• Cari amici, domenica scorsa abbiamo contemplato la compassione del Signore davanti alla fame dell’uomo. Gesù ha visto la folla, si è lasciato toccare dalla sua povertà, ha preso il poco dei discepoli e lo ha trasformato in pane per il cammino di molti. Ora Matteo ci conduce subito oltre quel segno. La folla è stata sfamata, i discepoli hanno distribuito il pane, le ceste sono state raccolte. Dopo la compassione che nutre, Gesù introduce i suoi dentro un’altra istruzione: imparare la fede quando la sua presenza non è immediatamente visibile.

    Il Vangelo dice che Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. È una parola forte. I discepoli entrano nella traversata per obbedienza. Vengono costretti e mandati. Si può essere dentro una parola ricevuta da Cristo e al tempo stesso attraversare una notte difficile. L’obbedienza al Signore non apre sempre una strada comoda; apre una strada vera, nella quale la fede viene educata.

    Gesù, intanto, sale sul monte, in disparte, a pregare. Il Figlio torna al Padre. La preghiera di Gesù non appare come evasione dalla missione. È il luogo in cui la missione resta unita alla sua sorgente. Gesù porta davanti al Padre la folla incontrata, la fame raccolta, i discepoli istruiti, il pane donato. La compassione del Figlio non si consuma nell’attività; respira nella comunione con il Padre.

    Qui siamo già istruiti in modo molto concreto. Anche noi spesso pensiamo la preghiera soltanto come parole da dire, domande da presentare, pratiche da compiere. Tutto questo appartiene alla vita cristiana, perché senza forme anche la devozione diventa nebbia. In questa pagina Gesù ci consegna qualcosa di più profondo: pregare significa stare davanti al Padre con ciò che abbiamo vissuto, lasciando che il cuore venga ricondotto alla sua sorgente. Dopo aver incontrato fatiche, bisogni, persone ferite, la preghiera custodisce la compassione e la purifica. Senza questo ritorno al Padre, anche la compassione può ammalarsi. Può diventare agitazione, preoccupazione continua, bisogno di salvare tutto con le proprie mani. Può perfino trasformarsi in ideologia, quando il povero diventa una bandiera, il bisogno dell’altro diventa un progetto da usare, e la carità perde il volto concreto della persona. Gesù ci mostra un’altra via: la compassione vera nasce dal cuore di Dio e torna al Padre, perché resti amore obbediente e non diventi possesso dell’uomo sull’uomo. La compassione che non prega finisce facilmente per pretendere, invadere, possedere. La compassione che torna al Padre impara a servire senza sostituirsi a Dio.

    La prima lettura ci prepara a riconoscere questa presenza di Dio. Elia arriva all’Oreb ed entra in una caverna. Il Signore lo chiama fuori: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Passano il vento impetuoso, il terremoto, il fuoco. Elia riconosce il Signore nel sussurro di una brezza leggera. Dio educa il profeta a un ascolto più puro. Lo libera dal bisogno di cercarlo soltanto nei segni che scuotono. Lo conduce verso una presenza che domanda silenzio, raccoglimento, attenzione.

    Anche i discepoli, sul mare, dovranno imparare qualcosa di simile. Il vento contrario occupa la scena, le onde agitano la barca, la notte allunga la fatica. Il cuore umano, quando entra nella paura, ascolta soprattutto ciò che fa rumore. La pagina di Elia ci istruisce: nel tempo agitato serve uscire dalla caverna interiore in cui ci chiudiamo e fermarci davanti a Dio. La domanda diventa pratica: quale rumore sta dominando il mio cuore? Quale vento mi impedisce di ascoltare il Signore? Perché la fede non cresce solo quando il mare si calma; cresce quando, dentro il mare agitato, impariamo a riconoscere una voce più vera della paura.

    Il salmo dà forma a questa disposizione: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». L’uomo agitato ascolta la paura, il risentimento, l’ansia che gli racconta scenari sempre peggiori con una fantasia degna di miglior causa. Il credente impara ad ascoltare Dio. Il salmo annuncia pace, mostra una terra visitata dal bene del Signore, lascia intravedere un cammino tracciato dai suoi passi. La pace nasce da un cuore che torna ad ascoltare. Per questo, quando una situazione ci inquieta, il primo gesto cristiano è fermarsi e chiedere: che cosa mi sta dicendo il Signore dentro questa traversata?

    San Paolo ci mostra un altro modo di vivere davanti a Dio. Porta nel cuore un grande dolore per i suoi fratelli. Parla di una sofferenza continua, di un legame profondo con il suo popolo, di un amore che arriva a desiderare di perdere se stesso a vantaggio dei suoi consanguinei. Il suo dolore non diventa amarezza, accusa sterile o durezza religiosa. Paolo porta il peso dei suoi fratelli dentro Cristo così da trasformare il dolore in intercessione.

    Qui troviamo una istruzione importante per La nostra vita spirituale. Il vento contrario non è soltanto ciò che minaccia noi. A volte è una persona che ci pesa nel cuore, una ferita familiare, una situazione ecclesiale che fa soffrire, qualcuno che amiamo e che vediamo lontano. Paolo ci insegna a non trasformare questo dolore in giudizio, a portarlo davanti a Dio, lasciando che la preghiera lo purifichi. Quando una persona ci preoccupa, possiamo smettere di rimuginarla e cominciare a intercedere per lei. È meno scenografico del lamentarsi, quindi naturalmente è più evangelico.

    Il Vangelo ci riporta alla barca. I discepoli remano nella notte col vento contrario. La traversata dura a lungo e Gesù li raggiunge solo sul finire della notte, camminando sul mare. Questa lunga attesa è parte dell’istruzione che Gesù sta impartendo ai suoi. I discepoli sperimentano una forma di presenza che non coincide con il vedere subito il Maestro accanto a loro. Gesù è sul monte, davanti al Padre, e nello stesso tempo non abbandona la barca. Qui si apre una grande immagine della vita della Chiesa. Prima ancora dell’Ascensione, gli apostoli imparano che Cristo può non essere visibile agli occhi e restare realmente con i suoi.

    La promessa finale del Vangelo di Matteo, «Io sono con voi tutti i giorni», comincia a essere imparata anche qui, nel buio del lago. La Chiesa attraverserà la storia spesso così: mandata da Cristo, impegnata nella traversata, esposta al vento contrario, sostenuta da una presenza che non sempre si impone ai sensi. Il Signore è davanti al Padre e viene incontro alla barca. La fede ecclesiale vive di questa certezza: Cristo prega, accompagna, raggiunge, tende la mano. La sua apparente distanza non è abbandono. È spazio in cui il discepolo impara a riconoscerlo in modo più profondo.

    Quando i discepoli lo vedono camminare sul mare, gridano dalla paura: «È un fantasma!». La paura deforma lo sguardo. Il mare agitato lavora sull’immaginazione, produce fantasmi, trasforma perfino l’avvicinarsi di Cristo in una minaccia. Questo accade anche a noi. Quando il cuore è dominato dall’ansia, possiamo non riconoscere il Signore proprio mentre viene verso di noi. Una prova, una parola che ci corregge, una situazione che ci costringe a fidarci, possono sembrarci nemiche. La paura ha una fantasia potente e poco affidabile, come certi commentatori del mondo ecclesiale.

    Gesù parla: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». La sua voce raggiunge i discepoli prima che il mare si plachi. La fede comincia dando credito a questa voce. Pietro risponde: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». È una domanda audace. Pietro non chiede semplicemente di camminare sull’acqua; chiede di andare verso Gesù sulla forza della sua parola. Il Signore gli dice: «Vieni!». Pietro scende dalla barca e cammina.

    Finché Pietro resta orientato verso Cristo, il mare non lo inghiotte. Poi vede che il vento è forte, si impaurisce e comincia ad affondare. Il vento era presente anche prima. La differenza nasce dallo sguardo. Quando il vento occupa il cuore più della parola di Gesù, la fede perde respiro. Anche noi conosciamo questa esperienza. Iniziamo un cammino fidandoci del Signore, poi la difficoltà prende spazio, la paura cresce, l’immaginazione si agita, il passo si indebolisce. La fede non si spegne sempre in modo improvviso; a volte si ritira lentamente, perché lo sguardo ha smesso di abitare in Cristo.

    Pietro grida: «Signore, salvami!». È una preghiera essenziale, povera, vera. Gesù tende subito la mano e lo afferra. La correzione arriva dentro un gesto di salvezza: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Cristo educa Pietro tenendolo per mano. Prima lo afferra, poi lo istruisce. La poca fede non viene respinta; viene salvata e condotta a maturazione. Anche questo è Vangelo per noi. Il Signore non aspetta che la nostra fede sia perfetta per avvicinarsi. Viene proprio dentro la notte in cui impariamo quanto siamo fragili.

