Cari amici buon giorno e buon fine settimana. Dopo il mese del Sacro Cuore e quello del Preziosissimo Sangue, il nostro sguardo rimane rivolto al mistero del Verbo incarnato. Il Cuore e il Sangue appartengono a un corpo vero, assunto dal Figlio di Dio per la nostra salvezza. In agosto ci metteremo alla scuola di Maria, la Madre del Signore, per imparare a ricevere il corpo come dono e a riconoscerne il destino. Il cammino comincia dalla prima pagina della Scrittura, là dove Dio guarda ciò che ha creato e pronuncia una parola di benedizione.
Il primo sguardo cristiano sul corpo nasce dalla creazione. Prima dei criteri con cui ci misuriamo e dello sguardo ricevuto dagli altri, c’è lo sguardo di Dio. Egli non contempla una materia estranea al suo progetto. Vede la creatura umana nella differenza dell’uomo e della donna, poi la dichiara molto buona. Il corpo appartiene fin dall’inizio alla persona che Dio chiama alla comunione con sé.
Noi impariamo presto a considerarlo secondo criteri poveri. Lo apprezziamo finché corrisponde alle attese di salute e di bellezza. Lo sopportiamo con fatica quando invecchia o si ammala. La fede ci riporta più in profondità: il valore del corpo non dipende dalla sua efficienza. Viene dal fatto che Dio lo ha voluto e lo chiama a sé.
Maria ci introduce in questa verità con la sua stessa esistenza. È una creatura, non una dea discesa dal cielo. Il suo corpo prende forma nel grembo materno e attraversa la fatica del vivere. La grazia accoglie pienamente la sua umanità e la rende disponibile al disegno del Signore. Per questo l’Assunzione manifesta il compimento della creazione.
Entrando in agosto, possiamo iniziare da un atto semplice: ringraziare per il corpo che abbiamo ricevuto. Esso porta la nostra storia e una fisionomia che non abbiamo scelto; porta anche il limite. In questo corpo siamo chiamati ad amare e ad attendere la risurrezione.
Il racconto della Genesi colloca il corpo dentro un ordine di benedizione. Dio non incontra l’uomo come un pensiero astratto. Lo pone nel giardino e gli affida il mondo. La corporeità appartiene quindi alla missione ricevuta. Attraverso il corpo l’uomo coltiva la terra, riconosce la presenza dell’altro e impara la dipendenza dal Creatore. La vita spirituale non comincia fuggendo da questa condizione. Comincia abitandola con gratitudine.
San Tommaso d’Aquino esprime questa unità affermando che l’anima è la forma del corpo. L’espressione indica che la persona non è composta da due esseri accostati dall’esterno. L’anima comunica al corpo la vita propria dell’uomo e il corpo rende presente nel mondo la persona spirituale. Per questo una carezza, una parola pronunciata e un gesto di servizio non sono realtà inferiori. Sono atti della persona nella quale l’interiorità diventa visibile.
La morte appare grave proprio perché introduce una separazione nella persona. La fede cristiana non si limita ad attendere la sopravvivenza dell’anima. Professa la risurrezione della carne, opera della potenza creatrice di Dio. Colui che ha chiamato l’uomo dalla polvere saprà ricomporlo nella gloria, conservando l’identità personale e liberandola dalla corruzione.
Questo orizzonte giudica il modo in cui valutiamo noi stessi. Una società centrata sulla prestazione tende a misurare il corpo secondo la produttività e l’autonomia. La malattia, la disabilità e la vecchiaia sembrano allora ridurre il valore della persona. La parola della creazione custodisce una verità più profonda: la dignità precede ogni capacità. Essa viene dalla volontà di Dio e rimane anche quando le forze diminuiscono.
Ricevere il corpo come dono richiede un cammino paziente. Molti portano ancora lo sguardo severo appreso attraverso confronti e parole umilianti. La fede non impone di provare un’immediata soddisfazione davanti alla propria immagine. Chiede di consegnare al Creatore anche ciò che fatichiamo ad accogliere. In questa consegna si apre uno spazio di riconciliazione, nel quale la persona impara a custodirsi senza idolatrarsi e a servire senza disprezzarsi.
Domani vedremo che il corpo benedetto dal Creatore è anche un corpo che ha fame e che la fede si traduce nel pane condiviso.
Un gesto per oggi Sostiamo per qualche istante senza giudicare il nostro aspetto. Facciamo lentamente il segno della croce e ringraziamo Dio per una possibilità concreta che il corpo ci offre oggi.
Alla scuola di sant’Ireneo Sant’Ireneo riassume il disegno di Dio con una frase divenuta celebre: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio». La creatura raggiunge la propria pienezza quando vive rivolta al suo Creatore. Il corpo non viene escluso da questa gloria: appartiene all’uomo vivente che Dio conduce alla comunione con sé. (Contro le eresie, IV, 20, 7)
Ireneo combatte le visioni che separavano la salvezza dalla carne. Per lui la gloria di Dio appare nell’uomo reso vivo dalla comunione con il Creatore. La visione di Dio non annulla la corporeità: porta l’intera persona alla pienezza.
Preghiera Padre santo, tu mi hai voluto e mi hai chiamato alla vita. Liberami dallo sguardo che disprezza il corpo e insegnami a riceverlo come dono. Per intercessione di Maria, rendilo strumento di carità e custodisci in me la speranza della risurrezione.
Giaculatoria Maria, Madre del Signore, insegnami ad accogliere il corpo come dono.
Cari amici, stare lontano dai social per lavorare, studiare e scrivere produce una vera pace interiore. Si smette per qualche tempo di rimanere basiti dinanzi alle esternazioni che si susseguono nelle interviste di alti prelati. Anche ora, mentre scrivo, mi sorge una domanda: non sarebbe meglio chiudere tutto e continuare beatamente a dedicarmi ai «leggiadri studi» di leopardiana memoria?
Poi accade qualcosa di simile a ciò che confessava Geremia: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, e non potevo». Quel fuoco si manifesta nell’inquietudine che impedisce di tacere ogni volta che ci si trova dinanzi a espressioni capaci di far cadere le braccia.
Vi sono parole che aiutano a comprendere la realtà. Ve ne sono altre che, ripetute senza misura, finiscono per nasconderla. Entrano nel linguaggio comune, acquistano prestigio, vengono inserite in ogni discorso e lentamente cessano di indicare qualcosa di preciso.
Mi sto rendendo conto che una di queste, nella Chiesa, è proprio la parola “sinodo”. Oggi tutto deve essere sinodale. La pastorale deve diventare sinodale, come pure il governo della Chiesa. Persino il linguaggio sembra acquistare dignità soltanto quando assume questo aggettivo. Una decisione appare più nobile se viene presentata come frutto di un processo sinodale. Una scelta controversa sembra trovare una propria legittimazione appena le si applica quella parola. Il termine viene pronunciato con tale frequenza da generare l’impressione che la Chiesa, prima della sua recente riscoperta, abbia vissuto per secoli in una deplorevole assenza di cristianesimo.
Il linguaggio ecclesiastico possiede una singolare capacità: una parola viene ripetuta abbastanza a lungo, nessuno osa più domandare che cosa significhi e tutti fingono di averlo compreso. La nebbia, quando è condivisa, viene scambiata per profondità.
È in questo clima che ci si imbatte in un’espressione pronunciata da un vescovo: «Non si tratta di fare un sinodo, ma di diventare un sinodo per seguire Gesù e diventare suoi discepoli».
Non so se, nel formularla, si sia davvero compreso ciò che si stava dicendo o se si sia semplicemente ripetuto uno slogan suggestivo e conforme al linguaggio del momento. Leggendola, mi è venuto spontaneo parafrasare le parole pronunciate da Cristo sulla croce: «Perdonali, Signore, perché non sanno quello che dicono».
La frase può apparire suggestiva. Possiede il ritmo delle formule destinate a essere citate nei documenti pastorali. Evoca movimento e partecipazione, lasciando intravedere un desiderio di rinnovamento. Appena si cerca di comprenderne il contenuto, l’intero edificio comincia a scricchiolare.
Che cosa significa, realmente, “diventare un sinodo”? Me lo sono domandato cercando di non liquidare la frase con una battuta. Le parole di un vescovo meritano di essere prese sul serio proprio quando suonano imprecise. Forse si voleva dire che non basta convocare un’assemblea, redigere un documento e tornare alla vita ordinaria come se nulla fosse accaduto. Forse si intendeva invitare la Chiesa a vivere un ascolto più reale e una maggiore corresponsabilità.
L’intenzione, così compresa, può essere accolta. La formula rimane teologicamente fragile. Le parole della teologia non sono recipienti nei quali versare qualunque contenuto. Custodiscono realtà precise. Quando vengono adoperate senza rigore, la confusione non resta confinata al vocabolario. Entra nella comprensione della fede.
La Commissione Teologica Internazionale spiega che la comunione esprime la sostanza profonda del mistero della Chiesa. La sinodalità indica il modo concreto attraverso il quale questa comunione viene vissuta e manifestata. È il modus vivendi et operandi del Popolo di Dio convocato dal Signore.
La distinzione è decisiva. La sinodalità appartiene alla vita della Chiesa. Non ne prende il posto. Descrive un modo ecclesiale di camminare e di discernere. Non genera la Chiesa e non le conferisce un’identità che prima le mancava.
La Chiesa cammina insieme perché Cristo l’ha convocata. È Lui che chiama e pone sulla via. Prima viene Cristo, poi il cammino dei discepoli. La Chiesa nasce dalla Pasqua del Signore, vive della sua grazia e viene edificata dai sacramenti. Dentro questa realtà già ricevuta trovano posto l’ascolto reciproco e il discernimento comunitario.
