Cari amici, la pubblicazione del Rapporto finale della prima parte del Gruppo di Studio n. 7, dedicato alle procedure di selezione dei candidati all’episcopato, merita una lettura attenta, non frettolosa, non ideologica, non già prigioniera delle reazioni automatiche che ormai accompagnano ogni documento ecclesiale. Appena compare la parola “sinodale”, da una parte qualcuno accende l’incenso dell’entusiasmo, dall’altra qualcuno suona le campane del disastro. Sarebbe bello, ogni tanto, usare la ragione. Capisco che sia un’abitudine antica e quindi oggi quasi rivoluzionaria.

Il tema è serio. Si tratta della scelta dei vescovi, cioè di coloro che, nella Chiesa, ricevono la pienezza del sacramento dell’Ordine e sono costituiti pastori delle Chiese particolari in comunione gerarchica con il Romano Pontefice e con il Collegio episcopale. Qui non siamo davanti a una questione amministrativa. La scelta di un vescovo incide sulla fede del popolo, sulla vita sacramentale, sulla formazione del clero, sull’orientamento pastorale, sulla custodia della comunione, sulla capacità di una diocesi di camminare verso Cristo e non semplicemente verso il calendario delle riunioni.

Il documento nasce da una richiesta formulata nel cammino sinodale: verificare i criteri di selezione dei candidati all’episcopato, equilibrando l’autorità del Nunzio Apostolico con la partecipazione della Conferenza Episcopale, e ampliare la consultazione del Popolo di Dio, ascoltando un numero maggiore di laici, consacrati e consacrate, con attenzione a evitare pressioni inopportune. L’intenzione, considerata in sé, è comprensibile. Il discernimento su un futuro vescovo risulta più ecclesialmente fondato quando non viene ridotto a una procedura chiusa, affidata soltanto a canali ristretti, soprattutto quando questi canali rischiano di non conoscere abbastanza la vita reale di una Chiesa locale.

Il rapporto dichiara di voler comprendere la selezione dei candidati all’episcopato come un processo ecclesiale, guidato dallo Spirito Santo, segnato dalla preghiera, dall’ascolto e dal discernimento, nel quale collaborano il Popolo di Dio della Chiesa locale, i vescovi del territorio, la Rappresentanza Pontificia e i Dicasteri della Curia Romana che coadiuvano il Vescovo di Roma. Questo è un punto importante. Il testo non propone formalmente l’elezione democratica del vescovo. Non consegna la scelta del pastore a un’assemblea locale. Non elimina il ruolo del Papa. La decisione ultima resta del Vescovo di Roma, dopo la formazione della terna e il discernimento della Sede Apostolica.

Qui si trova il primo elemento positivo. Il documento sembra voler correggere un possibile limite della prassi attuale: la distanza tra chi deve valutare un candidato e la conoscenza concreta della diocesi da provvedere. Una diocesi non è una casella vuota in una tabella. Ha una storia, ferite, risorse spirituali, tensioni interne, presbiterio, vita consacrata, famiglie, parrocchie, movimenti, periferie reali, povertà visibili e povertà nascoste. Un vescovo può essere brillante in astratto e inadatto a una determinata Chiesa locale. Può avere un buon curriculum e mancare di quella prudenza pastorale che permette di governare senza distruggere, correggere senza umiliare, ascoltare senza essere catturato dalle cordate.

Il rapporto conserva anche un riferimento fondamentale ai criteri classici. Afferma che la dignità personale e l’idoneità al ministero pastorale al servizio di una determinata Chiesa locale sono i due criteri fondamentali, e ricorda tra le qualità richieste nel vescovo l’integrità morale, l’ortodossia dottrinale, la sensibilità pastorale, l’attitudine al governo e la capacità di amministrare i beni della Chiesa. Questa indicazione va accolta con favore. Essa impedisce, almeno sul piano del testo, di ridurre il vescovo a un semplice coordinatore di processi ecclesiali. Il vescovo è successore degli Apostoli, maestro della fede, santificatore del popolo mediante i sacramenti, guida autorevole della comunità ecclesiale. Ogni procedura che dimenticasse questa identità diventerebbe ecclesiologicamente povera, anche se molto elegante nella terminologia.

Le criticità emergono quando il documento introduce altri criteri, più fluidi e meno facilmente verificabili. Si parla di “competenze sinodali”, di apertura alla complessità, di propensione all’innovazione, di capacità di adattarsi a nuove situazioni, di conoscenza profonda delle culture locali e di disponibilità a integrarsi in esse in modo costruttivo. Questi elementi possono avere un significato legittimo. Un vescovo non può essere un uomo isolato, rigido, incapace di ascoltare e di comprendere il tempo in cui vive. Deve conoscere il popolo affidato, deve sapere entrare nella realtà senza fuggire nelle astrazioni, deve promuovere la comunione senza ridurre la comunione a quieto vivere.

