
Vorrei tornare ancora una volta sulla questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X e delle eventuali consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. Lo faccio non per alimentare una polemica, che già gode di ottima salute senza il nostro contributo, bensì per aiutare a leggere con maggiore lucidità ciò che sta accadendo nella comunicazione pubblica e nei commenti di molti fedeli.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto ciò che la Fraternità farà o non farà. Riguarda anche il modo in cui molti fedeli vengono preparati a giustificare ciò che potrebbe accadere. Qui entra in gioco una comunicazione di propaganda che non forma il giudizio cattolico, lo agita. Non aiuta a distinguere, spinge a reagire. Non conduce alla verità delle cose, conduce all’identificazione emotiva con una parte.
LA DISTRAZIONE DI MASSA
Leggendo tanti commenti, si nota un meccanismo abbastanza chiaro. Appena si pone la domanda precisa, subito parte la distrazione di massa.
La domanda è semplice: si può consacrare un vescovo senza mandato pontificio, dopo che la Chiesa ha già qualificato tale gesto come atto scismatico?
A questa domanda bisognerebbe rispondere. Invece si cambia campo. Si parla di Paolo VI, del Novus Ordo, del Concilio, dei vescovi tedeschi, della Cina, di Amoris laetitia, di Fiducia supplicans, dei modernisti, dei traditori, della crisi generale della Chiesa. Tutti temi che possono essere discussi, certo. Il punto è che vengono usati per non rispondere alla domanda principale.
È una tecnica retorica precisa: spostare la questione. Invece di affrontare il problema concreto, si costruisce un tribunale generale contro la Chiesa postconciliare. Naturalmente il tribunale, molto spesso, è presieduto da chi commenta sui social, suprema corte dell’universo decaduto. La battuta è amara, lo so, eppure descrive bene il meccanismo: chi non ha l’autorità per giudicare la Chiesa finisce per comportarsi come se l’avesse.
IL PAPA RICONOSCIUTO E POI SVUOTATO
La Fraternità, o almeno molti suoi difensori, ragionano partendo da un presupposto implicito: l’autorità attuale della Chiesa è formalmente legittima quando serve a non dichiararsi sedevacantisti; diventa praticamente inaffidabile, illegittima o non vincolante quando chiede obbedienza concreta.
Questo crea una posizione ambigua. Non si nega sempre il Papa in teoria, lo si neutralizza nei fatti. Si dice: il Papa è Papa, Roma è Roma, la Chiesa visibile esiste. Subito dopo si aggiunge che Roma è modernista, che le gerarchie hanno tradito la fede, che il Novus Ordo sarebbe una rottura, che l’autorità non andrebbe seguita, che la Fraternità dovrebbe continuare a fare ciò che ritiene necessario, anche consacrando vescovi senza mandato pontificio.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: se l’autorità è legittima, perché viene trattata come se non lo fosse? Se invece non è legittima, perché non lo si dice apertamente?
Qui sta la contraddizione. Si vuole restare cattolici romani nella dichiarazione di principio, conservando allo stesso tempo una libertà operativa da Chiesa separata. Si riconosce il Papa come principio visibile di unità, poi gli si sottrae proprio ciò che rende reale quel principio: la potestà di governo, il giudizio ultimo sulla comunione ecclesiale, il mandato per l’episcopato.
LA QUESTIONE PRIMA DEL DIRITTO CANONICO
Per questo il problema non è soltanto canonico. Il diritto canonico arriva dopo. Prima c’è una domanda di fede cattolica: che cos’è la Chiesa?
È una comunione visibile, gerarchicamente costituita, fondata sugli apostoli e sul successore di Pietro, oppure è una Tradizione custodita da alcuni gruppi che possono giudicare Roma dall’esterno ogni volta che Roma non corrisponde al loro criterio?
La domanda è decisiva, perché da essa dipende tutto il resto. Se la Chiesa è comunione visibile, allora l’episcopato non può essere trattato come una proprietà privata da trasmettere secondo necessità interne a un gruppo. Se il Papa è principio visibile di unità, allora il mandato pontificio per la consacrazione episcopale non è un dettaglio amministrativo. È un segno reale della comunione apostolica.
Quando questo punto viene oscurato, il discorso scivola. Si continua a parlare di Tradizione, di fede, di Messa, di dottrina, e intanto si cambia il soggetto che custodisce la Tradizione. Non più la Chiesa visibile in comunione con Pietro, bensì un gruppo che ritiene di poter giudicare quando Roma sia ancora obbedibile e quando non lo sia più.