Per questo continuo a trovare incomprensibile l’idea secondo la quale dovremmo “diventare un sinodo” per diventare discepoli. Il rapporto appare capovolto. Non siamo discepoli perché siamo diventati sinodali. Possiamo camminare insieme perché Cristo ci ha chiamati e ci ha resi membra del suo Corpo. Il processo non genera il discepolato. È il discepolato a rendere possibile un autentico cammino ecclesiale.
Quando questo ordine viene dimenticato, la sinodalità smette di descrivere una dimensione della Chiesa e comincia a presentarsi come un principio assoluto. Tutto deve essere reinterpretato attraverso di essa. La liturgia viene valutata secondo la sua capacità di esprimere il paradigma sinodale. Lo stesso Concilio Vaticano II finisce per essere letto come il momento nel quale sarebbe nata una Chiesa nuova, finalmente liberata dalle forme che l’avevano preceduta.
È proprio questo aspetto del resto dell’intervista a preoccuparmi. Il Concilio viene presentato attraverso una lettura che accentua la distanza da ciò che lo ha preceduto. La riforma liturgica sembra diventare l’espressione necessaria di una nuova ecclesiologia, mentre la tradizione liturgica anteriore viene associata a una Chiesa che il Vaticano II avrebbe ormai superato.
Una simile lettura non rende giustizia né al Concilio né alla riforma liturgica. Il Vaticano II non ha fondato un’altra Chiesa. Ha parlato alla stessa Chiesa di Cristo, chiamandola a un rinnovamento fedele alla propria identità. Benedetto XVI ha indicato con chiarezza la differenza tra un’ermeneutica della rottura e un’ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa. La Chiesa cresce nel tempo e rimane se stessa.
Anche la costituzione Sacrosanctum Concilium, quando parla della riforma liturgica, unisce la «sana tradizione» al «legittimo progresso». Chiede che le nuove forme scaturiscano organicamente da quelle già esistenti e che ogni innovazione risponda a una vera utilità della Chiesa.
Non vi è dunque alcun fondamento conciliare per trasformare la liturgia in un campo di battaglia tra una Chiesa vecchia e una Chiesa nuova. La riforma liturgica va accolta con fedeltà. Proprio per questo non può essere usata come vessillo di una discontinuità ecclesiologica che il Concilio non ha mai proclamato.
Quando la liturgia viene giudicata anzitutto in base alla sua compatibilità con un progetto sinodale, l’ordine viene nuovamente rovesciato. Non è più la liturgia ricevuta dalla Chiesa a formare il popolo cristiano. È il progetto ecclesiologico del momento a stabilire quale liturgia sia autorizzata a esistere.
A quel punto la parola “sinodo” è diventata una chiave universale. Spiega tutto e giustifica tutto. Basta anteporre l’aggettivo “sinodale” a una proposta perché essa acquisti l’apparenza di un’ispirazione evangelica.
Sorge allora un sospetto: non sarà che stiamo utilizzando continuamente questa parola proprio perché non sappiamo più definirla? Le parole ripetute senza precisione producono consenso e non richiedono comprensione. Chi le pronuncia viene riconosciuto come appartenente alla sensibilità corretta. Chi domanda quale sia il loro significato rischia di essere considerato ostile al cammino.
È il funzionamento ordinario dell’ideologia. Un concetto preciso pone confini. Lo slogan resta elastico e può contenere progetti molto diversi. Chi contesta quei progetti viene accusato di rifiutare l’ascolto, la comunione o la partecipazione.
Si può criticare una lettura ideologica della sinodalità restando pienamente fedeli alla comunione ecclesiale. Si può chiedere chiarezza senza desiderare una Chiesa chiusa. La difesa della costituzione apostolica della Chiesa non trasforma il passato in un museo.
Quando a usare formule confuse è un fedele privo di preparazione, si può correggere con pazienza. Quando la stessa confusione proviene da un vescovo, la questione diventa molto più grave. Il vescovo è maestro della fede. È chiamato a custodire il deposito apostolico e a trasmetterlo con chiarezza al popolo che gli è affidato. Per questo ministero non basta una generica sensibilità pastorale. Occorre comprendere l’ecclesiologia e misurare il peso delle parole.
La consacrazione episcopale conferisce la grazia propria dell’ufficio. Non rende ogni intervista un atto del Magistero e non trasforma una metafora fragile in una formula teologicamente corretta. Anche una frase pronunciata da un vescovo può essere sbagliata. La dignità di chi parla rende più serio il danno, poiché molti fedeli presumono giustamente di ricevere da lui un orientamento sicuro.
Qui risuona la massima latina: corruptio optimi pessima. Non sto parlando anzitutto di corruzione morale. Penso alla deformazione di un bene altissimo. Il maestro che dovrebbe illuminare e finisce per confondere ferisce proprio nel luogo nel quale il fedele cercava protezione.
Anche la crisi lefebvriana riceve alimento da queste imprudenze. Lo scisma rimane una ferita grave e nessuna confusione episcopale può giustificarlo. Certe letture della Tradizione, del Concilio e della liturgia offrono però ai lefebvriani una propaganda formidabile: permettono loro di presentarsi come gli unici custodi di ciò che alcuni pastori cattolici sembrano desiderosi di superare.
La loro conclusione è errata. Le premesse offerte da certe esternazioni sono dolorosamente reali. In mezzo resta il popolo di Dio, sempre più disorientato. È questo l’aspetto che considero velenoso. Non la sinodalità, che appartiene alla vita della Chiesa. È velenosa la sua trasformazione in slogan e il suo uso come criterio per reinterpretare ogni cosa.
La sinodalità autentica pone Cristo all’origine del cammino. Riceve la Tradizione come memoria viva della fede apostolica e riconosce il compito proprio dei pastori. L’ascolto non sostituisce l’insegnamento. Il discernimento non crea la Rivelazione.
Un vescovo sinodale non è colui che pronuncia più spesso la parola “sinodo”. È colui che ascolta e continua a insegnare con chiarezza. Guida il popolo affidatogli senza trasformare l’autorità in dominio personale e senza dissolverla nella semplice facilitazione dei processi.
Prima di invitare la Chiesa a “diventare un sinodo”, sarebbe dunque opportuno comprendere che cosa sia un sinodo. Prima di collegarlo alla sequela, occorre ricordare che è Cristo a generare il cammino ecclesiale.
Non è il processo a produrre i discepoli. Sono i discepoli, convocati dal Signore e uniti dalla grazia, a poter camminare insieme. Cristo non ci ha chiesto di diventare un sinodo. Ci ha chiesto di seguirlo.
Quando un fedele confonde queste realtà, gli si può spiegare con pazienza. Quando a confonderle è un successore degli Apostoli, corruptio optimi pessima.
Agosto: un mese alla scuola della Madre del Signore
Cari amici, in questo mese di luglio abbiamo meditato le Litanie del Preziosissimo Sangue e le sette offerte entrando così nel mistero della redenzione attraverso il dono che Cristo ha fatto di sé.
Abbiamo contemplato il Sangue del Figlio eterno, ricevuto da Maria e versato sulla croce. Lo abbiamo riconosciuto nell’Eucaristia, nella misericordia che riconcilia e nella speranza che raggiunge ogni ferita umana. Giorno dopo giorno abbiamo compreso che il Preziosissimo Sangue non appartiene soltanto al racconto della Passione. È la vita del Figlio di Dio offerta perché l’uomo torni al Padre.
Ora il mese si conclude. Il nostro cammino non si interrompe. Il Sangue che abbiamo adorato appartiene a un corpo vero. È circolato nel corpo del bambino nato a Betlemme, nelle membra dell’uomo che ha percorso le strade della Galilea e nelle mani che hanno toccato i malati. È il Sangue del corpo consegnato nell’ultima Cena, inchiodato sulla croce e risuscitato dal sepolcro.
Per questo, entrando nel mese di agosto, volgeremo lo sguardo al corpo umano. Un corpo destinato alla gloria. Nelle nostre meditazioni quotidiane staremo alla scuola di Maria, la madre del Signore, che in questo mese veneriamo nel grande dogma della sua assunzione al cielo in anima e corpo.
È lei che ci offre la chiave per comprendere l’intero percorso di questo nuovo mese. Maria è stata assunta nella gloria di Dio in anima e corpo. In lei contempliamo una creatura giunta al compimento della redenzione operata da Cristo. La sua carne non è stata dimenticata. Il corpo che ha accolto il Verbo, camminato verso Elisabetta e servito nella casa di Nazaret partecipa ormai alla vittoria del Figlio risorto.
L’Assunzione non riguarda soltanto Maria. Rivela qualcosa di decisivo anche su di noi. La salvezza cristiana non consiste nella liberazione dell’anima da un corpo considerato inutile. Dio salva la persona intera. Il corpo, segnato dalla fatica e destinato alla morte, resta affidato alla fedeltà del Creatore. Nel Credo professiamo di aspettare la risurrezione della carne, benché talvolta pronunciamo queste parole senza permettere loro di illuminare davvero la vita.
Agosto, dunque, ci aiuterà a riscoprirne il significato. Come si svolgerà il nostro cammino? Cominceremo dalla creazione, quando Dio guarda l’uomo e la donna e dichiara buona la propria opera. Impareremo a ricevere il corpo senza misurarlo soltanto attraverso la bellezza, la salute o l’efficienza. La sua dignità viene dallo sguardo di Dio e dalla vocazione alla comunione con lui.
