanti a Cristo anche quando la risposta tarda e la parola ricevuta appare esigente.

    In Pietro vediamo una fede reale, già capace di scendere dalla barca sulla parola di Gesù, e ancora fragile davanti alla paura. Nella Cananea vediamo una fede che attraversa il silenzio, accoglie la distanza, entra con umiltà nella parola del Signore e vi scopre una via di misericordia. Pietro riceve la mano che lo afferra mentre affonda. La Cananea riceve una parola efficace che guarisce sua figlia. In entrambi i casi Gesù salva; nella donna straniera, però, Egli riconosce una fede grande, perché la sua supplica non si chiude nel turbamento e continua ad affidarsi.

    Questo ci istruisce nella preghiera. Anche noi possiamo gridare come Pietro quando la paura ci sommerge, e il Signore non disprezza quel grido. Possiamo imparare dalla Cananea a restare davanti a Cristo quando l’aiuto sembra tardare, lasciando che la prova purifichi la nostra domanda. La fede matura quando non trasforma il bisogno in pretesa e non lascia che il dolore diventi risentimento. Rimane davanti al Signore, gli consegna ciò che non riesce a salvare, e attende da Lui anche una sola briciola di grazia.

    Poi abbiamo l’espressione più severa di Gesù: “Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Una durezza pedagogica che è attraversata da una tenerezza nascosta. Non possiamo evadere il dettaglio prezioso in queste parole di Gesù. Egli parla dei “cagnolini”, non dei cani. La parola resta esigente, perché custodisce l’ordine della promessa fatta a Israele, e nello stesso tempo porta l’immagine dentro lo spazio della casa. C’è una tavola, ci sono dei figli, e cadono delle briciole. Gesù non schiaccia la donna sotto la sua distanza. Le offre una parola nella quale quella distanza può diventare affidamento.

    La Cananea comprende. Non risponde con risentimento, non si chiude nell’offesa, non pretende di rovesciare l’ordine della promessa. Entra nella parola di Gesù con umiltà intelligente e vi scopre lo spazio della grazia. Le basta una briciola, perché ha riconosciuto che anche ciò che cade dalla tavola del Signore porta salvezza. La sua fede è grande perché sa leggere la misericordia là dove altri avrebbero visto soltanto esclusione.

    Qui siamo istruiti anche noi. Il discepolo deve imparare da Gesù un modo di dire la verità che apra alla grazia. La verità detta per respingere diventa pietra. L’accoglienza senza verità diventa sentimento fragile. Gesù custodisce la fedeltà della missione ricevuta dal Padre e accompagna quella donna fino a far emergere la sua fede. Il suo modo di parlare educa, conduce, apre una soglia. Il grido della donna, che i discepoli volevano far cessare, diventa luogo di rivelazione.

    Questa pagina tocca anche il nostro modo di stare davanti a chi arriva da lontano, a chi grida, a chi porta una ferita che disturba la nostra quiete. Spesso siamo rapidi nel difendere i confini e lenti nel riconoscere il cammino possibile della grazia. Gesù ci mostra una sapienza più alta: custodire ciò che è vero e lasciare aperta la soglia della misericordia. La Cananea diventa maestra proprio perché si lascia condurre dentro quella soglia. Da straniera entra nella lode di Cristo: «Donna, grande è la tua fede!».

    La sua fede ci insegna a pregare senza arroganza e ad ascoltare senza risentimento. Il dolore può diventare supplica. L’umiltà può vedere più lontano dell’orgoglio. Una briciola ricevuta da Cristo vale più di molte pretese religiose costruite da noi. Dove il Signore trova una fede così, anche ciò che sembrava lontano viene raggiunto dalla sua misericordia.

    Cari amici, questa settimana possiamo assumere un piccolo progetto operativo. Portiamo davanti a Cristo una persona che ci sta a cuore, soprattutto se la vediamo lontana, ferita, oppressa da qualcosa che non riesce a vincere. Facciamolo con la preghiera della Cananea: «Signore, aiutami». Poi chiediamo la grazia di non irritarci davanti al grido o ai ritardi degli altri. Il grido che ci infastidisce può essere il luogo in cui Cristo vuole educare il nostro sguardo e il ritardo può diventare quel crogiuolo utile a far maturare nella santa pazienza.

  • Cari amici, questa mattina, celebrando la solennità dell’Assunzione qui a San Felice, il pensiero va inevitabilmente a ciò che accadde in questo stesso luogo 211 anni fa. Il 15 agosto 1815 appartiene alla storia della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue come il giorno della sua fondazione. Vivendo dentro queste mura, quella data finisce per perdere qualcosa della distanza con cui normalmente guardiamo gli avvenimenti del passato. Diventa quasi una domanda rivolta al presente.

    Per molto tempo anch’io ho immaginato quel giorno attraverso l’immagine dei quattro sacerdoti che si trovavano a San Felice: Gaspare del Bufalo, Gaetano Bonanni, Adriano Giampedi e Vincenzo Tani. È naturale che sia così. Sono loro a dare un volto alla prima comunità e Bonanni ne assume la responsabilità come superiore. Una casa finalmente abitata permette di vedere ciò che fino a quel momento aveva vissuto soprattutto nella predicazione e nell’incontro tra sacerdoti impegnati nelle missioni.

