• Cari amici, mi sono imbattuto con le immagini diffuse da «Vita da suore» insieme a Jo Squillo e ho provato una profonda tristezza. Non scrivo per alimentare una polemica estiva. Non desidero rivolgere parole offensive alle persone presenti nel video. Ciascuna porta con sé una storia che merita rispetto. Come sacerdote, sono chiamato ad accogliere ogni persona che incontro, ad ascoltarne le ferite e ad accompagnarla verso Cristo.

    Proprio questo dovere pastorale mi impedisce di tacere quando il nome della Vergine Maria e i segni della vita consacrata vengono usati per trasmettere un messaggio estraneo alla fede cristiana.

    Le protagoniste di «Vita da suore» non sono religiose. Sono attrici che indossano un abito simile a quello delle consacrate e interpretano personaggi nati nell’ambito di una produzione cinematografica. Molti, vedendo i loro video, hanno creduto che fossero realmente suore.

    Questa confusione non è innocente. L’abito religioso non è un costume di scena. Dietro quel velo vi sono donne che hanno consegnato l’intera esistenza a Cristo. Vi sono monasteri nei quali si prega per il mondo mentre il mondo dimentica Dio. Vi sono religiose che assistono gli ammalati, educano i piccoli e vivono una fedeltà quotidiana che non avrà mai milioni di visualizzazioni.

    Ridurre quell’abito a una maschera da spettacolo significa ridicolizzare una vocazione santa. Usarlo per doppi sensi, allusioni erotiche e provocazioni commerciali significa trasformare il dono di tante donne in materiale pubblicitario.

    La ferita diventa ancora più profonda quando viene chiamata in causa la Vergine Maria che, per ovvie ragioni, non è un’immagine disponibile per qualunque campagna culturale. Non è una figura decorativa alla quale attribuire il messaggio che la sensibilità del momento desidera ascoltare. Maria è la Madre di Dio. È la creatura che ha accolto la volontà del Signore e ha consegnato liberamente tutta se stessa al suo disegno.

    Il suo «eccomi» non celebra l’autodeterminazione assoluta dell’individuo. Esprime l’adesione amorosa della creatura al Creatore. Maria accoglie ogni uomo perché ogni uomo possa incontrare Cristo, essere liberato dal peccato e ricevere la vita nuova.

    Dire questo non significa umiliare chi vive situazioni affettive o identitarie complesse. La Chiesa deve avvicinarsi a ciascuno con rispetto e pazienza, senza rinunciare alla verità. Nessuno deve essere insultato. Nessuno deve diventare un bersaglio.

    L’accoglienza cristiana non consiste nel dichiarare santo ogni desiderio. Un sacerdote non ama una persona quando si limita a ripeterle ciò che desidera sentirsi dire. La ama quando le resta accanto, condivide la sua sofferenza e le indica Cristo, anche quando la sua parola chiede un cambiamento di vita.

    So bene che anche denunciare questa operazione può contribuire alla sua diffusione. È possibile che la provocazione sia stata pensata proprio per suscitare reazioni e condivisioni, trasformando l’indignazione dei credenti in pubblicità gratuita.

    Questa possibilità rende la vicenda ancora più grave. Il nome di Maria e l’abito religioso verrebbero utilizzati per attirare l’attenzione. La reazione dei fedeli diventerebbe poi parte della strategia promozionale. Il sacro sarebbe ridotto a esca commerciale e lo scandalo verrebbe programmato come strumento di visibilità.

    Per questa ragione non rilancio il video e non invito nessuno a cercarlo. Ne parlo perché molti fedeli lo hanno già incontrato e ne sono rimasti confusi o feriti. Il compito pastorale non consiste nel fare da cassa di risonanza alla provocazione. Consiste nell’offrire un criterio di giudizio e nel custodire ciò che appartiene a Dio.

    Comprendo il dolore delle vere consacrate, che vedono la propria vita trasformata in caricatura. A loro desidero esprimere vicinanza e gratitudine. La loro esistenza nascosta vale infinitamente più di un prodotto costruito per inseguire l’algoritmo.

    Qualcuno dirà che si tratta soltanto di ironia. L’ironia possiede un limite. Esiste una soglia oltre la quale il sorriso diventa scherno e la provocazione assume il carattere della profanazione.

    La questione più grave, a questo punto, riguarda anche noi cristiani. Siamo diventati incapaci di riconoscere il limite nell’uso del sacro. Davanti a qualsiasi profanazione compare subito qualcuno pronto a scoprire un messaggio positivo, un’occasione di dialogo o una possibile apertura. Si arriva a giustificare tutto purché vi sia una parola accattivante da invocare: inclusione, accoglienza, libertà.

    Così il male non viene più chiamato male. Lo scandalo diventa opportunità. L’offesa si trasforma in occasione pastorale. La profanazione viene presentata come un linguaggio nuovo da comprendere. Questa capacità di ricondurre ogni cosa a un presunto bene non è discernimento cristiano. È perdita del giudizio spirituale.

    Il cristianesimo insegna che Dio può trarre un bene anche dal male. Non insegna che il male, per questo, cessi di essere male. La Provvidenza può servirsi perfino del peccato per condurre qualcuno alla conversione. Il peccato resta peccato e nessuno ha il diritto di compierlo contando sul bene che Dio potrebbe ricavarne.

    Confondere queste realtà significa capovolgere la fede. È una logica diabolica, nel senso più preciso del termine: separa la misericordia dalla verità, dissolve il confine tra santo e profano, rende l’uomo incapace di riconoscere ciò che offende Dio.

    Il diavolo raramente si presenta dichiarando di voler distruggere il sacro. Preferisce convincerci che il sacro possa essere usato per qualunque scopo, purché sembri inclusivo, moderno o divertente. Una volta cancellato il limite, non resta più nulla da profanare, perché nulla viene ormai riconosciuto come santo.

    Da sacerdote sento il dovere di dirlo con chiarezza: quelle non sono suore, quella non è vita consacrata e quella non è la maternità spirituale di Maria. La Vergine accoglie tutti per condurli a suo Figlio. A Cana non disse: «Fate ciò che sentite». Disse: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

  • Papa Leone XIV ha ripreso le udienze generali e, con esse, il cammino dedicato alla Sacrosanctum Concilium. La quinta catechesi si concentra sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica e conduce la riflessione verso la Liturgia delle Ore, indicata come parte essenziale del respiro quotidiano della Chiesa.

    Il percorso seguito dal Santo Padre appare sempre più chiaro. All’inizio ha ricondotto la liturgia al mistero di Cristo e della Chiesa. Ha poi affrontato il rapporto tra riforma e Tradizione, richiamando il carattere ecclesiale del rito e il valore del linguaggio simbolico. Nella catechesi precedente aveva posto al centro l’Eucaristia, sacrificio della Croce reso sacramentalmente presente e convito pasquale nel quale la Chiesa riceve la propria forma.

    Ora il Papa mostra come la luce dell’Eucaristia si estenda all’intera giornata attraverso la preghiera della Chiesa. Il punto di partenza è lo Spirito Santo. È lo Spirito che insegna a pregare e che, dal giorno di Pentecoste, abita la comunità dei credenti. La vita della prima Chiesa nasce dalla Pasqua del Signore e si sviluppa sotto la sua azione. I cristiani si riuniscono per ascoltare le Scritture, celebrare l’Eucaristia e rendere grazie a Dio.

    La preghiera liturgica nasce da questa presenza dello Spirito. Non è anzitutto il risultato dello sforzo umano, né l’espressione religiosa prodotta spontaneamente da una comunità. È la partecipazione della Chiesa alla vita del Signore risorto.

    Questo richiamo appare particolarmente necessario nel nostro tempo. Papa Leone XIV osserva che la mentalità efficientistica e consumistica tende a giudicare ogni realtà secondo l’utilità immediata. Ciò che non produce un risultato visibile rischia di essere considerato marginale. Dentro questo modo di pensare, la preghiera può apparire come un’attività poco concreta, sottratta alle urgenze della vita.

    Alla difficoltà culturale si aggiunge la crisi della trasmissione. In numerose famiglie cristiane non si impara più a pregare. Molti giovani crescono senza aver mai visto i propri genitori raccogliersi davanti a Dio, ringraziare per il giorno ricevuto o affidargli una sofferenza. La preghiera diventa così un linguaggio sconosciuto.

    Quando riappare, viene talvolta presentata come una tecnica di rilassamento o come uno strumento per raggiungere l’equilibrio interiore. La pace del cuore può certamente essere uno dei suoi frutti. La preghiera cristiana possiede però un’origine più profonda: nasce dall’iniziativa di Dio, che nel Figlio si avvicina all’uomo e lo introduce nella propria comunione.

    Pregare significa entrare nella relazione di Gesù con il Padre. Per questo il Papa richiama le parole pronunciate da san Paolo VI il 4 dicembre 1963, durante la promulgazione della Sacrosanctum Concilium: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale».

    Queste parole indicano l’ordine fondamentale della vita ecclesiale. Dio viene prima dell’azione della Chiesa. La preghiera precede la programmazione pastorale. La liturgia è la sorgente dalla quale il popolo cristiano riceve la vita divina.

    Quando questo ordine viene smarrito, l’attività ecclesiale continua facilmente a crescere. Si preparano programmi, si organizzano incontri, si producono documenti. Le strutture possono conservare una notevole efficienza e, nello stesso tempo, perdere il contatto vivo con la sorgente.