La Scrittura ci condurrà poi nel mistero dell’Incarnazione. Il Figlio eterno non ha assunto una vaga apparenza umana. Ha ricevuto la carne da Maria. Ha conosciuto la crescita e la stanchezza. Ha pregato con il corpo, ha lavorato con le proprie mani e si è lasciato toccare da chi cercava guarigione. La salvezza è entrata nel mondo attraverso questa umanità concreta.
Alla scuola di Maria guarderemo anche il nostro corpo come luogo della vocazione. Esso ci permette di pregare, lavorare e raggiungere chi attende la nostra presenza. Attraverso il corpo diventano visibili la cura e il servizio. Persino un gesto molto piccolo può manifestare ciò che abita nel cuore.
Ci fermeremo sul modo in cui viviamo la differenza tra uomo e donna, sulla custodia dello sguardo e sulla libertà dai desideri che promettono pienezza e lasciano inquietudine. Cercheremo una parola cristiana capace di rispettare il corpo senza trasformarlo in un idolo. La fede non ci chiede di disprezzarlo. Ci insegna a riceverlo secondo verità e a orientarlo verso il dono.
Dopo l’Assunzione torneremo ai sacramenti. Ricorderemo il corpo immerso nell’acqua del Battesimo e nutrito dall’Eucaristia. Sosteremo accanto al malato raggiunto dall’Unzione e davanti al corpo ferito che domanda misericordia. La gloria promessa non ci sottrae alla fragilità presente. Ci aiuta a custodirla senza considerarla l’ultima parola.
Negli ultimi giorni del mese incontreremo le lacrime di santa Monica e l’inquietudine di sant’Agostino. Contempleremo san Giovanni Battista, che ha pagato nella carne la fedeltà alla verità. Concluderemo professando ciò verso cui tutto il cammino conduce: aspetto la risurrezione della carne.
Settembre ci porterà più vicino al mistero del dolore, attraverso l’Esaltazione della Santa Croce e la memoria della Vergine Addolorata. Agosto ci preparerà a quel passaggio insegnandoci anzitutto quale sia il destino del corpo. Solo mantenendo davanti agli occhi la gloria promessa potremo entrare nella sofferenza senza confonderla con l’ultima parola di Dio.
Anche il metodo delle nostre meditazioni resterà quello che abbiamo imparato nei mesi precedenti. Ogni giorno partiremo dalla Sacra Scrittura. La Parola aprirà la riflessione e la condurrà dentro la vita concreta. Un gesto semplice aiuterà a tradurre ciò che abbiamo contemplato. Una voce dei Padri, dei santi o del Magistero ci farà sentire dentro il cammino della Chiesa. La preghiera raccoglierà la giornata e una breve giaculatoria ci accompagnerà nelle occupazioni quotidiane.
Domani, dunque, inizieremo dal principio: dal corpo voluto e benedetto da Dio. Non partiremo dai suoi difetti né dalle sue ferite. Cominceremo dallo sguardo del Creatore, perché soltanto sotto quello sguardo possiamo comprendere chi siamo.
Il Preziosissimo Sangue contemplato in luglio ci conduce così verso il corpo dal quale è stato versato. Maria ci accompagnerà, poiché da lei il Figlio di Dio ha ricevuto la nostra carne. Guardando lei assunta nella gloria, impareremo ad abitare il nostro corpo con gratitudine e ad affidarne il destino alla potenza della risurrezione.
Preghiera
Signore Gesù, nel mese che si conclude abbiamo contemplato il tuo Sangue versato per la nostra salvezza. Conducici ora a riconoscere la dignità del corpo che hai assunto e redento. Alla scuola di Maria insegnaci a ricevere la nostra vita come dono, a servirti nei gesti quotidiani e ad attendere con fede la risurrezione della carne. Il nostro corpo diventi fin d’ora luogo della tua presenza e strumento del tuo amore.
Giaculatoria
Maria assunta nella gloria, insegnaci ad attendere la risurrezione della carne.
Scorrevo sul cellulare le notizie della giornata. È un gesto ormai quasi automatico: il dito si muove sullo schermo, un titolo appare per pochi istanti e viene subito sostituito da un altro. Tutto passa in fretta, fino a rendere simili anche le notizie più diverse.
A un certo punto il dito si è fermato: «Scoperti due sermoni sconosciuti di sant’Agostino».
Ho riletto il titolo. Per chi ama Agostino, una frase simile non annuncia soltanto un ritrovamento filologico. Fa pensare a una voce familiare che, dopo essere rimasta nascosta per secoli, torna improvvisamente a farsi ascoltare.
Le informazioni disponibili erano ancora poche. Ho cominciato a cercare, spinto dal desiderio di capire se ci si trovasse davanti alla consueta amplificazione giornalistica o a una scoperta capace di illuminare davvero un tratto ancora ignoto del vescovo di Ippona.
I due sermoni sono stati individuati in un manoscritto del XII secolo custodito nella Biblioteca diocesana di Pelplin, in Polonia. Il codice ne contiene sei attribuiti ad Agostino: quattro erano già conosciuti, due risultavano assenti dalle raccolte moderne. L’esame della lingua, dello stile e del metodo esegetico ha condotto gli specialisti a riconoscerne l’autenticità. L’edizione critica completa è ancora in preparazione.
Ci troviamo dunque davanti a una scoperta confermata, della quale conosciamo soltanto alcune anticipazioni. Quanto basta per suscitare una domanda: che cosa aggiungono questi testi all’immagine di Agostino che già possediamo?
L’argomento dei sermoni è uno degli episodi più oscuri dell’Antico Testamento: l’incontro tra Saul e la negromante di Endor, narrato nel capitolo ventottesimo del Primo libro di Samuele. Saul è giunto alla fine del suo regno. I Filistei si preparano alla battaglia e il re, assalito dalla paura, cerca una risposta da Dio. Non la riceve né attraverso i profeti né mediante i sogni. Decide allora di rivolgersi a una donna capace di evocare i morti e le chiede di richiamare Samuele.
La scena è tragica. L’uomo che era stato scelto da Dio si presenta di notte, travestito, nella casa di una negromante. Ha smarrito la via dell’obbedienza e tenta di ottenere con una pratica proibita la parola che il cielo ormai gli nega. La donna vede apparire Samuele. Il profeta annuncia a Saul la sconfitta e la morte imminente: il giorno seguente il re e i suoi figli cadranno in battaglia.
L’episodio ha sempre posto una seria difficoltà agli interpreti cristiani. Una negromante poteva realmente richiamare un profeta di Dio? La figura apparsa era Samuele oppure un’immagine ingannevole? Nel caso si trattasse davvero di lui, occorreva riconoscere che la sua apparizione fosse avvenuta per permissione divina e non per il potere autonomo della donna.
Agostino prende in esame le diverse interpretazioni e sembra inclinare verso l’apparizione reale di Samuele. Il centro della scoperta si trova altrove. Secondo le informazioni rese note dagli studiosi, egli considera la possibilità che l’annuncio della morte abbia condotto Saul al pentimento.
È questa l’ipotesi che mi ha sorpreso. Saul non viene riabilitato. La sua disobbedienza rimane reale, la consultazione della negromante conserva tutta la propria gravità e il giudizio pronunciato da Samuele si compie. Il re morirà in battaglia, portando fino alla fine le conseguenze delle proprie scelte. Nelle ore che separano la profezia dalla morte, la parola ricevuta potrebbe avere spezzato la sua resistenza. Posto finalmente davanti alla verità, Saul potrebbe aver riconosciuto la propria colpa e essersi rivolto a Dio.
Agostino non afferma che questo sia accaduto. Riconosce che non si può escluderlo. La novità non consiste dunque in una diversa valutazione morale della vita di Saul. Riguarda il limite del giudizio umano. Le sue azioni sono conosciute e possono essere giudicate. Ciò che avvenne nel segreto della coscienza durante l’ultima notte rimane nascosto.
Qui emerge un tratto profondamente coerente con il dottore della grazia. Agostino sa che Dio può raggiungere l’uomo quando la sua storia sembra ormai chiusa. La grazia non cancella il passato e non sottrae necessariamente il peccatore alle conseguenze temporali delle proprie azioni. Può ricondurre a Dio una libertà che, fino a quel momento, gli aveva resistito. La morte di Saul resterebbe così il compimento di un giudizio storico senza diventare, per questo solo fatto, la prova della sua dannazione eterna.
La teologia successiva esprimerà con maggiore precisione la distinzione tra la remissione della colpa e la permanenza di una pena temporale. Un uomo può essere riconciliato con Dio e continuare a portare gli effetti del male commesso. Il pentimento non riscrive la storia. Trasforma il rapporto dell’uomo con Dio.
Non possediamo ancora il testo completo dei sermoni e sarebbe imprudente costruire conclusioni troppo ampie sulle anticipazioni disponibili. L’intuizione che emerge appare già teologicamente importante: il giudizio visibile su una vita non coincide necessariamente con l’ultima parola pronunciata da Dio sull’anima. È una distinzione di cui abbiamo particolare bisogno.
Nel nostro tempo si incontra spesso la difficoltà di chiamare il peccato con il suo nome. Per salvaguardare la persona si finisce talvolta per attenuare la gravità degli atti, riducendo la misericordia a una comprensione che non domanda conversione.
Esiste anche la tendenza opposta: la colpa viene trasformata nella definizione definitiva dell’uomo. Un atto reale e grave diventa la misura dell’intera persona, come se ciò che è visibile autorizzasse a leggere il destino eterno di una coscienza.