    Quando Gesù sale sulla barca, il vento cessa. I discepoli si prostrano e confessano: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». La traversata diventa rivelazione. Dopo il pane moltiplicato, i discepoli imparano a riconoscere Gesù anche nel mare agitato. Dopo aver ricevuto il pane dalle sue mani, imparano che la sua presenza sostiene la Chiesa anche quando non è subito visibile. Il Maestro che nutre la folla è lo stesso che prega sul monte, viene sul mare, tende la mano a chi affonda e conduce i suoi alla confessione della fede.

    Cari amici, Gesù continua a formarci domenica dopo domenica. Dopo averci insegnato a riconoscere la vera fame e a consegnargli il poco che abbiamo, oggi ci educa a vivere la sua presenza anche quando non riusciamo a vederlo. Il discepolo impara che Cristo resta con la sua Chiesa nella traversata, prega davanti al Padre, viene incontro nella notte e tende la mano quando la fede affonda. Dentro il vento contrario, la parola decisiva resta la sua: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Una parola che, se ascoltata, vince i fantasmi del cuore.

  • «Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo». (1Cor 6,19-20)

    Cari amici buongiorno e buon fine settimana. Ieri i gesti della preghiera ci hanno ricordato che il corpo partecipa alla vita dello spirito. Oggi san Paolo ci conduce a una conseguenza esigente: il corpo appartiene al Signore ed è tempio dello Spirito Santo. Custodirlo significa rispettare una presenza ricevuta.

    San Paolo non invita i cristiani a disprezzare il corpo. Ricorda che appartiene al Signore ed è abitato dallo Spirito. Proprio per questo non può essere trattato come un oggetto da usare, esibire o consegnare a ogni desiderio.

    La custodia del corpo prende il nome di castità. Questa parola viene spesso ridotta a una serie di proibizioni. Nella tradizione cristiana indica l’integrazione della sessualità nella persona e la capacità di amare senza possedere. Chiede uno sguardo disciplinato e gesti rispettosi, perché la verità abiti le relazioni. La dignità dell’altro viene prima della nostra curiosità e del nostro bisogno di conferme.

    Maria è la Vergine, la tota pulcra, perché appartiene interamente a Dio. La sua purezza non è freddezza e non la allontana dall’amore umano. La rende capace di una maternità libera e feconda, vissuta con attenzione. Nel suo corpo nulla viene sottratto al dono.

    San Domenico, ricordato oggi, ha servito la verità con una vita unificata dalla preghiera. Anche noi abbiamo bisogno di ritrovare unità. Il corpo non è un territorio separato dalla fede. Quello che scegliamo di guardare plasma il cuore; lo stesso accade con ciò che cerchiamo e permettiamo. Custodire significa, allora, riconoscere che una realtà preziosa ha bisogno di una soglia.

    Chiamare il corpo tempio dello Spirito è riconoscere una appartenenza. Il cristiano non dispone di sé come di una proprietà senza relazione. È stato acquistato a caro prezzo, il Sangue preziosissimo di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, e vive dentro l’alleanza con Lui. Questa verità fonda una custodia che nasce dalla gratitudine.

    La castità, dunque, ordina il desiderio affinché la persona possa amare nella verità. Essa riguarda ogni stato di vita e non coincide con una semplice astensione. Chiede di integrare la sessualità dentro la vocazione ricevuta. Lo sguardo, l’immaginazione e i gesti vengono educati a riconoscere nell’altro una persona che appartiene a Dio.

    Oggi viviamo in una cultura dell’immagine che espone il corpo a una continua frammentazione. Parti della persona vengono isolate e offerte al consumo e questa abitudine impoverisce anche chi guarda, perché rende difficile percepire il volto e la storia. Custodire lo sguardo significa, dunque, restituire unità all’altro e proteggere la propria capacità di comunione.

    Maria custodisce una purezza radiosa, vitale, in cui la verginità non si definisce per ciò che esclude, ma per l’appartenenza totale che consacra: un’adesione piena che si trasforma nell’accoglienza di una maternità vissuta come vocazione originaria. La purezza cristiana non traccia un solco di separazione dal mondo; spoglia il cuore dalla pretesa del possesso, dischiudendolo a una presenza limpida, salda e profonda.

    Per questo la protezione del bene esige il coraggio di determinazioni radicali. Chiede di prendere le distanze da ciò che degrada e di tracciare confini espliciti nelle relazioni, senza che questo risponda a un’ipoteca di sospetto nei confronti della corporeità. È piuttosto l’atto di riverenza dovuto alla sua profonda dignità, unito alla certezza che l’iterazione dei gesti plasma la direzione profonda della nostra sete. Dentro questa fatica quotidiana la grazia agisce con forza, rialzando chi cade e restituendo ogni volta la libertà perduta.

    Domani la pagina evangelica mostrerà quanto questo tempio rimanga fragile e quanto abbia bisogno della mano di Cristo.

    Un gesto per oggi

    Custodiamo lo sguardo rinunciando a un contenuto che riduce il corpo a oggetto. Dedichiamo quel tempo a una lettura capace di elevare il pensiero.

    Alla scuola del Catechismo

    Il Catechismo insegna che il corpo partecipa alla dignità dell’immagine di Dio e che la persona umana è voluta nella sua unità. Per questo non possiamo disprezzare la vita corporea. Siamo chiamati a considerare il corpo buono e degno di rispetto, poiché Dio lo ha creato e lo risusciterà nell’ultimo giorno. (Catechismo della Chiesa Cattolica, 364)

    Il Catechismo ricorda che l’uomo è voluto nell’unità della sua natura. La custodia del corpo nasce da questa dignità e dalla promessa della risurrezione. Ogni scelta corporea possiede quindi un significato spirituale.

    Preghiera

    Spirito Santo, abiti in me come in un tempio. Purifica il mio sguardo e orienta le mie scelte. Donami rispetto per il mio corpo e per quello degli altri. Maria, dimora santa del Verbo, custodiscimi nella purezza del cuore.

    Giaculatoria

    Spirito Santo, custodisci il tuo tempio in me.

  • Leone XIV restituisce al cristianesimo una parola che stavamo perdendo

    Provate a sentire questa frase: «Quella persona si è radicalizzata». Quale immagine vi viene immediatamente alla mente? Difficilmente penserete a qualcuno che ha deciso di prendere più sul serio la propria fede, che prega con maggiore intensità o che ha finalmente scelto di vivere il Vangelo fino in fondo.

    Nel linguaggio corrente una persona “radicalizzata” è diventata quasi sempre una persona sospetta. Pensiamo all’estremismo politico, al fanatismo religioso, qualche volta persino al terrorismo. Non c’è bisogno di immaginare un progetto culturale organizzato per riconoscere ciò che è accaduto: l’uso delle parole ha lavorato lentamente e la radicalità è entrata nel campo semantico del pericolo. Anche il linguaggio istituzionale contemporaneo ha contribuito a questo slittamento, utilizzando abitualmente il termine “radicalizzazione” nelle politiche di prevenzione dell’estremismo violento e del terrorismo.

    Per questa ragione mi hanno particolarmente colpito le parole pronunciate da Papa Leone XIV il 6 agosto ad Assisi, durante l’incontro con i giovani. Indicando san Francesco, il Papa li ha invitati a imparare da lui «la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo». Non ha semplicemente raccomandato di evitare gli eccessi. Ha rimesso una distanza tra due parole che il nostro linguaggio tende progressivamente ad avvicinare.

    La radicalità evangelica, secondo Leone XIV, non rappresenta il primo gradino di un percorso che, spinto troppo avanti, conduce al fondamentalismo. Appartiene a una logica differente. Proprio per questo la scelta delle parole del Papa acquista, a mio avviso, un’importanza che supera il contesto dell’incontro francescano: ci costringe a domandarci che cosa abbiamo cominciato a temere quando abbiamo imparato a diffidare della radicalità.

    Il problema non è soltanto linguistico. Le parole educano il pensiero e, lentamente, possono educare anche la fede. Se “radicalizzarsi” significa diventare estremisti, il passo successivo viene quasi spontaneo: per evitare l’estremismo occorre evitare la radicalità. Una religione affidabile sarà allora una religione moderata, sufficientemente accomodante da non diventare mai inquietante. Anche il cristianesimo finirà per essere considerato tanto più ragionevole quanto meno pretenderà di raggiungere il fondo della vita dell’uomo.

    Qui nasce un equivoco serio, perché il Vangelo non è moderato. Gesù chiede di amare i nemici e domanda al discepolo di prendere la propria croce. Il giovane ricco viene invitato a lasciare ciò che possiede per seguirlo. Pietro ascolta che dovrà perdonare oltre la contabilità umana del torto ricevuto. Nessuna di queste parole è estremista; tutte raggiungono la radice dell’esistenza. Togliere al cristianesimo questa radicalità significherebbe privarlo precisamente della forza con cui Cristo converte l’uomo.

    La parola stessa ci aiuta a comprendere. Radicale viene da radix, radice. La radicalità evangelica non consiste nello spingersi sempre più lontano verso un estremo. Consiste nello scendere sempre più profondamente verso la radice, e per il cristiano questa radice ha un nome: Gesù Cristo. È una differenza decisiva. L’estremismo vive di spostamento verso il margine; la radicalità cristiana vive di approfondimento verso il centro. Il primo tende a esasperare una posizione fino a farne un’identità. La seconda lascia che Cristo raggiunga progressivamente ogni spazio della vita e lo sottoponga alla verità del Vangelo. Per questo una persona radicalmente cristiana non è necessariamente più dura. È più esigente anzitutto con se stessa, perché non può servirsi della fede soltanto per giudicare ciò che accade fuori di sé.