    Senza preghiera la Chiesa diventa organizzazione. Il titolo non intende negare il valore delle strutture. La Chiesa deve amministrare, coordinare e programmare. La missione richiede anche competenza e responsabilità. La sua natura più profonda non deriva però dalla qualità della sua organizzazione. Essa è il Corpo di Cristo, abitato dallo Spirito e convocato per rendere al Padre la lode del Figlio.

    La catechesi chiarisce questo punto attraverso una delle affermazioni più profonde della Sacrosanctum Concilium: la liturgia è «la preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre». Qui si comprende anche il senso autentico della partecipazione attiva. Essa non consiste principalmente nella moltiplicazione dei compiti o delle parole affidate ai fedeli. La partecipazione nasce dall’essere associati alla preghiera di Cristo. Dio prende l’iniziativa, convoca il suo popolo e lo rende partecipe dell’offerta del Figlio.

    La preghiera liturgica non appartiene quindi al gusto del celebrante o alla creatività dell’assemblea. È ricevuta dalla Chiesa perché proviene da Cristo. Ogni fedele è introdotto in una voce più grande della propria. Sant’Agostino, citato dal Papa, esprime questa verità con una formula di straordinaria densità. Cristo prega per noi come sacerdote, prega in noi come capo ed è pregato da noi come Dio. Nella preghiera ecclesiale riconosciamo la nostra voce in Lui e la sua voce in noi.

    Questa prospettiva libera la preghiera dal ripiegamento individualista. Il cristiano porta davanti a Dio la propria storia, insieme al dolore e alla speranza dell’intera Chiesa. I Salmi gli consegnano parole che spesso non saprebbe trovare da solo. Gli insegnano la lode quando il cuore è stanco, il pentimento quando la coscienza si risveglia, l’attesa quando il futuro appare oscuro.

    Persino quando viene celebrata individualmente, la Liturgia delle Ore conserva il suo carattere ecclesiale. Chi prega non è mai isolato. La sua voce si unisce a quella della Chiesa diffusa nel mondo e partecipa alla preghiera del Figlio.

    San Paolo VI desiderava che la Liturgia delle Ore pervadesse profondamente l’intera preghiera cristiana. La considerava inseparabile dall’Eucaristia e capace di alimentare la vita spirituale del popolo di Dio. Papa Leone XIV riprende questo desiderio e invita a introdurla più profondamente nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità.

    Qui emerge un problema pastorale reale. La Liturgia delle Ore viene ancora percepita come una preghiera riservata ai sacerdoti o ai monasteri. I ministri ordinati e i consacrati hanno certamente un obbligo particolare. La preghiera, però, appartiene alla Chiesa intera.

    Molti fedeli non sanno neppure che esista una preghiera pubblica quotidiana capace di accompagnare le ore del giorno. Conoscono iniziative, incontri e percorsi formativi, mentre raramente vengono introdotti alle Lodi o ai Vespri. Abbiamo insegnato a organizzare molte attività. Non sempre abbiamo insegnato a pregare con la Chiesa.

    Non occorre imporre alle parrocchie il ritmo di un monastero. Sarebbe già prezioso offrire alcune esperienze semplici e ben celebrate: le Lodi durante l’Avvento, i Vespri nelle domeniche solenni, Compieta al termine di un pellegrinaggio o di un ritiro. I fedeli potrebbero così scoprire che la preghiera della Chiesa continua oltre la celebrazione domenicale e accompagna il tempo quotidiano.

    Il Papa presenta l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore come il respiro della vita ecclesiale. L’Eucaristia rimane la fonte e il culmine. La preghiera delle Ore ne prolunga la luce durante la giornata. Al mattino, le Lodi affidano a Dio il giorno che comincia. Durante il lavoro, la preghiera sostiene la fedeltà. I Vespri raccolgono ciò che è stato vissuto e accompagnano il tramonto. Compieta consegna la notte alla misericordia del Signore.

    Il tempo smette così di essere soltanto una successione di impegni. Diventa uno spazio abitato dalla grazia. Questa educazione appare particolarmente preziosa per l’uomo contemporaneo, continuamente esposto alla dispersione. Le giornate vengono riempite fino a perdere il loro orientamento. La Liturgia delle Ore introduce una pausa che riconduce alla presenza di Dio e permette di leggere ogni momento alla luce del mistero pasquale.

    Il Papa conclude affermando che ogni Ora è un atto di speranza. La Chiesa prega durante il suo pellegrinaggio terreno e attende il ritorno glorioso del Signore. La preghiera liturgica non la allontana dalla storia. Le insegna ad abitarla guardando verso il compimento.

    Da qui nasce anche la fecondità della missione. Una comunità che prega non rinuncia all’azione. Impara a non attribuire a sé stessa il frutto del proprio servizio. Riceve dalla preghiera la libertà necessaria per operare senza trasformare il successo in un idolo. Quando il gusto della preghiera si indebolisce, la liturgia viene facilmente caricata di spiegazioni, aggiunte e trovate destinate a produrre un effetto immediato. Si teme il silenzio perché non si sa più abitarlo. Si rincorre il coinvolgimento esteriore perché si è smarrita la capacità di entrare nel mistero.

    La catechesi di Leone XIV indica una direzione differente. Prima di domandarsi come rendere più attraente la vita ecclesiale, occorre restituirle il respiro. La preghiera riporta la comunità alla sua sorgente e le permette di riconoscere che ogni autentica fecondità proviene da Dio.

    Cari amici, senza preghiera la Chiesa diventa organizzazione. Può mantenere le sue strutture e moltiplicare le attività. Le manca però ciò che la rende Corpo vivo di Cristo. L’Eucaristia e la Liturgia delle Ore fanno circolare la vita dello Spirito nel popolo di Dio. In esse Cristo associa a sé la Chiesa e continua a elevare al Padre il suo canto di lode. Riscoprire questa preghiera significa restituire Dio al primo posto. Significa anche imparare a vivere il tempo come dono e come attesa del Signore che viene.

  • «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». (Gv 1,14; Lc 1,26-38)

    Cari amici buongiorno. Accogliere il corpo come uomo o donna prepara il passo decisivo del nostro cammino. Il Figlio eterno ha voluto entrare nella storia ricevendo la carne da una donna. Oggi sostiamo davanti al sì di Maria, nel quale il corpo umano diventa dimora di Dio.

    Nel mistero dell’Incarnazione il Figlio di Dio non assume un’apparenza umana. Riceve un corpo da Maria. Entra nella nostra storia attraverso il grembo di una donna e accetta la lenta crescita della vita umana, dal concepimento fino alla maturità. Dio salva l’uomo venendo ad abitare la carne.

    Il corpo di Maria diviene la prima dimora del Verbo incarnato. L’Annunciazione avviene attraverso una parola ascoltata e un consenso offerto. Da quel momento la vita nascosta del Figlio si intreccia alla sua. Ella porta dentro di sé Colui che sostiene l’universo. Nessun gesto della sua giornata è estraneo a questa presenza.

    La memoria della dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore ci ricorda che la Chiesa costruisce luoghi per custodire la presenza e celebrare i misteri. Prima di ogni tempio di pietra, vi è il corpo della Vergine. La casa di Dio comincia nel sì di una creatura.

    Anche il nostro corpo è chiamato a diventare dimora. Nel Battesimo è consacrato allo Spirito; nell’Eucaristia riceve il Corpo di Cristo. Ogni scelta può aprire spazio alla presenza di Dio oppure renderci distratti verso di essa. Il corpo destinato alla gloria si prepara lasciando che Dio abiti la vita ordinaria. Il lavoro e il riposo, insieme alla parola e al silenzio, diventano luogo della sua presenza.

    L’Incarnazione rivela fino a quale profondità Dio ha voluto condividere la condizione umana. Il Verbo non appare improvvisamente come un adulto. Entra nel tempo attraverso il concepimento e attraversa la gestazione. Riceve da Maria la carne nella quale vivrà l’obbedienza al Padre e offrirà se stesso per la salvezza del mondo.

    Il grembo della Vergine diventa il primo santuario della nuova alleanza. Lì il Figlio eterno è presente in una forma nascosta, affidata alla cura di una donna. Questo mistero illumina ogni vita umana nel suo inizio. La dignità non dipende dalla visibilità né dalla capacità di esprimersi. L’esistenza affidata al grembo possiede già un valore che viene da Dio.

    Il sì di Maria crea spazio alla presenza divina. La sua disponibilità non rimane un sentimento interiore. Modifica il corpo e l’intera vita quotidiana. Da quel momento ogni viaggio, ogni riposo e ogni fatica portano il mistero del Figlio. La fede mostra qui la propria concretezza: accogliere Dio significa permettere che la sua Parola dia forma al tempo e alle scelte.

    Il Battesimo prolunga in noi questa logica dell’abitazione. Lo Spirito prende dimora nella persona e la consacra a Cristo. L’Eucaristia rende ancora più intima tale comunione. Il cristiano porta nel corpo una presenza che chiede di essere riconosciuta nelle relazioni e nel lavoro. La santità cresce quando le occupazioni ordinarie vengono vissute alla luce di questa appartenenza.

    La memoria di Santa Maria Maggiore ricorda che la Chiesa costruisce luoghi sacri per custodire la preghiera e celebrare i sacramenti. Ogni edificio rimanda alla dimora vivente che Dio desidera formare nel suo popolo. Il tempio di pietra educa il corpo a entrare nel silenzio e a lasciarsi raccogliere. La vita torna poi nel mondo portando la presenza ricevuta.

