
Cari amici, alcune espressioni usate dal Papa nell’udienza generale dedicata al viaggio africano hanno suscitato domande e, in qualcuno, anche un certo turbamento. Penso in particolare alla frase con cui Leone XIV, ricordando l’Algeria, ha detto che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. La reazione di alcuni è stata immediata. C’è chi ha visto in questa espressione un rischio di indifferentismo religioso, chi vi ha letto una forma di deismo, chi ha pensato subito a uno scivolamento verso il sincretismo. Altri, all’opposto, hanno liquidato ogni inquietudine come eccesso di scrupolo o rigidità polemica. In realtà il punto merita una riflessione più seria, perché tocca un problema più ampio del solo caso concreto.
Il primo passo consiste nel considerare bene il contesto. Un’udienza generale non è un’aula teologica. Non è una dichiarazione dottrinale costruita con distinzione scolastica dei termini. Non è neppure, in senso stretto, un testo pensato per affrontare una controversia con precisione tecnica. È un momento di insegnamento pastorale rivolto a un pubblico vastissimo e molto differenziato. In quel contesto il Papa usa inevitabilmente un linguaggio più largo, più accessibile, più relazionale. Cerca di non creare inutili incomprensioni ad extra. Cerca di farsi capire da tutti. Cerca di comunicare una verità reale senza irrigidirla in formule che, fuori da un contesto più strettamente ecclesiale o teologico, potrebbero risultare incomprensibili o persino respingenti.
Fin qui, l’intenzione si comprende. Il problema nasce altrove. Nasce quando si presume che i fedeli siano già abbastanza formati per distinguere spontaneamente i diversi livelli del discorso ecclesiale. Si suppone cioè che tutti sappiano riconoscere quando il Papa parla in modo più pastorale, quando usa una formula di carattere dialogico, quando impiega un linguaggio ad extra, quando si muove invece in un registro più propriamente dottrinale o esprime un giudizio prudenziale legato a una circostanza concreta. Questa presunzione, a mio avviso, è uno dei punti deboli più seri della vita ecclesiale contemporanea.
Da molti decenni si è diffusa l’idea che il popolo cristiano possieda ormai, quasi per osmosi, gli strumenti necessari per orientarsi dentro questi diversi registri. In realtà, molto spesso, non è così. I fedeli sentono una formula ampia e la percepiscono come mutamento di contenuto. Oppure la sentono e la lasciano subito sequestrare da una lettura ideologica già pronta. In questo modo una parola pensata per mantenere equilibrio verso l’esterno può facilmente generare turbamento verso l’interno. Ciò che nasce per favorire il dialogo ad extra finisce con il produrre confusione ad intra. E quando questo accade, il clima ecclesiale si irrigidisce. Da una parte crescono letture troppo elastiche, che trasformano ogni apertura linguistica in revisione sostanziale della dottrina. Dall’altra crescono reazioni immediate, sospettose, a volte ossessive, che vedono in ogni parola un tradimento già consumato. Entrambe le reazioni si nutrono della stessa fragilità di fondo: la mancanza di una ricezione sufficientemente dottrinale dei testi.
Qui si tocca un punto essenziale. Ogni espressione papale, ogni gesto pastorale, ogni documento, va ricevuto avendo chiara la posizione dottrinale della Chiesa, che non muta. Questo non significa leggere il Papa con sospetto. Significa leggerlo cattolicamente. La continuità dottrinale non soffoca il linguaggio pastorale, lo protegge. Lo colloca nel suo livello giusto. Lo impedisce di essere frainteso o manipolato. Se questa continuità è chiara, una formula più larga non viene scambiata per mutamento del contenuto. Se questa continuità è ignorata o data semplicemente per presupposta, ogni parola diventa materia esplosiva.
Prendiamo proprio il caso della frase del Papa sui “figli dello stesso Padre misericordioso”. Se la si legge nel senso pienamente cristiano della figliolanza soprannaturale in Cristo, allora l’espressione diventa impropria, perché la figliolanza adottiva è legata alla fede, al Battesimo, alla grazia, alla partecipazione alla vita del Figlio. Se invece la si legge sul piano più largo della comune origine creaturale, allora essa può fondare una fraternità umana reale senza cadere per questo nell’indifferentismo religioso. Il problema, dunque, non consiste nel gridare subito al sincretismo. Consiste nel possedere la sapienza ecclesiale sufficiente per distinguere i piani. Dove manca questa sapienza, la formula si fa opaca. E appena si fa opaca, le ideologie se ne appropriano.