    San Francesco permette di comprendere questa distinzione senza bisogno di costruire teorie astratte. Pochi cristiani sono stati radicali quanto lui. La sua scelta della povertà non fu simbolica, la sua sequela di Cristo non fu accomodata alle convenienze. Prese sul serio il Vangelo sine glossa, come Leone XIV ha ricordato nell’omelia della Trasfigurazione. Eppure proprio quella radicalità non lo condusse alla costituzione di una comunità contrapposta alla Chiesa. Francesco conosceva le miserie degli uomini di Chiesa del proprio tempo. Non aveva bisogno di negarle. La sua risposta fu una vita convertita più profondamente a Cristo dentro la Chiesa. Quando ricevette l’invito a ripararla, cominciò consegnando al Vangelo Francesco. È una lezione che rimane scomodissima, perché è sempre più facile individuare la parte della Chiesa che deve convertirsi che consentire alla Parola di Dio di raggiungere la parte di noi che continua a resisterle.

    A questo punto appare anche la differenza con il fondamentalismo. Esso può nascere perfino dal desiderio di custodire una cosa vera. Una verità viene progressivamente isolata dalla totalità della fede e caricata di una funzione che non possiede più: deve garantire la nostra identità e stabilire il confine dal quale riconosciamo chi appartiene al campo giusto. La Tradizione, per esempio, è costitutiva della fede cattolica. Non abbiamo inventato il cristianesimo e non siamo autorizzati a reinventarlo. Riceviamo la fede dalla Chiesa e dentro una storia che ci precede. Quando la Tradizione viene identificata con una determinata epoca o con una particolare sensibilità ecclesiale, essa rischia di trasformarsi da principio vivente di trasmissione della fede in criterio identitario. Da quel momento la domanda non è più semplicemente se una cosa sia vera. Diventa importante anche sapere da quale parte provenga.

    È qui che il fondamentalismo produce uno dei suoi effetti più pericolosi: rende difficile riconoscere il bene quando compare nel luogo nel quale avevamo stabilito che non dovesse trovarsi. Una parola giusta pronunciata dalla persona sbagliata viene immediatamente ridimensionata. Un gesto evangelico compiuto da chi abbiamo già classificato come avversario viene guardato con sospetto. Persino una parola del Papa può essere accolta non per ciò che effettivamente dice, bensì per la possibilità di inserirla nella narrazione che abbiamo già costruito sul suo pontificato. A quel punto la fedeltà rischia di diventare sorprendentemente selettiva proprio mentre accusa gli altri di selezionare ciò che vogliono credere. La grande tradizione cattolica ha conosciuto una libertà molto diversa. San Tommaso poteva accogliere la verità trovata in Aristotele perché non temeva che riconoscere una verità pronunciata da un pagano rendesse meno cristiana la fede. La verità appartiene a Dio prima di appartenere alle nostre appartenenze.

    Questo aiuta anche a comprendere perché sarebbe un errore utilizzare le parole di Leone XIV soltanto contro gli ambienti tradizionali. Il fondamentalismo può abitare altre case e indossare abiti completamente differenti. Esiste una mentalità progressista che considera il presente come misura quasi definitiva attraverso cui la fede deve essere riletta. In quel caso il criterio identitario non viene cercato in un’immagine selettiva del passato, viene trovato nella cultura contemporanea e nelle sue categorie. Ciò che appartiene alla Tradizione rischia di essere accolto soltanto dopo avere dimostrato la propria compatibilità con la sensibilità dell’epoca. Il risultato nasce da una logica simile: una parte della realtà diventa il criterio attraverso cui giudicare il tutto.

    Qui la questione della radicalità torna con tutta la sua forza. Se abbiamo imparato che una religione radicale è pericolosa, la tentazione sarà quella di rendere il cristianesimo innocuo. Continueremo a utilizzare il suo vocabolario, riducendo progressivamente la capacità del Vangelo di contraddire l’uomo contemporaneo. La misericordia potrà essere annunciata con grande facilità, la conversione diventerà più imbarazzante. Parleremo volentieri dell’accoglienza e avremo qualche esitazione quando la Parola di Dio chiederà di cambiare vita. In questo modo non avremo sconfitto il fondamentalismo. Avremo semplicemente prodotto una religione alla quale la cultura dominante concede volentieri il diritto di esistere perché non possiede più la forza di metterla in discussione.

    È a questo livello che si può comprendere anche il rapporto con il modernismo, usando questo termine con la precisione richiesta dalla storia della teologia. Il modernismo condannato da san Pio X nella Pascendi dominici gregis non coincide con la tiepidezza religiosa e non può essere ridotto a una generica apertura al mondo. Al suo fondo vi è un problema più serio: il rapporto tra la verità rivelata e la coscienza dell’uomo, con il rischio che le formule della fede debbano evolversi secondo le esigenze del sentimento religioso e della cultura. È proprio qui che la paura contemporanea della radicalità può preparare un terreno favorevole a una mentalità modernistica. Se il Vangelo deve essere reso innocuo per continuare a essere accettabile, presto o tardi non sarà più la Rivelazione a giudicare il nostro tempo. Sarà il nostro tempo a decidere quale parte della Rivelazione possa ancora essere proposta senza creare disagio.

    Anche il Vaticano II merita di essere sottratto a questa lettura. Interpretarlo come il passaggio da un cristianesimo esigente a un cristianesimo più accomodante significa non aver compreso uno dei suoi insegnamenti più espliciti. Il quinto capitolo della Lumen gentium proclama la vocazione universale alla santità. Il Concilio non dice ai cristiani di diventare meno radicali; ricorda che la santità non appartiene a una categoria speciale di credenti e raggiunge ogni battezzato nella concretezza della propria vocazione. Il dialogo con il mondo nasce da questa identità, non dalla sua attenuazione. La Chiesa può riconoscere ciò che è vero e buono fuori dei propri confini proprio perché sa da chi ha ricevuto la verità. Una fede insicura costruisce continuamente recinti. Una fede profondamente radicata può discernere senza paura.

    Forse la frase di Leone XIV ad Assisi ci obbliga allora a recuperare una parola prima che sia troppo tardi. Non dobbiamo lasciare la radicalità agli estremisti. Non dobbiamo accettare che “radicale” diventi automaticamente sinonimo di fanatico. Il cristianesimo non ha bisogno di essere meno radicale per liberarsi dal fondamentalismo. Ha bisogno di tornare alla propria radice, perché è proprio quando qualcosa prende il posto di Cristo che cominciano le deformazioni: una forma, una sensibilità ecclesiale, un’ideologia, persino una causa giusta trasformata nell’intero Vangelo.

    Francesco non fu un cristiano innocuo. Otto secoli dopo continua a inquietare una Chiesa sempre tentata di trovare sistemazioni meno esigenti. Non fu nemmeno un fondamentalista. La sua radicalità aveva raggiunto una profondità tale da non aver bisogno di costruire la propria identità contro qualcuno.

    E forse è proprio questo che Leone XIV ci sta restituendo ad Assisi: la possibilità di essere radicalmente cristiani senza diventare fanatici, lasciando che il Vangelo torni a chiedere tutto.

    Perché il contrario del fondamentalismo non è un cristianesimo più tiepido. È un cristianesimo che ha ritrovato la radice.

  • «Entrate: prostrati, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti». (Sal 95,6)

    Cari amici, buongiorno. La luce del Tabor ci ha insegnato che il corpo non è estraneo alla comunione con Dio. Oggi compiamo un passo molto concreto: scopriamo che anche la preghiera coinvolge il corpo. La fede prende forma nel modo in cui stiamo davanti al Signore e ascoltiamo la sua Parola. Anche l’adorazione passa attraverso il nostro atteggiamento.

    La preghiera cristiana coinvolge il corpo. Ci alziamo per esprimere l’attesa e ci sediamo per ascoltare. Quando ci inginocchiamo, il corpo entra nell’adorazione. Anche il segno della croce e il capo chino educano tutta la persona a stare davanti a Dio.

    Un corpo distratto rende spesso distratta anche la mente. La liturgia conosce questa unità e ci consegna posture comuni. In piedi attendiamo il Signore risorto. Seduti ascoltiamo. In ginocchio adoriamo e supplichiamo. La libertà interiore non cresce eliminando ogni forma. Cresce quando il gesto esprime con verità ciò che celebriamo.

    Maria prega con il corpo. Si alza per andare da Elisabetta e rimane presso la croce. Nel cenacolo si raccoglie con i discepoli nell’attesa dello Spirito. Il suo silenzio è una presenza piena che sa ascoltare e custodire.