Agostino segue una strada più esigente. Riconosce senza esitazioni la responsabilità di Saul e si arresta davanti a ciò che soltanto Dio può conoscere. Questa cautela non nasce da incertezza morale. Deriva dalla consapevolezza che il giudizio eterno appartiene al Signore. La Chiesa può indicare la gravità degli atti, chiamare alla conversione e amministrare la riconciliazione. Non può occupare il posto di Dio nell’ultima ora di una persona.
La scoperta dei sermoni offre anche uno scorcio particolarmente vivo sul ministero pastorale di Agostino. Secondo la ricostruzione degli studiosi, il lettore avrebbe proclamato il brano della negromante di Endor senza averlo concordato con lui. Agostino si trovò quindi a commentare una pagina complessa senza avere preparato una spiegazione compiuta. Nella predica domenicale pose il problema davanti alla comunità. Tornò sull’argomento il mercoledì seguente, dopo aver avuto il tempo di riflettere.
La scena è facile da immaginare. Agostino ascolta la lettura e comprende subito la difficoltà del testo. Davanti a lui il popolo attende. Egli non aggira la domanda e non nasconde l’incertezza sotto una risposta frettolosa. Condivide ciò che in quel momento riesce a vedere e continua la ricerca nei giorni successivi.
In questo comportamento si riconosce il pastore autentico. La sua autorità non dipende dalla capacità di produrre risposte istantanee. Nasce dalla fedeltà con cui rimane davanti alla Scrittura e conduce il popolo dentro la ricerca della verità.
Chi frequenta da tempo le opere di Agostino conosce questa mente in movimento. Egli interroga il testo, misura le parole, torna sulle proprie formulazioni. La domanda non è per lui un espediente retorico. È il luogo nel quale l’intelligenza si lascia guidare verso una comprensione più profonda.
I due sermoni non ci consegnano dunque un Agostino diverso. Permettono di osservarlo in un punto che finora non conoscevamo: davanti al destino di Saul, fermo nel giudicare la colpa e rispettoso del mistero custodito nell’anima.
Quando sarà pubblicata l’edizione critica, potremo valutare le parole esatte di Agostino e comprendere meglio lo sviluppo della sua argomentazione. Per ora rimane l’emozione di una scoperta che ha già aperto una prospettiva inattesa.
Da quei sermoni riemerge una voce ferma davanti al peccato e rispettosa davanti al mistero dell’anima. Agostino non confonde la misericordia con la negazione della colpa e non trasforma la verità in una condanna temeraria.
Saul rimane l’uomo che ha disobbedito. Potrebbe essere anche l’uomo raggiunto dalla grazia nell’ultima notte. Agostino non afferma di saperlo. Si arresta davanti a ciò che soltanto Dio vede.
Forse è proprio questa la zona nuova che i due sermoni cominciano a illuminare. Il grande dottore della grazia conosce la gravità del peccato. Conosce altrettanto bene il limite del giudizio umano. L’ultima parola sull’uomo non appartiene alla sua colpa. Appartiene a Dio.
Ed è questo uno degli annunci più consolanti del Vangelo, soprattutto per chi è precipitato nelle tenebre e nell’ombra della morte. Cristo è venuto proprio per raggiungere l’uomo in quel luogo estremo, quando ogni strada sembra chiusa e nessuno osa più attendere un ritorno. La luce della sua misericordia può entrare anche nell’ultima notte.
Saul diventa allora una figura drammatica dell’uomo che ha consumato le proprie possibilità e si trova davanti alla verità quando il tempo sembra ormai finito. Non sappiamo se abbia accolto quella luce. Agostino ci ricorda che non abbiamo il diritto di dichiarare che essa non possa averlo raggiunto.
Cari amici, buongiorno. Il mese del Preziosissimo Sangue si conclude davanti al costato aperto di Cristo. Dopo la morte del Signore, un soldato gli colpisce il fianco con la lancia, e subito ne escono sangue e acqua. La settima effusione ci porta al centro più profondo del mistero: il Cuore trafitto del Redentore, da cui sgorga la vita della Chiesa.
Gesù ha già consegnato lo spirito. Tutto sembra finito. La voce si è spenta, il corpo è immobile, il sacrificio è compiuto. E proprio allora il suo costato viene aperto. Dal corpo morto del Figlio scaturiscono sangue e acqua. La Chiesa ha sempre contemplato questo segno con stupore. Non è un dettaglio marginale. È una rivelazione. Dal Cristo addormentato nella morte nasce la Sposa. Dal nuovo Adamo nasce la Chiesa. Dal costato trafitto sgorgano i sacramenti che comunicano la vita nuova.
Il Sangue e l’acqua richiamano l’Eucaristia e il Battesimo, il sacrificio e la purificazione, la redenzione e la nascita. Il Sangue ci parla dell’amore versato fino all’estremo. L’acqua ci parla della vita nuova donata nello Spirito. In quel fianco aperto si manifesta che Cristo non ha trattenuto nulla. Anche dopo la morte, il suo corpo continua a donare. L’amore del Figlio resta aperto.
Qui il mese trova il suo compimento. Siamo partiti dal Sangue dell’Unigenito dell’Eterno Padre, abbiamo contemplato il Verbo incarnato, l’alleanza, l’agonia, la flagellazione, la croce, l’Eucaristia, la misericordia, la vita della Chiesa, la missione. Ora tutto converge nel costato aperto. Il Sangue di Cristo non è una devozione separata dal cuore della fede. È il cuore della fede visto nella concretezza del dono.
Il costato aperto ci rivela anche il volto della Chiesa. La Chiesa non nasce da un programma umano, dal consenso, dalla strategia, dalla sensibilità del momento. Nasce dal sacrificio di Cristo. Ogni volta che la Chiesa dimentica il costato aperto, comincia a parlare molto di sé, dei suoi processi, delle sue strutture, delle sue urgenze, dei suoi equilibri. Tutte cose che hanno anche il loro posto, certo, visto che perfino la grazia deve talvolta attraversare verbali e calendari. Eppure la sorgente è un’altra: il Sangue e l’acqua che sgorgano dal fianco del Signore.
Il costato trafitto è anche rifugio. I santi hanno spesso contemplato in esso il luogo in cui l’anima può nascondersi, riposare, essere guarita. Vi entriamo quando ci lasciamo raggiungere dalla misericordia. Vi entriamo quando riceviamo i sacramenti. Vi entriamo quando contempliamo il Crocifisso con fede. Vi entriamo quando consegniamo le nostre ferite alla ferita di Cristo. La ferita del Signore non è chiusa, perché resta aperta come porta di salvezza.
Questa ultima effusione ci chiede di guardare anche le nostre ferite in modo diverso. L’uomo tende a chiudersi dove è stato ferito. Cristo, invece, dalla ferita aperta dona vita. Questo non significa esporre tutto, né trasformare il dolore in spettacolo, ma lasciare che la grazia attraversi ciò che ci ha ferito, perché anche lì possa nascere amore. Una ferita unita a Cristo può diventare luogo di compassione, di intercessione, di fecondità.
La pratica spirituale conclusiva può essere una consacrazione semplice al Preziosissimo Sangue. Davanti al Crocifisso, possiamo affidare al Signore la nostra vita, la Chiesa, i sacerdoti, le famiglie, i malati, i morenti, i peccatori, i lontani, le anime del purgatorio. Tutto può essere deposto nel costato aperto di Cristo. Nessuna miseria è più grande di quella ferita da cui sgorga la salvezza.
Cari amici, il mese termina e il mistero resta. Non abbiamo meditato il Sangue di Cristo per aggiungere qualche pensiero devoto al calendario. Abbiamo sostato davanti al prezzo dell’amore. Ora il cammino continua nella vita ordinaria: nella Messa, nella confessione, nella carità, nella preghiera, nella missione, nel modo in cui guardiamo ogni persona come riscattata dal Sangue dell’Agnello.
Dal costato trafitto di Cristo la Chiesa contempla la sorgente della propria vita. Il Sangue che abbiamo adorato durante questo mese non redime soltanto una parte dell’uomo. Raggiunge la persona intera, perché il Figlio di Dio ci ha salvati assumendo la nostra carne e consegnando il proprio corpo sulla croce.
Quel Sangue è sgorgato da un corpo vero. È il Sangue del bambino nato da Maria, dell’uomo che ha percorso le strade della Galilea, delle mani che hanno toccato i malati e del cuore trafitto sul Calvario. La redenzione non si è compiuta fuori dalla carne. È entrata nella nostra storia attraverso il corpo del Verbo incarnato.
Per questo, come abbiamo detto ieri, il corpo non rimane ai margini della vita spirituale. Nel corpo la fede prende forma. Con esso preghiamo e serviamo. Attraverso di esso impariamo la carità e sperimentiamo anche la fragilità del peccato. Il corpo porta i segni delle nostre scelte e diventa il luogo concreto nel quale possiamo appartenere a Dio.
La fede cristiana non attende soltanto la sopravvivenza dell’anima. Professa la risurrezione della carne. Cristo ha redento l’uomo intero e conduce alla gloria la persona nella sua unità. Il corpo che oggi conosce la fatica e il limite resta affidato alla potenza del Risorto.
Cari amici, il mese che si apre domani ci condurrà dentro questo mistero. Dopo aver contemplato il Preziosissimo Sangue, guarderemo il corpo dal quale quel Sangue è stato versato e il corpo umano che esso ha redento. Alla scuola di Maria assunta nella gloria impareremo a riceverlo come dono, a viverlo come luogo della nostra vocazione e ad attenderne la trasfigurazione.