    Domani, sul monte della Trasfigurazione, vedremo la luce divina risplendere nella stessa carne ricevuta da Maria.

    Un gesto per oggi

    Prima di iniziare un’occupazione abituale, diciamo: «Signore, abita questo gesto». Compiamola con maggiore attenzione.

    Alla scuola di san Leone Magno

    San Leone Magno invita il cristiano a riconoscere la propria dignità, perché mediante l’Incarnazione è diventato partecipe della natura divina. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne e l’ha introdotta in una comunione nuova. Ricordare questa dignità orienta il modo in cui abitiamo il corpo e lo consegniamo al bene. (Discorso 1 sul Natale, 3)

    San Leone lega la dignità cristiana all’Incarnazione. Il Figlio ha assunto la nostra natura e l’ha introdotta nella propria comunione con il Padre. Da questa verità nasce un modo nuovo di abitare il corpo e di orientarlo verso il bene.

    Preghiera

    Signore Gesù, Verbo fatto carne, hai scelto il grembo di Maria come tua dimora. Abita i miei pensieri e i gesti della giornata. Rendimi disponibile alla tua Parola, perché anche il mio corpo diventi luogo della tua presenza e strumento della tua pace.

    Giaculatoria

    Maria, dimora del Verbo, porta Cristo nella mia vita.

  • Ieri ho seguito i funerali di don Antonio Mazzi. Mentre scorrevano le immagini, ascoltavo le parole pronunciate in suo ricordo e osservavo la partecipazione affettuosa di tante persone, ho avuto la sensazione che non si stesse congedando soltanto un sacerdote molto conosciuto.

    Con don Antonio se ne è andato uno degli ultimi padri di una stagione che ha segnato profondamente la società italiana e la vita della Chiesa. Una stagione ribelle, generosa e spesso simpatica. Una stagione capace di vedere sofferenze che molti preferivano ignorare, convinta di poter cambiare il mondo e incapace, talvolta, di riconoscere i limiti delle proprie idee.

    Non avrebbe senso approfittare della sua morte per celebrare un processo. Don Antonio ha dedicato la vita a persone ferite, ha accolto giovani che molti consideravano ormai perduti e ha saputo raggiungere ambienti nei quali le strutture ordinarie arrivavano con difficoltà. Il bene compiuto rimane e merita riconoscenza.

    La morte, secondo la fede cattolica, domanda anche preghiera. Seguendo il funerale ho avvertito il consueto sentimentalismo con cui oggi cerchiamo di rendere innocuo il morire. Il dolore viene rapidamente trasformato in sorriso. La memoria affettuosa prende il posto dell’intercessione. La gloria appare già conquistata e pubblicamente certificata.

    Quando muore qualcuno, sembra ormai che il Paradiso sia diventato una destinazione automatica. Il defunto è già nella luce e ci guarda dall’alto. Il giudizio di Dio scompare, quasi fosse un residuo imbarazzante di un cristianesimo troppo severo.

    Una volta il pensiero del Dies irae faceva tremare. Oggi si celebra come se il giudizio fosse stato abolito per consenso popolare. I conti non tornano. Se il defunto è già certamente nella gloria, la preghiera di suffragio perde il proprio significato. Il funerale cessa di essere un atto di intercessione e diventa una canonizzazione affettiva organizzata dalla comunità.

    Don Antonio Mazzi appartiene ora alla misericordia e al giudizio di Dio. Questa affermazione non è triste. È la forma cattolica della speranza, una speranza che non presume e non trasforma l’affetto in una sentenza eterna.

    Mentre seguivo le esequie, mi rendevo conto che il punto sul quale valeva la pena riflettere non era stabilire quale tipo di sacerdote fosse don Antonio. La domanda più interessante riguardava la storia che egli aveva attraversato e, in parte, contribuito a costruire.

    Don Mazzi non fu anagraficamente un giovane del Sessantotto. Era nato nel 1929 ed era stato ordinato sacerdote nel 1955. Quando esplose la contestazione aveva quasi quarant’anni ed era già impegnato da tempo nell’educazione e nell’assistenza dei giovani. Fu dunque uno degli adulti che raccolsero la ribellione di quella generazione, le diedero un linguaggio e la trasformarono in una proposta educativa.

    La sua vocazione era stata segnata dalla povertà dell’infanzia e dalla perdita precoce del padre. L’esperienza dell’alluvione del Polesine, a contatto con bambini rimasti soli, maturò in lui il desiderio di diventare padre di chi non ne aveva uno. Negli anni successivi lavorò nelle periferie, si occupò di persone con disabilità e arrivò poi al Parco Lambro, davanti alla devastazione prodotta dall’eroina. Da quell’incontro nacque l’esperienza di Exodus e una nuova forma di presenza accanto ai tossicodipendenti.

    Quella generazione vide mali reali: la droga consumare i corpi dei giovani, le famiglie incapaci di comprendere quanto stava accadendo e le istituzioni spesso impreparate. Vide il carcere produrre ulteriore esclusione. Vide l’abbandono e decise di non rimanere a guardare.

    Qui si trova la parte migliore di quella stagione. Molti dei suoi protagonisti non si limitarono a elaborare teorie. Entrarono concretamente nelle ferite della società. Si sporcarono le mani, spesero energie e accettarono di abitare situazioni dalle quali altri si tenevano prudentemente lontani.

    Don Antonio appartenne pienamente a questo mondo. La stessa generazione portava dentro di sé una tentazione destinata a sopravvivere a lungo: fare della ribellione non soltanto uno strumento per correggere un’ingiustizia, quanto una condizione permanente dello spirito.

    L’istituzione divenne sospetta per il semplice fatto di essere istituzione. La regola apparve spesso come un ostacolo all’autenticità. L’obbedienza fu interpretata come una rinuncia alla libertà. La provocazione acquisì quasi automaticamente la dignità della profezia.

    La stessa Fondazione Exodus, presentando nel 2025 un podcast dedicato alla vita del suo fondatore, lo definiva «ribelle, testardo, anticonformista» e ricordava che non si era mai sentito un prete nel senso consueto del termine. Non si trattava di un’accusa. Era il modo con cui il suo ambiente riconosceva il tratto più caratteristico della sua figura.

    Le numerose provocazioni rivolte da don Antonio alla Chiesa non furono semplici battute sfuggite durante una lunga vita pubblica. Prese nel loro insieme, rivelano una visione coerente. Affermò che avrebbe disobbedito qualora l’autorità ecclesiastica gli avesse chiesto di chiudere Exodus. Contrappose la fede alla religione e presentò Gesù come un eretico condannato perché contrario al sistema religioso. Arrivò a sostenere che i cardinali non avessero fede e che in Paradiso non ce ne fossero.

    In un’altra intervista si definì un prete anarchico e anticlericale. Descrisse la Chiesa come un’organizzazione burocratica, chiese la scomparsa del Vaticano e giudicò il celibato sacerdotale un gesto rituale capace di rendere la Chiesa inautentica. Collegò poi il problema degli abusi alla formazione seminaristica, proponendo l’abolizione dei seminari.

    Ancora nel 2024, ormai novantacinquenne, dichiarava di non essere interessato a una Chiesa «fatta così». Considerava insufficiente persino papa Francesco, al quale chiedeva maggiore coraggio nell’apertura alle donne, nell’eliminazione del celibato e nell’abolizione dei seminari. Anche il pontefice da lui più apprezzato finiva per apparire troppo poco rivoluzionario.

    Sarebbe facile mettere in fila queste espressioni e trasformarle in un catalogo di errori. Sarebbe anche un modo piuttosto povero per comprendere don Antonio. Quelle frasi ci interessano perché mostrano la grammatica di una stagione ecclesiale. Il Vangelo veniva contrapposto alla Chiesa. La fede appariva più autentica quando si liberava della forma religiosa. Il carisma personale godeva di maggiore fiducia rispetto all’istituzione ricevuta.

    In questa prospettiva il ribelle possedeva sempre una presunzione di innocenza. L’autorità doveva continuamente dimostrare di non essere oppressiva. Chi contestava era già considerato più libero e vicino al Vangelo.

    Alcune denunce raggiungevano peccati reali. La Chiesa conosce il clericalismo e la ricerca del potere. Conosce la mediocrità dei suoi ministri e la tentazione di difendere le strutture dimenticando le persone. La presenza del peccato nella Chiesa non autorizza a separare Cristo dal suo Corpo. Una fede liberata dalla dottrina, dai sacramenti e dall’autorità apostolica non torna al Vangelo. Diventa un’ispirazione religiosa personale, affidata al carisma del singolo e alla sua capacità di ottenere consenso. La generazione ribelle non ha sempre compreso questa differenza. Ha creduto che demolire la forma significasse liberare lo spirito. In molti casi ha finito per impoverire entrambi.

    Uno dopo l’altro stanno morendo gli ultimi padri di quella stagione. Anche questo porta con sé una tristezza. Scompare una generazione capace di entusiasmi che oggi sembrano quasi impossibili. Quegli uomini erano convinti che la società potesse essere trasformata. Mettevano in gioco la vita e non soltanto qualche frase pubblicata sui social. Possedevano una generosità spesso disordinata e un coraggio che i loro eredi non sempre hanno conservato.

