«Gesù tese subito la mano, lo afferrò». (Mt 14,22-33)

Cari amici buona domenica. Ieri san Paolo ci ha ricordato che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo e appartiene al Signore. Abbiamo meditato sulla necessità di custodirlo, riconoscendo in esso una realtà ricevuta da Dio e chiamata alla comunione con lui. La liturgia di questa domenica ci conduce ora a un passaggio ulteriore. Il corpo che custodiamo con rispetto rimane un corpo fragile. Conosce la paura e può perdere sicurezza. Anche la fede viene vissuta dentro questa condizione concreta.
Il Vangelo ci porta sul lago di Galilea. I discepoli sono nella barca e il vento è contrario. Gesù li raggiunge camminando sulle acque. Pietro, ascoltando la voce del Signore, gli chiede di poter andare verso di lui. Ricevuto l’invito, scende dalla barca.
È un gesto che nasce dalla fede. Pietro affida il proprio corpo a una parola: «Vieni». Per qualche momento cammina sull’acqua. Poi il vento torna a imporsi alla sua attenzione. La paura entra nella percezione stessa della realtà. L’acqua che poco prima sembrava sostenere il passo ora appare come una minaccia. Pietro comincia ad affondare.
L’evangelista ci permette di comprendere qualcosa di molto concreto sulla fede. Pietro non perde improvvisamente ogni convinzione religiosa. Continua a sapere chi è Gesù. La sua relazione con lui viene attraversata dalla paura. Il corpo partecipa a questa esperienza. Il piede perde sicurezza, il respiro cambia, lo sguardo viene catturato dalla forza del vento.
È proprio qui che la meditazione di ieri trova il proprio sviluppo. Custodire il corpo come tempio dello Spirito non significa renderlo invulnerabile. Significa imparare a vivere anche la sua fragilità dentro l’appartenenza a Dio. Il corpo che appartiene al Signore può tremare. Può ammalarsi e perdere forza. Rimane il corpo di una persona amata da Dio e affidata alla sua misericordia.
Pietro, mentre affonda, pronuncia una delle preghiere più brevi del Vangelo: «Signore, salvami!». In quel momento non riesce a costruire un discorso. Gli resta un grido. Ed è sufficiente perché la relazione con Cristo rimanga aperta.
Gesù tende subito la mano. Questo gesto acquista tutto il suo significato alla luce dell’Incarnazione. Il Figlio di Dio ha assunto un corpo proprio perché la salvezza potesse raggiungerci nella nostra condizione reale. La mano che afferra Pietro appartiene al Verbo fatto carne. È la stessa mano che toccherà i malati e spezzerà il pane. Sarà una mano trafitta sulla croce. Nel Risorto porterà ancora il segno dei chiodi.
Dio ha scelto di salvarci attraverso questa prossimità. Pietro viene afferrato nel momento preciso in cui scopre di non riuscire più a sostenersi da solo. La sua debolezza diventa così il luogo nel quale comprende più profondamente da chi viene la salvezza. Il Signore gli domanda: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». La domanda di Gesù non umilia il discepolo. Lo riconduce all’origine del passo che aveva compiuto. Era sceso dalla barca perché aveva ascoltato una parola. Ora deve imparare che la stessa parola resta affidabile anche quando il vento si fa sentire.
Nella nostra esperienza accade qualcosa di simile. Ci sono periodi nei quali il corpo rende evidente una fragilità che fino a quel momento avevamo quasi ignorato. Una malattia cambia improvvisamente il ritmo della giornata. La stanchezza ridimensiona ciò che pensavamo di poter sostenere. Anche la paura può diventare fisicamente percepibile e condizionare il modo con cui guardiamo ciò che ci circonda.
La fede cristiana entra dentro questa esperienza senza trasformarla in una colpa. Ci insegna anzitutto a rivolgerla al Signore. «Signore, salvami» può diventare la preghiera di chi si accorge di non avere più tutte le forze necessarie. Può essere pronunciata mentre si attende una diagnosi o quando una situazione familiare sembra superiore alle proprie possibilità. La sua brevità non ne diminuisce la verità. Pietro non viene salvato perché riesce a controllare la paura. Viene salvato perché, dentro la paura, continua a rivolgersi a Cristo.
La mano del Signore può raggiungerci anche attraverso mani umane. Accogliere l’aiuto di una persona competente o lasciarsi sostenere da qualcuno che ci vuole bene appartiene alla nostra condizione creaturale. Chi per anni è stato capace di sostenere gli altri può conoscere un tempo nel quale deve lasciarsi sostenere. Anche questo può diventare un esercizio di fede.
Maria ci accompagna in questa scuola dell’affidamento. All’Annunciazione conosce il turbamento e porta davanti all’angelo la propria domanda. La risposta ricevuta non le consegna il controllo di ciò che accadrà. Le apre una strada sulla quale dovrà continuamente fidarsi di Dio. Il suo sì attraverserà Nazaret e la fuga in Egitto. La condurrà fino alla croce.
Nell’Assunzione contempliamo il compimento di questa esistenza consegnata. Il corpo che Maria ha affidato alla volontà di Dio entra interamente nella gloria del Figlio. La fiducia vissuta nella storia raggiunge la propria pienezza.
Anche Pietro dovrà imparare lentamente questa consegna. L’uomo che oggi viene afferrato sulle acque sarà ancora attraversato dalla paura nella notte della Passione. Il Risorto tornerà a cercarlo e lo condurrà a una fede più matura. Questo ci permette di comprendere che la crescita spirituale non procede attraverso una progressiva invulnerabilità. Cresce nella conoscenza sempre più profonda di Colui al quale possiamo consegnare la nostra fragilità.
Il corpo custodito che ieri abbiamo riconosciuto come tempio dello Spirito è dunque anche il corpo che può aver bisogno di essere afferrato. La sua dignità non diminuisce quando perde sicurezza. Proprio allora può diventare il luogo di una fede più povera e più vera, capace di gridare semplicemente: «Signore, salvami».
Domani, nella festa di san Lorenzo, compiremo un ulteriore passo. Il corpo che ha imparato a lasciarsi sostenere da Cristo potrà essere contemplato nella libertà di chi, sostenuto dalla grazia, giunge a consegnare se stesso per amore.
Un gesto per oggi
Quando affiora una paura, ripetiamo la parola di Pietro: «Signore, salvami». Accogliamo con semplicità l’aiuto concreto che ci viene offerto.
Alla scuola di sant’Agostino
Commentando Pietro sulle acque, sant’Agostino vede in lui anche l’immagine della Chiesa. Essa attraversa il mare della storia sostenuta dalla fede e grida quando sente venire meno le forze. Cristo ascolta questo grido e non lascia affondare chi tende verso di lui. (Discorso 76)
Agostino vede in Pietro la Chiesa attraversata dalle tempeste della storia. Il grido non esprime il fallimento della fede. Diventa la forma umile con cui la comunità riconosce di dipendere dalla mano del Signore.
Preghiera
Signore Gesù, quando la paura mi fa affondare, tendimi la tua mano. Donami l’umiltà di gridare e di lasciarmi aiutare. Maria, stella del mare, accompagnami nelle acque agitate e mantieni il mio sguardo rivolto al tuo Figlio.
Giaculatoria
Signore Gesù, tendimi la tua mano.