Il cammino di luglio ci conduce così verso agosto. Il Sangue di Cristo ci ha mostrato il prezzo della redenzione. Da domani contempleremo ciò che Cristo ha voluto redimere e portare con sé nella gloria: l’uomo intero, chiamato alla risurrezione.
Alla scuola della famiglia del Preziosissimo Sangue
San Gaspare, santa Maria De Mattias e il beato Merlini riconducono tutti al costato aperto di Cristo. Da lì sgorga il Sangue che fonda la missione, l’adorazione, la vita offerta e la pace interiore. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettere 2740 e 2764, Epistolario VII, pp. 93 e 116; S. Maria De Mattias, Lettere 302, 315 e 316, Lettere, vol. II, pp. 25, 44 e 47; G. Merlini, Lettere a Maria De Mattias I, Edizioni Sanguis, Roma 1974, p. 40.)
Preghiera
Gesù, dal tuo costato aperto hai donato Sangue e acqua per la salvezza del mondo. Accogli nella tua ferita la mia vita, le mie ferite, la Chiesa, i peccatori, i malati, i morenti e le anime del purgatorio. Fa’ che io viva sotto il segno del tuo Sangue e diventi testimone della tua misericordia. Il mese termina, la tua sorgente resta aperta.
Giaculatoria
Sangue di Cristo, sgorgato dal costato aperto sulla croce, salvaci.
Dev’essere il seguito di queste interminabili ondate di caldo. Anche il dibattito ecclesiale sembra aver superato la temperatura di sicurezza, con il consueto risultato: molti perdono il contatto con la realtà e cominciano a descrivere la Chiesa secondo ciò che temono o ciò che desiderano.
È bastata un’intervista del cardinale Arthur Roche perché tornassero le profezie definitive. Il Prefetto del Dicastero per il Culto Divino ha dichiarato che Leone XIV non modificherà Traditionis custodes e non ripristinerà il regime introdotto da Benedetto XVI con Summorum Pontificum. Ha riproposto la propria lettura della riforma liturgica e ha mostrato ancora una volta di considerare la permanenza del rito precedente come una questione destinata a esaurirsi.
Le parole di Roche hanno un peso. Provengono dal responsabile del Dicastero competente e difficilmente possono essere liquidate come una semplice opinione personale. Restano parole pronunciate durante un’intervista. Non costituiscono un atto pontificio e non modificano la legislazione vigente. Soprattutto, non autorizzano a trasformare ogni previsione del Prefetto in una dichiarazione irreformabile del Papa.
Questa distinzione elementare è durata molto poco. In alcuni ambienti tradizionalisti l’intervista è diventata immediatamente la prova che Leone XIV avrebbe tradito tutte le speranze riposte in lui, che nulla sarebbe cambiato rispetto al pontificato precedente e che la persecuzione contro la liturgia antica starebbe entrando in una fase ancora più dura. Non sono mancate le accuse al Papa, i processi alle intenzioni e le consuete dichiarazioni sulla Chiesa ormai occupata da un potere ostile alla Tradizione.
Chi aveva immaginato un rapido ritorno a Summorum Pontificum deve prendere atto che, allo stato attuale, questa prospettiva non trova conferma. Può dispiacere. Può apparire ingiusta. La realtà non cambia perché la si investe con una raffica di commenti indignati.
Neppure il cardinale Roche sembra disposto a lasciar raffreddare gli animi. La sua interpretazione continua a presentare la liturgia riformata come espressione della Chiesa conciliare, partecipativa e missionaria, mentre la forma precedente viene associata alla divisione e alla resistenza. Una lettura simile riduce situazioni molto diverse a un’unica categoria.
Esistono gruppi che hanno trasformato il Messale antico in una bandiera di opposizione ecclesiale. Esistono sacerdoti e fedeli che riconoscono la validità della riforma liturgica, vivono nella piena comunione con i propri vescovi e desiderano soltanto pregare secondo una forma che ha nutrito la loro vita spirituale. Confondere queste realtà non aiuta l’unità. Offre soltanto una giustificazione amministrativa alla cancellazione delle differenze.
Sul fuoco acceso dall’intervista è arrivato puntualmente Andrea Grillo, con un articolo dal titolo eloquente: «Elaborare il lutto di Summorum Pontificum: come uscire teologicamente dallo stallo dopo lo scisma».
Il titolo contiene già la diagnosi e la terapia. Summorum Pontificum viene dichiarato morto. Ai fedeli resta il compito psicologico di accettarne la scomparsa. Una procedura efficiente: si stabilisce il decesso e si invitano i parenti a comportarsi con compostezza.
Grillo sostiene che il motu proprio di Benedetto XVI abbia introdotto nella Chiesa una pretesa giuridica priva di autentico fondamento, sottraendo il governo della liturgia ai vescovi e creando comunità parallele. Descrive questa situazione come una «contaminazione» e parla persino di un «virus» immesso nel corpo ecclesiale. Arriva poi alla tesi decisiva: ogni celebrazione secondo il Messale precedente alla riforma conterrebbe inevitabilmente una componente anticonciliare e una «potenza scismatica».
Qui il ragionamento smette di essere un’analisi critica di Summorum Pontificum e diventa una costruzione ideologica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha legato il rifiuto della riforma liturgica a una contestazione più ampia del Concilio e dell’autorità romana. Da questo dato Grillo ricava una legge generale: chi continua a usare il Messale antico sarebbe destinato, prima o poi, alla medesima logica. Il recente gesto della Fraternità viene assunto come prova del destino nascosto in ogni celebrazione del rito precedente. È una conclusione che non deriva dalle premesse. È un’associazione polemica.
La stessa Traditionis custodes distingue tra i gruppi che negano la validità e la legittimità della riforma e quanti possono essere autorizzati dal vescovo a celebrare secondo il Messale del 1962. Una distinzione del genere non avrebbe alcun senso qualora ogni uso del rito antico fosse intrinsecamente scismatico. La legge invocata da Grillo smentisce la sua tesi più estrema.
Si può ritenere che Summorum Pontificum abbia prodotto problemi pastorali. In alcuni luoghi ha favorito una convivenza serena. Altrove ha generato contrapposizioni e identità liturgiche chiuse. Alcune comunità hanno utilizzato la forma straordinaria come segno di comunione con la tradizione cattolica. Altre hanno costruito attorno a essa un giudizio complessivamente negativo sulla Chiesa postconciliare.
Questi problemi meritavano un esame serio. Chiamare «virus» una decisione pontificia rimasta in vigore per quattordici anni significa compiere qualcosa di diverso. Significa delegittimare non soltanto certe applicazioni, anche l’atto stesso di Benedetto XVI e l’intenzione ecclesiale che lo aveva ispirato.
Benedetto XVI riteneva che la possibilità di celebrare secondo il Messale precedente potesse favorire la riconciliazione. Chiedeva ai fedeli legati alla forma antica di riconoscere il valore e la santità della liturgia riformata. Chiedeva agli altri di accogliere una ricchezza che aveva formato generazioni di cristiani.
Si può giudicare quella soluzione insufficiente. La storia della Chiesa è piena di provvedimenti prudenti che non hanno prodotto tutti i risultati sperati. Presentarla come un’iniezione di anarchia e di scisma significa riscriverla alla luce di una conclusione già decisa.
Il linguaggio scelto da Grillo rivela il problema più profondo. «Virus», «contaminazione», «lutto», «pretesa», «potenza scismatica». Non sono parole rivolte a persone che si desidera ricondurre a una comunione più piena. Sono categorie con le quali si dichiara patologica un’intera sensibilità ecclesiale.
Dopo aver spiegato a qualcuno che la sua vita liturgica è il sintomo di una malattia, ci si meraviglia che egli si senta perseguitato. È una delle più raffinate assurdità del dibattito contemporaneo: si produce la ferita, poi si considera la reazione alla ferita come prova della diagnosi iniziale.
Roche e Grillo non dicono esattamente la stessa cosa. Il primo parla da responsabile di un Dicastero e difende una linea disciplinare. Il secondo cerca di fornire a quella linea una giustificazione teologica radicale. Il risultato converge: il fedele legato alla liturgia antica viene trattato come il residuo di una stagione superata, incapace di comprendere il cammino della Chiesa e destinato a scomparire.
Gli ambienti tradizionalisti estremi reagiscono nel modo peggiore. Gridano alla persecuzione, insultano l’autorità e trasformano ogni limitazione liturgica nella prova di un’apostasia generale. Così facendo offrono a Roche e a Grillo esattamente ciò che serve loro: un tradizionalismo aggressivo, separato e incapace di pensare la comunione ecclesiale.
Il circuito diventa perfetto. L’intransigenza progressista provoca l’irrigidimento tradizionalista. L’irrigidimento tradizionalista viene esibito come prova della necessità dell’intransigenza progressista. Ogni campo produce nell’altro il comportamento che gli consente di sentirsi dalla parte della ragione.
Le responsabilità non sono identiche. Un gruppo estremista può fare molto rumore e avvelenare il dibattito. Chi possiede responsabilità di governo o esercita un’influenza teologica pubblica dispone di un potere maggiore. Può trasformare una lettura particolare in una disciplina applicata a tutta la Chiesa. Proprio per questo gli si dovrebbe chiedere più equilibrio, non la stessa aggressività di chi combatte una guerra quotidiana sui social. La realtà, ancora una volta, è meno comoda delle rispettive ideologie.
