
Cari amici, ieri è stato pubblicato anche il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 9 che affronta una questione decisiva per il futuro del cammino sinodale: i criteri teologici e metodologici con cui la Chiesa dovrebbe discernere le questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Non siamo davanti a un testo marginale. Qui non si discute soltanto di singoli temi pastorali. Si propone un metodo. E quando si propone un metodo, si decide già molto del contenuto. Anche nella Chiesa, come nella vita, chi cambia la strada finisce spesso per cambiare pure la meta, con grande sorpresa di chi aveva giurato di voler soltanto aggiornare la segnaletica.
Il documento dichiara di voler passare dall’espressione “questioni controverse” all’espressione “questioni emergenti”. La ragione indicata è chiara: parlare di controversie orienterebbe verso la soluzione teorica di un problema, mentre parlare di questioni emergenti permetterebbe di riconoscere esperienze di vita che chiedono ascolto e discernimento nel cammino ecclesiale. Questa scelta non è secondaria. Sposta l’attenzione dalla dottrina chiamata a giudicare le situazioni alla situazione concreta chiamata a entrare nel processo di discernimento. È proprio qui che nasce il punto delicato del Rapporto. L’ascolto delle esperienze è necessario. L’esperienza, quando viene assunta come criterio capace di orientare la comprensione della dottrina, introduce una fragilità teologica seria.
Il testo insiste su un “cambio di paradigma” nella missione della Chiesa e propone il superamento di una logica definita “applicativa”, nella quale prima si formulano i principi e poi li si applica alle situazioni concrete. Al suo posto viene proposta una logica “integrativa”, nella quale pratiche, vissuti, contesti e narrazioni entrano nel processo stesso del discernimento ecclesiale. Anche qui la questione va posta con precisione. Nessun pastore serio può pensare che la cura delle anime consista nell’applicare frasi generali a persone concrete come si appone un timbro su una pratica d’ufficio. La pastorale cattolica vive di prudenza, accompagnamento, discernimento, gradualità, conoscenza reale delle persone. La dottrina cattolica, però, non è una teoria preconfezionata dalla quale liberarsi. È l’intelligenza ecclesiale della Rivelazione, custodita nella Tradizione viva e servita dal Magistero. Essa non può essere trattata come una forma rigida da ammorbidire mediante le narrazioni personali.
Qui appare il rischio di una pastorale senza forma dottrinale. Una pastorale così impostata conserva parole buone, come ascolto, relazione, inclusione, accompagnamento, e rischia di smarrire la domanda essenziale: verso dove accompagna? Per quale conversione? In vista di quale conformazione a Cristo? Una pastorale che ascolta senza condurre, accoglie senza illuminare, accompagna senza orientare, può sembrare molto umana e finire per diventare spiritualmente sterile. La Chiesa non è chiamata a offrire una cornice religiosa alle esperienze perché restino semplicemente ciò che sono. È chiamata a portare le esperienze davanti a Cristo, perché siano guarite, purificate, elevate e ordinate alla salvezza.
La criticità maggiore emerge nella parte dedicata alle persone omosessuali credenti. Il Rapporto dichiara di voler proporre spunti utili al discernimento sinodale a partire dall’ascolto di due testimonianze personali. Da queste testimonianze ricava lacerazioni, attese, sofferenze, desiderio di appartenenza ecclesiale, esperienze comunitarie positive, difficoltà provocate da atteggiamenti di rifiuto e da pratiche pastorali inadeguate. Tutto questo chiede ascolto. Nessuna persona può essere ridotta a un caso morale, a una categoria, a un problema. La dignità della persona precede ogni giudizio sui suoi atti. La Chiesa, quando parla di persone ferite, deve parlare con precisione e carità, non con la brutalità di certi tribunali improvvisati dove tutti sono giudici e nessuno ha mai letto una riga seria di teologia morale.
Resta il problema metodologico. Il Rapporto assume due testimonianze personali come luogo di esercizio per il discernimento. Le esperienze singolari hanno valore conoscitivo, perché rivelano sofferenze, percorsi, domande, ferite e pratiche reali. Esse non hanno, da sole, valore normativo. Una testimonianza dice come una persona vive una condizione; non stabilisce da sé il significato morale oggettivo di quella condizione. Se si vuole comprendere il furto, può essere utile ascoltare anche chi ha rubato, perché il racconto può far emergere povertà, paura, abitudine, ribellione, contesto sociale, ferite educative. Da quel racconto non deriva il criterio per definire la gravità morale del furto. Per giudicare moralmente l’atto occorrono la legge naturale, la Rivelazione, la dottrina della Chiesa, la considerazione dell’oggetto morale, delle circostanze e dell’imputabilità soggettiva. La testimonianza aiuta a comprendere la persona e il cammino pastorale possibile. Non fonda la norma.
