L’America è stata scossa il 10 settembre 2025 dall’assassinio del giovane attivista Charlie Kirk. Un fatto che avrebbe richiesto solo silenzio e cordoglio è stato subito trasformato in un caso politico e mediatico. Più ancora della violenza dell’atto, colpisce la reazione di una parte della sinistra americana, che ha parlato di Kirk come di un “portatore di disvalore”: non perché avesse commesso crimini, ma perché combatteva apertamente la cultura woke. In questo rovesciamento, l’opposizione a un’ideologia viene automaticamente bollata come semina di odio, e perfino la morte di chi si oppone diventa occasione di dileggio.

Qui si svela un paradosso che riguarda non solo gli Stati Uniti, ma l’intero Occidente. La sinistra, che un tempo difendeva i deboli e combatteva le ingiustizie, oggi appare pronta a legittimare la violenza verbale e simbolica contro chi non aderisce al linguaggio dominante. Naturalmente, la sinistra non è mai stata un blocco monolitico, e ancora oggi esistono correnti che cercano di restare fedeli alle radici sociali ed etiche. Tuttavia, le dinamiche che prevalgono nelle sue principali espressioni politiche e culturali hanno ormai imboccato la strada dell’ideologia identitaria, più attenta a etichettare che a comprendere.

Per comprendere la portata di questo paradosso occorre guardare alla lunga durata. La sinistra storica, almeno in Italia ed Europa, non coincideva con la rivoluzione antropologica che oggi la caratterizza. Basti rileggere le parole di Enrico Berlinguer. Nel gennaio 1977, in piena crisi economica, al Teatro Eliseo affermava: “L’austerità è per i comunisti… premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento.” Qualche anno dopo, in una celebre intervista del 1981 a La Repubblica, ammoniva: “La questione morale… è diventata la questione politica prima ed essenziale.” È un linguaggio che oggi suona quasi straniero: rigore etico, comunità, dovere.

La battaglia di allora si giocava sul piano sociale ed economico, non antropologico. Il PCI sostenne il “no” all’abrogazione del divorzio nel referendum del 1974 e partecipò all’approvazione della legge 194 del 1978 sull’aborto, ma nello stile e nella cultura politica restava legato a una visione di ordine, di lavoro, di sobrietà pubblica. Era una sinistra di popolo, più che di élite.

Il cambio di paradigma avvenne con il ’68 e con l’influenza delle correnti radicali anglosassoni. Antonio Gramsci, nei Quaderni dal carcere, descriveva così i tempi di transizione: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.” (Quaderno 3, §34). Parole che oggi suonano profetiche: la crisi delle vecchie categorie sociali ha lasciato spazio a fenomeni nuovi e spesso deformati. Norberto Bobbio, nel suo saggio Destra e sinistra (1994), fissava un discrimine chiaro: “Se dovessi dare una definizione essenziale di sinistra, direi: sinistra è l’uguaglianza, destra è la disuguaglianza.”

Perché la sinistra ha abbandonato le vecchie categorie sociali ed economiche? Una spiegazione si trova nella crisi delle ideologie del Novecento. Con la caduta del Muro di Berlino e l’avvento della globalizzazione, le vecchie categorie di classe non sembravano più sufficienti a interpretare la realtà. L’impatto della rivoluzione tecnologica, la delocalizzazione delle industrie, la trasformazione del lavoro hanno reso più difficile parlare di lotta di classe nei termini tradizionali. A quel punto, la sinistra ha spostato il suo baricentro: non più l’economia come chiave di lettura, ma l’identità.

Questo spostamento si può vedere chiaramente in alcune battaglie che hanno occupato l’agenda politica. Se un tempo al centro c’erano il salario, le tutele dei lavoratori, la questione delle disuguaglianze materiali, oggi prevalgono temi come la fluidità di genere, il linguaggio inclusivo, i diritti legati all’autopercezione. L’energia che un tempo veniva spesa per organizzare scioperi e manifestazioni sul lavoro si è spostata su campagne mediatiche e legislative legate all’identità personale. Non si discute più di orari in fabbrica, ma di pronomi; non di pensioni, ma di quote di rappresentanza. Questo cambio di priorità è ciò che ha trasformato la sinistra da movimento sociale a laboratorio culturale, ma anche ciò che l’ha resa distante da quel popolo che un tempo voleva difendere.