Non tutti i fedeli legati al Messale antico rifiutano il Concilio. Non tutti coloro che celebrano secondo il Messale riformato accettano davvero ciò che il Concilio ha insegnato sulla liturgia. Esistono celebrazioni antiche vissute con autentico spirito ecclesiale. Esistono celebrazioni nuove trasformate in spettacoli autoreferenziali, dove il celebrante diventa il protagonista e l’assemblea il pubblico chiamato a dimostrare entusiasmo.
Il problema non si risolve dichiarando che un libro liturgico produce necessariamente la comunione e un altro conduce inevitabilmente allo scisma. La comunione nasce dalla fede cattolica, dal riconoscimento dell’autorità legittima e da una celebrazione ordinata all’adorazione di Dio.
Grillo coglie un elemento reale quando ricorda che il Messale riformato consente celebrazioni molto diverse. Il latino, il canto gregoriano e il Canone Romano vi trovano piena cittadinanza. La liturgia nuova può essere celebrata con sobrietà e senso del sacro. Molti sacerdoti lo dimostrano ogni giorno, spesso senza ricevere l’attenzione riservata agli esperimenti più rumorosi.
Questa possibilità non autorizza a trattare il Messale precedente come un cadavere di cui elaborare il lutto. La vita spirituale di fedeli e sacerdoti non può essere trasferita da un rito all’altro con una circolare amministrativa, come si sposta il personale da un ufficio ormai chiuso.
Come si esce da questo stallo?
Parlando quando è necessario. Le affermazioni di Roche e di Grillo devono essere esaminate con serietà. Occorre mostrare le semplificazioni storiche e le forzature teologiche. Occorre difendere i fedeli che vivono nella comunione ecclesiale e rifiutare l’idea che la loro sensibilità liturgica costituisca una malattia.
Parlare non equivale a gridare. Richiede precisione e misura. Un’intervista non è un atto pontificio. Una scelta disciplinare non è una definizione dogmatica. Una critica alla politica liturgica della Santa Sede non autorizza il disprezzo verso il Papa o verso i vescovi.
Occorre poi costruire dove è possibile.
Una liturgia celebrata con dignità possiede più forza di cento polemiche. Una formazione dottrinale seria mostra che la Tradizione non è una nostalgia estetica. Una comunità capace di vivere nella comunione, custodendo il silenzio e il senso del sacro, confuta con i fatti la caricatura elaborata dai suoi avversari.
Costruire significa anche lavorare perché la liturgia riformata venga sottratta alla sciatteria e alla creatività arbitraria. Il Messale non è il canovaccio sul quale il sacerdote deve improvvisare il proprio spettacolo domenicale. L’assemblea non ha bisogno di un animatore. Ha bisogno di essere condotta dentro il mistero di Cristo.
Infine, resta l’attesa.
Chi sperava che Leone XIV cancellasse rapidamente Traditionis custodes deve accettare che la realtà attuale non corrisponde a quella previsione. Il Papa non è tenuto a incarnare le proiezioni costruite attorno alla sua persona. La fedeltà ecclesiale non dipende dal fatto che egli realizzi ciò che ciascuno desidera.
Attendere non significa dichiarare giusto ciò che appare ingiusto. Significa impedire che la sofferenza diventi amarezza. E questo perché l’amarezza altera lentamente lo sguardo. Ogni decisione viene interpretata come un’aggressione. Ogni pastore diventa sospetto. Si continua a difendere la Chiesa e si perde la capacità di amarla. A quel punto l’ideologia avversaria ha già ottenuto una vittoria: ha trasformato la fedeltà in risentimento.
La Chiesa non appartiene al cardinale Roche e non appartiene ad Andrea Grillo. Non appartiene neppure ai gruppi che si ritengono gli ultimi custodi della vera fede. Appartiene a Cristo.
Ovviamente, questo non elimina la responsabilità degli uomini. Le restituisce la sua misura. Le stagioni ecclesiastiche passano. I paradigmi che sembravano irreversibili mostrano le loro crepe. Gli uomini che si ritenevano interpreti definitivi della storia diventano pagine di quella stessa storia, qualche volta note a piè di pagina.
La Tradizione possiede un respiro più lungo delle nostre dispute. Non vive grazie alla protezione di un Dicastero e non muore per la pubblicazione di un articolo. Continua nella fede della Chiesa, nella sua preghiera e nella santità di chi resta fedele senza trasformare la verità in un’arma di fazione.
Parlare quando è necessario, costruire dove è possibile e attendere senza diventare amari è la disciplina di chi vuole restare cattolico in mezzo alle febbri ecclesiali. Anche quando il caldo, reale e ideologico, sembra aver dato alla testa quasi a tutti.
Cari amici, il mese di luglio volge ormai al termine. Le meditazioni quotidiane dedicate al Preziosissimo Sangue non sono rimaste soltanto affidate alle pagine pubblicate ogni giorno: sono diventate un libretto, sono state tradotte in lingua albanese, stampate e utilizzate per la preghiera personale e comunitaria.
Desidero ringraziare di cuore don Altin e tutti coloro che hanno reso possibile questa diffusione. Attraverso il loro impegno, un piccolo lavoro nato per accompagnare il mese del Preziosissimo Sangue ha potuto raggiungere altre comunità e parlare nella loro lingua. La Parola di Dio attraversa confini e culture quando trova persone disposte a servirla con semplicità.
Il cammino proseguirà nel mese di agosto con nuove meditazioni raccolte sotto il titolo «Il corpo destinato alla gloria». Alla scuola della Madre del Signore rifletteremo sulla preziosità del corpo umano, creato da Dio, assunto dal Verbo e chiamato alla risurrezione. L’Assunzione di Maria illuminerà l’intero percorso e ci aiuterà a riscoprire la dignità della nostra carne, troppo spesso ridotta a oggetto, esibita o disprezzata.
Anche queste meditazioni saranno tradotte e portate in Albania. È motivo di gratitudine sapere che lo stesso cammino unirà persone lontane nella medesima fede e nella stessa speranza.
Il Sangue di Cristo, che nel mese di luglio abbiamo contemplato come prezzo della nostra redenzione, ci conduce ora verso il corpo destinato alla gloria. È lo stesso mistero pasquale: la vita donata sulla Croce rifiorisce nella risurrezione.
Grazie a quanti hanno accolto, condiviso e fatto conoscere questo percorso. Continuiamo a camminare insieme, custoditi dal Sangue di Cristo e accompagnati da Maria, Madre del Signore.
Cari amici, buongiorno. La sesta effusione ci pone davanti al momento in cui Gesù viene inchiodato alla croce. Le mani che hanno benedetto, guarito, spezzato il pane e rialzato i peccatori vengono aperte dai chiodi. I piedi che hanno percorso le strade della Galilea, cercando i poveri, i malati, i lontani, vengono fissati al legno. Il Sangue scorre dalle ferite del Crocifisso e la terra riceve il dono dell’Agnello.
La crocifissione è il compimento della consegna del corpo. Gesù non può più muoversi. Non può più andare incontro a nessuno con i piedi. Non può più stendere le mani per toccare e guarire. Eppure proprio in questa immobilità apparente Egli compie l’opera più grande. Inchiodato, abbraccia il mondo. Fissato al legno, apre a tutti la via del Padre. Privato di ogni libertà esteriore, manifesta la libertà suprema dell’amore che si dona.
Le mani inchiodate di Cristo redimono le opere dell’uomo. Le nostre mani possono servire o ferire, costruire o distruggere, benedire o trattenere, accogliere o respingere. Quante volte le mani diventano strumento dell’egoismo: prendono senza ringraziare, tengono senza condividere, lavorano senza offrire, si chiudono davanti al bisogno altrui. Il Sangue delle mani di Cristo purifica il nostro agire e ci restituisce la vocazione del servizio.
I piedi inchiodati redimono i nostri cammini. Anche i nostri passi hanno bisogno di salvezza. Andiamo verso ciò che ci fa bene e verso ciò che ci rovina, verso Dio e verso le nostre fughe, verso il fratello e verso l’isolamento, verso la fedeltà e verso i compromessi. Il peccato non è solo una macchia interiore. È anche direzione sbagliata, strada percorsa lontano dal Padre. Il Sangue dei piedi di Cristo ci richiama al cammino vero.
Nella crocifissione, il corpo di Gesù diventa preghiera totale. Non vi è più parte di Lui che non sia offerta. Le mani aperte, i piedi trafitti, il capo coronato, il cuore prossimo a essere aperto, tutto parla di dono. La croce è l’altare sul quale Cristo sacerdote offre se stesso al Padre per la salvezza del mondo. Non offre qualcosa. Offre sé stesso. E qui ogni nostra idea superficiale di amore viene messa seriamente in crisi, con grande dispiacere dei sentimentalismi comodi.
Questa effusione ci chiede di guardare il nostro modo di usare il corpo. Il corpo non è estraneo alla vita spirituale. Si prega con il corpo, si serve con il corpo, si pecca anche con il corpo, si ama attraverso il corpo. La fede cristiana non salva anime disincarnate. Cristo ha assunto un corpo e lo ha offerto. Anche noi siamo chiamati a fare del corpo uno strumento di carità, di purezza, di servizio, di adorazione.
La pratica spirituale può essere molto semplice. Guardiamo le nostre mani e chiediamoci: oggi, a chi posso fare del bene concretamente? Poi guardiamo i nostri passi e chiediamoci: verso dove sto andando? Non in astratto. Nella scelta di oggi, nella relazione di oggi, nell’abitudine di oggi. Possiamo pregare così: “Gesù crocifisso, lava le mie opere e orienta i miei passi nel tuo Sangue”.