    Guardando con maggiore attenzione la storia, quell’immagine dei quattro si allarga. Quando San Felice aprì le sue porte, tutto era cominciato già da tempo. Nel giugno del 1813 Gaetano Bonanni aveva dato forma agli Operai Evangelici, raccogliendo sacerdoti desiderosi di dedicarsi con maggiore intensità alla predicazione delle missioni. Avevano un regolamento e un modo condiviso di esercitare il ministero. Gaspare, ancora lontano da Roma, aveva accolto l’invito a unirsi a loro. Prima che esistesse una casa esistevano dunque uomini che partivano, predicavano e condividevano la stessa preoccupazione per la vita cristiana del popolo.

    Forse è proprio questo particolare a rendere per me più bello il 15 agosto 1815. Quel giorno a San Felice non nasce dal nulla un gruppo di quattro sacerdoti. Una realtà già viva trova finalmente una dimora. Ciò che fino ad allora si riconosceva soprattutto nel ministero riceve una stabilità capace di attraversare il tempo. La missione trova una casa nella quale ritornare e dalla quale ripartire. Una fraternità apostolica comincia ad assumere un volto quotidiano.

    Di quanti sacerdoti fosse composta in quel momento la realtà più ampia degli Operai Evangelici non possediamo, almeno nelle fonti che oggi abbiamo tra le mani, un numero che permetta di ricostruire con sicurezza tutti i volti presenti dentro quella esperienza. E forse proprio questa zona rimasta nell’ombra ci aiuta a comprendere meglio ciò che avvenne.

    Noi ricordiamo i quattro di San Felice perché la storia li ha fissati davanti alla porta della prima Casa. Dietro di loro vi erano anche altri sacerdoti impegnati nelle missioni e nelle opere apostoliche romane, uomini che appartenevano a quella stessa corrente di vita senza poter ancora conoscere la forma che avrebbe assunto negli anni successivi.

    Per questo il canto di ringraziamento elevato dalla prima comunità assume oggi ai miei occhi un significato più profondo. Quelle quattro voci potevano raccogliere idealmente molte altre voci. Rendevano grazie per una casa che apparteneva immediatamente a chi vi abitava e, attraverso di loro, a un’esperienza missionaria che li precedeva.

    Immaginare quel Te Deum in questo modo mi commuove più della consueta rappresentazione della fondazione. Mi fa pensare a quante opere di Dio comincino prima che gli uomini riescano a dare loro un nome definitivo. Si lavora, si predica, ci si incontra, si cercano strade possibili. A un certo punto ciò che è cresciuto attraverso tante fedeltà sparse riceve una forma nella quale può essere custodito e trasmesso. San Felice fu questo per i nostri primi missionari.

    Le pietre che oggi percorriamo quotidianamente furono la prima risposta concreta alla necessità di dare continuità a quella esperienza. Qui si poteva partire per una missione sapendo di avere un luogo nel quale ritornare. Qui la vita sacerdotale condivisa poteva proseguire oltre la durata di una predicazione. Qui uomini provenienti da esperienze diverse cominciavano a scoprire che la comunione costruita durante il ministero poteva diventare uno stile di vita.

    E qui emerge anche la figura di Gaetano Bonanni con una luce che negli anni abbiamo forse lasciato troppo in ombra. Fu lui il primo superiore di San Felice. L’opera degli Operai Evangelici era nata dalla sua esperienza e dalla sua preoccupazione apostolica. Gaspare avrebbe progressivamente impresso a quella storia il riferimento al Preziosissimo Sangue che le avrebbe dato la fisionomia spirituale destinata a caratterizzarla. All’inizio, tuttavia, le diverse intuizioni vivevano ancora l’una accanto all’altra e cercavano lentamente la loro sintesi.

    Quest’anno sento tutto questo in maniera particolare. Solo poche settimane fa le spoglie di mons. Gaetano Bonanni sono tornate per una notte proprio qui, nella casa della quale fu il primo superiore. Dopo più di due secoli abbiamo pregato nuovamente accanto a lui. Oggi, nel giorno in cui ricordiamo l’apertura di questa Casa, quel ritorno recente rende quasi fisica la continuità fra ciò che accadde allora e la responsabilità che oggi ci è consegnata.

    Anche il legame con l’Assunzione acquista così una profondità che supera la semplice coincidenza del calendario. Nella Vergine assunta contempliamo la redenzione giunta alla sua pienezza nella creatura umana. La Congregazione che cominciava a prendere forma in quel giorno avrebbe trovato nel Sangue di Cristo la propria chiave spirituale per guardare l’uomo salvato da Dio.

    Dopo tanti anni trascorsi come Missionario del Preziosissimo Sangue, vivere il 15 agosto proprio a San Felice porta inevitabilmente anche verso la propria storia personale. Si entra giovani in una Congregazione pensando soprattutto a ciò che si desidera fare. Gli anni insegnano lentamente a riconoscere ciò che una appartenenza ha fatto dentro di noi. Il carisma entra nel modo di leggere il Vangelo e accompagna il ministero sacerdotale fino a diventare uno sguardo sulle persone incontrate lungo la strada.

    Oggi mi accorgo che anche noi viviamo qualcosa che assomiglia, nella distanza dei secoli, alla condizione di quei primi missionari. Conosciamo ciò che abbiamo ricevuto e ignoriamo quale forma assumerà dopo di noi. La storia futura della Congregazione rimane nascosta esattamente come lo era per loro nell’estate del 1815. Possiamo soltanto consegnarle qualcosa di vivo.

    Forse per questo, pensando al Te Deum cantato dalla prima comunità di San Felice, quella scena mi appare oggi con una luce nuova. Le quatto voci che salirono da questa casa il 15 agosto 1815 appartenevano agli uomini che vi abitavano e nello stesso tempo raccoglievano una realtà apostolica più vasta, fatta di sacerdoti impegnati nelle missioni e nelle opere che avevano preparato quella nascita. La prima comunità stabile dava voce anche a quanti, pur vivendo altrove il proprio ministero, appartenevano alla medesima esperienza.