    Possiamo verificare oggi come preghiamo. Forse recitiamo parole sante mentre il corpo comunica fretta, noia o trascuratezza. Un piccolo gesto compiuto bene può ricomporre l’attenzione: entrare in chiesa senza precipitazione, fare con calma il segno della croce, inginocchiarsi quando è possibile, sostare in silenzio. Il corpo destinato alla gloria impara già ora il linguaggio dell’adorazione.

    La preghiera coinvolge il corpo perché l’uomo si rivolge a Dio con tutta la propria persona. La liturgia non considera indifferente il modo in cui si sta davanti al Signore. Il corpo riceve posture che esprimono ascolto e adorazione. Attraverso la ripetizione fedele, questi gesti educano anche quando l’interiorità è stanca.

    Inginocchiarsi riconosce la signoria di Dio e ricorda la condizione della creatura. Stare in piedi esprime la dignità dei risorti e la disponibilità al servizio. Sedersi dispone all’ascolto. Ogni postura acquista il proprio significato dentro l’azione liturgica e nella comunione dell’assemblea.

    Il segno della croce raccoglie in pochi movimenti il mistero battesimale. La mano tocca il corpo e lo pone sotto il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Compiuto con attenzione, questo gesto ricorda che la persona appartiene alla Trinità e che ogni giornata può essere vissuta dentro la Pasqua di Cristo.

    La disciplina del corpo protegge la preghiera dalla dispersione. Il silenzio, un orario custodito e una posizione dignitosa creano uno spazio nel quale l’ascolto può maturare. Non sempre arriverà una consolazione sensibile. La fedeltà del corpo sostiene l’anima e le permette di rimanere davanti a Dio anche nella aridità.

    Maria offre un modello di presenza raccolta. Il Vangelo la mostra in cammino verso Elisabetta e ferma presso la croce. Nel cenacolo la sua presenza sostiene l’attesa della Chiesa. Ogni gesto è abitato da una disponibilità interiore. La preghiera cristiana cerca questa unità, nella quale il corpo non distrae dal mistero e diventa parte dell’offerta.

    Domani san Paolo ci ricorderà che il corpo con cui preghiamo è tempio dello Spirito e appartiene al Signore.

    Un gesto per oggi

    Durante la preghiera facciamo lentamente il segno della croce. Lasciamo che il corpo accompagni davvero le parole pronunciate.

    Alla scuola di san Benedetto

    San Benedetto chiede che nella salmodia la mente concordi con la voce. La preghiera diventa vera quando l’intera persona si dispone davanti a Dio. Il gesto non sostituisce il cuore; lo educa e lo sostiene, specialmente quando la stanchezza rende difficile il raccoglimento. (Regola, 19)

    La Regola di san Benedetto unisce mente e voce. La preghiera non viene affidata alla spontaneità del momento. Riceve una disciplina che sostiene la libertà e permette alla persona di rimanere davanti a Dio con fedeltà.

    Preghiera

    Signore, accogli la preghiera che ti offro con la mente e con il corpo. Rendi veri i miei gesti e raccogli il mio silenzio. Fa’ che l’ascolto diventi docile. Maria, donna orante, insegnami a stare davanti a Dio con tutto ciò che sono.

    Giaculatoria

    Maria, donna orante, insegnami a pregare con tutto me stesso.

  • La morte di Francesco Guccini non può lasciare indifferenti. Con lui se ne va un altro pezzo della storia italiana e, per molti di noi, un frammento della propria storia personale.

    Scoprire che aveva ormai ottantasei anni provoca una strana sorpresa. Nella memoria continuiamo a vederlo giovane, con la barba scura e la chitarra tra le mani, mentre la sua voce ruvida dava forma alle inquietudini di una generazione. Accorgerci che era diventato quasi novantenne significa riconoscere che, nel frattempo, siamo invecchiati anche noi.

    Già il fatto di fermarci oggi a ricordarlo dice quanto tempo sia trascorso. Guccini ha accompagnato una stagione della nostra giovinezza nella quale non tutto si condivideva e tutto si viveva intensamente. Le idee dividevano. Le canzoni riuscivano ancora a far pensare. Ci si appassionava, ci si scontrava, si cercavano parole capaci di interpretare ciò che accadeva dentro di noi e nel mondo che ci circondava.

    Qualcuno potrebbe domandarsi perché un sacerdote senta il bisogno di ricordare un artista di sinistra, legato a battaglie politiche lontane dalla visione cristiana. La risposta, almeno per me, nasce da un debito di gratitudine verso quanti hanno aiutato gli uomini a pensare.

    Non siamo debitori soltanto a chi ha confermato le nostre convinzioni. Dobbiamo qualcosa anche a chi ci ha obbligato a mettere alla prova le nostre ragioni e a guardare realtà che avremmo potuto ignorare. Guccini ha saputo suscitare riflessione e commozione. Nelle sue riserve verso la religione non ricordo il disprezzo compiaciuto di chi ha bisogno di offendere per dimostrare di essere libero.

    Si può appartenere a campi diversi e riconoscere il valore di chi si trova dall’altra parte. Questo riconoscimento distingue una battaglia di idee da una rissa. Quando si è signori, si combatte con fermezza e si prova sincero dispiacere davanti alla scomparsa di un avversario degno, uno di quelli che obbligano a pensare meglio.

    Per questo un sacerdote può ricordare Francesco Guccini senza adottarne le posizioni e senza appropriarsi della sua storia. Può farlo per gratitudine verso una voce che ha accompagnato una generazione e che, nel dissenso, ha continuato a interrogare la coscienza.

    Chi non ha sognato almeno una volta seguendo la nostalgia delle sue parole? Chi non si è riconosciuto nella sua provincia avvolta dalla nebbia, nelle amicizie consumate dal tempo e nelle occasioni perdute? Nelle sue canzoni abitava una malinconia più profonda della semplice tristezza. Era la percezione che qualcosa stesse morendo prima ancora che se ne comprendesse pienamente il valore.

    Penso all’immagine del vecchio e del bambino avviati insieme verso la sera. È rimasta profondamente impressa nella mia memoria e, con il trascorrere degli anni, ha assunto per me un significato sempre più preciso.

    Il vecchio rappresentava le antiche battaglie. Quelle serie, che esigevano una mente capace di pensare e una volontà disposta ad agire. Erano sostenute da ideali solidi, talvolta sbagliati, sempre abbastanza forti da chiedere un prezzo personale. Si poteva dissentire da quelle idee. Era difficile negare la cultura che le nutriva.

    Il bambino, nel mio immaginario, è diventato la figura di una generazione avviata verso la sera senza riuscire veramente a crescere. Ha ricevuto un patrimonio di pensiero e lo ha progressivamente consumato. Ha ereditato la passione politica e l’ha ridotta ad appartenenza. Ha ricevuto una cultura popolare ricca di parole e l’ha consegnata agli slogan.

    È anche il volto di una certa sinistra italiana, rimasta orfana della propria storia. Una sinistra che ha perduto lungo la strada la bellezza del pensiero e la serietà dello studio. Oggi sopravvive spesso nell’esibizione dei radical chic, dove abbondano lo snobismo e l’interesse economico. Tutto ciò che un autentico pensiero di sinistra avrebbe guardato con sospetto.

    Le vecchie battaglie parlavano di lavoratori e giustizia sociale. Il salotto progressista contemporaneo parla spesso una lingua che il popolo non comprende, utile soprattutto a riconoscersi tra appartenenti alla stessa cerchia. Anche la ribellione è diventata un prodotto commerciale, accuratamente confezionato da chi possiede denaro e mezzi di comunicazione.

    Guccini apparteneva a un’altra storia. A ottant’anni dichiarò di non essere mai stato comunista. Si definiva libertario, vicino a una sinistra capace di diffidare delle ortodossie e dei loro custodi. Non si trattava di una presa di distanza tardiva. Era il segno di un uomo che aveva sempre resistito a quanti cercavano di rinchiuderlo dentro una categoria politica.

    Era di sinistra e custodiva gelosamente la libertà di non diventare la proprietà di un partito. L’avvelenata nasce anche da questa esperienza. È la risposta di un autore stanco di essere giudicato da chi pretendeva di stabilire quali canzoni dovesse scrivere e quale personaggio fosse tenuto a rappresentare. Guccini rifiutò l’immagine costruita dagli altri per lui. Preferì restare fedele alla propria libertà, accettando il rischio di deludere proprio coloro che avrebbero voluto trasformarlo in una bandiera.

    Oggi, ascoltando Papa Leone XIV ad Assisi, quando distingueva la radicalità dal fondamentalismo, ho pensato anche a Guccini. Il fondamentalismo chiude l’uomo dentro un sistema e gli impedisce di vedere le ragioni altrui. La radicalità scende alla radice delle convinzioni e ne accetta le conseguenze. Guccini non si piegò al fondamentalismo politico. Fu radicale nelle idee e nelle scelte, fedele ai propri sogni e capace di prendere le distanze dal suo stesso ambiente.

