
Un amico mi ha chiesto di chiarire alcune affermazioni che ha letto in un discorso del Cardinale Kurt Koch, presidente del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani: «Il primato del Papa va esercitato in una forma sinodale, non come un’istanza aliena alla Chiesa, ma in relazione al collegio episcopale e alle chiese locali»; e ancora: «Esiste una interdipendenza tra primato e sinodalità: non può esserci primato senza sinodalità, e la sinodalità richiede un primato che non pretenda di sostituire il collegio». Queste frasi possono dare l’impressione che la sinodalità sia diventata un principio costitutivo della Chiesa, quasi un dogma che limita o condiziona il primato del Papa. In realtà occorre leggere con attenzione, distinguendo tra la sostanza del primato, che è di istituzione divina, e le forme di esercizio, che appartengono alla disciplina ecclesiastica.
Il Concilio Vaticano I, con la costituzione dogmatica Pastor aeternus (18 luglio 1870), definisce: «Se dunque qualcuno dirà che il Romano Pontefice ha soltanto l’ufficio di ispezione o di direzione, ma non la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa… sia anatema» (DS 3064). Questa è una definizione dogmatica, e come tale irreformabile: il Papa, in quanto successore di Pietro, possiede per istituzione divina una potestà piena, suprema, immediata e universale, che non dipende in alcun modo dal consenso dei vescovi.
Il Concilio Vaticano II ha ripreso questa verità e l’ha collocata nel quadro della comunione ecclesiale. La costituzione Lumen gentium al n. 22 afferma: «L’ordine dei vescovi, che succede al collegio degli Apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, in cui si perpetua il corpo apostolico, insieme col suo capo, il Romano Pontefice, e mai senza questo capo, è anch’esso soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa». La sinodalità e la collegialità non riducono quindi l’autorità del Papa, ma ne esprimono il radicamento nella comunione con il corpo episcopale. Non c’è contrapposizione tra primato e collegio, bensì un riferimento reciproco, sempre però in modo che il Papa resti principio visibile e fondamento dell’unità.
Quando oggi si dice che il Papa non può esercitare il primato senza sinodalità, si deve intendere che, sul piano pastorale, è auspicabile che egli governi la Chiesa ascoltando i vescovi e integrando le chiese locali. Non si tratta di un limite giuridico, ma di un orientamento ecclesiale. Questo ascolto rafforza il primato perché ne assicura una più ampia ricezione e una maggiore incisività pastorale, come dimostrano la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, nata da un processo di consultazione universale, o l’istituzione del Sinodo dei Vescovi da parte di Paolo VI. Sul piano dogmatico, invece, il Papa può sempre agire da solo e i suoi atti hanno piena validità e vincolano tutta la Chiesa. Questa distinzione è decisiva, perché impedisce di trasformare una prassi in principio.
L’inganno sta proprio nel presentare la sinodalità come fondamento dogmatico. Essa è un bene se aiuta la comunione, ma non sarà mai una garanzia assoluta. Può essere valorizzata oggi e cancellata domani da un singolo Papa, perché non appartiene alla sostanza del primato. Ed è importante chiarire che le scelte di un Papa nell’esercizio del suo ministero non vincolano i successori. Un Papa può istituire organismi consultivi, favorire una prassi sinodale, limitare il suo intervento diretto lasciando spazio alle conferenze episcopali, ma queste sono forme di governo che il successore può modificare o abolire. L’essenza del primato, cioè la suprema e immediata potestà del Papa, rimane intatta e non può essere mutata né ridotta. Un esempio di questa natura è la decisione disciplinare di Giovanni Paolo II sull’ammissione delle donne al servizio all’altare, che ha modificato una prassi precedente senza intaccare in alcun modo il primato.
Per questo, investire tutte le energie per trasformare la sinodalità in principio dogmatico è una perdita di tempo. Non basta costruire discorsi logici, sapienti, elevati e persino di buon senso per ottenere una definizione dogmatica, perché manca il fondamento rivelato. Si può illudere il popolo di Dio, si possono stabilire convenzioni e accordi che danno l’impressione di vincolare i futuri Papi, ma è solo un’illusione. Si tratta di forme, non di sostanza. E la sostanza è irreformabile.
Il modernismo ha spesso giocato sulla confusione tra prassi e dottrina, pretendendo che il tempo basti a trasformare un uso in dogma. Ma nel caso del primato questo è impossibile. Può accadere che prassi distorte oscurino la dottrina per decenni o secoli, ma non la mutano. Il primato è blindato dalla parola di Cristo e dalla definizione dogmatica della Chiesa. Può essere oscurato anche per duecento anni, ma non potrà mai essere cambiato senza distruggere la cattolicità.
E tuttavia non si può ignorare che anche un certo mondo cosiddetto tradizionale cada in un inganno simmetrico. Se i progressisti credono di poter trasformare la dottrina attraverso la prassi, alcuni tradizionalisti finiscono per credere di dover “salvare la Chiesa” dalle prassi. Entrambi dimenticano che la Chiesa non ha bisogno di essere salvata, perché essa è «tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,27). La Chiesa non è mai destinata alla morte, né alla dissoluzione, né all’inferno, poiché Cristo stesso ha promesso: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18).
La vera preoccupazione non riguarda la Chiesa in sé, che resta sempre santa e intangibile nella sua verità, ma riguarda le anime dei fedeli che, immerse in un clima di confusione, possono essere tratte in inganno e smarrire la strada della salvezza. Il vero tradizionalista non si agita per il mutare delle forme, ma combatte per la salvezza delle anime, vigilando perché chi ha autorità non conduca se stesso e gli altri verso un baratro. Qui si misura la fedeltà autentica alla Tradizione: non nell’illusione di difendere la Chiesa, che è indifettibile, ma nel custodire la fede e la retta dottrina come beni necessari alla salvezza eterna.
San Paolo ammoniva Timoteo: «Verrà giorno in cui non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2Tm 4,3-4). Il progressista che confonde la prassi con la verità e il tradizionalista che scambia le forme per la sostanza cadono nello stesso errore: dimenticare che la battaglia decisiva è per la salvezza delle anime.
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