    Questa mattina, nella cripta di San Felice, don Peppino ed io rinnoveremo quel Te Deum. Saremo soltanto in due, e proprio questo rende per me ancora più eloquente ciò che faremo. Anche oggi la Congregazione è molto più grande delle persone presenti in questa casa. I suoi figli vivono e lavorano in luoghi lontani, parlano lingue diverse, le mille lingue sognate da san Gaspare, portano il carisma ricevuto dentro Chiese e popoli che i primi missionari non avrebbero neppure potuto immaginare. Nel canto che eleveremo questa mattina vorrei sentire anche la loro presenza.

    San Felice continua così ad essere Casa Madre non perché tutti i suoi figli debbano ritornarvi materialmente, quanto perché da qui una storia ha ricevuto la sua prima dimora e da qui continua idealmente ad abbracciare quanti ne condividono la vita. Una madre vede partire i propri figli e conserva per ciascuno un posto dentro la casa dalla quale sono usciti. La distanza non scioglie l’appartenenza e, forse, qualche volta la rende ancora più percepibile.

    Mi piace pensare che oggi questa antica abbazia raccolga nuovamente nel proprio grembo l’intera famiglia missionaria. Ci saranno i confratelli delle grandi comunità e quelli che vivono quasi soli nel loro ministero, quanti attraversano una stagione feconda della propria vita e quanti portano il peso degli anni, i giovani che stanno iniziando a comprendere dove li condurrà la loro vocazione e coloro che hanno consumato gran parte della propria esistenza al servizio della Congregazione. Non saranno fisicamente nella cripta, eppure il Te Deum sarà anche il loro.

    Duecentoundici anni fa quattro voci cantarono in questa casa mentre un’opera già viva riceveva finalmente una dimora stabile. Questa mattina due voci torneranno a cantare nello stesso luogo, portando davanti a Dio una famiglia che da quella casa è partita verso il mondo.

    Forse è questo che San Felice continua silenziosamente a ricordarci: si può partire molto lontano senza cessare di appartenere al luogo nel quale una storia ha imparato per la prima volta ad essere casa.

  • «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente». (Lc 1,49; cfr Ap 11,19; 12,1-6.10)

    Carissimi amici buongiorno e buona festa dell’Assunzione. Siamo giunti al cuore del nostro cammino. Nei giorni trascorsi abbiamo contemplato il corpo ricevuto dalle mani del Creatore e la carne assunta dal Verbo. Abbiamo visto il corpo diventare luogo della preghiera, conoscere la fatica del lavoro e mettersi in cammino verso l’altro. Ieri, con san Massimiliano Maria Kolbe, siamo arrivati fino alla libertà di un corpo consegnato perché un fratello potesse vivere.

    Oggi la Chiesa ci fa alzare lo sguardo. Nell’Assunzione di Maria contempliamo ciò verso cui tutto il nostro percorso era orientato fin dall’inizio: la salvezza operata da Cristo raggiunge l’uomo nella totalità della sua persona. Maria, terminato il corso della vita terrena, è stata assunta alla gloria celeste in anima e corpo.

    La Madre del Signore entra tutta intera nella gloria del Figlio.  Questa affermazione appartiene al cuore della festa. Dio non salva in Maria una parte destinata a liberarsi del corpo. Il corpo appartiene alla persona che egli ha creato e redento. Proprio quella carne nella quale il Verbo ha preso la nostra umanità viene raggiunta dalla potenza della Pasqua.

    L’Assunzione è anzitutto opera di Dio. Maria non conquista la gloria attraverso la propria fedeltà e non giunge al cielo per una forza che possiede in sé. Tutto viene dalla Pasqua di Cristo. Colei che è stata redenta in modo singolare dal Figlio riceve anche, per grazia, il compimento della redenzione nella propria persona.  Per questo il Magnificat è una delle parole più adatte a questa solennità: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».

    Maria riconosce fin dall’inizio che la grandezza della propria vita ha una sorgente. Dio ha guardato la sua umiltà e ha operato in lei. Nell’Assunzione quella confessione raggiunge il proprio compimento. Ancora una volta è l’Onnipotente a compiere grandi cose.

    La gloria di Maria non cancella la storia vissuta. Il corpo assunto in cielo è il corpo della giovane di Nazaret che ha accolto il Verbo nel proprio grembo. È quello che ha conosciuto il ritmo della vita nascosta e la strada verso Elisabetta. È il corpo della Madre rimasta presso la croce quando il Figlio veniva consegnato alla morte.

    Dio non sostituisce quella storia con un’altra realtà. La porta a compimento. Questo è decisivo per comprendere la speranza cristiana. La vita eterna non comporta l’abbandono della nostra storia corporea come se fosse stata soltanto una parentesi. La potenza del Risorto salva la persona che siamo stati e conduce a compimento ciò che la grazia ha formato in noi.

    Maria ce lo mostra in anticipo. L’Assunzione costituisce un privilegio singolare della Madre del Signore. Nello stesso tempo, la Chiesa contempla in lei l’immagine della propria destinazione. Ciò che in Maria è già compiuto anticipa, in una forma unica, ciò che attendiamo quando professiamo la risurrezione dei morti.

    Qui si comprende perché il corpo abbia occupato l’intero nostro mese. Se attendessimo soltanto la sopravvivenza dell’anima, molte delle meditazioni attraversate finora sarebbero marginali. La fede cristiana professa qualcosa di più grande: la salvezza riguarda la persona intera. Il corpo creato da Dio e assunto dal Figlio appartiene al disegno della redenzione.

