Le parole di Papa Leone XIV sulla sessualità e sul mondo LGBT, contenute nell’intervista pubblicata nel nuovo libro e subito rilanciate dai media, hanno suscitato ampia attenzione e discussione: «Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa, in termini di ciò che insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio, cambierà». Questa espressione non intacca la sostanza della dottrina, che rimane immutabile perché radicata nella rivelazione e nella legge naturale. Solleva però un problema più ampio: il linguaggio con cui la Chiesa oggi comunica la verità della fede, un linguaggio che può diventare terreno di fraintendimenti se non viene ritarato alla luce delle sfide attuali.

L’affermazione, presa alla lettera, non mette in discussione la verità della dottrina, che rimane immutabile perché fondata nella rivelazione e nella legge naturale. Eppure il modo in cui viene espressa rivela un nodo che riguarda non tanto il contenuto, quanto il linguaggio con cui la Chiesa oggi comunica la sua fede. Proprio qui si apre una questione decisiva: può un linguaggio pensato per altri tempi e altre battaglie culturali continuare a servire oggi, senza rischiare di generare fraintendimenti e tensioni?

Un Pontefice dell’Ottocento, come Pio IX, avrebbe detto con assoluta chiarezza: «La dottrina della Chiesa circa l’indissolubilità del matrimonio e l’ordine della sessualità non possono mutare né muteranno mai». Il linguaggio era netto, fondato sulla verità divina, privo di timori di contrapposizione con il mondo. Anche Pio XI, con l’enciclica Casti connubii, parlava senza esitazioni di verità immutabili. Lo stesso Pio XII, attento ai mutamenti sociali, ribadiva che la Chiesa non aveva alcun potere di cambiare ciò che Cristo aveva stabilito.

Nei decenni successivi, con il Concilio Vaticano II e i Papi che lo hanno seguito, il linguaggio ha assunto un tono diverso. Paolo VI, nell’enciclica Humanae vitae, difese con decisione l’immutabilità della legge morale ed espresse una particolare attenzione alle difficoltà delle persone. Giovanni Paolo II, con Veritatis splendor e con la Teologia del corpo, mantenne la chiarezza dottrinale e arricchì l’annuncio con categorie esistenziali e personaliste. In quei decenni la questione centrale era la liberalizzazione dei costumi, la contraccezione, la coabitazione, un contesto in cui il peccato rimaneva pur sempre all’interno di un rapporto uomo-donna, quindi entro i confini della iustam naturam.

La rivoluzione antropologica e il pericolo dell’ambiguità

Oggi, a distanza di sessant’anni dal Concilio, il panorama è radicalmente diverso. Non ci si trova più soltanto davanti a un problema di liberalizzazione della sessualità, ma a una rivoluzione antropologica. L’ideologia contemporanea, spesso sintetizzata con il termine woke, promuove un individualismo assoluto che non riconosce più l’ordine della natura. Ciò che un tempo veniva discusso come liceità o illiceità di atti conformi alla complementarità sessuale, oggi si presenta come rivendicazione di rapporti contram naturam, cioè oggettivamente malvagi e in nessun modo proponibili secondo la rivelazione. La conseguenza è che non si discute più solo dell’uso corretto della libertà, ma si mette in discussione la stessa identità dell’uomo e della donna, fino a negarne la complementarità. Su questo i pastori sono chiamati a una maggiore coscienza.

In questo nuovo scenario, il linguaggio pastorale nato negli anni del Concilio mostra tutta la sua insufficienza. Allora si trattava di accompagnare chi sbagliava entro un orizzonte ancora riconoscibile; oggi è necessario proclamare con chiarezza che certi comportamenti non sono semplicemente lontani dall’ideale, sono intrinsecamente disordinati. Un linguaggio vago disorienta i fedeli e il mondo interpreta l’elasticità come legittimazione. L’ambiguità, spesso frutto di eccessiva cautela pastorale, appare come assenza di verità e dunque come mancanza di carità.

