
Ho letto l’articolo di Robert Morrison sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X e sul Concilio Vaticano II, e, francamente, ho avuto un’impressione che inizialmente mi è sembrata quasi bizzarra. L’autore procede attraverso un accurato lavoro di selezione dei testi conciliari, prendendo alcuni passaggi certamente cattolici, certamente veri, certamente forti, per sostenere che non sarebbe la Fraternità a trovarsi in difficoltà rispetto al Vaticano II, bensì il Vaticano attuale. L’operazione è abile. Anzi, proprio perché è abile merita attenzione. Le tesi grossolane si smontano da sole; quelle ben costruite chiedono più pazienza, e la pazienza, come si sa, è una virtù che internet ha mandato in pensione anticipata.
L’articolo ha un merito: ricorda che il Concilio Vaticano II non può essere usato come pretesto per dissolvere la fede cattolica. Nei suoi documenti si trovano affermazioni forti sulla Rivelazione, sulla Tradizione, sul Magistero, sulla necessità della Chiesa per la salvezza, sulla vita morale, sulla santità dei sacerdoti, sulla dignità del matrimonio, sulla fedeltà al deposito ricevuto. Questo va detto con chiarezza. Chi invoca il Concilio per giustificare una Chiesa senza dottrina, una pastorale senza conversione, una morale senza verità, una liturgia senza senso del sacro, non sta interpretando il Concilio. Lo sta usando.
Da questo punto di vista, Morrison tocca una ferita reale. Esiste una lettura progressista del Concilio che ha spesso preferito lo “spirito” ai testi, l’adattamento alla fedeltà, la sociologia alla teologia, il consenso del mondo alla missione della Chiesa. In questa lettura, il Vaticano II diventa il certificato di nascita di una Chiesa nuova, più fluida, più dialogante, più accettabile, più simile al mondo. Una Chiesa che, nel tentativo di farsi comprendere da tutti, rischia di non dire più nulla che il mondo non dica già da sé. Il modernismo, vissuto da una mente progressista, vuole una Chiesa riconciliata con il mondo fino a perdere la propria anima.
Eppure l’errore opposto non diventa verità solo perché denuncia una menzogna. Qui sta il punto decisivo. Morrison mostra bene che alcuni usano il Vaticano II per coprire derive dottrinali e pastorali. Poi compie un passaggio ulteriore: usa i passaggi più tradizionali del Concilio per presentare la Fraternità come vera custode del Vaticano II contro Roma. È qui che il ragionamento si incrina. Non basta citare testi cattolici per collocarsi automaticamente nella pienezza della cattolicità. La Chiesa non è un archivio da cui ciascuno estrae i documenti utili alla propria tesi. La Tradizione non è un’antologia privata. Il Magistero non è un deposito abbandonato sul quale ogni gruppo può esercitare una custodia alternativa.
Il nodo non è soltanto dottrinale. È ecclesiologico. E quando il nodo è ecclesiologico, fingere che sia solo liturgico o disciplinare significa spostare il problema per non affrontarlo. La fede cattolica non vive di testi isolati, neppure quando quei testi sono veri. Vive dentro un corpo visibile, gerarchico, sacramentale, apostolico. Vive nella Chiesa concreta, non in una Chiesa ideale ricostruita secondo le nostre preferenze. Vive nel rapporto reale con il Successore di Pietro e con i vescovi in comunione con lui. Se questo elemento viene indebolito, relativizzato o reso dipendente dal giudizio permanente di un gruppo, si entra in un’altra logica.
È la logica del tradizionalismo ideologico. Non parlo dell’amore sincero per la Tradizione, per la liturgia antica, per il latino, per San Tommaso, per la chiarezza dottrinale, per il Magistero di sempre. Queste cose appartengono alla ricchezza della Chiesa, e chi le disprezza mostra spesso una povertà spirituale travestita da aggiornamento. Parlo di un’altra cosa: della trasformazione della Tradizione in criterio separato dalla Chiesa vivente; della tendenza a misurare l’autorità presente solo con ciò che conferma la propria ricostruzione del passato; della tentazione di considerare Roma legittima quando conferma, sospetta quando corregge, traditrice quando chiede obbedienza.
A quel punto la Tradizione non è più la vita della Chiesa che attraversa il tempo. Diventa nostalgia organizzata. Diventa un luogo mentale in cui tutto era chiaro, ordinato, compatto, immobile. La storia reale della Chiesa, con le sue crisi, i suoi conflitti, le sue purificazioni, le sue lentezze, scompare dietro un’immagine perfetta. Il passato non è più maestro; diventa rifugio. La liturgia non è più il luogo dell’adorazione; diventa bandiera identitaria. La dottrina non è più luce per giudicare rettamente; diventa arma per delegittimare ogni autorità che non corrisponda alla propria attesa.
Così ci troviamo davanti a due tentazioni opposte. Il modernismo vuole una Chiesa talmente immersa nel mondo da diventare irrilevante, perché incapace di offrire una parola diversa. Il tradizionalismo ideologico vuole una Chiesa talmente separata dal mondo da diventare sterile, perché incapace di assumere la storia come luogo della missione. Il primo ama troppo il mondo e finisce per lasciarsi assorbire dal mondo. Il secondo ama troppo una forma idealizzata del passato e finisce per mettere la Chiesa fuori dal tempo presente.