    Per questo il corpo merita rispetto anche nella sua condizione presente. Lo custodiamo senza trasformarlo nel criterio assoluto della vita. Ne riconosciamo i bisogni e accettiamo che conosca il limite. Possiamo anche consegnarlo nel servizio, sapendo che il dono non conduce verso il nulla.

    L’Assunzione ci libera sia dalla paura di perdere il corpo sia dall’illusione di poterlo salvare attraverso il culto dell’apparenza.

    Il corpo giovane non possiede più dignità di quello segnato dagli anni. La salute non rende una vita più preziosa davanti a Dio. Anche quando le forze diminuiscono, rimane intatta la vocazione della persona alla comunione con il Signore.

    Maria glorificata getta una luce particolare proprio sul corpo che invecchia. La Chiesa, guardando a lei, può accompagnare un anziano senza considerarlo una vita ormai consumata. Può accostarsi al malato riconoscendo che la sua condizione presente non coincide con il suo destino definitivo. Può deporre con rispetto nella terra il corpo di un defunto perché sa che quella consegna avviene dentro l’attesa della risurrezione.

    La morte conserva tutta la sua serietà. La fede non ha bisogno di diminuirla per poter sperare. Il corpo viene sottratto alla nostra presenza e la separazione ferisce. La Pasqua di Cristo introduce dentro quella ferita una promessa più forte.

    L’Assunzione di Maria ne è un segno luminoso. La Madre del Risorto vive già presso il Figlio con tutta la propria persona. Non diventa una creatura diversa e non cessa di appartenere alla Chiesa. Proprio nella gloria manifesta ciò verso cui il popolo di Dio cammina.

    Il Concilio Vaticano II la presenta come «segno di sicura speranza e di consolazione» per il popolo ancora pellegrino. È un’espressione particolarmente adatta alla festa di oggi. Maria non ci distrae dal cammino terreno. Ci mostra la destinazione verso cui Cristo lo conduce.

    Anche la sua maternità acquista da questa gloria una profondità nuova. Colei che ha portato il Figlio nel proprio corpo e lo ha seguito nella fede rimane nella comunione dei santi accanto alla Chiesa che ancora cammina. La sua Assunzione non crea distanza. Manifesta la pienezza della comunione.

    Possiamo allora comprendere più profondamente anche ciò che abbiamo meditato ieri. San Massimiliano Kolbe ha potuto consegnare il proprio corpo perché apparteneva a Cristo. La morte non aveva il potere di strappargli ciò che la grazia aveva posto nelle mani di Dio. Oggi Maria ci mostra la destinazione ultima di questa appartenenza: non semplicemente il superamento della morte, bensì la partecipazione alla vita del Risorto.

    Il nostro corpo destinato alla gloria rimane ancora dentro il tempo. Conosce la stanchezza e attraverserà il limite. Proprio per questo l’Assunzione ci viene consegnata come una luce.

    Possiamo vivere la corporeità senza idolatrarla e senza averne paura. Possiamo usarla per amare e lasciarla progressivamente nelle mani di Dio. La sua ultima parola non appartiene alla corruzione. Appartiene a Cristo.

    Domani torneremo dalla gloria alla fragilità concreta. Il Vangelo ci presenterà una madre che supplica Gesù per il corpo tormentato della propria figlia. Porteremo con noi ciò che oggi abbiamo contemplato: anche quel corpo per il quale una madre grida appartiene alla promessa della redenzione.

    Maria assunta ci precede e ci ricorda dove conduce la Pasqua del Figlio. Tutta la persona è chiamata alla gloria.

    Un gesto per oggi

    Durante la Messa rinnoviamo con particolare consapevolezza la professione del Credo. Chi non può partecipare si unisca spiritualmente e affidi a Maria una persona defunta.

    Alla scuola di Pio XII

    Definendo il dogma dell’Assunzione, Pio XII proclama: «L’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». In lei la Chiesa contempla la vittoria pasquale già compiuta in una creatura. (Munificentissimus Deus, 44)

    La definizione di Pio XII conserva una formulazione sobria e decisiva. Maria è assunta in anima e corpo. La Chiesa non cerca di descrivere ciò che Dio non ha rivelato e contempla il compimento pasquale già realizzato nella Madre.

    Preghiera

    Dio onnipotente ed eterno, hai assunto Maria nella gloria del cielo. Ravviva in me la fede nella risurrezione e insegnami a vivere il corpo come una promessa affidata a Cristo. Maria assunta, segno di consolazione e di sicura speranza, accompagnami verso tuo Figlio.

    Giaculatoria

    Maria assunta, custodisci in me la speranza della risurrezione.

  • Cari amici, nelle ultime settimane la liturgia ci ha istruiti come discepoli: il tesoro da riconoscere, il buon grano da custodire, la fame vera da riportare a Dio, la fede da conservare nel vento contrario. Oggi la Chiesa ci mostra la meta. In Maria assunta in cielo vediamo ciò che la grazia di Cristo prepara per l’uomo redento: una vita finalmente compiuta, nella quale anche il corpo partecipa alla gloria promessa da Dio.

    La prima lettura apre il cielo: «Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza». Subito dopo compare il segno grandioso della donna vestita di sole. La Chiesa legge in questa donna il mistero di Maria, e insieme contempla il mistero del popolo di Dio. Maria è la Figlia di Sion, la Madre del Messia, la creatura pienamente abitata dalla grazia. Il drago si pone davanti alla donna per divorare il figlio appena nato. La visione dell’Apocalisse ci ricorda che la storia della salvezza attraversa il combattimento. La gloria di Maria non è immagine decorativa, non è un trionfo da cartolina religiosa. È vittoria di Dio dentro una storia ferita.