    Intorno alla loro morte nasce quasi inevitabilmente una narrazione celebrativa. I contestatori di ogni autorità diventano autorità indiscutibili. Coloro che avevano rifiutato ogni canonizzazione vengono sottoposti a una canonizzazione laica ancora più rapida di quelle ecclesiastiche.

    Da vivi furono ribelli. Da morti vengono presentati come salvatori. Le contraddizioni scompaiono e resta lo slogan. «Era un vero prete, quello che dovrebbero fare tutti i preti», ha detto uno dei presenti ai funerali di don Antonio. La frase è comprensibile come espressione di gratitudine. Diventa problematica quando pretende di trasformarsi in una definizione universale.

    In fondo, dice meno di don Antonio e molto di più della generazione che lo celebra. Il vero sacerdote sarebbe quello capace di essere raccontato senza dover parlare troppo di Dio, della conversione e della vita eterna. La sua autenticità sarebbe provata dall’utilità sociale e dalla simpatia suscitata.

    Don Antonio merita di non essere ridotto neppure a questo. Mi ha incuriosito e, in qualche modo, divertito lo scambio avuto con don Peppino a proposito del canto scelto al termine del funerale: Io vagabondo dei Nomadi.

    Don Peppino è coetaneo di don Antonio ed è stato formato nella stessa stagione ecclesiale e culturale. Davanti alle mie perplessità si è limitato a rispondere con la sua semplicità: «È una bella canzone. Parla anche di Dio».

    Quella risposta contiene quasi un intero metodo pastorale. Basta che una canzone nomini Dio perché venga immediatamente percepita come spirituale, quasi possedesse già una capacità catechetica. Il mondo offre un prodotto culturale e la Chiesa, felice di trovarvi una parola religiosa, lo accoglie senza sottoporlo a un vero discernimento.

    In Io vagabondo Dio viene effettivamente nominato. Al protagonista, perdute la casa e le sicurezze, «lassù mi è rimasto Dio». È una frase capace di impedire alla canzone di chiudersi completamente nel nulla. Conserva una traccia religiosa e una speranza elementare. Dio resta sullo sfondo, mentre al centro rimane il vagabondo con la sua libertà inquieta e la strada trasformata in identità. Dio non indica la direzione del viaggio. Non appare come la meta verso cui il protagonista cammina. È ciò che gli è rimasto, quasi l’ultimo possesso salvato dopo la perdita di tutto il resto.

    Il vagabondo appartiene perfettamente all’immaginario di quella generazione. Cammina senza una destinazione definitiva, trasforma l’inquietudine in autenticità e considera la ribellione un segno di libertà. Non sapendo dove arrivare, finisce per fare del movimento stesso la ragione della propria vita.

    Il pellegrino appartiene a un’altra visione dell’uomo. Conosce la meta e accetta che essa giudichi la strada percorsa. Porta su di sé la fatica del cammino e non si compiace dell’erranza. Può attraversare momenti di solitudine, sapendo di appartenere a un popolo diretto verso Dio.

    Il vagabondo fa della strada la propria dimora definitiva. Il pellegrino attraversa la strada perché attende una patria. Forse nessuno aveva pensato di costruire un manifesto generazionale durante il funerale di don Antonio. Quando sono risuonate le note di Io vagabondo, quel manifesto si è scritto da solo.

    La scelta della canzone possedeva una coerenza quasi perfetta con una stagione che aveva fatto dell’inquietudine il proprio linguaggio e della ribellione il segno dell’autenticità. Anche Dio poteva restare, purché rimanesse abbastanza lontano da non trasformare il vagabondaggio in un cammino orientato.

    Con don Antonio Mazzi muore uno degli ultimi padri di quella generazione ribelle. Lo salutiamo riconoscendo il bene che ha compiuto e affidandolo alla misericordia di Dio. La gratitudine non richiede l’amnesia. Il rispetto per un uomo morto non ci impedisce di giudicare l’eredità culturale che ha lasciato.

    Altre generazioni continueranno forse a vivere delle parole d’ordine prodotte in quella stagione, anche quando non ne conosceranno più l’origine. Arriverà un tempo in cui la ribellione smetterà di essere considerata una destinazione e l’uomo tornerà a domandarsi dove conduca la strada.

    Quel giorno scopriremo che non siamo chiamati a rimanere vagabondi. Siamo pellegrini. Dio non è soltanto ciò che ci è rimasto lassù. È Colui che ci chiama e la patria verso la quale camminiamo. Riposa in pace don Antonio.

  • «Maschio e femmina li creò». (Gen 1,27)

    La polvere plasmata da Dio non rimane una materia indistinta. La creazione prende la forma dell’uomo e della donna, chiamati a riconoscersi nella medesima dignità e dentro una differenza che apre alla relazione. Nel giorno di san Giovanni Maria Vianney contempliamo anche come il corpo ricevuto trovi la propria fecondità dentro una vocazione.

    Il corpo parla prima delle nostre spiegazioni. Ci dice che l’umanità esiste nella differenza dell’uomo e della donna. Questa differenza non divide il valore delle persone e non stabilisce una graduatoria. Rivela che nessuno contiene in sé tutta l’umanità e che la vita è ricevuta dentro una relazione.

    La cultura contemporanea oscilla tra l’idolatria del corpo e la pretesa di renderlo irrilevante. In entrambi i casi fatica ad accoglierlo come dono. La fede cristiana riconosce nella differenza sessuale un linguaggio della creazione. Da qui nasce una responsabilità che orienta la relazione verso il rispetto e la comunione. Non tutto ciò che il corpo può fare corrisponde al bene della persona. Il corpo possiede un significato che siamo chiamati ad ascoltare.

    Maria vive la propria femminilità come vocazione. La maternità divina non riduce la sua persona a una funzione biologica. Tutta la sua libertà entra nella risposta: «Avvenga per me secondo la tua parola». Il suo corpo diviene materno attraverso un consenso che coinvolge la fede e l’intelligenza.

    Anche san Giovanni Maria Vianney, ricordato oggi, ha offerto il proprio corpo nel ministero sacerdotale, consumandosi nell’ascolto e nella celebrazione. La vocazione non cancella la corporeità. Le dona una forma concreta di fecondità. Accogliere di essere uomo o donna significa ricevere una via nella quale imparare il dono di sé, senza ridurre il mistero della persona a un’etichetta o a un desiderio momentaneo.

    La differenza sessuale appartiene al modo concreto in cui l’umanità esiste. L’uomo e la donna condividono la stessa dignità e ricevono il corpo secondo una forma che apre alla relazione. Nessuno racchiude in sé la totalità dell’umano. La differenza educa a riconoscere l’altro come dono e pone un limite alla pretesa di definire da soli il significato della propria esistenza.

    Il corpo possiede un linguaggio che precede la decisione individuale. Esso indica una origine, una appartenenza e una possibile fecondità. La libertà non viene umiliata da questo dato. Riceve un orientamento entro il quale può diventare risposta. La persona cresce quando accoglie la realtà e la conduce verso il bene, senza ridurla a una semplice impressione del momento.

    La maternità di Maria mostra come la corporeità entri nella vocazione attraverso un consenso libero. Il suo sì non riguarda soltanto un pensiero religioso. Coinvolge la carne e il futuro. Ella accoglie una maternità che nasce dall’azione dello Spirito e assume le conseguenze concrete di quella chiamata. La sua libertà diventa feconda perché aderisce alla verità del dono ricevuto.

    Anche il celibato sacerdotale e la verginità consacrata appartengono a questa logica. Non cancellano il significato sponsale del corpo. Lo orientano verso una paternità o una maternità spirituale vissuta nella Chiesa. Il corpo rinuncia alla generazione coniugale e diventa segno di una appartenenza indivisa a Cristo, chiamata a produrre una fecondità reale nel servizio.

    Le persone che vivono con sofferenza il rapporto con il proprio corpo chiedono ascolto e accompagnamento. La verità cristiana non viene custodita attraverso la durezza. Ha bisogno di una presenza capace di unire chiarezza e pazienza. Ogni persona rimane amata da Dio e merita un cammino nel quale la realtà possa essere accolta senza solitudine.

    Il passo di domani ci porterà al sì di Maria, dove la carne umana diventa dimora del Verbo.

    Un gesto per oggi

    Ringraziamo Dio per il corpo ricevuto nella nostra storia. Affidiamo alla sua luce una persona che vive con fatica il rapporto con la propria corporeità.

    Alla scuola di san Giovanni Paolo II

    San Giovanni Paolo II ha mostrato che il corpo possiede un significato sponsale: rende visibile la chiamata della persona al dono di sé. La differenza dell’uomo e della donna appartiene al linguaggio originario della creazione e chiede di essere accolta dentro una libertà responsabile. (Catechesi sull’amore umano, 9 gennaio 1980)

    Le catechesi di Giovanni Paolo II leggono il corpo come segno della vocazione al dono. Il significato sponsale riguarda il matrimonio e illumina anche la consacrazione. In ogni stato di vita il corpo è chiamato a rendere visibile una libertà capace di comunione.

    Preghiera

    Padre, ti ringrazio per il corpo e per la vocazione che vi hai inscritto. Insegnami ad accogliere la differenza come via di comunione e rendimi fedele al dono di me. Maria, nuova Eva, guidami nella libertà di un sì pronunciato con tutta la persona.

    Giaculatoria

    Maria, nuova Eva, guidami nel dono di me.