Resta una domanda decisiva: questi criteri saranno subordinati alla fede apostolica o finiranno per diventare criteri dominanti? “Propensione all’innovazione” può significare intelligente creatività pastorale e può anche diventare conformità allo spirito del tempo. “Apertura alla complessità” può indicare prudenza e discernimento e può anche diventare incapacità di dire una parola chiara. “Competenze sinodali” può significare capacità di ascoltare e di governare in comunione e può anche diventare abilità nel non scontentare nessuno. La storia ecclesiale recente insegna che le parole elastiche, quando non sono ancorate a una dottrina robusta, finiscono spesso nelle mani più organizzate, non necessariamente nelle mani più apostoliche.

Il nodo, dunque, non è la consultazione. La Chiesa conosce da sempre forme di partecipazione, consiglio, ascolto, discernimento comunitario. Il nodo è la natura della consultazione. Il rapporto stesso afferma che essa deve essere intesa come strumento di discernimento essenzialmente diverso da un sondaggio o da un referendum, e chiede che tutto si compia senza dare adito a pressioni sulle scelte future della Santa Sede. Questo passaggio è decisivo e andrebbe scritto quasi sulla porta di ogni Curia, magari in latino, così almeno sembrerebbe più solenne e qualcuno avrebbe timore di banalizzarlo.

Consultare il Popolo di Dio significa raccogliere testimonianze, percepire lo stato reale di una diocesi, comprendere quali ferite chiedano cura, quali attese siano evangeliche e quali siano semplicemente emotive o ideologiche. Non significa trasformare la nomina del vescovo in una campagna di preferenze. Non significa consegnare la Chiesa locale alle dinamiche del consenso. Non significa permettere che gruppi organizzati, sensibilità ecclesiali o appartenenze culturali costruiscano il profilo del vescovo desiderato secondo la propria immagine.

Una delle proposte più delicate riguarda il Comitato per la provvista della Chiesa locale, composto da presbiteri, consacrati e laici eletti dagli organismi diocesani, chiamato a interagire con il Nunzio Apostolico per precisare lo stato della diocesi, il profilo del nuovo pastore e possibili candidature. L’intenzione può essere buona: offrire al Nunzio una conoscenza più concreta, più incarnata, meno dipendente da informazioni frammentarie. Il rischio è altrettanto evidente: trasformare un organismo consultivo in un luogo di pressione indiretta. Il testo chiede che i membri siano riservati, imparziali, maturi ecclesialmente e conoscitori della Chiesa locale. Sono criteri ottimi. Bisogna solo ricordare che gli esseri umani non diventano imparziali perché un documento lo prevede. Sarebbe comodo, quasi miracoloso, e risolverebbe anche molte riunioni parrocchiali.

La delicatezza cresce quando il rapporto chiede al Nunzio di consultare una pluralità ampia di informatori: chierici, consacrati, laici, donne, giovani, rappresentanti delle università ecclesiastiche, aggregazioni, poveri, emarginati, comunità indigene o minoranze etniche e linguistiche. In alcuni casi, nel contesto della raccolta di informazioni sullo stato della diocesi e sul profilo del nuovo vescovo, si prevede anche la possibilità di ascoltare persone della società civile, del mondo della cultura, non credenti o persone che hanno abbandonato la pratica ecclesiale.

Anche qui occorre distinguere. Ascoltare chi vive nel territorio può aiutare a comprendere come la Chiesa sia percepita, quali ferite abbia lasciato, quali forme di presenza siano credibili, quali scandali abbiano indebolito la fiducia. Una persona lontana dalla pratica ecclesiale può offrire una testimonianza utile sul rapporto tra diocesi e società. Da qui a farne un criterio ecclesiale per determinare il profilo del pastore il passo sarebbe pericoloso. Il vescovo non è chiamato a essere il leader religioso più gradito all’ambiente civile. È chiamato a guidare una Chiesa nella fede cattolica, nella vita sacramentale, nella carità ordinata alla verità, nella missione evangelizzatrice. Chi non condivide la fede può aiutare a descrivere una situazione. Non può diventare misura del pastore di cui la Chiesa ha bisogno.