    Qui la solennità ci istruisce subito. Guardare Maria assunta significa imparare a leggere la vita oltre l’ultima parola apparente della morte. Il drago minaccia, il male aggredisce, la storia sembra molte volte consegnata alla violenza. Eppure la voce del cielo proclama: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio». Maria non è sottratta alla nostra vicenda come una figura lontana. È il segno che Dio porta a compimento ciò che ha iniziato. In lei vediamo il destino della Chiesa e la speranza del nostro corpo, povero corpo che spesso trattiamo come padrone assoluto o come peso da sopportare, con quella consueta capacità umana di sbagliare bersaglio in entrambe le direzioni.

    Il salmo canta la Regina alla destra del Signore: «Risplende la regina, Signore, alla tua destra». Questa regalità di Maria nasce dalla sua umiltà. Non è una potenza mondana. Maria regna perché ha servito, risplende perché si è lasciata guardare da Dio, viene innalzata perché ha vissuto nella piena obbedienza della fede. Il salmo dice: «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio». È un invito prezioso anche per noi. La gloria comincia dall’ascolto. La vita cristiana non sale verso Dio attraverso l’autosufficienza, sale lasciandosi attirare dalla sua Parola.

    San Paolo ci conduce al centro del mistero: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti». L’Assunzione di Maria non si comprende partendo da Maria isolata da Cristo. Si comprende partendo dalla Pasqua del Figlio. Cristo è la primizia; Maria partecipa in modo singolare e pieno alla vittoria del Risorto. In Adamo tutti muoiono, in Cristo tutti riceveranno la vita. La morte, ultimo nemico, sarà annientata. Questa è la grande speranza cristiana: la salvezza non riguarda soltanto l’anima come se il corpo fosse un involucro provvisorio. Dio salva l’uomo intero. In Maria, già assunta in anima e corpo alla gloria del cielo, la Chiesa contempla la promessa del proprio compimento.

    Questa parola è molto concreta. L’Assunzione ci educa a guardare il corpo con fede. Il corpo non è un oggetto da idolatrare, né materiale da usare secondo il capriccio del desiderio. È parte della persona, chiamato alla risurrezione, destinato alla gloria. Questa verità corregge molte confusioni del nostro tempo, nel quale il corpo viene esaltato e ferito con la stessa disinvoltura, come se l’uomo fosse insieme sovrano e vittima di sé stesso. Maria assunta ci ricorda che il corpo ha una vocazione alta: diventare luogo di obbedienza, di amore, di dono, perché un giorno sia trasfigurato dalla vita di Dio.

    Il Vangelo ci mostra Maria in cammino. Dopo l’annuncio dell’angelo, si alza e va in fretta verso la casa di Elisabetta. La donna assunta nella gloria è la stessa che, sulla terra, entra nella casa della cugina e porta la presenza del Signore. La gloria non cancella la concretezza della carità. Maria non custodisce il dono ricevuto come privilegio privato. Lo porta. Il bambino sussulta nel grembo di Elisabetta, e la casa viene colmata dalla gioia dello Spirito. Dove Maria entra, Cristo viene riconosciuto.

    Elisabetta proclama: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Questa è la radice della grandezza di Maria: la fede. Maria è beata perché ha creduto. Ha accolto la Parola, l’ha portata nel corpo, l’ha servita nella vita. L’Assunzione non è un episodio staccato dal suo cammino terreno. È il compimento di una vita consegnata a Dio. Qui riceviamo una istruzione semplice e seria: la gloria cristiana comincia nella fedeltà quotidiana. Non nasce dall’apparire, nasce dal credere. Non cresce nelle pretese, cresce nel sì custodito giorno dopo giorno.

    Poi Maria canta il Magnificat. «L’anima mia magnifica il Signore». Maria non magnifica sé stessa. Guarda ciò che Dio ha fatto in lei e lo restituisce come lode. Il suo canto rovescia la logica del mondo: Dio guarda l’umiltà della serva, innalza chi si lascia trovare piccolo davanti a Lui, ricolma chi ha fame della sua misericordia. In questo canto comprendiamo la vera magnificenza dell’uomo. Non è l’umanità chiusa nella propria autosufficienza. È l’umanità raggiunta da Dio, guarita dal peccato, resa capace di portare Cristo.

    Cari amici, nell’Assunzione di Maria la Chiesa contempla la meta del cammino. La donna vestita di sole ci mostra la vittoria di Dio sul male. La Regina alla destra del Signore ci insegna che la gloria nasce dall’umiltà. La Madre che visita Elisabetta ci ricorda che chi porta Cristo diventa benedizione per gli altri. Oggi Maria ci dice che nulla di ciò che è consegnato a Dio va perduto: il corpo, la fatica, la fede, la carità nascosta. Tutto può essere assunto, trasfigurato e condotto alla gloria di Cristo, primizia dei risorti e Signore della vita.

    Questa solennità ci consegna allora un piccolo progetto operativo. Possiamo cominciare dal corpo, custodendolo come realtà chiamata alla gloria: nel modo di usarlo, di rispettarlo, di offrirlo nel servizio quotidiano.

