La liturgia, cuore del sacerdozio. Colonia 30 marzo 2026

Fratelli e sorelle, cari confratelli nel ministero ordinato,

insieme con la consacrazione degli oli santi per l’anno che ci sta davanti, oggi noi sacerdoti rinnoviamo, nel contesto di questa celebrazione, la nostra disponibilità al servizio sacerdotale. Anche i diaconi lo faranno, secondo la forma propria del loro ministero, subito dopo l’omelia.

All’inizio del rito, nella prima domanda, ci verrà chiesto se siamo disposti a celebrare con fedele riverenza i misteri di Cristo secondo la tradizione della Chiesa, a lode di Dio e per la salvezza del suo popolo. Se la liturgia, come insegna il Concilio Vaticano II, è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa ed è insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza, allora anche per noi sacerdoti la celebrazione del culto divino è il vertice verso cui tende tutto il nostro operare ed è la sorgente da cui deve continuamente sgorgare ogni nostra energia.

Il nostro ministero non si esaurisce certo nella celebrazione del culto. Eppure la liturgia resta il centro del servizio sacerdotale. È culmine, perché tutto il nostro agire mira alla comunione di vita con Cristo, la nostra e quella delle comunità affidateci, e questa comunione nella liturgia si realizza sacramentalmente. È fonte, perché da essa la nostra vita spirituale, come pure quella delle nostre comunità, può e deve essere incessantemente rinnovata. Lo esprimeva con efficacia un’immagine cara a Papa Giovanni XXIII, quella del pozzo del villaggio, al quale tutte le generazioni sono venute, vengono e verranno ad attingere la stessa acqua viva e fresca.

Quando parliamo dei misteri di Cristo, così come quando parliamo di liturgia o di culto, non intendiamo mai soltanto la celebrazione dell’Eucaristia. I misteri di Cristo che noi sacerdoti dichiariamo di voler celebrare comprendono l’intero ambito delle azioni sacramentali nel senso più ampio. Comprendono il Battesimo, mediante il quale gli uomini vengono introdotti nel popolo di Dio; comprendono il sacramento della Penitenza, nel quale esercitiamo il ministero della riconciliazione dei peccatori con Dio e con la Chiesa; comprendono il Matrimonio e le benedizioni; comprendono l’Unzione degli infermi, con la quale rialziamo e confortiamo chi soffre; comprendono la liturgia dell’agonia e delle esequie, nella quale rendiamo ai fedeli l’ultimo servizio di carità ecclesiale.

In modo del tutto particolare, naturalmente, vi è l’Eucaristia, che a differenza degli altri sacramenti siamo chiamati a celebrare ogni giorno, talvolta anche più volte al giorno. Il Concilio l’ha definita fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Eppure la liturgia non può mai essere separata né dalla martyria né dalla diakonia. Non si possono dividere il servizio della celebrazione, quello dell’annuncio e quello della carità. La Chiesa, fin dai tempi più antichi, ha sempre custodito questa unità. La celebrazione dell’Eucaristia è stata fin dall’inizio strettamente congiunta con la proclamazione della Parola di Dio e con l’impegno concreto verso i poveri. Da una parte, liturgia della Parola e liturgia eucaristica sono cresciute fino a costituire un’unica azione sacra. Dall’altra, la celebrazione eucaristica era collegata al convito fraterno dell’agape. Non a caso san Paolo esorta la comunità di Corinto a mettere da parte, proprio nel giorno del Signore, una colletta per i poveri della Palestina.

Per questo il decreto conciliare sul ministero e la vita dei presbiteri afferma giustamente che il primo compito dei sacerdoti, quali cooperatori dei vescovi, è annunciare a tutti il Vangelo di Dio. E aggiunge che l’annuncio è ordinato alla celebrazione della liturgia e da essa deve sempre nuovamente prendere avvio. Se l’Eucaristia è la più alta celebrazione liturgica, allora anche la predicazione cristiana è autenticamente tale solo quando sgorga dal centro eucaristico della Chiesa. Diventa così teologicamente comprensibile che fin dall’antichità il presidente dell’Eucaristia fosse anche colui che, nell’omelia, esercitava il ministero della Parola. Per questo la disponibilità a celebrare i misteri di Cristo include necessariamente anche la disponibilità ad annunciare liturgicamente la Parola di Dio.

Cari confratelli, proprio di fronte ai tentativi odierni di separare la predicazione nell’omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, dobbiamo custodire con attenzione questo nesso teologico così profondo. Non consegniamolo con leggerezza a una visione puramente funzionale del ministero. In mezzo a tutte le fatiche che conosciamo, questa resta una delle missioni più belle affidate al sacerdote: annunciare la Parola di Dio nel cuore stesso della celebrazione, là dove Cristo parla alla sua Chiesa e si dona ad essa.

Con questo annuncio noi portiamo agli uomini la notizia più grande che esista: Dio li ama. Li ama fino al punto da aver consegnato il suo Figlio unigenito alla morte di croce per la nostra salvezza. E questo, fratelli e sorelle, non ci è dato soltanto di dirlo. Ci è dato anche di celebrarlo, in modo eminente nella santa Eucaristia, nella quale si rende continuamente presente l’opera della nostra redenzione.