La crocifissione ci insegna anche la fecondità dell’impotenza offerta. Ci sono momenti in cui non possiamo più fare ciò che vorremmo. Una malattia limita, l’età rallenta, una situazione impedisce, una responsabilità costringe, un fallimento blocca. L’uomo vive questi momenti come inutilità. Cristo inchiodato alla croce mostra che anche l’impotenza, se unita all’amore, può diventare feconda. Quando non possiamo più agire come prima, possiamo ancora offrirci. E questa, nel Vangelo, non è una cosa piccola.
Il Sangue delle mani e dei piedi inchiodati ci renda più liberi nel fare e più fedeli nel camminare. Ci liberi dall’attivismo senza offerta e dalla fuga senza direzione. Ci insegni a mettere ogni opera sotto la croce e ogni passo dentro la volontà del Padre. Davanti al Crocifisso, comprendiamo che la vera libertà non consiste nel poter fare tutto, ma nel potersi donare fino in fondo.
Alla scuola di san Gaspare
San Gaspare vedeva nella Croce la cattedra della verità. Le mani e i piedi inchiodati di Cristo insegnano che la vera libertà consiste nel potersi donare interamente al Padre. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettera 834, Epistolario III.)
Preghiera
Gesù crocifisso, il Sangue delle tue mani redima le mie opere e il Sangue dei tuoi piedi orienti i miei passi. Mostrami quale bene concreto posso compiere oggi e da quale strada devo allontanarmi. Fa’ che il mio corpo, il mio lavoro, le mie scelte e il mio cammino diventino offerta unita alla tua Croce.
Giaculatoria
Sangue di Cristo, versato dalle mani e dai piedi inchiodati, guida le nostre opere e i nostri passi.
Quando il racconto del cammino precede la realtà delle Chiese
Quando uscì il documento della CEI affidato ai sei Vescovi, mi sorse un dubbio che ora torna con maggiore forza. Quel testo sembrava ricondurre il cammino sinodale verso alcune istanze pastorali condivisibili e più facilmente riconoscibili nella vita delle comunità. Il quadro precedente restava pienamente in vigore. Le diocesi avrebbero potuto recepirlo in modi molto diversi.
Alcune si sarebbero attenute alle priorità indicate dalla CEI. Altre, desiderose di mostrare una maggiore sensibilità sinodale, avrebbero ampliato il campo delle iniziative e delle trasformazioni. Con il tempo sarebbero potute emergere discrepanze sempre più profonde tra Chiese locali: non la legittima diversità pastorale che appartiene alla vita della Chiesa, quanto differenti modi di intendere la partecipazione, l’esercizio dell’autorità e la stessa identità della sinodalità.
Il nuovo documento della Segreteria Generale del Sinodo, Fare memoria. Accompagnare la preparazione dell’Assemblea di valutazione della Chiesa locale, rende questa questione molto più concreta.
Il testo accompagna le diocesi verso le Assemblee previste nel primo semestre del 2027. Chiede di raccogliere la memoria del cammino compiuto, preparare un resoconto narrativo, celebrare un’Assemblea di valutazione e scrivere una lettera alle altre Chiese. Il resoconto dovrà avere orientativamente sei-otto pagine; la lettera circa due. I testi, validati dal Vescovo, dovranno essere trasmessi entro il 30 giugno 2027.
Non sarebbe corretto attribuire alla Segreteria del Sinodo la responsabilità della situazione che ora si profila. Il calendario era conosciuto. Le diocesi sapevano che il primo semestre del 2027 sarebbe stato dedicato alla valutazione del percorso. La Segreteria sta compiendo il proprio lavoro: rende operative tappe già annunciate e offre strumenti per realizzarle.
Proprio questo passaggio rende il momento più severo. Finora molte indicazioni potevano restare sul piano delle intenzioni. Si poteva parlare di sinodalità, rinviare le scelte e concludere con un rassicurante «vedremo». Ora si passa al «facciamo». Occorre mostrare che cosa sia realmente avvenuto, quali frutti siano maturati e quali trasformazioni abbiano attraversato la vita della Chiesa locale.
Il documento riconosce apertamente che le diocesi non si trovano tutte allo stesso punto. Alcune avrebbero già sperimentato cambiamenti significativi. Altre avrebbero intravisto direzioni ancora fragili. Per alcune Chiese l’Assemblea del 2027 potrà rappresentare uno dei primi passi di un itinerario più lungo. Dove l’équipe sinodale non sia stata ancora costituita, la sua istituzione viene indicata come urgente. La Segreteria si dichiara disponibile ad accompagnare le Chiese locali che ne abbiano bisogno.
È una constatazione realistica. Il percorso è stato recepito in modo molto diseguale. Alcune diocesi vi hanno investito energie e formazione. Altre lo hanno seguito in maniera intermittente. In altri luoghi è rimasto confinato a gruppi ristretti, con un coinvolgimento modesto del clero e delle comunità parrocchiali.
La scadenza del 2027 porterà questa disomogeneità alla luce. Le diocesi che hanno realmente lavorato potranno raccontare esperienze maturate nel tempo. Quelle rimaste ferme dovranno decidere come presentarsi all’appuntamento.
Qui nasce la preoccupazione che sento più grave: il rischio di una sinodalità recitata.
La situazione ricorda quella degli studenti che hanno dormito durante l’anno e, avvicinandosi l’esame, tentano di recuperare in poche settimane. Si aprono i libri, si imparano rapidamente le formule e si spera che l’esaminatore non approfondisca troppo. La conoscenza viene sostituita dalla capacità di offrire una prestazione credibile.
Qualcosa di simile potrebbe accadere in alcune diocesi. Si ricostituiranno équipe, si organizzeranno incontri e si userà il metodo della conversazione nello Spirito. Verranno raccolte testimonianze e preparati documenti. Sarà possibile compiere questi atti in pochi mesi. Sarà molto più difficile maturare nello stesso tempo una comprensione teologica della sinodalità e del suo posto nella costituzione sacramentale della Chiesa.
Una cultura ecclesiale richiede tempo. Nasce dall’assimilazione della fede, dalla pratica costante e dalla correzione degli errori. Un lessico può essere appreso molto più rapidamente. Parole come ascolto, corresponsabilità, processi e conversione delle relazioni finiranno per comparire in ogni relazione. Resterà da capire quale realtà esprimano.
Il documento propone come domanda guida: «quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella nostra comunità?». Invita poi a riconoscere segni e dinamiche di trasformazione, osservando i cambiamenti avvenuti nelle relazioni e nei processi ecclesiali.
La domanda possiede un orientamento già definito. Presuppone che un volto sinodale stia emergendo e che nuovi cammini siano riconoscibili. Una diocesi nella quale queste trasformazioni siano state deboli potrebbe sentirsi giudicata ancora prima di presentare il proprio resoconto.
Potrà una Chiesa locale affermare serenamente che quasi nulla è accaduto? Potrà riconoscere che il processo ha coinvolto poche persone e non ha inciso sulla vita ordinaria? Potrà spiegare che altre urgenze pastorali hanno assorbito le energie disponibili? Potrà anche esprimere riserve teologiche su alcune interpretazioni della sinodalità?
In teoria, sì. Il documento chiede una valutazione vissuta nella verità e invita a raccogliere le difficoltà, le resistenze e i tentativi non riusciti. Nella pratica ecclesiale, una simile franchezza potrebbe risultare faticosa. Nessuna diocesi desidera apparire arretrata o poco docile. Nessun Vescovo ama presentarsi davanti alle altre Chiese dichiarando di non aver svolto il compito assegnato. Le istituzioni possiedono un naturale istinto di conservazione della propria immagine, tratto molto umano che l’imposizione delle mani non cancella magicamente.
Potrebbe così iniziare una corsa per dimostrare di essere «in cammino». Esperienze isolate verrebbero presentate come processi diocesani. Un incontro occasionale potrebbe diventare un germoglio di corresponsabilità. La convocazione tardiva di un organismo assumerebbe il valore di una trasformazione strutturale. Un cambiamento già avvenuto per ragioni indipendenti dal Sinodo potrebbe essere riletto come frutto della recezione sinodale.
Non occorre immaginare una falsificazione deliberata. Il meccanismo può svilupparsi in modo quasi spontaneo. Quando si conoscono le categorie attraverso cui il lavoro sarà valutato, si tende a selezionare i fatti che corrispondono a quelle categorie. Ciò che non rientra nel quadro resta sullo sfondo. Ciò che vi rientra acquista un peso maggiore di quello realmente posseduto.
Il resoconto narrativo rischia allora di smarrire la propria natura. Dovrebbe essere un atto di memoria e di verità. Potrebbe diventare la dimostrazione che il percorso ha funzionato.
Il carattere narrativo facilita questa possibilità. I numeri sono ostinati e poco inclini alla devozione. Una narrazione consente di attribuire significato agli episodi, stabilire collegamenti e riconoscere processi ancora iniziali. È precisamente il lavoro richiesto dal documento. Proprio per questo sarà necessaria una grande disciplina della verità.
Una diocesi potrebbe raccontare di aver sperimentato un nuovo stile di ascolto. Resterà da domandare quante persone siano state realmente coinvolte e quale effetto concreto ne sia derivato. Potrebbe parlare di rinnovamento dei processi decisionali. Occorrerà verificare quali decisioni siano state assunte in modo differente. Potrebbe indicare una crescita della corresponsabilità. Bisognerà comprendere se siano cambiate le relazioni ecclesiali o sia semplicemente aumentato il numero delle riunioni.