  • Fedeltà ai testi, continuità con la Tradizione e una domanda che riguarda tutti

    Il k-drama liturgico che stavamo seguendo sembra essere arrivato oggi a un punto di svolta. Per giorni si è discusso di ciò che Leone XIV penserebbe della liturgia. Il cardinale Arthur Roche aveva dichiarato che il Papa non intende tornare al regime introdotto da Benedetto XVI con Summorum Pontificum. Andrea Grillo aveva letto quelle parole come la conferma della fine di una stagione, fino a chiedere ai fedeli legati al Messale precedente di elaborarne il lutto. L’arcivescovo Salvatore Cordileone aveva riportato il discorso sulle conseguenze pastorali delle restrizioni, chiedendosi se una disciplina pensata per custodire l’unità potesse finire per allontanare alcuni fedeli dalla piena comunione con Roma.

    Oggi, dopo tante interpretazioni del pensiero pontificio, abbiamo finalmente una parola diretta di Leone XIV. La Santa Sede ha pubblicato una lettera del Santo Padre al cardinale Roche, datata 29 giugno e scritta in occasione della conferenza sulla formazione liturgica tenuta nell’abbazia di Mount Angel, in Oregon. Il testo, ovviamente, non nasce per rispondere alla polemica di queste settimane e proprio per questo merita particolare attenzione. Il Papa parla di formazione liturgica, richiama Desiderio desideravi, insiste sull’ars celebrandi e afferma con chiarezza «l’esigenza di fedeltà ai testi e alle istruzioni approvati», chiedendo rispetto per i riti promulgati da san Paolo VI e san Giovanni Paolo II.

    Chi aveva immaginato che Leone XIV potesse avviare una rapida revisione della riforma liturgica conciliare deve prendere atto di un orientamento che appare ormai sufficientemente chiaro. Il Papa assume quella riforma come una realtà ecclesiale da conoscere, ricevere e celebrare con fedeltà.

    La lettera non affronta direttamente la questione del Messale del 1962. Non cita Traditionis custodes e non formula giudizi sui fedeli che continuano a celebrare secondo la disciplina attualmente consentita. Usarla come condanna indiretta del Vetus Ordo significherebbe farle dire più di quanto effettivamente dica. Il suo oggetto è un altro: la qualità della vita liturgica della Chiesa e la fedeltà con cui devono essere celebrati i libri promulgati dopo il Concilio.

    Proprio questo sposta la questione su un terreno che considero molto più interessante. Se prendiamo sul serio Leone XIV, la domanda non riguarda più soltanto quale spazio possa avere il Messale precedente. Dobbiamo chiederci come siano stati celebrati, in questi decenni, proprio i libri liturgici che il Papa oggi domanda di rispettare.

    Il Romano Pontefice rimanda espressamente alle catechesi che sta dedicando a Sacrosanctum Concilium. Nella catechesi del 27 maggio aveva richiamato il principio contenuto nel numero 23 della Costituzione conciliare, dove la riforma viene collocata nel rapporto tra «sana tradizione» e «legittimo progresso». Citando Benedetto XVI, il Papa aveva spiegato che lo sviluppo liturgico deve avvenire organicamente, senza trattare tradizione e riforma come due realtà reciprocamente nemiche.

    Questa impostazione permette di uscire da una lettura ideologica che ha accompagnato per molto tempo il dibattito liturgico. La riforma non nasce dalla necessità di sostituire una liturgia divenuta teologicamente inadeguata. Nasce all’interno della vita della Chiesa e riceve da essa la propria legittimità. La forma precedente appartiene alla stessa storia ecclesiale dalla quale la riforma ha preso origine. Il fatto che oggi non costituisca la forma normativa ordinaria del Rito romano non autorizza a descriverla come una deviazione che il Concilio avrebbe finalmente corretto.

    Allo stesso modo, il riconoscimento della continuità storica non consente di considerare i libri promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II come una parentesi estranea alla Tradizione. Essi sono stati promulgati dall’autorità della Chiesa e costituiscono la forma nella quale oggi la grande maggioranza dei cattolici di rito romano celebra i divini misteri. La questione seria consiste allora nel comprendere se questa liturgia sia stata realmente ricevuta secondo il Concilio che l’ha richiesta.

    La frase di Leone XIV sulla «fedeltà ai testi e alle istruzioni approvati» acquista qui un peso particolare. Per molti anni si è finito per identificare la riforma liturgica con tutto ciò che è accaduto dopo la riforma. Le due cose non coincidono. Sacrosanctum Concilium aveva stabilito con chiarezza che nessuno, neppure il sacerdote, potesse aggiungere, togliere o modificare di propria iniziativa qualcosa nella liturgia. La prassi concreta ha conosciuto una storia molto diversa. Il celebrante ha spesso assunto uno spazio crescente, i testi sono stati adattati con libertà e la celebrazione è diventata talvolta il luogo nel quale esprimere una determinata sensibilità pastorale.

    Quando il Papa chiede fedeltà ai libri approvati, richiama dunque un principio che riguarda tutti. Riguarda chi guarda con diffidenza alla liturgia riformata e riguarda chi, proprio in nome della riforma, si è sentito autorizzato a trattare il Messale come una struttura disponibile a continui adattamenti.

    Questo permette di rileggere anche la questione del latino, sulla quale avevo riservato una riflessione due giorni fa. Il Vaticano II non lo ha abolito. Sacrosanctum Concilium ne ha previsto la conservazione nei riti latini e ha riconosciuto al canto gregoriano un posto proprio nella liturgia romana. La loro quasi completa scomparsa dalla vita ordinaria di molte comunità non può quindi essere attribuita semplicemente al Concilio.

    Una celebrazione del Messale riformato che recuperi il latino dove opportuno e restituisca dignità al gregoriano non costituisce una concessione al tradizionalismo. Appartiene alle possibilità previste dalla stessa riforma. Lo stesso vale per il silenzio e per una presidenza sacerdotale capace di sottrarsi all’autoreferenzialità.