  • «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo». (Gen 2,7)

    Carissimi amici buongiorno e buon inizio di settimana. La fame della folla ci ha ricordato che il corpo vive di ciò che riceve. Oggi la Scrittura ci conduce ancora più indietro, al gesto con cui il Creatore plasma l’uomo dalla terra e gli comunica il soffio della vita. Il nostro corpo è grande proprio perché è ricevuto; la sua fragilità non cancella la dignità che viene da Dio.

    La Scrittura non teme di ricordarci da dove veniamo. L’uomo è plasmato dalla polvere. Questa immagine toglie ogni illusione di autosufficienza e custodisce una verità più grande: la polvere è toccata dalle mani di Dio e riceve il suo soffio. La fragilità non è l’ultima parola sulla persona.

    Il corpo porta i segni della terra. Ha bisogno di riposo e di cura. Si ferisce e invecchia, ricordandoci il limite. Ogni fragilità può diventare motivo di ribellione oppure occasione per riconoscere che la vita è ricevuta. L’umiltà cristiana nasce anche dall’ascolto del corpo, quando ci ricorda che non siamo padroni assoluti di noi stessi.

    Maria canta che Dio ha guardato l’umiltà della sua serva. Non disprezza la propria piccolezza e non la trasforma in una posa. Si lascia guardare. Nel suo corpo umile il Figlio di Dio prende carne. La polvere amata diviene dimora del Verbo.

    Dire che siamo polvere non significa svalutare l’uomo. Significa riconoscere la grandezza di un amore capace di chiamare la terra alla comunione con Dio. Un giorno il corpo tornerà alla terra. La fede attende che la potenza del Creatore lo richiami alla vita. Maria assunta ci mostra che la polvere non è destinata all’abbandono. È custodita nella promessa.

    La polvere della Genesi non indica disprezzo. Ricorda l’origine ricevuta e la vicinanza di Dio. Il Creatore plasma la terra e vi comunica il soffio della vita. La materia diventa corpo umano perché è raggiunta dalla chiamata divina. L’umiltà nasce da questa memoria: l’uomo non produce se stesso e non possiede la vita come un diritto indipendente dalla sorgente.

    Il corpo conserva la verità della dipendenza. Ha bisogno del sonno e del nutrimento. Chiede protezione dal freddo e si indebolisce quando viene sottoposto a una fatica eccessiva. Questi bisogni possono irritare chi desidera dominare ogni aspetto dell’esistenza. Accoglierli con sapienza significa riconoscere il ritmo della creatura e sottrarsi all’illusione di una autosufficienza priva di limiti.

    La vecchiaia rende più evidente questa condizione. Il corpo rallenta e domanda l’aiuto altrui. La fede invita a non leggere tale passaggio soltanto come perdita. Esso può diventare una scuola di affidamento, nella quale la persona riceve ciò che un tempo offriva agli altri. La dignità non viene meno quando cresce il bisogno. La comunione acquista una forma nuova.

    Maria vive l’umiltà senza trasformarla in svalutazione. Nel Magnificat riconosce lo sguardo di Dio e lascia che la propria piccolezza venga abitata dalla grazia. Il suo corpo umile diventa la dimora del Figlio. La grandezza cristiana non nasce dall’eliminazione della fragilità. Nasce dalla disponibilità con cui la creatura permette a Dio di operare dentro la propria condizione reale.

    La memoria della polvere prepara anche il rapporto con la morte. La liturgia delle esequie affida il corpo alla terra nella speranza della risurrezione. Quel gesto non consegna la persona al nulla. La restituisce al Creatore, il quale conserva il nome e la storia di ciascuno. L’Assunzione di Maria mostra in anticipo che la materia amata da Dio non è destinata all’abbandono.

    Domani la polvere amata prenderà il volto dell’uomo e della donna, nella differenza voluta dal Creatore.

    Un gesto per oggi

    Accogliamo senza irritazione un limite che il corpo ci ricorda. Concediamoci il riposo necessario oppure compiamo con gratitudine una semplice cura quotidiana.

    Alla scuola di sant’Agostino

    Sant’Agostino contempla l’uomo come creatura che riceve da Dio l’essere e il bene. La polvere non possiede in sé la vita; diventa uomo quando il Creatore la chiama e la sostiene. L’umiltà consiste nel vivere secondo questa verità, senza attribuirci ciò che abbiamo ricevuto. (Confessioni, I, 6)

    Nelle Confessioni Agostino riconosce che l’essere e il bene vengono ricevuti. La creatura ritrova pace quando smette di attribuirsi la propria origine e vive nella gratitudine. Il limite può allora diventare un richiamo alla verità anziché una umiliazione.

    Preghiera

    Dio creatore, hai plasmato l’uomo dalla terra e gli hai comunicato il soffio della vita. Donami un cuore umile, capace di accogliere il limite senza disprezzo. Maria, serva del Signore, accompagnami nella fiducia e ricordami che la mia fragilità è custodita dalla promessa.

    Giaculatoria

    Signore, la mia fragilità riposa nelle tue mani.

  • XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Cari amici, la liturgia continua a istruirci perché diventiamo veri discepoli alla scuola di Gesù. Dopo le parabole sul Regno dei cieli, oggi ci conduce davanti alla fame dell’uomo. Il discepolo che ha imparato a riconoscere il tesoro e a custodire il buon grano ora deve imparare a leggere il proprio desiderio. Che cosa cerchiamo davvero? Di che cosa abbiamo fame? Dove stiamo spendendo la vita?

    Il cuore di questa domenica lo troviamo nello sguardo di Gesù davanti alla folla: «sentì compassione per loro». Questa compassione è lo sguardo di Dio sulla fame dell’uomo. Cristo vede la folla, vede i malati, vede la stanchezza di chi lo ha seguito a piedi dalle città. Dentro quel bisogno concreto rivela qualcosa di più profondo: l’uomo ha fame di pane e porta nel cuore una fame più grande, quella di Dio. Ha bisogno di essere sostenuto nel corpo e di ritrovare il senso della propria esistenza davanti al Padre.

    La prima lettura prepara questo annuncio con parole di grande forza: «O voi tutti assetati, venite all’acqua». Isaia chiama l’uomo a tornare alla sorgente. Il Signore parla a chi ha sete, a chi sente dentro una mancanza, a chi cerca vita. Invita a comprare senza denaro, senza pagare. È una parola profetica, perché ristabilisce l’ordine del desiderio: se hai fame, vai da Dio; se non hai nulla con cui pagare, vai ugualmente. La vita che sazia viene offerta gratuitamente, perché nasce dall’amore.

    Isaia pone anche una domanda che attraversa i secoli e arriva fino a noi: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?». Il peccato ha confuso la fame dell’uomo. Ha coperto il desiderio di Dio e lo ha disperso sulle cose. Le creature sono buone, perché vengono da Dio; diventano insufficienti quando chiediamo loro di colmare il posto che appartiene a Lui. Sant’Agostino lo ha espresso con lucidità: l’uomo si avventa sulle cose belle create da Dio e, nel farlo, perde la direzione del cuore. La fame diventa brama, poi possesso, infine predazione. Così si consuma la vita cercando nutrimento dove il cuore resta vuoto.

    Questa parola diventa già istruzione concreta. Ognuno può chiedersi dove sta spendendo energie senza ricevere vera sazietà. Può essere il bisogno di approvazione, il desiderio di controllo, l’attaccamento a una sicurezza che promette pace e lascia agitazione. La domanda di Isaia sveglia il cuore. Ricorda all’uomo che la sua fame è troppo grande per essere riempita da ciò che passa.

    Il salmo raccoglie questa promessa e la trasforma in preghiera: «Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente». Dio apre la mano. È una immagine semplice, paterna, piena di tenerezza. La Provvidenza del Signore non funziona come un mercato religioso, dove l’uomo compra ciò che merita. Dio sazia gratuitamente perché ama. La sua compassione ha la fermezza del Padre e la cura tenera di chi nutre la vita fragile. Gli occhi di tutti sono rivolti a Lui in attesa, perché ogni vivente, anche quando lo dimentica, resta mendicante di un dono.

    Anche questa parola chiede un gesto. Possiamo imparare a riconoscere ciò che riceviamo: il pane quotidiano, una presenza che ci sostiene, una forza interiore che non viene da noi. La gratitudine rimette ordine nel desiderio. Chi ringrazia smette di trattare tutto come possesso e comincia a vedere la vita come dono. È una forma di verità da custodire con attenzione, visto che l’uomo, appena riceve qualcosa, spesso riesce già a comportarsi da proprietario assoluto dell’universo. Ammirevole, in un certo senso catastrofico.

    San Paolo ci porta al cuore della certezza cristiana: nulla potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù. La tribolazione, l’angoscia, la fame, il pericolo, perfino la morte, vengono attraversati da questa certezza: l’amore di Cristo resta. Paolo guarda la fatica senza abbellirla. La fede cristiana non trasforma il dolore in decorazione spirituale. Ci consegna una certezza più profonda: proprio dove la vita pesa, Cristo resta presente.

    La nostra fame e la nostra debolezza possono diventare il luogo in cui impariamo a ricevere. Il discepolo può presentare a Cristo il proprio bisogno senza vergognarsene. Può dire con semplicità: “Signore, questa fame mi abita. Questa povertà mi pesa. Questo vuoto mi inquieta. Resta con me e insegnami a cercare il pane vero”. Una preghiera così rimette il cuore davanti all’amore che non abbandona.