La fede cattolica cammina altrove. La fede cattolica vuole una Chiesa nel mondo senza essere del mondo, fedele alla Tradizione senza trasformarla in nostalgia, capace di parlare al presente senza inginocchiarsi davanti al presente. Questa è la via più difficile. Non offre il conforto immediato delle tifoserie. Non permette di dividere il campo tra puri e corrotti con un colpo di tastiera. Chiede discernimento, fedeltà, pazienza, obbedienza, coraggio. Tutte cose poco spettacolari, quindi poco adatte alla teatralità digitale.
Il metodo del “taglia e cuci” è pericoloso proprio perché può funzionare in ogni direzione. Il progressista prende dal Concilio ciò che sembra autorizzare il cambiamento e lascia cadere ciò che richiama continuità, dottrina, gerarchia, morale oggettiva. Il tradizionalista ideologico prende dal Concilio ciò che conferma la dottrina tradizionale e usa quei passaggi contro il Magistero vivente, come se la Chiesa potesse essere difesa dalla Chiesa. In entrambi i casi il testo non viene ricevuto nella comunione ecclesiale. Viene smontato, ricomposto e trasformato in strumento di battaglia.
Qui occorre recuperare una cosa molto semplice, tanto semplice da risultare quasi offensiva per la sofisticazione delle nostre polemiche: i testi della Chiesa vanno letti nella Chiesa. Non sopra la Chiesa. Non contro la Chiesa. Non fuori dalla Chiesa. Il Concilio Vaticano II va letto nella continuità della Tradizione e sotto la guida del Magistero. Gli abusi postconciliari non autorizzano una rottura ecclesiologica. Le ambiguità pastorali non fondano una giurisdizione parallela. Le debolezze degli uomini di Chiesa non cancellano la visibilità della Chiesa. Le ferite reali non giustificano la costruzione di un corpo alternativo.
Questo non significa tacere. La fedeltà cattolica non è servilismo. Si può e si deve criticare ciò che crea confusione. Si può chiedere chiarezza. Si possono denunciare derive pastorali, impoverimenti liturgici, cedimenti morali, linguaggi ambigui, interpretazioni mondane del Concilio. Tutto questo può essere fatto dentro la Chiesa, con amore alla verità e rispetto dell’ordine ecclesiale. La critica cattolica corregge per custodire la comunione. La critica ideologica usa la crisi per fondare una distanza.
Il punto, dunque, non è scegliere tra progressismo e tradizionalismo. Questa alternativa è falsa. La Chiesa non è chiamata a diventare contemporanea al prezzo della propria anima, né a custodire la propria anima rifiutando la storia. La Chiesa è chiamata a essere fedele a Cristo nel tempo che le è dato. Non inventa la fede per piacere al mondo. Non congela la fede per sfuggire al mondo. La trasmette. La annuncia. La celebra. La vive. La purifica continuamente dalle deformazioni degli uomini, anche quando quegli uomini indossano paramenti progressisti o nostalgie tradizionaliste.
La questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X va collocata qui. Non si risolve dicendo che da una parte vi sono i custodi della Tradizione e dall’altra i traditori modernisti. Non si risolve neppure liquidando ogni preoccupazione tradizionale come rigidità o malattia spirituale. Il problema è più serio. Se la Tradizione viene separata dalla comunione visibile con la Chiesa, diventa principio di autonomia. Se la comunione viene separata dalla verità ricevuta, diventa apparato senza anima. La Chiesa cattolica tiene insieme ciò che l’ideologia separa: verità e comunione, Tradizione e Magistero, missione e identità, storia e permanenza.
Per questo l’articolo di Morrison è utile proprio là dove non convince. Mostra che il progressismo ecclesiale non può appropriarsi del Vaticano II. Mostra anche, forse senza volerlo, che il tradizionalismo ideologico può usare il Concilio con lo stesso metodo selettivo che rimprovera agli altri. Si può tagliare e cucire da sinistra. Si può tagliare e cucire da destra. Il risultato è sempre un vestito fatto su misura per la propria tesi, non l’abito nuziale della Chiesa.
La vera fedeltà non nasce dalla nostalgia e non nasce dall’adattamento. Nasce dall’appartenenza. Appartenere alla Chiesa significa lasciarsi giudicare dalla verità che essa custodisce e dalla comunione visibile nella quale quella verità viene trasmessa. Significa soffrire le sue ferite senza trasformarle in pretesto per l’autonomia. Significa amare la Tradizione senza sottrarla al corpo vivo che l’ha ricevuta. Significa parlare al mondo senza chiedere al mondo il permesso di essere cristiani.
Forse è questa la grande lezione da custodire. Il modernismo dissolve la Chiesa nel presente. Il tradizionalismo ideologico la imprigiona in un passato idealizzato. La fede cattolica la mantiene pellegrina nella storia, radicata nell’eterno, guidata da Cristo, custodita nella comunione apostolica. Tutto il resto può anche avere pagine brillanti, citazioni esatte, argomenti suggestivi. Resta il rischio di difendere una Chiesa immaginata, mentre Cristo continua a chiedere di amare, servire e custodire la Chiesa reale.
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