LO STATO DI NECESSITÀ TRASFORMATO IN SISTEMA
Nei commenti ricorre spesso l’appello allo “stato di necessità”. Il problema è che questa espressione, invece di essere trattata con prudenza, diventa una specie di sacramento parallelo. La si invoca per giustificare quasi tutto.
La necessità può attenuare la colpa soggettiva in alcuni casi. Può spiegare il dramma di una situazione. Può rendere più prudente il giudizio sulle persone. Non può trasformarsi in principio stabile per creare una successione episcopale autonoma.
Qui bisogna essere chiari. Una cosa è dire che una persona, dentro una situazione di grave confusione, può aver agito soggettivamente con convinzione e buona fede. Altra cosa è dire che da quella convinzione possa nascere un diritto permanente a consacrare vescovi senza mandato pontificio.
Se la necessità diventa stabile, organizzata, trasmissibile, istituzionale, allora non siamo più davanti a una misura eccezionale. Siamo davanti a una struttura alternativa. E una struttura alternativa alla gerarchia apostolica non è semplicemente “tradizionale”: è un’altra ecclesiologia con il turibolo in mano.
IL SEDEVACANTISMO PRATICO
Qui appare il rischio più grave. Molti fedeli non si dichiarano sedevacantisti. Anzi, respingerebbero questa accusa con forza. Eppure, senza accorgersene, adottano un modo di ragionare che conduce verso un sedevacantismo pratico.
Che cosa significa? Significa riconoscere il Papa a parole e poi comportarsi come se la sua autorità non avesse più valore quando diventa concreta. Significa nominarlo nelle formule e ignorarlo nelle decisioni. Significa dire che la Sede romana non è vacante, e poi ragionare come se fosse praticamente incapace di giudicare ciò che riguarda la comunione ecclesiale.
Questa posizione è pericolosa proprio perché non si presenta subito come rottura esplicita. Conserva il linguaggio della comunione e svuota la comunione della sua sostanza. Tiene il nome del Papa e gli sottrae l’autorità. Riconosce Roma come principio simbolico e la neutralizza come principio reale.
Il risultato è una cattolicità condizionata: riconosciamo il Papa finché non disturba; riconosciamo Roma finché conferma ciò che abbiamo già deciso; riconosciamo la Chiesa visibile finché non pretende obbedienza nel punto concreto della comunione.
Questa non è Tradizione. È una ecclesiologia parallela vestita da fedeltà.
I FEDELI SEMPLICI DAVANTI ALLA PROPAGANDA
Questo meccanismo colpisce soprattutto i fedeli meno strutturati nella formazione teologica. Persone sincere, spesso ferite da confusioni reali, vengono condotte a pronunciare giudizi gravissimi contro il Papa, contro i vescovi, contro il Magistero, contro la Chiesa visibile, senza rendersi conto del peso ecclesiale delle loro parole.
Pensano di difendere la Tradizione, e intanto assorbono una visione della Chiesa nella quale il Papa viene riconosciuto solo finché non contraddice il giudizio del gruppo. Credono di opporsi al modernismo, e rischiano di entrare in una forma di soggettivismo ecclesiale altrettanto grave: io, o il mio gruppo, decido quando Roma è ancora Roma.
C’è ignoranza? Sì. In molti casi c’è una reale ignoranza teologica, ecclesiologica e canonica.
C’è colpa? Anche. Non ogni ignoranza è innocente. Quando si sceglie di ascoltare solo chi conferma la propria rabbia, quando si rifiuta ogni chiarimento, quando si trasforma ogni richiamo all’obbedienza in accusa di modernismo, allora l’ignoranza diventa responsabilità.
Il fedele cattolico non può consegnare la propria coscienza alla propaganda, specialmente quando questa lo conduce a guardare la Chiesa come una realtà ormai sospetta in sé stessa.
IL PROBLEMA NON È LA LITURGIA ANTICA
Il punto centrale va detto con chiarezza: il problema della Fraternità non è l’amore per la liturgia antica. Sarebbe falso e ingiusto.
Molti fedeli amano la liturgia tradizionale restando pienamente cattolici, dentro la comunione ecclesiale, con sincera obbedienza al Papa e ai vescovi. La liturgia antica, in sé, non è il problema. Può essere una ricchezza, una scuola di fede, un luogo di adorazione, un patrimonio spirituale.