Un altro passaggio richiede prudenza particolare: l’uso di informazioni attinte da Internet, che il documento considera possibili e talvolta di grande aiuto, purché accuratamente verificate. È giusto riconoscere che oggi una parte della vita pubblica di un candidato passa anche attraverso ciò che viene scritto, pubblicato, registrato, discusso. Sarebbe ingenuo ignorarlo. Sarebbe devastante assumere il web come tribunale ecclesiale. Internet è il luogo in cui una frase viene separata dal contesto, una foto diventa documento accusatorio, una polemica viene scambiata per prova, una campagna organizzata appare come opinione diffusa. Servirà una disciplina molto seria, perché la verifica dell’attendibilità non può essere affidata alla logica dei motori di ricerca o al rumore dei social.

Il rapporto contiene anche una proposta interessante e positiva: valutare regolarmente il processo di selezione dei candidati all’episcopato, favorendo la condivisione di buone pratiche e prevedendo, a discrezione del Papa, una commissione ecclesiastica indipendente che includa anche la valutazione dell’operato dei Dicasteri competenti. L’idea del rendiconto può aiutare a evitare automatismi, superficialità, chiusure autoreferenziali. La Chiesa non ha nulla da temere da una valutazione seria, purché la valutazione non sia ridotta agli standard sociologici del funzionamento istituzionale. Il primo criterio di verifica dovrà restare ecclesiale: i vescovi scelti sono stati padri nella fede? Hanno custodito la dottrina? Hanno santificato il popolo? Hanno governato con prudenza e fortezza? Hanno promosso vocazioni, formato il clero, curato i poveri, sostenuto le famiglie, difeso la comunione, corretto gli errori, annunciato Cristo?

La questione centrale è tutta qui. Questa riforma aiuterà a scegliere vescovi più apostolici o vescovi più processuali? Aiuterà a individuare uomini di Dio o figure capaci di attraversare senza scosse i meccanismi ecclesiali? Favorirà pastori con dottrina sicura, vita spirituale provata, carità pastorale e capacità di governo, oppure premierà candidati abili nel linguaggio corrente, prudenti fino all’evanescenza, graditi ai gruppi più influenti e immuni da ogni chiarezza scomoda?

Il documento non impone una risposta negativa. Sarebbe ingiusto dirlo. Contiene elementi buoni, richiami importanti, intenzioni ecclesiali serie. Chiede più ascolto, maggiore conoscenza delle Chiese locali, discernimento più ampio, attenzione a evitare pressioni, distinzione tra consultazione e referendum. Tutto questo può servire alla Chiesa. La procedura, da sola, non genera vescovi apostolici. Un metodo buono può essere svuotato da criteri deboli. Una consultazione ampia può diventare sapienza ecclesiale oppure pressione organizzata. Un linguaggio spirituale può custodire il discernimento oppure coprire dinamiche molto umane, quelle che l’uomo decaduto riesce sempre a infilare anche tra una preghiera iniziale e un verbale finale.

Per questo il rapporto va letto dentro una forte ecclesiologia cattolica. Il vescovo non nasce dal consenso della comunità, anche quando la comunità viene ascoltata. Non è il delegato della diocesi, non è il rappresentante delle sensibilità locali, non è il garante di un equilibrio tra gruppi. È mandato da Cristo attraverso la Chiesa, in comunione con Pietro, per insegnare, santificare e governare. La consultazione può aiutare a riconoscere meglio chi sia adatto a questo ministero. Non può cambiare la natura del ministero.

La riforma sarà buona se renderà più evidente questa verità: la Chiesa locale ha bisogno di un pastore, non di un candidato gradito. Ha bisogno di un padre, non di un mediatore permanente. Ha bisogno di un successore degli Apostoli, non di un funzionario della complessità. Ha bisogno di un uomo capace di ascoltare, certamente, e capace anche di parlare quando la fede lo chiede. Capace di camminare con il popolo, e capace di guidarlo verso Cristo quando il popolo preferirebbe restare dove si trova. Capace di accogliere, e capace di correggere. Capace di discernere, e capace di decidere.

Il Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 7 non va demonizzato. Va preso sul serio. Proprio per questo va letto criticamente. Le buone intenzioni meritano rispetto. Le ambiguità meritano vigilanza. La posta in gioco non è una procedura più partecipata, bensì la qualità apostolica dei pastori che guideranno le Chiese nei prossimi decenni. Una Chiesa sinodale senza vescovi apostolici diventerebbe una struttura molto consultiva e poco evangelica. Una Chiesa che ascolta davvero lo Spirito saprà invece ricordare che il primo servizio reso al Popolo di Dio non è dargli il pastore che preferisce, bensì il pastore di cui ha bisogno per arrivare a Cristo.

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