    Il Vangelo mostra tutto questo in una scena concreta. Gesù ha appena udito della morte di Giovanni Battista e si ritira in disparte. Le folle lo seguono. Matteo annota che, sceso dalla barca, Gesù vede una grande folla e sente compassione.

    In Matteo la compassione di Gesù non è una commozione superficiale. È un movimento viscerale, profondo, che nasce dal cuore stesso di Dio davanti alla fame e alla ferita dell’uomo. Cristo non osserva la folla da lontano; si lascia toccare dalla sua miseria. Da questa compassione nasce il gesto che raggiunge i malati, trattiene la folla presso di sé e apre la strada al pane condiviso. Il miracolo dei pani nasce da questo sguardo di Cristo. Prima del pane moltiplicato c’è il cuore del Figlio che si lascia ferire dalla povertà dell’uomo.

    I discepoli vedono il limite. Il luogo è deserto, l’ora è tarda, la folla ha fame. La loro proposta appare ragionevole: congedare la gente perché vada a comprarsi da mangiare. Non è uno sguardo cattivo. È lo sguardo di chi misura la situazione con le forze disponibili e arriva a una conclusione prudente. Gesù li sta conducendo oltre la sola ragionevolezza naturale. Essi vedono un problema da gestire; Cristo guarda una fame da accogliere con compassione. Qui comincia l’apprendistato del discepolo: imparare a guardare le persone e le situazioni a partire dal cuore di Cristo.

    «Voi stessi date loro da mangiare». Questa parola li spiazza e li forma. Gesù chiede ai discepoli di restare dentro la sua compassione, di non separarsi dalla fame della folla, di portare a Lui ciò che hanno. Cinque pani e due pesci sono poca cosa davanti a migliaia di persone, e proprio quel poco viene assunto dal Signore. Anche noi spesso ci fermiamo davanti alla sproporzione: ci sembra di avere poco tempo, poche forze, poca capacità di incidere. Gesù ci educa a consegnargli ciò che oggi è possibile. Il poco, messo nelle sue mani, entra nella compassione di Cristo e diventa benedizione.

    I gesti di Gesù hanno una chiara luce eucaristica. Egli prende i pani, alza gli occhi al cielo, benedice, spezza e dona. Il pane passa dalle mani di Cristo alle mani dei discepoli, poi raggiunge la folla. I discepoli non assistono soltanto al miracolo; vengono istruiti dentro il segno. Distribuiscono ciò che hanno ricevuto dal Signore e poi raccolgono i pezzi avanzati, perché nulla del dono vada perduto. È una cura concreta, ordinata, paziente. Una cura che nasce dagli atti sacri e diventa ministero.

    Questo riguarda anche noi. Partecipare alla Messa chiede di assumere i sentimenti di Cristo. L’Eucaristia non ci lascia spettatori davanti al dono; ci forma a diventare uomini e donne eucaristici, capaci di ricevere da Cristo e di consegnare nella vita ciò che abbiamo ricevuto. In questo senso si passa dal celebrare la Messa al lasciarsi plasmare dalla Messa. La vita del discepolo viene presa da Cristo, benedetta nella sua povertà, spezzata nell’amore e consegnata perché altri siano nutriti.

    Da qui nasce un’istruzione molto concreta. Accanto a noi ci sono persone che portano una fame reale. A volte chiedono pane materiale, altre volte chiedono ascolto, presenza, verità detta con carità, un aiuto semplice. La compassione di Cristo ci impedisce di congedarle troppo in fretta. Possiamo portare a Lui quella persona e offrire il pane possibile. Forse sarà poco. Sarà comunque il poco consegnato al Signore, e proprio questo poco, quando passa dalle sue mani, può diventare nutrimento per qualcuno.

    Cari amici, questa settimana possiamo assumere un piccolo progetto operativo. Diamo un nome a una fame che ci abita e che forse stiamo nutrendo nel modo sbagliato. Portiamola davanti al Signore nella preghiera, chiedendo che sia Lui a rimetterla in ordine. Scegliamo poi una persona concreta da non congedare interiormente, qualcuno a cui offrire il pane possibile: un ascolto più attento, una presenza fedele, un gesto semplice.

    Forse è questa l’istruzione più necessaria da accogliere dalla Parola proclamata oggi: lasciare che Cristo incontri la nostra fame, perché non ci consumi più e diventi spazio per ricevere vita. Il peccato disperde il desiderio e lo trasforma in possesso; la compassione di Cristo lo riordina e lo riconduce alla sorgente. Andiamo a Lui, ascoltiamo la sua Parola, consegniamogli il poco che abbiamo. Allora anche la nostra vita potrà diventare pane per il cammino di altri.

  • «Tutti mangiarono a sazietà». (Mt 14,13-21)

    Cari amici buongiorno e buona domenica. Ieri abbiamo accolto lo sguardo di Dio sul corpo creato. Oggi la liturgia domenicale ci conduce in un luogo deserto, davanti a una folla affamata. Il corpo voluto da Dio chiede di essere nutrito e custodito. Gesù non separa la ricerca del Regno dalla necessità concreta del pane.

    La folla segue Gesù in un luogo deserto. Porta con sé la sofferenza dei malati e la fame di chi è stanco. I discepoli vedono il problema e propongono una soluzione ragionevole: congedare tutti. Gesù risponde con una parola che li coinvolge: «Date loro voi stessi da mangiare». La fede non permette di trattare il bisogno corporeo come una distrazione rispetto alle cose spirituali.

    Cristo annuncia il Regno e guarisce. Parla al cuore e si prende cura della fame. Il pane moltiplicato rivela che Dio guarda l’uomo intero. Il corpo affamato non è un involucro secondario. È la persona concreta che attende aiuto. Il Signore chiede ai discepoli di mettere a disposizione ciò che hanno, anche quando appare insufficiente.

    Maria conosce questa attenzione. A Cana non pronuncia un discorso sul matrimonio. Si accorge che il vino è finito. La sua maternità passa attraverso una necessità concreta, quasi domestica. Ella ci educa a vedere ciò che manca prima che la mancanza diventi umiliazione.

    Il corpo destinato alla gloria è anche il corpo che oggi ha bisogno di cibo. La speranza cristiana rende più urgente la carità, perché in ogni persona soccorsa riconosce qualcuno chiamato alla stessa mensa del Regno. Forse non possediamo molto. Possiamo offrire qualcosa di concreto e una presenza che non faccia sentire nessuno un peso. Il poco consegnato a Cristo smette di essere soltanto poco.

    La scena evangelica mostra che la compassione di Cristo raggiunge la fame concreta. Gesù ascolta la folla e guarisce i malati. Quando il giorno declina, assume anche il bisogno del pane. Il Regno annunciato non si sovrappone alla vita reale come un discorso estraneo. La presenza di Dio restituisce dignità all’uomo intero e chiama i discepoli a partecipare a questa cura.

    La parola rivolta ai discepoli, «Date loro voi stessi da mangiare», contiene una responsabilità ecclesiale. Il poco disponibile passa attraverso le loro mani. Cristo compie il segno e nello stesso tempo educa la comunità a non congedare chi ha bisogno. La fede diventa credibile quando sa riconoscere la fame senza umiliare chi la porta.

    La tradizione cristiana ha collegato con forza la mensa eucaristica alla mensa del povero. Il Corpo ricevuto nell’Eucaristia forma un popolo capace di condividere. La carità non è una attività laterale della Chiesa. Nasce dall’altare e verifica il modo in cui l’assemblea vive ciò che celebra. Il pane consacrato conduce verso il fratello, perché Cristo si dona per radunare gli uomini nella comunione.

    Maria a Cana osserva una mancanza che gli altri non hanno ancora nominato. Il suo sguardo protegge gli sposi dall’umiliazione e affida la necessità al Figlio. Questa discrezione insegna una forma matura di servizio. La persona bisognosa non coincide con la propria povertà. Chiede di essere incontrata con rispetto, evitando ogni gesto che trasformi l’aiuto in esposizione o dipendenza.

    La fame assume molte forme. Vi è chi manca del necessario e chi mangia in solitudine. Vi sono famiglie costrette a scegliere tra spese essenziali e persone anziane che rinunciano a curarsi. La meditazione non domanda a ciascuno di risolvere un problema immenso. Chiede di non voltarsi altrove e di mettere a disposizione un poco reale. Nelle mani di Cristo quel poco entra in una fecondità che supera il calcolo.

    Il pane ricevuto ci condurrà domani alla terra da cui siamo plasmati e alla verità umile della nostra condizione creaturale.

    Un gesto per oggi

    Prima di mangiare, rinunciamo a qualcosa di superfluo e destiniamo il corrispettivo, anche minimo, a un’opera di carità. Quando questo non è possibile, accompagniamo con una preghiera chi oggi manca del necessario.

    Alla scuola di san Giovanni Crisostomo

    San Giovanni Crisostomo lega l’onore reso all’Eucaristia alla cura del povero: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo». Il Corpo adorato sull’altare ci educa a riconoscere Cristo nel corpo di chi manca del necessario. La carità verifica la verità del culto. (Omelie sul Vangelo di Matteo, 50, 3-4)

    Il Crisostomo non oppone l’altare al povero. Egli mostra una continuità esigente: chi riconosce il Corpo eucaristico impara a onorare Cristo anche nella carne esposta alla necessità. La celebrazione diventa così scuola di uno sguardo concreto.

    Preghiera

    Signore Gesù, tu hai avuto compassione della folla e hai moltiplicato il pane. Apri i miei occhi sul bisogno concreto delle persone. Per intercessione di Maria, rendi le mie mani disponibili e fa’ che ciò che possiedo diventi segno della tua provvidenza.

