«Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6,51-58)

Ieri siamo tornati al fonte battesimale e abbiamo contemplato il sacramento nel quale la nostra esistenza è stata immersa nella morte e nella risurrezione di Cristo. Il Battesimo ci ha fatti appartenere a lui e ha posto dentro la nostra vita un principio pasquale destinato a raggiungere il proprio compimento nella risurrezione.
Oggi il cammino ci conduce dal fonte alla mensa. La vita ricevuta nel Battesimo ha bisogno di essere nutrita. Cristo non ci lascia soltanto il ricordo della propria Pasqua e non ci affida semplicemente un insegnamento da custodire. Ci dona come nostro nutrimento il suo vero corpo e il suo vero sangue.
Nel discorso di Cafarnao Gesù pronuncia una parola che non permette di ridurre la fede a una relazione puramente interiore: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Il Figlio di Dio salva entrando realmente nella nostra condizione. Ha assunto la carne e ha vissuto nella carne l’obbedienza al Padre. Sulla croce ha consegnato il proprio corpo e versato il proprio sangue. Nell’Eucaristia quella stessa offerta pasquale viene resa sacramentalmente presente e Cristo stesso si dona come nutrimento alla Chiesa.
Qui il tema del nostro mese raggiunge uno dei suoi punti più profondi. Il corpo destinato alla gloria riceve il Corpo del Signore. Quando ci accostiamo alla Comunione non riceviamo un semplice segno destinato a ricordarci Gesù. Riceviamo Cristo stesso, realmente, veramente e sostanzialmente presente sotto le specie del pane e del vino.
La realtà del sacramento non dipende dalla nostra capacità di sentirla. Possiamo vivere una celebrazione con grande fervore oppure attraversare un tempo di aridità. Cristo rimane fedele alla propria parola. La sua presenza nasce dall’azione sacramentale della Chiesa e dalla potenza dello Spirito Santo, non dall’intensità delle nostre emozioni.
Questa certezza educa anche il modo di accostarci alla Comunione. L’«Amen» con cui rispondiamo a «Il Corpo di Cristo» non è una formula accessoria. È la professione della fede davanti al mistero che ci viene consegnato. Riconosciamo chi riceviamo e, nello stesso tempo, consentiamo nuovamente all’appartenenza iniziata nel Battesimo.
Il corpo stesso partecipa a questa risposta. Ci muoviamo verso l’altare e apriamo le mani oppure la bocca secondo la forma con cui riceviamo il sacramento. Dopo la Comunione custodiamo un tempo nel quale la parola può lasciare spazio alla presenza ricevuta.
Non si tratta di moltiplicare gesti esteriori. Si tratta di permettere che anche il corpo esprima ciò che la fede professa. L’Eucaristia possiede poi un legame particolare con la speranza che attraversa tutto il mese di agosto.
Il corpo che oggi riceve Cristo rimane un corpo mortale. Conosce la fatica e un giorno conoscerà la morte. Eppure viene nutrito dal Signore risorto. Per questo la tradizione cristiana ha riconosciuto nell’Eucaristia il pegno della gloria futura.
Non significa che il sacramento elimini immediatamente la nostra condizione mortale. Significa che la comunione con Cristo contiene una promessa. Colui che ci unisce a sé nell’Eucaristia è lo stesso Signore che ha detto: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
La risurrezione futura non rimane quindi estranea alla nostra vita sacramentale presente. Il corpo destinato alla gloria viene già oggi raggiunto dal Risorto. Questo rende particolarmente forte il legame tra il Battesimo contemplato ieri e l’Eucaristia di oggi. Nel Battesimo siamo stati immersi nella Pasqua di Cristo. Nell’Eucaristia quella vita viene continuamente nutrita attraverso la comunione con il suo Corpo e il suo Sangue.
La stessa Pasqua ci raggiunge secondo due forme sacramentali diverse. Anche Maria appartiene intimamente a questo mistero. Il Verbo ha ricevuto da lei la carne della nostra umanità. Il corpo che Cristo offre sulla croce e che ci dona sacramentalmente nell’Eucaristia è il corpo del Figlio nato da Maria.