    La fedeltà chiesta dal Papa potrebbe dunque aprire una questione che per molto tempo è rimasta nascosta dietro la contrapposizione tra antico e nuovo: quanto della liturgia che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni deriva realmente dai libri promulgati dalla Chiesa e quanto proviene da consuetudini che vi si sono sovrapposte? Questa domanda non è polemica, direi, al contrario, è una domanda che interroga una verifica necessaria.

    Anche il tema della partecipazione acquista una luce diversa. Leone XIV parla dell’ars celebrandi dell’intera assemblea e ricorda che i fedeli vengono formati alla liturgia attraverso la liturgia stessa. La partecipazione non può quindi essere misurata soltanto attraverso la quantità delle azioni affidate ai presenti. Il suo significato più profondo riguarda l’ingresso nel mistero celebrato e l’unione della propria vita all’offerta di Cristo.

    Da questa prospettiva si comprende perché il silenzio non sia un’assenza di partecipazione e perché l’ascolto non costituisca una condizione passiva. Una celebrazione capace di lasciare agire il rito può essere assai più partecipata di una liturgia continuamente accompagnata da spiegazioni e interventi.

    È qui, a mio avviso, che la lettera di Leone XIV diventa realmente interessante. La grande questione liturgica del suo pontificato potrebbe non esaurirsi nel destino del Messale del 1962. Potrebbe riguardare la possibilità di restituire il Messale riformato alla sua autentica dignità, liberandolo dalle letture ideologiche che hanno finito per identificare il Concilio con pratiche che il Concilio non aveva mai richiesto.

    Questo non rende irrilevante la domanda posta da Cordileone. Un vescovo conserva il dovere di interrogarsi sugli effetti pastorali delle norme e sulla loro capacità di custodire realmente la comunione. Leone XIV stesso, nella catechesi del 27 maggio, aveva ricordato che ogni riforma liturgica richiede un’attenta considerazione teologica e pastorale. Una disciplina può essere pienamente legittima e richiedere ancora prudenza nella sua applicazione, soprattutto quando riguarda fedeli la cui vita spirituale si è formata per anni dentro una determinata esperienza liturgica.

    La lettera pubblicata oggi, quindi, rafforza certamente l’autorità istituzionale di Roche e rende sempre meno plausibile l’attesa di un semplice ritorno a Summorum Pontificum. Non consegna però una vittoria all’interpretazione più radicale della riforma, perché Leone XIV continua a collocarla dentro una visione organica della Tradizione e richiama con decisione la fedeltà concreta ai libri approvati.

    È proprio questa fedeltà che potrebbe diventare il banco di prova più serio. Se vogliamo difendere la riforma liturgica, non basta affermarne la legittimità. Occorre permetterle di apparire per ciò che la Chiesa ha realmente promulgato, sottraendola alle deformazioni che si sono sedimentate nel tempo. Quando questo accadrà, forse scopriremo che molte tensioni attribuite al conflitto tra antico e nuovo nascono anche dalla distanza che si è creata tra i libri liturgici e il modo in cui sono stati concretamente celebrati.

    Leone XIV non sembra chiedere una restaurazione. Sta chiedendo fedeltà. Ed è proprio questa parola, se presa sul serio, che potrebbe risultare più esigente di tutte le polemiche di questi giorni.

    La domanda allora cambia. Non riguarda soltanto la disponibilità ad accettare la riforma liturgica. Riguarda la nostra disponibilità a celebrarla realmente secondo ciò che la Chiesa ha stabilito.

  • «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici». (Gv 15,12-13)

    Carissimi amici buongiorno e buona vigilia dell’Assunta. Ieri abbiamo seguito Maria sulla strada che conduce alla casa di Elisabetta. La Parola accolta nel grembo l’ha messa in movimento e ci ha mostrato che la carità coinvolge il corpo: occorre alzarsi, percorrere una strada, arrivare presso qualcuno e saper rimanere. Oggi, alla vigilia dell’Assunzione, san Massimiliano Maria Kolbe ci conduce ancora più avanti dentro questa disponibilità. Nel suo martirio contempliamo fino a quale libertà possa giungere una vita quando appartiene interamente a Cristo.

    Il Vangelo ci consegna una parola pronunciata da Gesù alla vigilia della sua Passione: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».

    Gesù non sta formulando un principio astratto. Sta annunciando ciò che egli stesso sta per compiere. La misura dell’amore è la sua Pasqua. Il Figlio riceve la vita dal Padre e la consegna liberamente per la salvezza degli uomini. Ogni autentico dono cristiano nasce da questa sorgente e rimane subordinato all’unica offerta redentrice di Cristo.

    È dentro questa luce che possiamo comprendere san Massimiliano Kolbe.

    Ad Auschwitz, davanti alla condanna di un padre di famiglia, egli si offre per prendere il suo posto. La grandezza di quel gesto non consiste soltanto nell’eroismo dell’istante. Dietro quella decisione c’è una vita che aveva imparato da tempo ad appartenere a Cristo e ad affidarsi all’Immacolata.

    Un uomo non diventa capace improvvisamente di una simile libertà. Kolbe aveva già consegnato la propria esistenza attraverso la vocazione religiosa, la missione e il servizio apostolico. Aveva imparato a non considerare la vita come un possesso da trattenere esclusivamente per sé. Quando giunge l’ora estrema, quella formazione silenziosa prende la forma di una scelta concreta: davanti a lui non c’è un’umanità generica. C’è un uomo che teme di lasciare la propria famiglia.