Il pericolo più serio appare nella fase successiva. I resoconti diocesani confluiranno nelle valutazioni nazionali e poi nei livelli ulteriori del percorso. Se molte relazioni saranno costruite secondo le attese implicite della domanda, le sintesi concluderanno che proprio quelle trasformazioni stanno emergendo nella Chiesa.
Si produrrebbe un circuito autoreferenziale. Il processo indica i segni da cercare. Le diocesi imparano a riconoscerli nei propri racconti. Le sintesi raccolgono quei racconti e li presentano come espressione del cammino delle Chiese. Il risultato conferma le premesse da cui si era partiti.
A quel punto potrebbe diventare difficile distinguere ciò che lo Spirito ha realmente fatto maturare da ciò che il metodo ha insegnato a raccontare.
La questione investe direttamente la libertà dei Vescovi. Anche un Vescovo poco convinto di alcune direzioni del processo dovrà assumere pubblicamente una posizione. Potrà manifestare le proprie riserve e spiegare che la sua diocesi ha seguito priorità diverse. Potrà anche scegliere una partecipazione formale, sufficiente a non apparire estraneo al cammino.
Questa seconda strada sarebbe comprensibile e insieme pericolosa. Nascerebbe una dissociazione tra il linguaggio pubblico e il giudizio reale dei Pastori. Si celebrerebbero assemblee nelle quali pochi credono davvero. Si approverebbero testi corretti nel vocabolario e deboli nella convinzione. La sinodalità verrebbe rappresentata sulla scena ecclesiale senza essere entrata nella cultura della Chiesa locale.
Una Chiesa che richiama spesso la necessità della parresia dovrebbe permettere anche una parola scomoda: «Non abbiamo compiuto questo cammino», oppure: «Non abbiamo ancora compreso che cosa ci venga realmente chiesto». Anche il dissenso motivato dovrebbe trovare ascolto. La sincerità non può essere limitata alle difficoltà che confermano la bontà generale del processo.
Dire che una diocesi non ha lavorato abbastanza non equivale a respingere la sinodalità. Potrebbe costituire il primo atto autenticamente sinodale: riconoscere la realtà senza correggerla per renderla presentabile.
Resta poi la questione dei fondamenti. Una diocesi che tenta di recuperare rapidamente può adottare forme e linguaggi senza possedere criteri sufficienti per valutarli. La sinodalità rischia allora di essere interpretata come rappresentanza sociologica, riequilibrio delle categorie o trasferimento dell’autorità verso organismi assembleari.
Nella Chiesa cattolica la sinodalità può favorire l’ascolto e aiutare il discernimento del Vescovo. Riceve il proprio senso dalla comunione sacramentale e dalla missione affidata da Cristo. Non costituisce una fonte parallela di autorità. Non può giudicare dall’esterno la Rivelazione trasmessa nella Tradizione né rimodellare autonomamente il ministero apostolico.
Questi riferimenti non sono limiti imposti alla libertà dello Spirito. Sono i criteri attraverso i quali la Chiesa riconosce la sua azione. Lo Spirito Santo non conduce la Chiesa fuori dalla forma che Egli stesso le ha dato.
Il nuovo documento segna dunque un passaggio decisivo. Il tempo del «vedremo» è terminato. Comincia il tempo del «facciamo». La Segreteria chiede alle diocesi di tradurre in atti ciò che finora poteva restare concettuale. È un passaggio legittimo e necessario. Proprio la sua serietà rende visibili i ritardi e le ambiguità accumulati negli anni precedenti.
La risposta peggiore sarebbe costruire rapidamente una rappresentazione rassicurante. Il cammino sinodale non ha bisogno di diocesi che imparino a descriversi come avanzate. Ha bisogno di Chiese capaci di dire la verità su ciò che hanno vissuto.
Alcune potranno presentare frutti consistenti. Altre dovranno riconoscere un percorso appena iniziato. Qualcuna potrebbe ammettere che la sinodalità non è ancora uscita dai documenti e dalle riunioni degli addetti ai lavori. Sarebbe un risultato meno brillante e molto più utile.
Il primo criterio della valutazione del 2027 dovrebbe essere la corrispondenza tra il racconto e la realtà. Senza questa corrispondenza, le tappe successive elaboreranno una rappresentazione della Chiesa anziché ascoltare la sua vita.
La sinodalità potrà diventare una cultura ecclesiale soltanto quando non sarà necessario dimostrare di possederla. Finché una diocesi sentirà il bisogno di recitarla per superare l’esame, il processo avrà prodotto un linguaggio comune e lasciato irrisolta la questione più importante.
La prima prova di una sinodalità autentica sarà la libertà di non recitarla.
Cari amici, buongiorno. La quinta effusione ci fa contemplare Gesù lungo la via del Calvario. Dopo la condanna, la flagellazione e la coronazione di spine, il Signore viene caricato della croce e condotto fuori dalla città. Il corpo è già ferito, il volto segnato, le forze diminuite. Eppure il cammino continua.
La via della croce non è soltanto uno spostamento da un luogo a un altro. È il cammino dell’Agnello che porta su di sé il peccato del mondo. Ogni passo di Gesù è offerta. Ogni caduta, ogni fatica, ogni respiro spezzato parla di un amore che non torna indietro. Il Sangue che scende lungo quella strada consacra il peso della croce e apre una via nuova per tutti coloro che, nella vita, devono portare un peso che non hanno scelto.
La croce sulle spalle di Cristo ci insegna che la redenzione passa attraverso una obbedienza concreta. Non basta dire di amare. L’amore, prima o poi, prende forma in un peso portato. Il Figlio non salva il mondo con parole generose dette da lontano. Lo salva camminando dentro la fatica dell’uomo, sotto il legno, tra gli sguardi della folla, nel silenzio di chi è ormai consegnato fino in fondo alla volontà del Padre.
Questa scena parla a chi è stanco. Vi sono croci evidenti e croci nascoste. Alcune vengono riconosciute da tutti: una malattia, un lutto, una responsabilità pesante, una prova familiare. Altre restano invisibili: una solitudine portata con discrezione, una fedeltà che costa, una ferita non raccontata, una preoccupazione che accompagna ogni giornata, una lotta interiore che nessuno vede. L’uomo spesso misura solo ciò che appare, perché ha una certa passione per la superficie. Cristo invece conosce il peso reale di ogni cuore.
Il Sangue versato lungo la via del Calvario ci dice che nessuna croce portata con Lui resta sterile. Non ogni sofferenza è automaticamente santificante. La sofferenza può irrigidire, amareggiare, chiudere, rendere duri. Unita a Cristo, può diventare offerta, intercessione, purificazione, partecipazione al suo amore redentore. La differenza non sta nel peso in sé, sta nel cuore con cui lo si porta e nella grazia a cui lo si consegna.
Durante il cammino, Simone di Cirene viene costretto ad aiutare Gesù a portare la croce. È un particolare prezioso. Il Figlio di Dio accetta l’aiuto di un uomo. Colui che sostiene l’universo lascia che qualcuno sostenga il legno accanto a Lui. Qui c’è una grande lezione per la nostra superbia ferita: a volte bisogna lasciarsi aiutare. Non sempre la croce va portata da soli. Chiedere aiuto, accettare una mano, confidare una fatica, lasciarsi accompagnare può diventare atto di umiltà e di fede. Naturalmente il nostro orgoglio preferisce crollare in silenzio e poi lamentarsi di essere stato solo, strategia brillante come un secchio bucato.
La via del Calvario ci insegna anche a diventare cirenei degli altri. Non possiamo togliere tutte le croci, e sarebbe presuntuoso pensarlo. Possiamo però alleggerire un tratto di strada. Una presenza, una parola, un servizio concreto, una visita, una preghiera fedele, una pazienza offerta, possono diventare modo reale di stare accanto a chi soffre. Il cristiano che contempla il Sangue di Cristo non passa indifferente accanto al peso del fratello.
La pratica spirituale può essere duplice. Portare davanti al Signore una croce personale, nominandola senza giri di parole, e chiedere la grazia di viverla unita a Lui. Poi guardarsi attorno e scegliere una persona da aiutare in modo concreto. Non con grandi dichiarazioni, non con frasi da consolazione rapida, bensì con un gesto reale. Il Sangue di Cristo sulla via del Calvario chiede mani disponibili e cuore meno centrato su se stesso.
Gesù porta la croce senza trasformare il dolore in amarezza. Questo è il miracolo della sua carità. Il Sangue che scende lungo la strada non è segno di sconfitta, è traccia dell’amore che avanza. Dove noi vediamo solo peso, Cristo apre una via. Dove noi temiamo di non farcela, Cristo cammina davanti a noi. Dove la croce sembra chiudere il futuro, il suo Sangue prepara già la Pasqua.
Alla scuola di san Gaspare
San Gaspare insegnava che il bene matura tra croci, pazienza e orazione. La via del Calvario mostra che il Sangue di Cristo rende fecondo il cammino faticoso, quando la croce viene portata nell’amore. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettere 852 e 876, Epistolario III.)
Preghiera
Signore Gesù, tu hai portato la croce lungo la via del Calvario senza trasformare il dolore in amarezza. Insegnami a portare con te la croce che oggi mi pesa e a non chiudermi nel lamento. Rendimi capace di accettare aiuto quando ne ho bisogno e di diventare cireneo per chi cammina stanco accanto a me.
Giaculatoria
Sangue di Cristo, versato sulla via del Calvario, aiutaci a portare la nostra croce con amore.