
In questi giorni il dibattito pubblico ha mostrato fino a che punto i salotti televisivi e le tribune mediatiche possano trasformarsi in luoghi di distorsione della realtà. L’omicidio di Charlie Kirk, un fatto che in sé non avrebbe bisogno di commento se non di cordoglio e di condanna, è stato subito piegato a interpretazioni che hanno finito per relativizzare l’atto stesso. Non erano voci marginali, ma intellettuali riconosciuti, figure che godono di prestigio e che per questo hanno maggiore responsabilità.
La colpa spostata sulla vittima
Piergiorgio Odifreddi, matematico noto al grande pubblico, ha dichiarato in diretta televisiva: «Rimango meno stupito quando qualcuno che parla in maniera forte o incita, come ad esempio Kirk, attira violenza. Non è una questione di giustificarla ma l’odio attira l’odio. Io no, ma quasi tutti pensano che ci siano morti di serie A e di serie B». Qui non si tratta solo di un’analisi sociologica: nel momento in cui si parla di “attrarre violenza”, si introduce un principio causale che finisce col rendere quasi naturale il passaggio dall’odio alle armi, come se la vittima fosse in parte corresponsabile della propria fine.
Alan Friedman, economista e giornalista, ha scritto in un post poi rimosso: «Charlie Kirk, il propagandista MAGA ucciso ieri, era un amico di Trump. Sostenne la violenza del 6 gennaio 2021. Disse che le donne nere non avevano diritto al lavoro, che i gay andavano uccisi, e fece propaganda pro-Putin. La violenza in America cresce grazie a gente come lui». In queste parole l’omicidio scivola sullo sfondo, mentre in primo piano si pone la lista dei presunti errori e delle provocazioni della vittima, così che la violenza risulti quasi come una conseguenza. Non si dice apertamente “è giusto”, ma il linguaggio funziona da legittimazione indiretta.
Anche Roberto Saviano, con toni più riflessivi, ha osservato: «Kirk era considerato un provocatore: provocava attraverso il dialogo. […] Non esistono omicidi che difendono idee: il sangue versato indebolisce sempre la democrazia». È un richiamo corretto al principio che nessuna violenza rafforza la democrazia, ma subito dopo aggiunge: «Il suo assassinio rischia di diventare, per Trump, l’incendio del Reichstag del 1933: non solo la fine di una vita, ma la miccia per una trasformazione radicale dell’equilibrio politico e sociale». In questo caso, il fatto concreto e il dolore per una vita spezzata si dissolvono nel simbolo politico, e l’omicidio diventa soprattutto un’occasione di lettura storica e di previsione strategica.
Quando la ragione si piega all’ideologia
Ciò che emerge da queste reazioni è un fenomeno che potremmo chiamare allucinazione dell’intelligenza. Uomini colti, con strumenti raffinati, perdono di vista l’evidenza primaria e trasformano un atto oggettivamente malvagio in materia opinabile. Questo non accade per caso, ma perché la storia ci mostra che spesso l’intellighenzia, quando si piega all’ideologia, ha aperto la strada ai più grandi disastri.
Già nell’Atene classica Protagora affermava che «l’uomo è misura di tutte le cose» (Platone, Teeteto, 152a), riducendo la verità a opinione. Questo relativismo minò la giustizia e aprì la via alla crisi della polis. Nel XVIII secolo, gli intellettuali illuministi alimentarono le tensioni rivoluzionarie, e Robespierre, nel celebre discorso del 5 febbraio 1794, dichiarava che la virtù non poteva vivere senza il terrore, giustificando la ghigliottina come strumento di purificazione politica. Nel Novecento il fenomeno si è ripetuto in modo drammatico: Martin Heidegger celebrava Hitler, Jean-Paul Sartre difendeva i crimini dell’Unione Sovietica, e in Italia una parte dell’intellighenzia arrivava a leggere gli omicidi delle Brigate Rosse come espressione politica da comprendere più che da condannare.
Questo processo di offuscamento della ragione è oggi amplificato da un’egemonia progressista che domina università, media, tribunali e case editrici. Un pensiero che si definisce inclusivo, ma che finisce col classificare le persone in base all’appartenenza ideologica. Questo è il motivo per cui il caso attuale è così grave: non è un episodio isolato, ma il sintomo di una deriva che plasma la coscienza collettiva e rischia di normalizzare l’ingiustificabile.
L’anaciclosi e il ritorno del caos
Questa deriva culturale può essere letta alla luce di una teoria antica, quella dell’anaciclosi di Polibio. Lo storico greco descriveva il movimento ciclico delle forme di governo: la monarchia degenera in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia, la democrazia in ochlocrazia, cioè nel dominio della folla. È in questa fase che l’ordine si spezza e nasce il caos, che spinge i popoli a invocare un potere forte capace di ristabilire stabilità, generando di nuovo una forma monarchica.
Se applichiamo questa chiave all’oggi, l’intellighenzia che smarrisce l’evidenza e giustifica l’ingiustificabile non è solo un problema etico, ma un acceleratore di quel passaggio dal governo democratico all’ochlocrazia. Quando i criteri di giudizio si dissolvono e tutto diventa opinabile, la società si frammenta, il caos cresce e, come insegna Polibio, la tentazione di consegnarsi a un leader forte diventa quasi inevitabile.
Il coraggio della verità come unica via
Il filo rosso è chiaro: quando l’ideologia prende il posto della realtà, la coscienza smette di riconoscere l’evidenza. È un inganno sottile, che non si presenta come brutalità ma come ragionamento colto, capace di sedurre proprio perché parla il linguaggio della cultura. Se persino un omicidio diventa discutibile o spiegabile alla luce delle idee della vittima, allora nulla è più evidente, tutto è opinabile. Questo è lo stesso processo che ha condotto in passato a legittimare i gulag, i campi di sterminio e le purghe rivoluzionarie. Cambiano i linguaggi, ma il meccanismo resta identico.
L’unica risposta possibile è la chiarezza. Non servono sofismi né equilibrismi dialettici. L’omicidio è sempre e comunque male. Ogni vita umana è sacra, indipendentemente dalle idee, dalle parole, dagli schieramenti. Questo è il fondamento che rende civile una società e che garantisce che la politica non si trasformi in giustificazione della violenza.
Una democrazia matura non ha bisogno di intellettuali che rendono opinabile ciò che è evidente, ma di uomini e donne di cultura che abbiano il coraggio di dire la verità senza paura di smentire sé stessi. La responsabilità oggi è grande: non tacere, non relativizzare, non lasciarsi sedurre dall’allucinazione dell’intelligenza. Solo la verità libera, solo il riconoscimento del valore di ogni vita costruisce una società umana.
Il Vangelo ci ricorda che la storia non è condannata a girare in tondo: è orientata verso la pienezza, e ogni generazione è chiamata a scegliere se alimentare il caos o custodire l’ordine della verità. E il compito di chi ama la verità è proprio questo: liberare l’intelligenza dall’allucinazione ideologica e restituirla al suo servizio naturale, che è la ricerca del vero e del bene.
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