Questo vale in generale per molte espressioni del linguaggio ecclesiale contemporaneo. Non pochi conflitti nascono proprio da qui. Si usa un linguaggio pensato per aprire, avvicinare, dialogare, rassicurare, e si dimentica che quel linguaggio verrà ricevuto da uomini e donne immersi in un ambiente saturo di contrapposizioni, slogan e semplificazioni. Alcuni lo useranno per spingere avanti la loro agenda. Altri per gridare al tradimento. Se manca una formazione dottrinale chiara, il testo non viene letto nella continuità della fede cattolica, ma nella continuità dei propri umori o delle proprie appartenenze ideologiche.
Per questo oggi più che mai si impone un compito ecclesiale decisivo: educare alla ricezione cattolica del linguaggio papale e magisteriale. Ricevere cattolicamente non significa minimizzare tutto. Non significa neppure assolutizzare ogni formula. Significa sapere che la Chiesa possiede un deposito della fede stabile, una dottrina che non muta nel suo contenuto essenziale, e che i diversi linguaggi con cui essa si esprime vanno compresi dentro questa continuità.
Naturalmente, tutto questo non significa scaricare sul fedele l’intero peso della corretta interpretazione. Il dovere della chiarezza resta anzitutto di chi parla, tanto più quando si tratta del Papa. Se un’espressione risulta troppo ampia o esposta all’equivoco, non basta chiedere a chi ascolta uno sforzo indefinito di compensazione. La precisione, in questo campo, è essa stessa una forma di carità ecclesiale. Nello stesso tempo, però, non si può ignorare che oggi la ricezione delle parole del Magistero avviene in un contesto mediatico deformante, fatto di titoli estratti, letture parziali, appropriazioni ideologiche e contrapposizioni immediate. Per questo la formazione del popolo cristiano non può essere data per presupposta. Non si tratta di esigere una élite ermeneutica, quasi che il Vangelo fosse riservato agli specialisti. Si tratta piuttosto di ridare ai fedeli quella minima maturità ecclesiale che consenta di distinguere tra contenuto dottrinale stabile e registri pastorali più ampi, tra il nucleo della fede e le sue diverse forme espressive, tra ciò che la Chiesa insegna sempre e ciò che, nel linguaggio, può variare senza mutare la sostanza. Senza questa maturità, il fedele semplice resta esposto alla confusione, e la resistenza alle deformazioni ideologiche diventa un compito quasi impossibile per il singolo.
Questa resistenza è molto importante. Oggi non basta più pronunciare una parola giusta. Bisogna anche saperla difendere dalle appropriazioni ideologiche. Una formula pastorale può essere usata ad contra con grande facilità. C’è chi la piega in senso permissivo, come se la Chiesa avesse finalmente smesso di credere ciò che ha sempre creduto. C’è chi la piega nel senso opposto, come se ogni apertura linguistica fosse già resa al mondo. Una comunità cristiana dottrinalmente fondata sa resistere a entrambe le manipolazioni. Sa che la verità non cambia. Sa che il linguaggio può variare. Sa che la variazione del linguaggio chiede discernimento, non panico. Sa che il dialogo ad extra non deve trasformarsi in indebolimento ad intra.
Il nodo, allora, è precisamente questo: il problema non nasce soltanto da espressioni pastorali più ampie, ma dalla falsa premessa che il popolo cristiano sia già formato abbastanza da discernerne correttamente il livello. Quando questa formazione manca, il linguaggio pensato per non turbare ad extra finisce per turbare ad intra. E questo turbamento, a sua volta, diventa materiale di scontro per chi vive prigioniero delle diverse ideologie ecclesiali.
Per uscire da questo circolo vizioso non basta chiedere formule sempre più tecniche, come se la soluzione consistesse nel trasformare ogni udienza papale in una lezione di teologia dogmatica. Serve piuttosto un’opera più profonda e più paziente. Serve formare i fedeli a distinguere, a collocare, a ricevere, a leggere in continuità, a non prendere la parola ecclesiale come materia grezza da consegnare immediatamente alle tifoserie. Serve ridare al popolo cristiano la coscienza della dottrina stabile, non per irrigidire il linguaggio, ma per renderlo intelligibile e sicuro. Serve, in una parola, più sapienza ecclesiale.
Solo così si potrà comprendere che certe espressioni più larghe, usate per mantenere equilibrio verso l’esterno, non mutano il contenuto della fede. Solo così si potrà anche opporre una resistenza giusta a chi le usa per colpire la Chiesa o per svuotarla dall’interno. Solo così il dialogo ad extra non diventerà una ferita ad intram. E solo così il popolo di Dio potrà ascoltare le parole del Papa non come scintille gettate in un campo secco, ma come parte viva di una Tradizione che non si spegne, non si contraddice e non smette di guidare la Chiesa nella verità di Cristo.
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