Appresa con profondo dolore la notizia della richiesta di scioglimento dai voti religiosi da parte di padre Stefano Maria Manelli, e del suo conseguente abbandono dell’opera da lui fondata, sorge spontanea una riflessione che tocca non solo i figli spirituali del fondatore, ma l’intera Chiesa.

Una scelta del genere, compiuta a novantadue anni, appare scioccante. Sembra il fallimento di un sogno che aveva affascinato tanti. Per chi ha vissuto la vita religiosa, lasciare l’abito non è un gesto secondario. Significa rinunciare pubblicamente a un segno che ti ha accompagnato per tutta l’esistenza, e che per molti era diventato identità e testimonianza. Il dolore nasce anche dal paradosso di vedere chi aveva chiesto rigore assoluto a frati e suore, ora congedarsi in questo modo, come se una vita intera fosse stata rovesciata in un ultimo atto.

Eppure, la vicenda dei Francescani dell’Immacolata non può essere compresa senza ricordare il cammino travagliato degli ultimi dodici anni. Le accuse non furono semplici mormorazioni, ma segnalazioni raccolte all’interno delle stesse comunità: frati e suore denunciavano pressioni spirituali, modalità di governo autoritarie e una manipolazione delle coscienze che minava la libertà personale. Per questo, nel luglio del 2013, la Santa Sede dispose una visita apostolica e, sulla base delle relazioni ricevute, decise di commissariare l’Istituto.

Il decreto non si limitava alla nomina di un commissario, ma toccava anche questioni liturgiche, stabilendo che la celebrazione nella forma straordinaria del rito romano fosse subordinata a specifiche autorizzazioni. Non si trattava, dunque, solo di liturgia, ma di disciplina interna e di unità ecclesiale. Il commissariamento fu una medicina amara, che provocò reazioni opposte. Alcuni lo videro come un’ingiustizia inflitta a un istituto in crescita, altri come una necessaria purificazione per correggere derive settarie. I documenti e i questionari raccolti mostravano un malessere reale.

La vita religiosa, pur animata da un carisma autentico, può essere segnata da dinamiche interne difficili: entusiasmi iniziali che si trasformano in rigidità, forme di obbedienza che smarriscono la dimensione evangelica e diventano imposizione, stili comunitari che anziché sostenere le persone le soffocano.

Il problema si acuisce quando lo stile di vita assume tratti di severità estrema, con penitenze, digiuni, regole rigide, e soprattutto con la scelta di vivere separati in modo quasi totale dal contesto sociale ed ecclesiale circostante. La radicalità evangelica è un valore, ma quando diventa anacronismo rischia di apparire come contrapposizione alla Chiesa stessa.

In simili condizioni, ogni scelta acquista una risonanza più forte. Un istituto che voleva presentarsi come fioritura di devozione mariana e francescana si è trovato progressivamente percepito come una realtà isolata, incomprensibile al resto del corpo ecclesiale. La purificazione che ne è seguita è stata dolorosa: anni di commissariamento, dispute legali e patrimoniali, diffidenze reciproche hanno segnato profondamente la famiglia religiosa e i fedeli.

Oggi, dopo tanti travagli, l’uscita del fondatore con la dispensa dai voti religiosi non derivata da un’imposizione esterna, ma da una sua scelta personale che sorprende e scuote. Non è una punizione, bensì un gesto libero e drammatico, quasi un epilogo inatteso di una storia segnata da entusiasmi e da ferite. La vera purificazione dell’Istituto passa attraverso la fedeltà di coloro che hanno voluto rimanere, affidandosi alla Chiesa per custodire ciò che in esso era autentico.

Il confronto con San Francesco: una parabola opposta

Un fondatore che decide di abbandonare la sua opera e di chiedere di essere sciolto dai voti religiosi compie un gesto che ha il sapore del ripudio. È come un marito che lascia la sposa che aveva scelto, con la quale aveva stretto un’alleanza davanti a Dio e agli uomini. Davanti a un simile atto sorge spontanea la domanda: si tratta di umiltà estrema, di giudizio severo sugli altri, di ribellione silenziosa, o piuttosto di rassegnazione di fronte a un Istituto che per il suo fondatore non esiste più, perché i frati hanno scelto di camminare in obbedienza alla Chiesa?

La storia ci offre una parabola opposta. San Francesco, quando vide che i suoi frati non seguivano più la sua visione di povertà radicale, non li abbandonò. Non ripudiò l’Ordine nato dal suo carisma, anche se era ormai diverso da come lo aveva sognato. La sua risposta non fu la fuga, ma il ritiro all’Averna, dove Cristo stesso gli donò le stimmate come segno di consolazione e conferma. Quella ferita impressa sul corpo del Poverello diventa figura di una logica che non è umana, ma divina: l’incarnazione del Figlio di Dio che assume ciò che lo contraddice e lo ferisce, senza sottrarsi.

San Francesco rimase fedele anche quando la sua opera sembrava tradita. La sua fedeltà prese la forma della ferita, e quella ferita divenne gloria. Non fu una fedeltà comoda, ma crocifissa e incrollabile. Questa è la logica di Dio: non abbandonare l’uomo quando lo tradisce, ma prenderlo sulle spalle e redimerlo offrendo sé stesso.

La grandezza del carisma

Eppure, a guardare più in profondità, resta un aspetto eroico che questa storia consegna alla Chiesa: un carisma, se è autentico, viene da Dio e appartiene alla Chiesa, non al fondatore. Lo ha mostrato il tempo: quell’intuizione mariana e francescana ha attratto centinaia di vocazioni, ha raccolto fedeli semplici e ha fatto fiorire case religiose e missioni. I frutti non mancano, e dai frutti si riconosce l’albero. Ciò che nasce da Dio può essere ferito dall’uomo, ma non viene distrutto.

Come al tempo di Francesco, il carisma non muore con il fondatore e nemmeno con i suoi tradimenti, ma continua a vivere perché affidato alla Chiesa, la sola capace di custodirlo e contestualizzarlo. Il carisma, proprio perché dono di Dio, non si esaurisce nella mente limitata di un fondatore, ma si espande con una forza impensabile anche per lui stesso.

È la storia di tanti santi: fondatori che furono allontanati, ridotti al silenzio, perfino esclusi dalla propria opera, eppure il carisma è rimasto ed è fiorito oltre loro. Questo è segno di una natura soprannaturale, difficile da governare da parte di un uomo, fosse anche colui che lo ha ricevuto per primo. Il carisma ha una vita più ampia di quella del fondatore. Perciò, ciò che appare un’umiliazione umana, diventa prova della grandezza di Dio.

Qui si mostra la grandiosità dell’umiltà: nessun fondatore è creatore, ma solo custode. Può orientare, ma non fissare i confini del dono, perché il motivo di un carisma resta chiuso nel cuore di Dio. La sua forza è nell’amore che produce. Come la pioggia e l’acqua che scendono dal cielo, così ogni carisma non torna a Dio senza aver realizzato ciò per cui è stato donato.

È un mistero che sfugge all’uomo e che proprio i fondatori devono adorare con più stupore. Hanno avuto il coraggio di profetarlo, ma non avranno mai la forza di governarlo. E in questa sproporzione si vede la bellezza della Chiesa: fragile nei suoi uomini, ma incrollabile nei doni che Dio le affida.

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