    È questo l’humus nel quale cresce la vera cultura. L’uomo di cultura non è un portabandiera incaricato di ripetere le parole del gruppo. È un uomo di idee disposto a pagare il prezzo della propria autonomia. Prendere le distanze dal proprio ambiente è una libertà riservata a pochi. Richiede intelligenza e una certa capacità di sopportare la solitudine. I grandi riescono a farlo. Gli altri attendono che qualcuno comunichi loro quale opinione sia consentita.

    Anche Dio è morto appartiene a questa libertà. La Rai la censurò, fermandosi con ogni probabilità al titolo. Radio Vaticana, nella stagione di Paolo VI, ebbe il coraggio di ascoltarla fino in fondo. Comprese che quelle parole non costituivano una bestemmia. Descrivevano il modo in cui gli uomini possono soffocare la presenza di Dio nella storia quando smettono di amare la pace e riducono ogni ideale al proprio interesse.

    Quella canzone mostrava come Dio possa essere dichiarato morto dentro una civiltà che conserva le forme religiose e ne svuota il contenuto. La fede può diventare abitudine sociale. Il nome di Dio può essere pronunciato da uomini che vivono come se Egli non esistesse. In questo senso, la provocazione di Guccini raggiungeva anche la coscienza dei credenti.

    Radio Vaticana comprese ciò che i censori non erano riusciti a vedere. Un’emittente ecclesiale seppe ascoltare una provocazione senza spaventarsi e vi riconobbe una domanda morale. L’episodio conserva una notevole attualità. Spesso chi dovrebbe custodire la fede si allarma per una parola, mentre un ascolto più profondo riesce a distinguere l’offesa dal grido di un uomo inquieto.

    Nelle parole di Guccini viveva una domanda che riguardava Dio, anche quando il suo nome affiorava attraverso il dubbio e la contestazione. La sua denuncia colpiva un mondo nel quale Dio sembrava morire insieme alla pace e alla dignità dell’uomo.

    Un sacerdote può aver condiviso poco delle sue lotte. Io stesso mi riconosco lontano da molte sue posizioni. Questo non mi impedisce di fermarmi davanti a una mente che pensa e si ribella, che non si adatta e cerca di rimanere libera.

    Quando l’intelligenza umana genera parole capaci di toccare l’animo e scuotere le coscienze, vi riconosco una scintilla di quella Intelligenza divina dalla quale l’uomo proviene. Quella scintilla può essere orientata in direzioni differenti e perfino rivoltarsi contro la propria origine. Continua a portare dentro di sé il segno del Creatore. La libertà dell’artista non coincide con la fede. Il desiderio di giustizia non è ancora il Vangelo. Sono luoghi nei quali la grazia può lavorare secondo strade che noi non conosciamo.

    Quante volte ci siamo fermati ricordando una persona cara attraverso una canzone di Guccini? Penso a Canzone per un’amica, alla sua capacità di raccontare l’assenza improvvisa e lo smarrimento che accompagna la morte. Le parole di una canzone diventano allora le nostre parole. Dicono ciò che il cuore avverte e la voce non riesce a esprimere.

    Oggi quelle parole ritornano verso colui che le ha scritte. Guccini ha raccontato il tempo sapendo che il tempo consuma ogni cosa. Ha custodito la memoria delle persone scomparse e delle amicizie lontane. Ha dato voce al dolore di chi si volta indietro e scopre che una parte della propria vita esiste ormai soltanto nel ricordo.

    La sua morte avviene nella festa della Trasfigurazione del Signore. Non cerco coincidenze sentimentali e non trasformo il calendario in un oracolo. Per un sacerdote, questa festa offre comunque la luce nella quale guardare ogni morte. Sul monte, Cristo mostra che il volto dell’uomo è destinato alla gloria.

    La vita non procede semplicemente verso la sera. In Cristo cammina verso una luce capace di attraversare la notte. La morte resta reale e dolorosa, mentre la risurrezione le sottrae l’ultima parola.

    Guccini ha camminato per tutta la vita accanto alla domanda. Ha osservato la sera avvicinarsi e l’ha raccontata con la sincerità dei veri poeti. Oggi anche lui è entrato in quella sera. Non spetta a noi stabilire ciò che sia avvenuto nell’incontro segreto tra la sua libertà e la misericordia di Dio.

    A me, come sacerdote, resta la preghiera. Restano le sue parole e la nostalgia di un tempo nel quale le idee chiedevano ancora di essere pensate. Rimane l’immagine del vecchio e del bambino che procedono verso la sera. Rimane anche la domanda affidata a Canzone per un’amica: quale senso può avere una vita segnata dall’amore e dalla sofferenza, quando la morte sembra interromperla prima del suo compimento?

    Davanti alla morte di una persona cara, la vita non può ridursi all’assurdo di una fine che cancella ogni desiderio di felicità. Se quel desiderio attraversa l’esistenza umana, deve esistere una risposta capace di raccoglierlo e portarlo a compimento. La morte esige una risposta vera, che salvi ciò che l’uomo ha amato e sperato.

    Quella risposta, per me, ha un volto: Cristo. A Lui affido Francesco Guccini, nella speranza che ora abbia incontrato la luce cercata dentro tante domande. Forse il vecchio sapeva già che la sera non è necessariamente la fine.

    Oltre il tramonto, Qualcuno continua ad attendere l’uomo.

  • Leone XIV ad Assisi: non spettatori della luce, bensì giovani trasfigurati da Cristo e inviati a riparare il mondo

    Cari amici, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli Papa Leone XIV ha pronunciato un’omelia destinata a rimanere. Non ha semplicemente commentato il Vangelo della Trasfigurazione. Ha letto attraverso quel mistero la condizione dei giovani, il compito della Chiesa e la responsabilità dei cristiani dentro la storia.

    Tutto era già racchiuso nelle prime parole: ad Assisi «la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo». Cambiare forma non significa inventare se stessi. Non consiste nel sostituire un’identità con un’altra, seguendo ogni nuova emozione o la pressione dell’ambiente. La trasfigurazione cristiana nasce dalla presenza di Gesù. È Lui a dare alla vita la sua forma pienamente umana. È Lui a liberare ciò che il peccato deforma, ciò che la paura irrigidisce e ciò che l’isolamento rende sterile.

    Per questo il Papa ha ricordato Francesco e Chiara. Ad Assisi, ha detto, «è iniziata la trasfigurazione» di questi due giovani e poi di migliaia di altri che hanno accolto il Vangelo sine glossa, senza sconti. L’espressione successiva è forse ancora più profonda: «La vita di Gesù è ricominciata in loro».

    Qui Leone XIV ha offerto una definizione luminosa della santità. Il santo non è un uomo che riesce a diventare straordinario secondo le misure del mondo. È una creatura nella quale Cristo torna a vivere. Il suo pensiero assume la forma del Vangelo, la sua libertà si lascia guidare dall’amore, la sua esistenza diventa un luogo nel quale il Signore continua a incontrare gli uomini.

    Francesco non affascina ancora dopo otto secoli perché fu un giovane eccentrico, insofferente alle regole o vagamente alternativo. Affascina perché Cristo prese possesso della sua umanità senza distruggerla. La liberò. La rese capace di una fraternità che non nasceva da affinità sociali, bensì dalla scoperta di Dio come Padre.

    Anche Chiara appare nell’omelia con tutta la forza della sua scelta. Il Papa l’ha descritta come una ragazza che voleva vivere libera, seguendo il cammino evangelico aperto da Francesco. La sua libertà non fu rivendicazione di autonomia da Dio. Fu consegna totale a Lui. È questa, ha spiegato Leone XIV, «l’energia del cristianesimo», la forza che attraversa i suoi inizi e rende possibili sempre nuove ripartenze.

    Il racconto evangelico mostra Pietro desideroso di fermare la luce del monte. Vorrebbe costruire tre capanne e prolungare quella visione. Il Papa ha colto il rischio nascosto in quel gesto: rimanere spettatori della conversazione tra Gesù, Mosè ed Elia. Nella conversazione bisogna entrare. Non basta guardare Cristo da lontano. Non basta emozionarsi davanti alla sua bellezza. Occorre leggere con Lui il nostro tempo e assumere decisioni che seguano il suo cammino.

    «Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia per scrivere nuove pagine di storia». Questa frase raccoglie il senso dell’intera visita. I giovani non sono chiamati a inventare un nuovo cristianesimo, come se duemila anni di fede fossero un ingombro dal quale liberarsi. Sono chiamati a entrare nella storia di Cristo, ad ascoltarne la voce e a permettere che quella storia continui attraverso la loro vita.

    La Tradizione non è un museo nel quale custodire oggetti privi di vita. È la presenza di Cristo che attraversa il tempo, raggiunge ogni generazione e domanda una risposta nuova nella fedeltà all’unico Vangelo. Leone XIV ha indicato nella Chiesa il luogo di questo discernimento. La Chiesa esiste per introdurci «in questo dinamismo di ascolto e di decisione», nel quale impariamo a comprendere per chi vivere e come vivere.

