
Cari amici, è stata resa pubblica una “Dichiarazione di fede cattolica” rivolta a Papa Leone XIV da don Davide Pagliarani, Superiore generale della Fraternità San Pio X.
Il testo è solenne, denso, pieno di affermazioni che, prese in sé, appartengono realmente al patrimonio della fede cattolica: Cristo unico Redentore, la necessità della Chiesa, il sacrificio della Messa, la legge morale, la regalità sociale di Nostro Signore, il primato del Romano Pontefice.
Eppure, lo dico da prete, il testo contiene una manovra molto abile. Teologicamente elegante, liturgicamente profumata d’incenso, retoricamente ben costruita; proprio per questo pericolosa, perché non appare rozza. Il problema è che non siamo davanti a una semplice professione di fede. Siamo davanti a una professione di fede usata come atto processuale preventivo, quasi a dire: “Noi professiamo la fede cattolica; dunque, se Roma ci sanziona, Roma sanziona la fede cattolica”. È un trucco antico. Vecchio come il peccato originale, con una veste tipografica migliore.
Allora va ricordato, per tutti noi. La questione posta oggi dalla Santa Sede non è se la Fraternità sappia formulare proposizioni dottrinali cattoliche. La questione è un’altra: può una realtà ecclesiale procedere a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio?
La risposta della Chiesa è chiara: no.
Qui sta il punto decisivo. Roma richiama l’illiceità di un atto concreto, cioè consacrare vescovi senza mandato del Papa. La Fraternità risponde con una professione di fede. Così si crea una suggestione molto efficace: se Roma interviene, sembrerebbe non colpire un atto contrario alla comunione gerarchica, bensì la fede cattolica professata dalla Fraternità.
Questa è la vera insidia.
Non si può riconoscere a parole che il Romano Pontefice possiede l’autorità suprema sulla Chiesa e poi sottrargli, nei fatti, la decisione sulla successione episcopale. Il mandato pontificio non è una formalità burocratica. Tocca la struttura stessa della Chiesa, il rapporto tra episcopato e Successore di Pietro, la visibilità concreta della comunione cattolica.
Una professione di fede, anche solenne, non autorizza a compiere un atto che ferisce la comunione. Dire cose vere non basta, se quelle verità vengono usate per coprire una disobbedienza reale. Qui non siamo davanti a una disputa di sensibilità liturgica, né a una semplice divergenza pastorale. Siamo davanti alla pretesa di garantire una successione episcopale prescindendo dal mandato del Papa.
La Tradizione cattolica non è una dottrina conservata contro la forma visibile della Chiesa. È la fede apostolica ricevuta, professata, celebrata e custodita nella comunione con Pietro e con i vescovi in comunione con lui.
La fede cattolica non ha bisogno di scorciatoie. Ha bisogno di verità intera, anche quando questa verità chiede obbedienza, pazienza e rinuncia alla tentazione di farsi da sé la propria continuità apostolica.
La Chiesa non è una somma di frasi corrette. È il Corpo di Cristo visibile nella storia, fondato sugli Apostoli e custodito nella comunione con Pietro.
E proprio per questo nessuno può usare la fede cattolica come scudo per giustificare ciò che ferisce la comunione cattolica.
Per leggere il testo: https://fsspx.news/it/news/dichiarazione-di-fede-cattolica-rivolta-papa-leone-xiv-59110
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