Il problema nasce quando la liturgia antica viene assunta come segno identitario di una ecclesiologia separata. Nasce quando la Tradizione viene contrapposta alla Chiesa viva. Nasce quando l’obbedienza al Romano Pontefice viene riconosciuta a parole e svuotata nei fatti.
Non è cattolico trasformare una forma liturgica, per quanto venerabile, nel criterio ultimo per giudicare la legittimità dell’autorità apostolica. La liturgia appartiene alla Chiesa. Non la Chiesa a una sensibilità liturgica.
L’APPELLO IMPROPRIO A LEFEBVRE
Qui entra la questione di Mons. Marcel Lefebvre. Molti si appellano a lui come a un precedente capace di giustificare tutto: “Lefebvre lo fece, dunque si può fare anche oggi”.
Questo ragionamento è storicamente povero e teologicamente pericoloso.
Mons. Lefebvre compì le consacrazioni episcopali del 1988 dentro un contesto preciso. Egli riteneva di trovarsi davanti a una situazione di estrema necessità. Temeva la scomparsa della sua opera, vedeva nella crisi postconciliare un pericolo gravissimo per la trasmissione della fede, sosteneva di agire per conservare la Tradizione e dichiarava di non voler fondare una Chiesa parallela.
La Chiesa giudicò diversamente quell’atto. Giovanni Paolo II lo qualificò come atto scismatico nella lettera apostolica Ecclesia Dei. Il diritto canonico prevedeva già la scomunica per il vescovo che consacra senza mandato pontificio e per il vescovo che riceve la consacrazione.
Questo dato cambia tutto. Non si può tornare al 1988 come se il tempo non fosse passato.
Dopo quel gesto vi è stato un giudizio ecclesiale. Vi sono stati decenni di dialoghi. Vi è stata la remissione delle scomuniche ai vescovi consacrati. Vi sono state concessioni pastorali, facoltà per le confessioni, indicazioni per i matrimoni, tentativi di riconciliazione. Vi è stato un lungo cammino nel quale la Chiesa ha cercato, con pazienza, di evitare che la ferita diventasse separazione stabile.
Per questo una nuova consacrazione episcopale senza mandato pontificio non avrebbe oggi lo stesso peso storico del 1988. Sarebbe compiuta dopo che la Chiesa ha già parlato. Sarebbe compiuta sapendo che quell’atto è stato qualificato come scismatico. Sarebbe compiuta non dentro una situazione ancora non interpretata dalla Chiesa, bensì dentro una memoria ecclesiale già segnata da un giudizio preciso.
QUANDO LA COLPA DEI FIGLI SUPERA QUELLA DEI PADRI
L’appello a Lefebvre, quindi, è improprio. Mons. Lefebvre poteva sostenere, dal suo punto di vista, di agire in uno stato di necessità non riconosciuto da Roma. Oggi chi ripetesse quel gesto dovrebbe assumere una posizione più grave: dovrebbe dire, almeno nei fatti, che Roma non ha più autorità reale per giudicare tale necessità.
Dovrebbe sostenere che il Papa, pur essendo nominato nelle formule, non può esercitare efficacemente la sua autorità proprio nel punto più delicato della comunione apostolica. Questa non è una semplice resistenza. È una diversa concezione della Chiesa.
Qui si comprende perché la colpa dei figli può diventare più grave di quella dei padri.
I padri agirono dentro una stagione drammatica, segnata da paure, tensioni, fratture, disordini liturgici e dottrinali, incomprensioni profonde. Si può giudicare il loro atto illegittimo e gravissimo, come fece la Chiesa, riconoscendo allo stesso tempo la complessità storica di quel momento.
I figli, invece, non ricevono soltanto quella crisi. Ricevono anche il giudizio della Chiesa su quella crisi. Ricevono gli avvertimenti, i documenti, le conseguenze, i tentativi di riconciliazione, le possibilità offerte. Se, dopo tutto questo, decidono di ripetere lo stesso gesto, la responsabilità cresce.
La colpa dei figli supera quella dei padri quando il gesto originario, nato in un contesto ritenuto eccezionale, viene trasformato in principio permanente. Quando la necessità diventa sistema. Quando l’eccezione diventa identità. Quando la ferita diventa bandiera. Quando il dramma di una decisione viene convertito in modello da imitare.