    La voce di Dio, ha precisato, non coincide semplicemente con le nostre opinioni. È un richiamo necessario. Abbiamo sviluppato una certa abilità nel presentare come ispirazione dello Spirito ciò che avevamo già deciso in precedenza. Si ascolta Dio soltanto quando si accetta anche la possibilità che Egli chieda di cambiare strada, di rinunciare a qualcosa, di obbedire a una parola più grande dei nostri desideri. L’obbedienza allo Spirito non rende passivi. Il Papa l’ha descritta come la sorgente dell’audacia e della creatività di coloro che hanno veramente seguito Gesù.

    Poi è arrivato uno dei passaggi più belli dell’omelia: «Noi ci sfiguriamo separandoci da Lui e dagli altri. Ci trasfiguriamo invece nei rapporti che nutrono e chiamano alla vita». Il peccato sfigura perché divide. Separa l’uomo da Dio, lo chiude dentro se stesso e trasforma l’altro in un concorrente, in uno strumento o in un nemico.

    La grazia trasfigura perché ristabilisce la comunione. L’uomo ritrova il proprio volto quando torna a vivere come figlio e riconosce nell’altro un fratello. Non è la solitudine a renderci autentici. È la relazione con Dio, vissuta dentro legami capaci di custodire la verità e di chiamarci alla conversione.

    Questa è anche la missione della spiritualità francescana: riparare i rapporti fondamentali con Dio e con le creature. Ripararli significa restituire loro l’ordine dell’amore. Non sfruttare, non dominare, non ridurre ogni cosa a materiale da consumare.

    La Trasfigurazione rivela anche il vero volto dell’uomo. Leone XIV ha richiamato il mistero del Verbo incarnato, nel quale trova luce il mistero dell’umanità. Guardando Cristo comprendiamo chi siamo chiamati a diventare. Il cristianesimo non impoverisce l’uomo. Lo conduce alla sua «magnifica umanità». Da questa visione è nato l’appello più forte rivolto ai giovani: «Oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi».

    Il Papa non ha chiesto giovani decorativi da esibire nelle manifestazioni ecclesiali. Non ha chiesto una generazione addestrata a ripetere parole rassicuranti. Ha chiesto nuovi santi. La santità invocata da Leone XIV non fugge dalla storia. Entra nelle sue ferite. Per questo ha invitato i giovani ad «osare» la fede nel Vangelo, a diventare umani con la libertà di Cristo e ad abbracciare sorella povertà. Il titolo dell’incontro, GO!, ha assunto così il valore di una missione.

    «Andate», ha detto il Papa. Poi ha corretto il verbo: «O meglio ancora, andiamo». Questo passaggio dall’andate all’andiamo ha rivelato il volto pastorale di Leone XIV. Pietro non manda la Chiesa restando fermo. Cammina con essa. Il Papa non assegna ai giovani una missione dalla distanza sicura di una tribuna. Si colloca dentro il medesimo popolo chiamato a seguire Cristo.

    Dove andare? Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza negano la dignità dei figli di Dio. Verso la carne sofferente e ferita, rinunciando a quei ripari personali o comunitari che permettono di osservare il dramma umano senza esserne toccati. Ma ha anche indicato la strada per raggiungere la carne sofferta dell’uomo. La strada è la trasformazione del cuore che avviene con la trasfigurazione che opera Cristo. Senza la trasfigurazione, il servizio rischia di ridursi ad attivismo. Senza l’incontro con la sofferenza reale, la contemplazione rischia di trasformarsi in rifugio religioso.

    Il Papa ha invitato i giovani a sottrarsi alla cultura della potenza e ad abbattere i muri costruiti dalla paura. Ha spiegato che questo non significa tradire la famiglia, la città o la tradizione. Significa liberarle dai fantasmi che le deformano, dai nemici inventati e dalla violenza con cui si tenta di imporre il proprio piccolo ordine alla realtà.

    La tradizione cristiana non viene custodita moltiplicando ostilità. Viene custodita generando santi. Da qui una delle espressioni più audaci: «Non un mondo da difendere, ma da abbracciare». Non è un invito all’ingenuità. Il bene va custodito e la verità va difesa. Il Papa sta indicando il modo cristiano di farlo. Il discepolo non difende la fede trasformandola in una fortezza costruita contro l’umanità. La custodisce lasciando che essa diventi carità, servizio e capacità di incontrare ogni uomo senza perdere la propria identità. Francesco non vinse il mondo imponendosi. Lo abbracciò da povero.

    L’omelia si è conclusa con la preghiera comunemente attribuita a san Francesco: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace». Leone XIV l’ha presentata come risposta alla domanda su dove andare e, soprattutto, su come andare.

    Si va portando l’amore dove domina l’odio, il perdono dove l’offesa continua a ferire, la luce dentro le tenebre. Si va imparando a comprendere prima di pretendere di essere compresi. Si va donando la propria vita.

    Il ritorno dei giovani nei diversi Paesi europei è stato infine accostato alla discesa di Pietro, Giacomo e Giovanni dal monte della Trasfigurazione. Non tornano a casa per conservare il ricordo di una bella esperienza. Scendono dal monte con Cristo, chiamati a entrare nella storia.

    Al termine della celebrazione, a ringraziare il Papa è stato Francesco, un giovane tra i giovani. La scelta ha avuto un valore preciso. Non una conclusione affidata al consueto rappresentante istituzionale, perché talvolta il protocollo ecclesiastico riesce a riprendersi il centro anche dopo avere trascorso un’intera mattinata a predicare il contrario. Ha parlato colui che rappresentava i destinatari dell’incontro.

    Francesco ha detto al Papa: «La sua presenza è per noi molto più di una visita. È un abbraccio che ci raggiunge personalmente». Ha riconosciuto nel Successore di Pietro colui che cammina accanto al popolo di Dio e ne condivide le speranze e le fatiche. Ha richiamato il motto di Leone XIV, «In Colui che è uno, siamo uno», rileggendolo alla luce della frammentazione e della solitudine che segnano tanti giovani. L’unità della Chiesa non nasce dalla somiglianza tra le persone. Nasce da Cristo. In Lui nessuno è straniero. Attorno a Pietro, i giovani hanno sperimentato visibilmente di appartenere a un solo corpo.

    La richiesta finale rivolta al Papa ha raccolto tutto il cammino: «Preghi perché non ci manchi il coraggio di scegliere Cristo, perché sappiamo riconoscere la sua voce nel rumore del mondo, perché la nostra giovinezza diventi una vita donata».

    Ecco ciò che è accaduto oggi ad Assisi. Leone XIV non ha invitato i giovani a trattenere la luce del monte. Li ha chiamati a lasciarsi trasformare da essa. Non ha chiesto loro di proteggere gelosamente la propria giovinezza. Ha chiesto che diventi una vita donata. L’Europa cerca nuovi santi. Cristo continua a chiamarli. La Chiesa li accompagna sul monte e poi scende con loro nella storia. GO! Andate. O meglio ancora: andiamo.

  • A Santa Maria degli Angeli Leone XIV ha indicato la radicalità evangelica come forma adulta della fede

    C’è un modo facile di parlare ai giovani: compiacerli. Si ascoltano le loro inquietudini, si ripetono alcune parole alla moda e si evita accuratamente di chiedere una decisione. Questa mattina, a Santa Maria degli Angeli, Papa Leone XIV ha scelto una strada diversa. Ha ascoltato domande vere e ha risposto mostrando che il Vangelo può ancora chiedere tutta la vita.

    Il Ministro provinciale e custode del santuario ha ricordato che proprio in quel luogo Francesco comprese la propria vocazione, accolse i primi fratelli e vide nascere una forma di vita evangelica destinata a raggiungere il mondo. Ha presentato al Papa giovani provenienti da diversi Paesi europei, giunti ad Assisi con il desiderio di non rimanere «spettatori passivi».

    Le domande rivolte a Leone XIV hanno dimostrato che i giovani sanno andare in profondità quando vengono messi nelle condizioni di farlo. Nessuna richiesta banale, nessuna curiosità personale da salotto televisivo. Hanno parlato della testimonianza cristiana, della vocazione e delle ferite della Chiesa. Il Papa ha accolto ciascuna domanda senza ridurne la serietà.

    Carolina, una giovane croata cresciuta in una parrocchia francescana, ha chiesto come rimanere autentici discepoli di Cristo e portare speranza ai propri coetanei. La sua domanda nasceva dall’esperienza di una fede vissuta nella vicinanza alle persone, dentro una terra che ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra appartenenza religiosa e nazionalismo.

    Leone XIV ha ricordato che oggi ai cristiani viene chiesto di diventare operatori di pace in società tentate di usare la religione per contrapporre le identità. Essere fedeli al Vangelo significa lavorare alla purificazione della memoria, attraversare i pregiudizi e sottrarsi alla cultura della potenza.

    Qui il Papa ha pronunciato una frase di grande importanza: «La radicalità evangelica è l’opposto del fondamentalismo». Una distinzione importante anche per il nostro attuale clima ecclesiale dove non pochi confondono radicalità e fondamentalismo. Il fondamentalismo irrigidisce l’uomo e lo rende incapace di incontrare chi è diverso. La radicalità evangelica conduce alla sequela di Gesù, rende umili e apre all’accoglienza. Il cristiano radicale non è colui che grida più forte o costruisce un’identità contro qualcuno. È colui che prende sul serio Cristo fino a lasciarsi cambiare da Lui.