Questo non significa che Maria aggiunga qualcosa alla presenza eucaristica. Significa che il sacramento ci riporta alla concretezza dell’Incarnazione. Colui che riceviamo è realmente il Figlio di Dio fatto uomo.
Maria può allora educarci alla disponibilità con cui accogliere Cristo. All’Annunciazione ella riceve la Parola e le permette di prendere carne nella propria vita. Nell’Eucaristia la Chiesa riceve il Verbo incarnato e risorto perché la sua presenza trasformi progressivamente l’esistenza dei fedeli.
La Comunione, infatti, non termina quando torniamo al nostro posto. Il Corpo ricevuto comincia a chiedere una forma nuova alla nostra vita. Sant’Agostino esprimerà questa verità con una formula che accompagnerà più avanti il nostro cammino ecclesiale: ricevendo il Corpo di Cristo siamo chiamati a diventare ciò che riceviamo. L’Eucaristia forma un popolo nel quale la vita del Signore deve diventare comunione concreta.
Per questo l’indifferenza verso il fratello ferisce la logica stessa del sacramento. Non possiamo ricevere il Cristo che si consegna e organizzare poi la nostra esistenza secondo la sola difesa di noi stessi. L’Eucaristia introduce dentro di noi la forma della vita di Gesù, che è una vita ricevuta dal Padre e donata per gli uomini.
Il Corpo ricevuto tende quindi a formare un corpo disponibile. Il tempo può diventare più aperto alle necessità di chi ci è affidato. Le mani che hanno ricevuto il sacramento vengono ricondotte al servizio. Anche il modo di guardare gli altri può lentamente essere purificato dalla comunione con Colui che ha dato la propria carne «per la vita del mondo».
Non sempre questa trasformazione è immediatamente percepibile. L’Eucaristia opera dentro una fedeltà prolungata. Celebrazione dopo celebrazione, la persona viene educata a vivere dalla Pasqua che riceve. La grazia sacramentale domanda la nostra corrispondenza e ci conduce verso una conformazione sempre più profonda a Cristo.
Possiamo allora comprendere perché l’Eucaristia appartenga così intimamente al tema del corpo destinato alla gloria. Nel sacramento non riceviamo una promessa lontana dalla carne. Riceviamo il Risorto.
Il corpo mortale entra in comunione con Colui che ha già attraversato la morte e vive per sempre. In questa comunione la Chiesa riconosce l’anticipo sacramentale del banchetto del Regno e la garanzia che la morte non possiederà l’ultima parola sulla persona redenta.
Ieri il fonte battesimale ci ha ricordato a chi apparteniamo. Oggi la mensa eucaristica ci mostra di che cosa vive questa appartenenza.
Domani il cammino entrerà in una condizione diversa. Contempleremo il corpo quando perde forza e ha bisogno di essere sostenuto dalla misericordia sacramentale. L’Unzione degli infermi ci mostrerà che Cristo, dopo averci fatti rinascere nell’acqua e nutriti con il proprio Corpo, continua ad accompagnare la persona anche nell’ora della fragilità.
Un gesto per oggi
Alla prossima Comunione prepariamoci con maggiore raccoglimento. Dopo aver ricevuto il Signore, restiamo qualche istante in silenzio.
Alla scuola di sant’Ignazio di Antiochia
Sant’Ignazio chiama l’Eucaristia «farmaco d’immortalità, antidoto per non morire». Il Corpo di Cristo nutre la vita presente e depone in noi il germe della risurrezione. La Comunione unisce il corpo al Risorto e lo orienta alla pienezza futura. (Lettera agli Efesini, 20, 2)
Ignazio parla dell’Eucaristia mentre la Chiesa affronta divisioni e persecuzioni. Il farmaco di immortalità unisce al Risorto e costruisce l’unità. La speranza della risurrezione e la comunione ecclesiale appartengono allo stesso dono.
Preghiera
Signore Gesù, pane vivo disceso dal cielo, nutri la mia debolezza con il tuo Corpo. Fa’ che l’Eucaristia trasformi le mie scelte e prepari in me la risurrezione. Maria, donna eucaristica, insegnami a ricevere e a donare.
Giaculatoria
Gesù, pane vivo, prepara in me la risurrezione.