In quel momento non si sta più subendo una crisi. La si sta amministrando come fondamento della propria esistenza ecclesiale.
TRADIZIONE CATTOLICA O ECCLESIOLOGIA PARALLELA?
Ed è proprio questo il punto più grave. La Fraternità non rischia soltanto di compiere un atto canonico illecito. Rischia di consolidare una ecclesiologia parallela.
Rischia di dire alla Chiesa: riconosciamo la vostra autorità finché non contraddice il nostro giudizio; riconosciamo il Papa finché non esercita il suo potere su di noi; riconosciamo Roma finché Roma conferma ciò che abbiamo già deciso.
Questa non è comunione cattolica. È appartenenza condizionata.
La Tradizione cattolica non è un archivio custodito contro la Chiesa. Non è un tesoro affidato a un gruppo separato che giudica dall’esterno la legittimità dell’autorità apostolica. La Tradizione vive nella Chiesa, attraverso la Chiesa, sotto la guida della Chiesa.
Può accadere che uomini di Chiesa siano confusi, deboli, imprudenti. Può accadere che vi siano stagioni dolorose, parole ambigue, pastorali mal impostate, decisioni discutibili. Tutto questo può essere riconosciuto con franchezza. Da qui non deriva il diritto di costruire una successione episcopale autonoma.
Il fedele cattolico deve imparare una cosa difficile: amare la verità senza perdere la forma ecclesiale della verità. La verità cristiana non è una proprietà privata. Non è una bandiera da agitare contro Pietro. Non è una dottrina disincarnata che ciascuno custodisce secondo il proprio tribunale interiore.
Cristo ha voluto una Chiesa visibile, apostolica, gerarchica. Ha consegnato a Pietro un compito reale, non ornamentale. Se questo principio cade, ogni gruppo può dichiararsi ultimo rifugio della vera fede.
RESTARE CATTOLICI ANCHE NEL MODO DI GIUDICARE
Per questo occorre aiutare i fedeli a uscire dalla propaganda. Non bisogna lasciarsi guidare dalla paura. Non bisogna confondere l’indignazione con il discernimento. Non bisogna scambiare la fedeltà alla Tradizione con la delegittimazione permanente della Chiesa viva.
Chi ama davvero la Tradizione deve custodire anche la comunione, perché senza comunione la Tradizione si irrigidisce, si ideologizza, diventa memoria selettiva.
La vera domanda non è: “La crisi nella Chiesa esiste?”. Esiste, e sarebbe ingenuo negarlo. La vera domanda è: “La crisi autorizza qualcuno a porsi come criterio superiore alla Chiesa?”. Qui la risposta cattolica deve essere chiara: no.
La crisi può chiedere preghiera, penitenza, studio, correzione fraterna, parola franca, fedeltà più profonda. Non autorizza una struttura episcopale autonoma contro il giudizio del Papa.
Chi oggi giustifica una nuova consacrazione senza mandato pontificio deve assumersi fino in fondo ciò che sta dicendo. Non basta rifugiarsi dietro Lefebvre. Non basta evocare lo stato di necessità. Non basta denunciare il modernismo.
Deve dire chiaramente se ritiene che Roma abbia ancora autorità reale nella Chiesa. Se la risposta è sì, allora quella consacrazione non può essere accettata. Se la risposta è no, allora si abbia almeno l’onestà di riconoscere che si è già oltre la comunione cattolica, anche se si continua a usare il suo linguaggio.
UNA PAROLA AGLI AMICI
Ai miei amici chiedo questo: non lasciatevi trascinare da parole che sembrano forti e spesso sono soltanto disperate. Non permettete alla propaganda di farvi pronunciare giudizi che toccano il cuore della fede cattolica. Non consegnate la vostra coscienza a chi vi spinge a credere che la Chiesa sia rimasta viva soltanto in una parte contro il tutto.
La Chiesa è ferita, e proprio per questo va amata dentro la comunione. La Tradizione è preziosa, e proprio per questo non va separata dal soggetto che Cristo ha voluto per custodirla.
La colpa dei padri può essere stata grave. La colpa dei figli diventa più grave quando, avendo visto le conseguenze, decidono di farne un metodo. E quando un errore diventa metodo, non siamo più davanti a una ferita momentanea. Siamo davanti a una mentalità.
Ed è da quella mentalità che bisogna guardarsi, se vogliamo restare cattolici non solo nelle parole, anche nel modo di pensare, giudicare e obbedire.
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