    La carità cristiana conserva sempre questo volto concreto. Gesù non dice semplicemente di dare la vita. Parla di darla «per i propri amici». L’amore evangelico raggiunge qualcuno. Entra nella storia reale di un’altra persona e riconosce che quella vita merita di essere custodita.

    Questo permette di comprendere anche il rapporto cristiano con il proprio corpo. La vita corporea è un bene e deve essere protetta. L’istinto di conservarla appartiene alla bontà della natura. Il Vangelo non educa al disprezzo della vita e il martirio non è ricerca della morte. Il martire sceglie la fedeltà a Cristo quando quella fedeltà comporta anche la possibilità di perdere la propria vita.

    Nel caso di Kolbe questa libertà assume una forma ancora più singolare: egli offre se stesso perché un altro possa vivere. Il suo corpo, che avrebbe potuto cercare soltanto la propria sopravvivenza, diventa luogo di una carità capace di assumere la sorte di un fratello. Non siamo davanti alla negazione del valore della vita. Proprio perché la vita è preziosa, egli riconosce quanto sia preziosa anche quella dell’uomo che gli sta accanto.

    Questo gesto ci conduce molto vicino al mistero che celebreremo domani. Maria ha vissuto tutta la propria esistenza nell’appartenenza a Dio. All’Annunciazione accoglie nel proprio corpo il Verbo e consegna il futuro alla parola ricevuta. La maternità la conduce dentro una storia che attraversa la gioia e conosce anche l’oscurità della croce.

    Sul Calvario Maria rimane. Non può sostituirsi al Figlio e non aggiunge nulla al suo sacrificio redentore. Sta dentro quell’ora con la fede della Madre. La sua presenza dice che l’amore può continuare ad appartenere quando non può più impedire il dolore né modificare ciò che sta accadendo.

    Qui Maria e Massimiliano Kolbe si incontrano, ciascuno nella propria irripetibile vocazione: nella libertà di una vita che non fugge quando l’amore diventa costoso.

    Per noi questa contemplazione non significa cercare situazioni straordinarie. La quasi totalità della vita cristiana si svolge dentro consegne molto più semplici. La libertà del dono cresce quando smettiamo di organizzare ogni giornata esclusivamente attorno alla nostra comodità e impariamo a riconoscere la presenza concreta di chi ci è affidato.

    A volte sarà necessario rinunciare a un progetto personale. In altri momenti occorrerà rimanere accanto a qualcuno più a lungo di quanto avevamo previsto. Esistono anche responsabilità che chiedono una fedeltà prolungata, nella quale il corpo sente realmente la fatica.

    Queste rinunce non devono diventare una ricerca della sofferenza. La carità ha bisogno di prudenza e rispetta i limiti della persona. Il dono cristiano non cresce attraverso gesti sproporzionati compiuti per sentirsi generosi. Matura attraverso una libertà educata giorno dopo giorno a riconoscere il bene reale dell’altro.

    È precisamente ciò che vediamo in Kolbe. L’ultima scelta non appare isolata da ciò che l’ha preceduta. Rivela ciò che una lunga appartenenza a Cristo aveva lentamente formato.

    Alla vigilia dell’Assunzione questo acquista una luce particolare. Domani contempleremo Maria glorificata in anima e corpo. La sua Assunzione non è il premio conquistato attraverso le proprie rinunce. È il compimento gratuito dell’opera di Dio in colei che è stata interamente raggiunta dalla redenzione di Cristo.

    Nello stesso tempo, quel corpo glorificato porta con sé la storia concreta del suo sì. È il corpo che ha portato Gesù, che ha camminato verso Elisabetta e che è rimasto presso la croce. La gloria non cancella questa storia. La porta a compimento.

    Anche il martirio di san Massimiliano Kolbe ci ricorda allora che ciò che viene consegnato a Cristo nell’amore non finisce nel nulla. Il corpo può essere sottoposto alla morte e la persona rimane affidata al Signore della vita.

    Ieri Maria ci ha insegnato ad alzarci per raggiungere un’altra persona. Oggi Kolbe ci mostra fin dove può condurre una libertà educata dalla carità. Domani la Chiesa ci farà alzare lo sguardo verso Maria assunta e ci mostrerà la meta che nessuna forza umana può conquistare e che Dio prepara gratuitamente per coloro che appartengono a Cristo: la partecipazione piena alla sua vita risorta.

    Domani la Chiesa ci farà alzare lo sguardo verso Maria assunta, per vedere il compimento verso cui tende ogni dono vissuto nell’amore.

    Un gesto per oggi

    Rinunciamo a una comodità per il bene di qualcuno. Il gesto resti proporzionato e nascosto.

    Alla scuola di san Massimiliano Kolbe

    La vita di san Massimiliano Kolbe mostra che la carità cristiana non resta un sentimento. Nel campo di Auschwitz egli offre la propria vita al posto di un padre di famiglia. La sua scelta nasce da una lunga educazione all’appartenenza a Cristo e all’affidamento all’Immacolata. Il gesto ultimo raccoglie un’esistenza già consegnata.

    La testimonianza di Kolbe mostra una carità preparata nel tempo. L’affidamento all’Immacolata aveva educato il suo desiderio di appartenenza a Cristo. Nel campo di sterminio questa formazione diventa libertà davanti alla morte.

    Preghiera

    Signore Gesù, nessuno ha un amore più grande di chi dona la vita. Educami nelle piccole rinunce che preparano il dono vero. Maria Immacolata e san Massimiliano Kolbe, rendetemi libero dalla paura e fedele alla carità.

    Giaculatoria

    Maria Immacolata, educami al dono della vita.