La Chiesa raccomanda perciò con insistenza, specialmente a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando vi partecipino pochi fedeli o addirittura nessuno. Essa non è mai un fatto privato. È sempre actus Christi et Ecclesiae, azione di Cristo e della Chiesa. Proprio per questo la celebrazione quotidiana è per noi pienamente sensata, anzi spiritualmente vitale. Non priviamoci, cari confratelli, di questo dono di grazia che il Signore ci fa nell’Eucaristia. Non disabituiamo neppure i fedeli, attraverso la nostra prassi personale, alla possibilità di partecipare ogni giorno al santo Sacrificio.

La celebrazione quotidiana della Messa non è per il sacerdote una semplice devozione facoltativa. Appartiene in modo costitutivo al suo essere e al suo agire. Nell’Eucaristia il Signore si dona a noi, si consegna a noi, per diventare una sola cosa con noi. “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo”. In queste parole c’è anche un appello rivolto a noi: accoglimi in te. A questo dobbiamo rispondere: accogli anche me in te. Soltanto così nasce la vera unità, soltanto così si realizza quella comunione di vita con Gesù che ci ha resi partecipi del suo sacerdozio mediante l’ordinazione sacra, perché egli possa operare nella sua Chiesa attraverso di noi e il nostro ministero.

È il Signore stesso che celebra la santa Eucaristia. E facendoci partecipi di sé, ci introduce in una singolare comunione con lui e tra di noi, nella comunione del suo Corpo che è la Chiesa. La Chiesa, nel suo nucleo più profondo, è assemblea eucaristica. È là dove si celebra l’Eucaristia che essa è presente nella sua forma più densa. Questo vale al punto che il corpo ecclesiale, cioè la comunità dei fedeli, e il corpo eucaristico del Signore non possono essere separati. La Chiesa non si limita a celebrare l’Eucaristia. Essa nasce dall’Eucaristia.

Se questo è vero, esso tocca immediatamente la nostra situazione pastorale presente, specialmente per quanto riguarda la celebrazione domenicale. “Per questo, Padre, siamo qui riuniti davanti a te nel giorno che hai fatto santo, nel quale Cristo è risorto dai morti”. L’Eucaristia è la ripresentazione sacramentale della morte e risurrezione del Signore. È quindi il culto proprio della comunità cristiana nel giorno di domenica. Questa convinzione fondamentale della fede rimane valida oggi come ieri. Essa esprime il fatto che la celebrazione eucaristica domenicale non è sostituibile né scambiabile con altro.

Per questo, cari confratelli, mi addolora profondamente vedere che sempre più spesso la celebrazione domenicale dell’Eucaristia venga rimpiazzata da celebrazioni della Parola, talora con distribuzione della santa Comunione. Oggi desidero esprimere ancora una volta, con chiarezza e con forza, la mia grande preoccupazione: questa prassi rischia di condurci, poco alla volta, alla perdita della nostra identità cattolica. Là dove essa è già diffusa, si constata che alcuni fedeli, grazie a Dio, si spostano verso i luoghi nei quali si celebra ancora la santa Messa. Altri semplicemente restano a casa. Altri ancora arrivano a dire che per loro basta ormai partecipare a una celebrazione della Parola, e che della Messa non avvertono più il bisogno. Sembra persino che vi siano luoghi nei quali si lavora intenzionalmente per rendersi, in futuro, indipendenti dal sacerdote, come se il suo ministero non fosse più necessario.

Cari confratelli, cari fratelli e sorelle, tutto questo non è più cattolico. Ve lo dico con franchezza e con insistenza. Occorre opporsi a tale deriva sin dall’inizio. Desidero richiamare qui un’antica prassi della Chiesa, rimasta in vigore da noi fino al XIX secolo e tuttora viva nelle Chiese d’Oriente: in ogni comunità, la domenica, si celebrava una sola Eucaristia come convocazione dell’intera assemblea. Alla base di questa disciplina vi è la convinzione che l’Eucaristia domenicale debba servire alla raccolta della comunità, non alla sua dispersione.

Ritornare a questa antica tradizione, ripensandola con prudenza pastorale e adattandola con intelligenza alle nostre grandi unità pastorali e alle parrocchie, potrebbe diventare un vero cammino di rinnovamento spirituale ed eucaristico. Potrebbe rendere possibile che in un maggior numero di comunità si celebri la santa Messa domenicale e potrebbe favorire una più profonda solidarietà eucaristica tra le diverse comunità.

Cari confratelli, desidero ora dirvi dal cuore il mio grazie. Grazie per il vostro servizio sacerdotale. Grazie per la disponibilità con cui portate i pesi spesso gravosi del ministero. Prima di affidare a Pietro il compito di pascere il suo gregge, il Signore gli pose una domanda decisiva: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?”. Gliela pose per tre volte, perché qui è in gioco tutto, è in gioco il cuore intero.

Oggi, nel giorno in cui rinnoviamo la nostra disponibilità al servizio sacerdotale, anche noi possiamo rispondere con Pietro: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Possiamo dire al Signore che siamo pronti a lasciarci infiammare dal suo amore appassionato, per uscire nel suo nome e compiere il nostro ministero, portando agli uomini il dono della sua carità.

Esiste forse una missione più bella di questa, cari confratelli? Continuiamo dunque con fiducia e con coraggio il cammino sul quale il Signore ci conduce. Continuiamolo con gioia, perché ne abbiamo ogni motivo. Il Signore è sempre con noi e non ci abbandona mai. Amen.

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