Applicato alla questione trattata dal Rapporto, questo criterio diventa decisivo. Le testimonianze di persone omosessuali credenti possono aiutare la Chiesa a riconoscere solitudini reali, linguaggi inadeguati, mancanze pastorali, atteggiamenti ingiusti e percorsi spirituali da accompagnare. Non possono stabilire che cosa sia moralmente conforme al disegno di Dio sulla sessualità, sul matrimonio e sulla differenza sessuale. La dottrina cattolica distingue da sempre tra la dignità inviolabile della persona, la tendenza, la responsabilità soggettiva e il giudizio morale sugli atti. Questa distinzione non è freddezza. È carità ordinata dalla verità. Senza questa distinzione si finisce in una confusione nella quale ogni sofferenza diventa argomento dottrinale e ogni richiesta di riconoscimento diventa criterio pastorale.
Il Rapporto richiama due documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, la dichiarazione Persona humana del 1975 e la lettera Homosexualitatis problema del 1986, ricordando la condanna di ogni espressione malevola o azione violenta verso le persone omosessuali e la necessità di una pastorale in pieno accordo con l’insegnamento della Chiesa. Questo riferimento è importante. Proprio per questo diventa necessario domandarsi se l’impianto complessivo del documento custodisca realmente quel criterio. Quando il testo individua tra gli elementi positivi “la stabilità di una buona relazione affettiva” e il riconoscimento dell’importanza della sessualità, dentro un percorso che intende superare la tensione tra dottrina e pratiche pastorali, si apre una domanda inevitabile: il discernimento serve ad accompagnare le persone verso la verità di Cristo o serve a riformulare gradualmente il giudizio ecclesiale sulle relazioni vissute?
Il punto non è la durezza o la misericordia. Questa alternativa è falsa e produce confusione. Il punto è la forma cristiana della misericordia. La misericordia di Cristo raggiunge la persona nella sua situazione reale e la chiama a una vita nuova. Gesù non umilia la persona ferita, non la identifica con il suo peccato, non la chiude nel suo passato. Egli apre un cammino. La parola evangelica non si limita a dire: resta dove sei, ora ti riconosciamo. Dice: alzati, cammina, entra nella libertà dei figli di Dio. Una pastorale che non osa più indicare questa direzione conserva il vocabolario dell’accoglienza e perde il dinamismo della redenzione.
La Chiesa deve ascoltare le esperienze. Deve farlo con serietà, senza paura, senza caricature, senza risposte prefabbricate. L’ascolto cristiano, però, non sospende la verità del Vangelo. La rende pastoralmente accessibile. L’esperienza illumina il modo dell’annuncio, rivela ostacoli concreti, mostra ferite da curare, indica percorsi da accompagnare. La misura ultima resta Cristo, riconosciuto nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero. Se l’esperienza diventa misura della dottrina, la Chiesa finisce per interpretare la Rivelazione a partire dal vissuto soggettivo. Se la dottrina resta separata dall’esperienza, la pastorale si irrigidisce in formule incapaci di raggiungere le persone. La via cattolica è più esigente: ascoltare tutto, discernere tutto, giudicare tutto alla luce di Cristo.
Il Rapporto del Gruppo 9 mostra quindi una criticità che non può essere minimizzata. Il suo linguaggio è attento, il suo impianto è colto, le sue intenzioni dichiarate sono pastorali. Proprio per questo richiede una vigilanza maggiore. I testi più pericolosi non sono sempre quelli che negano apertamente la dottrina. Spesso sono quelli che mantengono le parole della dottrina e cambiano gradualmente il luogo da cui la dottrina viene interpretata. Qui il rischio è che la pastorale, nata per servire la verità salvifica, diventi il luogo in cui la verità viene riplasmata dalle esperienze.
Una Chiesa veramente pastorale non teme la dottrina. La dottrina non è un ostacolo alla cura delle anime. È la forma della cura, perché custodisce la verità dell’uomo davanti a Dio. Senza forma dottrinale, la pastorale diventa prossimità senza orientamento. Senza carità pastorale, la dottrina viene percepita come formula senza volto. La Chiesa ha bisogno di entrambe, unite nella vita concreta del Popolo di Dio e ordinate alla salvezza. Ascoltare le esperienze è necessario. Lasciare che l’esperienza diventi misura della dottrina sarebbe un errore grave, e anche una forma sottile di abbandono pastorale. Perché chi ama davvero una persona non si limita ad ascoltarla. La accompagna verso la verità che salva.
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