Un passaggio decisivo della trasformazione della sinistra italiana è stato l’incontro con il centrismo cattolico-democratico nell’esperienza dell’Ulivo guidato da Romano Prodi. Se il PCI aveva un’identità riconoscibile e una grammatica ideologica coerente, e se anche il cattolicesimo democratico di Dossetti o La Pira aveva una sua fisionomia valoriale chiara, con l’Ulivo si produsse una fusione che, più che sintesi, fu dissoluzione. La sinistra non parlò più con la lingua di Gramsci, Bobbio o Berlinguer. Cominciò a parlare invece il linguaggio delle compatibilità economiche, dei compromessi di governo, dei tecnicismi. La sinistra restava come simbolo evocato, ma veniva riempita di contenuti che non le appartenevano più: liberalismo economico, battaglie identitarie sganciate dal sociale, laicismo radicale.

In questo vuoto di pensiero si sono affermati gli “intellettuali mediatici”: figure che non hanno un’opera strutturata, non hanno corpus teorico, ma sanno presidiare i talk show, i social, le trasmissioni di intrattenimento. La rilevanza mediatica non coincide più con la rilevanza culturale. Oggi viene percepito come pensatore chi sa lanciare slogan, mentre i veri studiosi restano relegati alle università o ai circuiti editoriali.

Un ulteriore segno di questa crisi è rappresentato dal mondo giornalistico. In passato, i giornalisti di sinistra erano anche intellettuali capaci di aprire prospettive. Oggi la scena è occupata da figure che sono più influencer che giornalisti. Il paradosso è che basta professarsi “di sinistra” per essere automaticamente inseriti in un orizzonte culturale, come se l’etichetta valesse più del contenuto.

Si pensi a opinionisti televisivi come Andrea Scanzi, Roberto Saviano, Alan Friedman, Lilli Gruber o Lucia Annunziata. Non sono veri “pensatori” nel senso classico del termine, ma funzionano da coagulanti di pensiero. Saviano, con Gomorra, ha avuto un impatto culturale reale, ma la sua figura si è trasformata presto in quella di un testimonial politico, più che di un intellettuale organico. Scanzi è un prodotto tipico del giornalismo televisivo e social: pungente, efficace, ma più vicino a un catalizzatore di appartenenza che a un elaboratore di visione. Friedman traduce temi economici complessi in linguaggio mediatico, ma non ha costruito una teoria di lungo periodo. Gruber e Annunziata, con le loro trasmissioni, hanno svolto soprattutto il compito di amplificatrici di discorso pubblico: danno voce, moderano, costruiscono clima, ma non lasciano dietro di sé testi che possano essere considerati pensiero politico.

Il loro ruolo è quello di ingegneri del consenso: consolidano e rendono accettabili determinate posizioni, trasformano in senso comune idee già presenti, danno l’impressione di una “intellettualità diffusa” che però è più riflesso mediatico che sostanza culturale. La conseguenza è che il giornalismo di sinistra appare oggi come una cassa di risonanza di battaglie e narrazioni, più che come un luogo di elaborazione critica.

La parabola è chiara: la sinistra, che un tempo generava pensatori capaci di riflettere sul destino della società e di elaborare categorie universali, si è progressivamente consegnata al linguaggio dei media e ai format dell’intrattenimento. Gramsci parlava di egemonia culturale, Bobbio di uguaglianza, Berlinguer di questione morale. Oggi si parla di share televisivo, di campagne social, di slogan identitari. Non è più il tempo dei concetti, ma delle impressioni. Non è più la stagione delle idee, ma delle appartenenze.

La cultura di sinistra, dissolta dall’incontro con il centrismo e dalla colonizzazione della logica woke, ha smarrito la sua identità storica. È rimasto un guscio, un marchio, un brand. Il popolo della sinistra resta legato al sogno, ma quel sogno è stato riempito di contenuti che lo contraddicono. Nei giornalisti e opinionisti che oggi occupano la scena, più influencer che studiosi, non si trova l’eredità di Gramsci o Bobbio, ma la spettacolarizzazione di un format che sopravvive solo finché ha audience.

La conseguenza è un blackout culturale che si riflette nella politica e nel costume. Si scambia la visibilità per autorevolezza, la militanza mediatica per pensiero, il conformismo per profondità. Ma un’intelligenza che vive di slogan non regge alla prova del tempo. La sinistra, ridotta a questo, rischia di rinnegare se stessa, consegnandosi a un destino di marginalità culturale. E l’Occidente, che da quei valori cristiani e comunitari aveva tratto la sua forza, assiste oggi al paradosso di vederli rovesciati in disvalori da chi un tempo li difendeva.

Il sogno ha generato un paradosso. La sinistra ha perso se stessa. E con essa, una parte della coscienza critica che aveva fatto grande la nostra civiltà.

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