L’interpretazione veloce della stampa e della televisione ha subito sintetizzato le parole del Papa come un “no ad aperture”. I media hanno letto la frase in chiave restrittiva, come conferma della continuità, senza soffermarsi sull’ambiguità delle espressioni. I tradizionalisti si sono concentrati su quel linguaggio, come se la scelta di dire “improbabile nel prossimo futuro” contenesse in sé la possibilità di un cambiamento remoto. Due reazioni opposte dimostrano come il linguaggio ambiguo non plachi le tensioni, ma le alimenti. Ognuno vi legge ciò che vuole, e il risultato è che nessuno si sente soddisfatto. La società sembra chiedere alla Chiesa di abolire questa ambiguità. In un mondo polarizzato, abituato a contrapposizioni nette, le formule che cercano di mediare non funzionano più. La paura delle contrapposizioni non produce pace, perché la contrapposizione è comunque inevitabile.

Chiarezza è carità: un linguaggio che sia anche profetico

San Tommaso distingue tra la verità della cosa e il modo di parlarne. La verità sulla sessualità e sul matrimonio non cambia, perché appartiene a Dio. Il modo di comunicarla invece deve essere ritarato. È lecito un linguaggio pastorale più o meno accessibile, non è lecito che sia ambiguo. La Chiesa può parlare con flessibilità quando si tratta di discipline ecclesiastiche che, per natura, sono riformabili; non può adottare lo stesso margine su ciò che riguarda la legge divina e naturale. La vera carità pastorale non consiste nel nascondere la verità per non ferire, ma nel proclamarla con chiarezza e delicatezza. La chiarezza diventa un atto d’amore, perché offre alle persone un orizzonte di salvezza.

Sessant’anni dopo il Concilio, i pastori sono chiamati a prendere coscienza che non basta ripetere formule nate in un altro tempo. Le battaglie culturali di oggi sono più radicali. Non si tratta di educare soltanto a un uso retto della sessualità, ma di difendere la stessa identità dell’uomo e della donna come voluti da Dio. In questo compito la chiarezza diventa carità, poiché un linguaggio che lascia intendere possibilità di mutamento su ciò che non può cambiare rischia di diventare scandalo.

La Chiesa deve anche liberarsi dall’ultimo orpello del potere temporale, cioè l’ambizione di offrire al mondo un equilibrio di sapienza politica che oggi non ha più ragion d’essere. La diplomazia degli stati non si muove più secondo valori filosofici o principi di bene comune, ma secondo interessi economici e strategie di propaganda. Parlare con un linguaggio che media tra le potenze significa restare schiacciati dalle loro logiche. Inseguire il mondo significa cambiare continuamente coordinate, allinearsi al potere più forte, adeguarsi al ritmo della propaganda. Questo è un terreno che la Chiesa non può abitare.

L’unica via feconda è tornare ad essere testimoni della verità di Cristo. Solo così la parola della Chiesa non sarà irrilevante, ma profetica. In una società malata di capitalismo disordinato e di liberismo funzionale, la voce necessaria non è quella che imita le diplomazie, ma quella che annuncia con forza la rivelazione. La chiarezza diventa missione, perché la fedeltà al Vangelo non ha bisogno di adattarsi ai codici del potere; deve soltanto risplendere nella sua purezza. Il Sangue di Cristo, versato per la nostra salvezza, è garanzia che la verità non muta e che la Chiesa, testimoniandola senza paura, rimane fedele alla sua missione.

Il compito dei pastori è allora duplice: custodire la dottrina e aggiornare il linguaggio, distinguendo sempre ciò che può cambiare da ciò che non cambierà mai. Solo così la parola della Chiesa sarà davvero all’altezza delle sfide di oggi, capace di annunciare la verità nella carità senza cedere all’ambiguità. La Chiesa non deve inseguire il mondo con la diplomazia, deve precederlo con la testimonianza.

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