    Giaculatoria

    Maria, donna attenta, rendi le mie mani disponibili.

  • Da amante dei K-drama, devo confessare che la controversia sulla liturgia sta assumendo lo stesso ritmo di una storia a puntate. Prima il cardinale Arthur Roche annuncia in un’intervista ciò che Leone XIV non farà, presentando come già definito il futuro della disciplina liturgica. Subito dopo Andrea Grillo interviene per avallare quella lettura, invitando i fedeli a «elaborare il lutto» di Summorum Pontificum e descrivendo l’uso del Messale antico come portatore di una forza scismatica.

    A quel punto entra in scena l’arcivescovo Salvatore Cordileone. Non pretende di conoscere il pensiero del Papa meglio del suo Prefetto, ma invita alla prudenza e richiama le conseguenze pastorali delle restrizioni, domandandosi se una disciplina troppo rigida possa spingere alcuni fedeli lontano dalla piena comunione con Roma. Si apre quindi la parentesi del cardinale Cupich, che esorta a non rendere troppo pubbliche e laceranti le controversie liturgiche, quasi che il problema principale fosse il fatto di parlarne e non la ferita che ha provocato il dibattito.

    Ora Andrea Grillo torna nuovamente sulla scena. Non si limita a difendere la posizione di Roche. Prende direttamente di mira Cordileone, lo accusa di gravi errori teologici, ne mette in discussione la preparazione e arriva a collegare la sua posizione alla tentazione scismatica. La serie, a quanto pare, è stata rinnovata per un’altra stagione.

    Il nuovo articolo del professore di liturgia reca un titolo già eloquente: «Non basta un Cordileone per custodire la tradizione». L’autore non si limita a discutere le osservazioni dell’arcivescovo. Le definisce un insieme di luoghi comuni, attribuisce a Cordileone gravi errori, sostiene che «non ha studiato abbastanza teologia» e arriva a scrivere che la sua posizione comprometterebbe l’autorità episcopale, esponendolo alla tentazione scismatica.

    L’Arcivescovo aveva pronunciato parole assai più misurate. Dinanzi alla sicurezza con cui Roche aveva anticipato le future decisioni del Papa, aveva osservato di non sapere quanto il Prefetto conoscesse realmente il pensiero di Leone XIV. Non aveva rivendicato un diritto assoluto al Messale precedente. Aveva posto una domanda pastorale: restrizioni prolungate possono spingere alcuni fedeli verso comunità non pienamente unite a Roma? Aveva anche affermato che un accesso generoso alla liturgia antica dovrebbe accompagnarsi alla piena adesione all’insegnamento della Chiesa e al Concilio Vaticano II.

    Questa posizione non è scismatica. È precisamente la posizione di un pastore che guarda alle conseguenze delle decisioni ecclesiastiche. La norma può avere un’intenzione dichiarata. Il vescovo deve anche domandarsi quali frutti produca nelle persone affidate alla sua cura.

    Grillo compie l’operazione opposta. La domanda pastorale viene trasformata in un errore dottrinale. La preoccupazione per i fedeli diventa complicità con il tradizionalismo. Il rischio che alcuni si allontanino da Roma viene interpretato come manifestazione della forza scismatica già contenuta nel loro attaccamento liturgico.

    Il sistema è costruito in modo da non poter essere smentito. Se i fedeli restano in silenzio, la disciplina ha funzionato. Se soffrono, sono troppo attaccati al passato. Se lasciano le comunità diocesane, dimostrano la propria inclinazione allo scisma. Qualunque reazione conferma la diagnosi iniziale. Quando una teoria riesce sempre ad avere ragione, di solito ha smesso di osservare la realtà.

    Il punto più debole dell’articolo riguarda il rapporto tra il Messale del 1962 e il Vaticano II. Grillo sostiene che non si possa accettare il Concilio e desiderare quella forma liturgica, poiché Sacrosanctum Concilium ha chiesto la riforma del rito romano. Ne ricava una contrapposizione assoluta: o il Concilio o il Messale precedente.

    La stessa Traditionis custodes dimostra che questa identificazione non regge. Il documento affida al vescovo la facoltà di autorizzare l’uso del Messale del 1962 e gli chiede di accertare che i gruppi interessati non escludano la validità della riforma liturgica, l’insegnamento del Concilio e il Magistero pontificio. La disciplina vigente distingue quindi l’uso autorizzato del Messale precedente dal rifiuto del Vaticano II. Grillo dichiara impossibile ciò che la legge della Chiesa continua a prevedere.

    Lo stesso accade quando descrive il rito antico come clericale, privo di partecipazione attiva e capace di trasformare i fedeli in «pezzi da museo». La partecipazione liturgica non può essere ridotta alla quantità delle parole pronunciate o dei gesti esteriori. Sacrosanctum Concilium la descrive come consapevole, attiva e fruttuosa, legandola alla formazione e alla disposizione interiore dei fedeli. Il Concilio dispone anche che l’uso della lingua latina sia conservato nei riti latini e chiede che i fedeli sappiano cantare o recitare in latino le parti dell’Ordinario che spettano loro.

    Il problema non è il diritto di Grillo a criticare un vescovo. Un teologo può farlo. Il problema è il carattere disciplinare assunto dalla sua critica. Cordileone non viene trattato come un pastore che solleva una questione prudenziale. Viene presentato come teologicamente impreparato, pastoralmente irresponsabile e pericolosamente vicino allo scisma.

    Il messaggio che ne deriva è difficile da ignorare. Chiunque metta in discussione l’efficacia pastorale di Traditionis custodes rischia di essere collocato fuori dal perimetro della corretta comprensione del Concilio. Non si risponde alla domanda. Si scredita colui che l’ha posta.

    La frase conclusiva di Grillo rivela con particolare chiarezza questa mentalità: «Chi ama la tradizione, non ha scelta».  È una formula sorprendente per una cultura ecclesiale che parla continuamente di ascolto e discernimento. L’ideologia non accompagna la realtà, la informa che non possiede alternative. Non ascolta ciò che i giovani cercano, stabilisce ciò che dovrebbero cercare. Non valuta se una disciplina custodisca davvero la comunione, identifica la comunione con la propria soluzione.

    Cordileone ha compiuto un gesto molto più semplice e molto più episcopale. Ha guardato ai fedeli, al rischio di perderli e alla domanda spirituale che emerge nelle nuove generazioni. Grillo ha guardato al paradigma e ha rimproverato il vescovo perché i fatti non vi rientravano docilmente.

    Questa vicenda non dimostra l’esistenza di una regia organizzata. Rivela qualcosa di più profondo: un ambiente culturale nel quale uomini diversi usano lo stesso linguaggio, proteggono lo stesso impianto e reagiscono rapidamente quando una voce episcopale riporta la discussione alle conseguenze concrete.

    L’ideologia non teme soprattutto l’opposizione. Teme il pastore che conosce il gregge. Perché le persone reali, con la loro fede e le loro ferite, hanno la pessima abitudine di non comportarsi come le categorie preparate per loro.

  • La catastrofe delle menti ideologizzate

    «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo». 1Cor 4,15

    Tra le risposte suscitate dall’intervista del cardinale Arthur Roche, quella dell’arcivescovo Salvatore Cordileone ha avuto il merito di introdurre nel dibattito un elemento quasi sovversivo: la realtà. Mentre il Prefetto del Dicastero per il Culto Divino dichiarava che Leone XIV non avrebbe cambiato Traditionis custodes e non sarebbe tornato a Summorum Pontificum, Cordileone ha risposto con una frase breve, prudente e assai più incisiva di molte disquisizioni: «Non so quanto bene conosca il pensiero del Santo Padre».

    La frase non scredita l’ufficio del Prefetto e non nega che egli possa conoscere orientamenti riservati. Ricorda un principio elementare che il clima ideologico tende a smarrire: la mente del Papa non è un ufficio di cui un collaboratore possiede le chiavi. La volontà del Pontefice acquista forma ecclesiale quando egli la manifesta attraverso parole e atti che gli appartengono. Anticiparla come una decisione già definita espone il Papa a una curiosa espropriazione. Altri parlano al suo posto, stabiliscono ciò che farà e chiudono in anticipo ogni spazio di discernimento.

    La presunzione assume forme opposte. Alcuni annunciano che Leone XIV non modificherà nulla, quasi avessero accesso permanente alla sua coscienza. Altri sostengono che egli desideri una svolta e sia trattenuto da un apparato ostile. In entrambi i casi il Papa viene trasformato in un personaggio della narrazione altrui. La sua libertà concreta interessa meno della parte che gli è stata assegnata. È uno dei segni più chiari della mente ideologizzata: non attende la realtà, la precede e la riscrive.

    Cordileone non ha sostituito una profezia con un’altra. Ha guardato agli effetti pastorali. Ha domandato che cosa accadrebbe ai fedeli qualora le restrizioni restassero rigide. Ha poi ricordato il rischio che alcuni cerchino nutrimento spirituale presso comunità non pienamente unite alla Sede romana. Guardando alle nuove generazioni, ha riconosciuto la loro attrazione verso la tradizione liturgica e verso celebrazioni della forma riformata vissute con solennità. Il suo giudizio è netto: immaginare che questa sensibilità possa essere cancellata per via amministrativa non è realistico.