    Leone XIV ha poi invitato i giovani a immaginare i primi frati riuniti con Francesco alla Porziuncola, occupati nel «ragionare di Dio», nella preghiera e negli esercizi di carità. Quel silenzio, ha spiegato, era il contrario della guerra. Anche oggi la Chiesa deve tornare a essere un’assemblea nella quale uomini e donne imparano a stare realmente insieme.

    Il riferimento alla tecnologia è stato molto concreto. Il Papa ha osservato che essa può disabituare a incontrarsi «fra persone in carne e ossa». Non si è trattato della solita condanna degli strumenti digitali. Ha richiamato il valore della presenza reale. La fede cristiana passa attraverso volti, relazioni e comunità nelle quali Cristo viene riconosciuto vivo.

    Giovanni, ventisettenne di Bologna, ha portato il dialogo sul terreno della vocazione. Ha parlato della cultura del provvisorio e della paura delle scelte definitive. Ha chiesto al Papa come sia possibile dire a Dio un sì pieno senza tornare continuamente a guardare indietro.

    La risposta di Leone XIV è stata particolarmente originale. Ha ricordato che un tempo la Chiesa educava al senso cristiano del provvisorio: il mondo passa, le cose terrene cambiano, Dio solo rimane. Oggi il provvisorio ha assunto un significato diverso. È diventato la pretesa di non decidere mai, mantenendo aperte tutte le possibilità e sottraendosi alla responsabilità di una scelta.

    Da qui la frase forse più forte dell’intero incontro: «Il coraggio di compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario». Decidere per sempre, ha spiegato il Papa, significa entrare in un cammino più grande senza sentirsi chiudersi in una gabbia. Amare è un esodo, una strada che Dio percorre con noi. Chi passa continuamente da un’esperienza all’altra può restare immobile interiormente. Si moltiplicano i contatti e cresce il vuoto, fino al rischio di usare le persone e lasciarsi usare.

    Il «per sempre» è stato presentato come una grazia alla quale l’uomo risponde con la propria fedeltà. La vocazione non è un’emozione iniziale conservata nel ricordo. È una chiamata che continua a risuonare dentro le decisioni già prese.

    Leone XIV ha parlato anche di sé. Ha ricordato il cammino verso il sacerdozio, l’appartenenza alla comunità agostiniana e la missione. Poi ha accennato al sì pronunciato davanti alla chiamata inattesa a diventare Papa. Non ha descritto una scalata ecclesiastica ordinatamente predisposta, quella strana versione clericale della Provvidenza che somiglia tanto a un organigramma aziendale. Ha raccontato una fedeltà sostenuta da Dio e accompagnata da persone concrete.

    La domanda di Luigi, giovane della Gioventù Francescana siciliana, ha condotto il dialogo dentro la ferita ecclesiale. Ha ricordato che Francesco conobbe una Chiesa segnata da contraddizioni e rimase fedele al Papa e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. Non scelse l’eresia, non si pose come giudice e non trasformò la riparazione in una condanna pronunciata dall’esterno.

    Luigi ha chiesto come sia possibile continuare ad amare la Chiesa come madre quando le sue ferite provocano sofferenza e delusione. Il Papa non ha nascosto la gravità degli scandali. Ha riconosciuto che alcune persone non hanno potuto incontrare la Chiesa come Cristo la desidera. Le ferite inflitte dai discepoli possono persino diventare un ostacolo alla fede, specialmente per i piccoli e per i più fragili.

    Leone XIV ha ricondotto tutto al desiderio di Gesù sulla Chiesa. Cristo raduna attorno a sé persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate. Crea un popolo nel quale i muri invisibili cadono e la grandezza assume la forma del servizio. La forza cristiana non umilia. Solleva.

    Riparare la Chiesa significa allora permettere alla vita di Cristo di agire in noi. Non è questione di dichiararsi migliori della comunità alla quale si appartiene. Chi ama la Chiesa riconosce le sue ferite, assume la propria responsabilità e lavora dentro quel «cantiere sempre aperto» evocato dal Papa.

    Solo appartenendo alla Chiesa si può parlare di lei con l’affetto riservato a una madre. L’appartenenza non impedisce la correzione. Le conferisce verità, perché nasce dall’amore e dal desiderio che il volto di Cristo risplenda nella vita dei suoi discepoli.

    Questa mattina Leone XIV non ha offerto ai giovani un cristianesimo alleggerito e non ha ridotto san Francesco a un simbolo innocuo di bontà universale, come purtroppo si è abituato a considerarlo e a propagandarlo. Ha mostrato un uomo conquistato dal Vangelo, capace di costruire la pace, di impegnare per sempre la propria libertà e di riparare la Chiesa rimanendo suo figlio.

    Il Papa ha preso sul serio i giovani perché li ha ritenuti capaci di radicalità evangelica. Ha parlato alla loro libertà senza adularla e ha mostrato che Cristo non sottrae nulla alla vita. Le dona una direzione. A Santa Maria degli Angeli la Chiesa non ha incontrato un pubblico da intrattenere. Ha incontrato giovani chiamati a diventare discepoli.

  • Cari amici, tra pochi minuti Papa Leone XIV inizierà la sua visita pastorale a Santa Maria degli Angeli. Alle 8.45 incontrerà i giovani riuniti per il “GO! Franciscan Youth Meeting 2026” e ascolterà le loro domande. Alle 10.30 presiederà la Santa Messa nella Basilica, nel giorno in cui la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore.

    Il Papa arriva ad Assisi per indicare ai giovani una sorgente e una direzione. La sorgente è Cristo. La direzione è la missione.

    Il luogo scelto parla già prima delle parole: la Porziuncola, il piccolo spazio nel quale san Francesco comprese che il Vangelo non è un ideale da ammirare, è una vita da accogliere. Francesco non cambiò il mondo inseguendo se stesso. Lasciò che Cristo cambiasse lui. Da quella conversione nacque la chiamata a riparare la Chiesa.

    Il titolo dell’incontro, “GO!”, significa proprio questo: andare. Non fuggire dalla realtà e neppure accontentarsi di una fede vissuta come emozione passeggera. Andare dopo avere incontrato Cristo, portando nel mondo la sua luce. L’appuntamento si svolge nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco e conclude alcuni giorni di preghiera e formazione vissuti da giovani provenienti da diversi Paesi europei.

    La festa della Trasfigurazione rende ancora più limpido il messaggio di questa giornata. Cristo conduce i discepoli sul monte, mostra loro la sua gloria e li riconduce nella storia. Anche la giovinezza ha bisogno di essere trasfigurata: liberata dalla paura di scegliere, dalla ricerca ossessiva dell’approvazione e dall’illusione che basti accumulare esperienze per trovare una ragione per vivere.

    Seguiamo questa visita con attenzione. Leone XIV parlerà ai giovani e, attraverso di loro, parlerà a tutta la Chiesa. Una Chiesa che ama davvero i giovani non si limita ad applaudirli o a imitarne il linguaggio. Li conduce a Cristo, li aiuta a riconoscere la propria vocazione e li manda nel mondo.

    Dalla Porziuncola può ripartire ancora una volta una giovinezza conquistata da Cristo e pronta a riparare la Chiesa.

  • «Il suo volto brillò come il sole». (Mt 17,1-9)

    Cari amici buongiorno. Ieri abbiamo contemplato il grembo di Maria come prima dimora del Verbo. Oggi la festa della Trasfigurazione ci mostra quale luce abita la carne assunta dal Figlio. Sul monte, il corpo di Gesù lascia trasparire per un istante la gloria che la Pasqua manifesterà pienamente.

    Sul monte, il corpo di Gesù viene attraversato dalla luce. I discepoli non vedono un altro Cristo. Vedono per un istante la gloria del Figlio risplendere nella sua umanità. La Trasfigurazione non elimina la carne. La illumina dall’interno.

    Pietro vorrebbe trattenere quella visione. Gesù lo conduce verso Gerusalemme, dove lo stesso volto sarà percosso e lo stesso corpo verrà crocifisso. La gloria cristiana passa attraverso la Pasqua. È la potenza dell’amore che attraversa la morte e la vince.

    Maria non è presente sul Tabor secondo il racconto evangelico. Conosce il Figlio nella vita nascosta e lo vedrà sfigurato sul Calvario. La sua fede custodisce la promessa anche quando la luce sembra scomparsa. Nell’Assunzione quella promessa si compie anche in lei: il corpo che ha servito Cristo partecipa alla gloria del Risorto.

    La festa di oggi ci insegna a guardare il corpo senza fermarci alla sua condizione presente. Il volto segnato dalla malattia e il corpo consumato dagli anni conservano intatta la loro vocazione. Anche una vita ferita è chiamata alla trasfigurazione. Questa speranza ci rende sensibili alla sofferenza e impedisce di identificarla con il destino definitivo dell’uomo.