    Nelle sue parole non compare una liberalizzazione senza criteri. L’arcivescovo chiede che l’accesso generoso alla liturgia precedente sia accompagnato dalla piena comunione nella fede e dall’accettazione dell’insegnamento del Concilio Vaticano II. Secondo la sua esperienza, questa condizione è già presente nella maggior parte dei fedeli che frequentano tali celebrazioni. Il punto decisivo sta qui: distingue le persone. Non presume che un legame liturgico riveli automaticamente una posizione scismatica. Osserva la vita ecclesiale concreta e giudica a partire da essa.

    Questa è prudenza pastorale nel senso più classico. San Tommaso insegna che la prudenza deve conoscere i principi universali e le realtà particolari sulle quali si agisce, poiché l’azione riguarda sempre situazioni concrete. Una norma può affermare un principio legittimo. Il governo prudente domanda quali effetti produrrà nelle anime affidate e se il mezzo scelto conduca realmente al bene perseguito.

    La mente ideologizzata segue un procedimento diverso. Parte dalla conclusione e interpreta ogni fatto come una conferma. Se i fedeli soffrono, la sofferenza diventa il segno di un attaccamento disordinato. Se si allontanano, il loro allontanamento dimostra la tendenza scismatica già diagnosticata. Se chiedono di essere ascoltati, vengono descritti come persone incapaci di spiegare il proprio disagio. Se tacciono, il silenzio viene assunto come consenso. Il sistema non incontra mai una smentita, perché ha già preparato il significato di ogni possibile risposta.

    L’articolo con cui Andrea Grillo ha invitato a «elaborare il lutto di Summorum Pontificum» mostra con particolare chiarezza questo meccanismo. Il motu proprio di Benedetto XVI viene descritto attraverso le immagini del virus e della contaminazione. Ogni uso del Messale precedente alla riforma conterrebbe una componente anticonciliare capace di condurre verso lo scisma. A quel punto il fedele reale scompare. Resta il portatore di una patologia ecclesiale, al quale viene comunicata la terapia già decisa.

    Il linguaggio del lutto rivela molto. Non propone un discernimento aperto. Annuncia una morte e assegna ai fedeli il compito di accettarla. La loro storia spirituale non viene interrogata. Conta poco che quella liturgia li abbia condotti alla preghiera e a una vita cristiana più esigente. L’esperienza personale, tanto celebrata nel vocabolario contemporaneo, perde ogni valore quando contraddice il paradigma stabilito.

    Qui affiora una delle contraddizioni più severe del modernismo ecclesiale. La coscienza e l’esperienza vengono elevate a criteri decisivi finché confermano la direzione attribuita alla storia. Quando un’esperienza custodisce ciò che la teoria considera superato, essa viene riclassificata come immaturità. L’uomo astratto riceve un’attenzione sconfinata. Gli uomini concreti diventano materiale da rieducare.

    La fede interiore delle persone appartiene al giudizio di Dio. Il loro metodo pubblico può essere esaminato. Una logica è modernista quando la verità ricevuta viene subordinata al divenire storico e quando la Tradizione viene giudicata in base al futuro immaginato. Il maestro non trasmette più ciò che lo precede. Diventa interprete autorizzato di ciò che la Chiesa dovrà necessariamente diventare. Persino il Pontefice viene anticipato e collocato dentro questo movimento presunto irreversibile.

    Gesù ha detto ai discepoli: «Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo» (Mt 23,10). Queste parole non cancellano il ministero dell’insegnamento nella Chiesa. Ne stabiliscono la forma. Il maestro cristiano resta discepolo. Riceve la verità e la serve. Non tratta la dottrina come una proprietà personale e non usa la propria lettura della storia per dichiarare irrilevante ciò che la Chiesa ha venerato per secoli.

    Per questo le menti ideologizzate non sono maestri. Parlano con sicurezza da cattedre autorevoli e maneggiano un lessico raffinato. Manca loro l’umiltà fondamentale del maestro cattolico: riconoscere che la verità viene prima dell’interprete. Quando il proprio paradigma diventa la misura della Tradizione, l’insegnamento si trasforma in dominio intellettuale. Chi dissente non viene confutato. Viene classificato e consegnato a una categoria che lo rende innocuo.

    San Paolo offre una seconda chiave quando scrive ai Corinzi: «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri» (1Cor 4,15). Nel mondo antico il paidagogós sorvegliava il fanciullo e lo conduceva verso il maestro. Paolo riconosce la possibile moltiplicazione dei custodi e oppone a essa la rarità della paternità, capace di generare mediante il Vangelo.

    Anche qui il nostro tempo ecclesiale appare con una precisione quasi imbarazzante. Si moltiplicano coloro che sorvegliano il linguaggio, classificano le sensibilità, stabiliscono confini e indicano i lutti che altri dovrebbero elaborare. La paternità si riconosce da un altro segno: sente come propria la sorte spirituale dei figli. Un padre può correggere con fermezza. Non gode della ferita e non usa lo scoraggiamento come strumento educativo.

    L’esortazione di Paolo conserva una forza particolare: «Padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino» (Col 3,21). Una disciplina ecclesiastica che esaspera e scoraggia merita almeno di essere riesaminata nei suoi effetti. La risposta non può consistere nell’attribuire ogni sofferenza alla rigidità di chi la subisce. Il pastore si lascia interrogare dalla ferita, perché sa che le anime non sono materiale disponibile per la dimostrazione di una teoria.

    San Pietro chiede ai presbiteri di pascere il gregge «non come padroni delle persone a voi affidate» (1Pt 5,3). L’espressione «affidate» contiene una teologia intera. I fedeli appartengono a Cristo. Il pastore li riceve per servirne la salvezza. Non può trattarli come destinatari passivi di un progetto ecclesiologico e non può sacrificare la loro stabilità alla coerenza di una costruzione intellettuale.

    Le menti ideologizzate non sono neppure veri pedagoghi, perché non conducono le persone a Cristo secondo il passo reale della loro vita. Le accompagnano verso un esito già fissato. La pedagogia diventa addestramento alla conformità. L’ascolto dura finché la risposta coincide con le attese del processo. Quando accade il contrario, la persona viene spiegata anziché essere ascoltata.

    Dietro questa durezza si riconosce una forma di narcisismo ecclesiastico. Non si tratta di formulare diagnosi cliniche sugli individui. Si tratta di osservare un atteggiamento: amare la propria idea di Chiesa più della Chiesa reale. Il progetto diventa così prezioso che ogni danno provocato deve essere reinterpretato. Ammettere la ferita significherebbe mettere in discussione l’immagine di sé come guida illuminata del cambiamento.

    Il narcisismo delle idee rende incapaci di compassione. La sofferenza altrui viene percepita come un’obiezione alla teoria e deve essere neutralizzata. Il fedele ferito diventa nostalgico. Il giovane attratto dalla tradizione viene considerato vittima di una moda identitaria. Le persone scompaiono dietro le etichette, con notevole risparmio di fatica pastorale.

    Cordileone ha scelto la via opposta. Ha riconosciuto il desiderio di unità manifestato da Leone XIV e ha chiesto quale disciplina possa custodirlo davvero. Ha visto il rischio di spingere alcune persone lontano da Roma. Ha guardato ai giovani e ha preso sul serio ciò che cercano. Non ha assolutizzato ogni richiesta. Ha posto il criterio della piena comunione ecclesiale. Questa è la sapienza di un pastore che non confonde l’accoglienza con la resa e non scambia la fermezza per cecità.

    La sua risposta mostra anche la misura corretta del servizio al Papa. Un collaboratore fedele non si impadronisce della sua mente. Un vescovo leale non costruisce attese artificiali attorno alla sua persona. Entrambi riconoscono la libertà del Pontefice e gli offrono la verità dei fatti. Il Papa ha bisogno di uomini che gli mostrino la realtà, non di interpreti che gli consegnino una storia già scritta.

    La Chiesa attraversa una stagione nella quale l’ideologia parla spesso il linguaggio della pastorale. Invoca l’ascolto, organizzando risposte prevedibili, e celebra l’esperienza soltanto finché resta gradita. Il richiamo all’unità convive con mezzi capaci di aggravare la frattura. La contraddizione non viene riconosciuta, poiché il paradigma possiede sempre una spiegazione che lo assolve.

    Da questa catastrofe non si esce con un’ideologia contraria. La reazione tradizionalista che attribuisce al Papa intenzioni segrete e trasforma ogni decisione in persecuzione ripete lo stesso difetto. Anche essa preferisce la propria narrazione alla realtà. La via cattolica richiede una mente più libera: ascoltare ciò che il Papa dice realmente, attendere i suoi atti, giudicarli secondo la loro natura e verificarne i frutti pastorali senza falsificarli.

    La Chiesa non ha bisogno di custodi del paradigma che amministrino il lutto dei fedeli. Ha bisogno di maestri che rimangano discepoli e di pastori capaci di portare la debolezza del gregge. Gli uffici passano e le cattedre cambiano occupante. Le anime affidate resteranno davanti a Dio come misura severa del modo in cui l’autorità è stata esercitata.

    La vera catastrofe comincia quando chi governa non si accorge più delle persone. A quel punto la sofferenza diventa una statistica e la resistenza viene trattata come malattia. La comunione si riduce alla conformità, mentre l’autorità smarrisce la propria ragione pastorale. Non restano maestri. Non restano pedagoghi. Restano amministratori di un progetto che parlano continuamente dell’uomo e non sanno più prendersi cura degli uomini.