    La Trasfigurazione manifesta la continuità tra la carne umile di Gesù e la gloria del Figlio. I discepoli riconoscono lo stesso volto, ora attraversato dalla luce. La gloria non sostituisce l’umanità. La rende trasparente alla comunione eterna che il Figlio vive con il Padre.

    Il racconto è collocato lungo il cammino verso Gerusalemme. La luce del monte prepara i discepoli all’ora nella quale il volto di Cristo sarà sfigurato. Essi dovranno ricordare che il Crocifisso rimane il Figlio amato. La Pasqua non oppone la gloria alla sofferenza. Rivela che l’amore di Dio attraversa la morte e la priva del dominio definitivo.

    Ogni corpo porta una forma presente e una vocazione futura. La malattia, le cicatrici e i segni dell’età descrivono una parte della storia. Non esauriscono il destino. La fede permette di guardare la fragilità senza negarla e senza identificarla con l’ultima verità della persona.

    Maria conserva questa speranza quando la forma visibile del Figlio sembra contraddire la promessa. Il corpo nato da lei viene percosso e deposto nel sepolcro. La sua fede rimane legata alla parola ricevuta. Nell’Assunzione la luce pasquale raggiunge anche il suo corpo e mostra la fecondità di una vita rimasta unita a Cristo.

    Lo sguardo cristiano sul corpo altrui viene educato dal Tabor. Esso rifiuta la curiosità che riduce la persona alla ferita e la superficialità che valuta soltanto l’apparenza. Cerca nel volto concreto la chiamata alla trasfigurazione. Questo sguardo sostiene la cura e protegge la dignità quando la persona non riesce più a difenderla da sola.

    Da questa luce impareremo domani a pregare anche con il corpo, lasciando che i gesti esprimano la fede.

    Un gesto per oggi

    Evitiamo oggi ogni giudizio sull’aspetto di una persona. Quando incontriamo un volto segnato dalla fatica, ricordiamo in silenzio la gloria promessa.

    Alla scuola di san Leone Magno

    San Leone spiega che la Trasfigurazione rafforza gli apostoli davanti allo scandalo della croce. La gloria mostrata sul monte prepara lo sguardo a riconoscere, sotto l’umiliazione della Passione, la stessa umanità del Figlio. Anche la speranza cristiana impara a custodire la luce quando la forma presente del corpo appare oscurata. (Discorso 51, 3)

    Il discorso di san Leone mostra che il Tabor prepara gli apostoli al Calvario. La luce ricevuta nella contemplazione deve essere custodita quando la forma visibile sembra contraddirla. La speranza cristiana cresce attraverso questa memoria.

    Preghiera

    Cristo trasfigurato, luce del Padre, illumina il mio sguardo. Quando il corpo appare segnato dal limite, custodisci in me la certezza della Pasqua. Maria, Madre del Risorto, sostieni la mia speranza e conducimi verso la gloria preparata da Dio.

    Giaculatoria

    Gesù trasfigurato, illumina il mio corpo con la speranza.

  • Cari amici, mi sono imbattuto con le immagini diffuse da «Vita da suore» insieme a Jo Squillo e ho provato una profonda tristezza. Non scrivo per alimentare una polemica estiva. Non desidero rivolgere parole offensive alle persone presenti nel video. Ciascuna porta con sé una storia che merita rispetto. Come sacerdote, sono chiamato ad accogliere ogni persona che incontro, ad ascoltarne le ferite e ad accompagnarla verso Cristo.

    Proprio questo dovere pastorale mi impedisce di tacere quando il nome della Vergine Maria e i segni della vita consacrata vengono usati per trasmettere un messaggio estraneo alla fede cristiana.

    Le protagoniste di «Vita da suore» non sono religiose. Sono attrici che indossano un abito simile a quello delle consacrate e interpretano personaggi nati nell’ambito di una produzione cinematografica. Molti, vedendo i loro video, hanno creduto che fossero realmente suore.

    Questa confusione non è innocente. L’abito religioso non è un costume di scena. Dietro quel velo vi sono donne che hanno consegnato l’intera esistenza a Cristo. Vi sono monasteri nei quali si prega per il mondo mentre il mondo dimentica Dio. Vi sono religiose che assistono gli ammalati, educano i piccoli e vivono una fedeltà quotidiana che non avrà mai milioni di visualizzazioni.

    Ridurre quell’abito a una maschera da spettacolo significa ridicolizzare una vocazione santa. Usarlo per doppi sensi, allusioni erotiche e provocazioni commerciali significa trasformare il dono di tante donne in materiale pubblicitario.

    La ferita diventa ancora più profonda quando viene chiamata in causa la Vergine Maria che, per ovvie ragioni, non è un’immagine disponibile per qualunque campagna culturale. Non è una figura decorativa alla quale attribuire il messaggio che la sensibilità del momento desidera ascoltare. Maria è la Madre di Dio. È la creatura che ha accolto la volontà del Signore e ha consegnato liberamente tutta se stessa al suo disegno.

    Il suo «eccomi» non celebra l’autodeterminazione assoluta dell’individuo. Esprime l’adesione amorosa della creatura al Creatore. Maria accoglie ogni uomo perché ogni uomo possa incontrare Cristo, essere liberato dal peccato e ricevere la vita nuova.

    Dire questo non significa umiliare chi vive situazioni affettive o identitarie complesse. La Chiesa deve avvicinarsi a ciascuno con rispetto e pazienza, senza rinunciare alla verità. Nessuno deve essere insultato. Nessuno deve diventare un bersaglio.

    L’accoglienza cristiana non consiste nel dichiarare santo ogni desiderio. Un sacerdote non ama una persona quando si limita a ripeterle ciò che desidera sentirsi dire. La ama quando le resta accanto, condivide la sua sofferenza e le indica Cristo, anche quando la sua parola chiede un cambiamento di vita.

    So bene che anche denunciare questa operazione può contribuire alla sua diffusione. È possibile che la provocazione sia stata pensata proprio per suscitare reazioni e condivisioni, trasformando l’indignazione dei credenti in pubblicità gratuita.

    Questa possibilità rende la vicenda ancora più grave. Il nome di Maria e l’abito religioso verrebbero utilizzati per attirare l’attenzione. La reazione dei fedeli diventerebbe poi parte della strategia promozionale. Il sacro sarebbe ridotto a esca commerciale e lo scandalo verrebbe programmato come strumento di visibilità.

    Per questa ragione non rilancio il video e non invito nessuno a cercarlo. Ne parlo perché molti fedeli lo hanno già incontrato e ne sono rimasti confusi o feriti. Il compito pastorale non consiste nel fare da cassa di risonanza alla provocazione. Consiste nell’offrire un criterio di giudizio e nel custodire ciò che appartiene a Dio.

    Comprendo il dolore delle vere consacrate, che vedono la propria vita trasformata in caricatura. A loro desidero esprimere vicinanza e gratitudine. La loro esistenza nascosta vale infinitamente più di un prodotto costruito per inseguire l’algoritmo.

    Qualcuno dirà che si tratta soltanto di ironia. L’ironia possiede un limite. Esiste una soglia oltre la quale il sorriso diventa scherno e la provocazione assume il carattere della profanazione.

    La questione più grave, a questo punto, riguarda anche noi cristiani. Siamo diventati incapaci di riconoscere il limite nell’uso del sacro. Davanti a qualsiasi profanazione compare subito qualcuno pronto a scoprire un messaggio positivo, un’occasione di dialogo o una possibile apertura. Si arriva a giustificare tutto purché vi sia una parola accattivante da invocare: inclusione, accoglienza, libertà.

    Così il male non viene più chiamato male. Lo scandalo diventa opportunità. L’offesa si trasforma in occasione pastorale. La profanazione viene presentata come un linguaggio nuovo da comprendere. Questa capacità di ricondurre ogni cosa a un presunto bene non è discernimento cristiano. È perdita del giudizio spirituale.

    Il cristianesimo insegna che Dio può trarre un bene anche dal male. Non insegna che il male, per questo, cessi di essere male. La Provvidenza può servirsi perfino del peccato per condurre qualcuno alla conversione. Il peccato resta peccato e nessuno ha il diritto di compierlo contando sul bene che Dio potrebbe ricavarne.

    Confondere queste realtà significa capovolgere la fede. È una logica diabolica, nel senso più preciso del termine: separa la misericordia dalla verità, dissolve il confine tra santo e profano, rende l’uomo incapace di riconoscere ciò che offende Dio.

    Il diavolo raramente si presenta dichiarando di voler distruggere il sacro. Preferisce convincerci che il sacro possa essere usato per qualunque scopo, purché sembri inclusivo, moderno o divertente. Una volta cancellato il limite, non resta più nulla da profanare, perché nulla viene ormai riconosciuto come santo.

    Da sacerdote sento il dovere di dirlo con chiarezza: quelle non sono suore, quella non è vita consacrata e quella non è la maternità spirituale di Maria. La Vergine accoglie tutti per condurli a suo Figlio. A Cana non disse: «Fate ciò che sentite». Disse: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».