• Quarta effusione: la coronazione di spine

    Cari amici, buongiorno. La quarta effusione ci pone davanti a Cristo coronato di spine. I soldati intrecciano una corona, la pongono sul suo capo, lo rivestono di un mantello, gli mettono una canna tra le mani e lo salutano per scherno come re. È una scena di derisione, e proprio dentro questa derisione risplende una verità che gli uomini non comprendono: Gesù è davvero Re.

    Il suo Sangue scende dal capo ferito. Le spine penetrano nella carne. Il volto del Signore viene deformato dalla violenza e dall’umiliazione. Eppure la sua regalità non viene distrutta. Anzi, proprio qui si manifesta nel modo più paradossale. Cristo regna non perché schiaccia i suoi nemici, ma perché non permette all’odio dei nemici di spegnere il suo amore. Regna perché resta Figlio. Regna perché offre. Regna perché la sua mitezza è più forte della derisione.

    La coronazione di spine rivela la falsità delle regalità umane quando sono separate da Dio. L’uomo cerca corone di prestigio, controllo, approvazione, potere, immagine. Si costruisce piccoli troni domestici, professionali, ecclesiali, digitali. Vuole essere riconosciuto, applaudito, temuto, consultato. Poi basta una critica, un’umiliazione, un insuccesso, e il piccolo regno interiore entra in stato d’assedio. Che spettacolo dignitoso, questa monarchia del nostro ego.

    Il Sangue del capo coronato di spine viene a guarire proprio la nostra superbia. Le spine non feriscono soltanto il corpo di Cristo. Rivelano quanto sia malata la mente dell’uomo quando deride Dio e adora se stessa. Ogni pensiero superbo, ogni giudizio sprezzante, ogni pretesa di dominare gli altri, ogni rifiuto della verità mette spine sul capo del Signore. E il Signore, invece di rispondere con vendetta, lascia che il suo Sangue diventi medicina.

    Questa effusione purifica anche il nostro modo di pensare. La mente è un luogo decisivo della vita spirituale. Da lì nascono giudizi, interpretazioni, sospetti, desideri, decisioni. Una mente non custodita può diventare un laboratorio di spine: rimugina offese, fabbrica accuse, ingigantisce torti, immagina rivincite, costruisce scenari in cui noi siamo sempre vittime nobili e gli altri sempre colpevoli ben assortiti. Il Sangue di Cristo chiede di entrare anche lì, non solo nei sentimenti.

    Gesù coronato di spine ci insegna la vera umiltà. L’umiltà non è disprezzarsi. Non è recitare la parte di chi vale poco. È stare davanti a Dio nella verità. Cristo è Re e accetta di essere deriso. Non perde la sua dignità perché gli uomini non la riconoscono. Questa è una luce potente per noi. Troppe volte lasciamo che il giudizio altrui determini la nostra pace. Se veniamo apprezzati, ci sentiamo vivi. Se veniamo ignorati o fraintesi, crolliamo. Cristo ci mostra una dignità che viene dal Padre e che nessuna derisione può cancellare.

    La pratica spirituale può essere un atto di umiltà interiore. Rinunciare a difendere la propria immagine in una piccola occasione. Accettare una correzione giusta senza risentimento. Lasciare cadere una risposta pungente. Pregare per una persona che ci ha umiliato. Oppure, ancora più concretamente, chiedere al Signore di mostrarci quale corona falsa stiamo inseguendo: il bisogno di approvazione, la mania di controllo, l’attaccamento al ruolo, la paura di perdere importanza.

    Il Sangue versato nella coronazione di spine ci libera dalle false regalità. Ci insegna che la vera grandezza non consiste nell’essere serviti, ma nel servire; non nel dominare, ma nel donarsi; non nel difendere il proprio trono, ma nell’appartenere al Padre. Cristo coronato di spine è il Re davanti al quale cadono tutte le nostre vanità, anche quelle più religiosamente confezionate.

    Davanti a Lui possiamo pregare per una mente più limpida e un cuore più umile. Il suo Sangue lavi i nostri pensieri, sciolga le nostre pretese, guarisca le ferite della vanità. Solo chi accetta di perdere le corone false può ricevere la libertà dei figli.

    Alla scuola del beato Giovanni Merlini

    Merlini educava alla semplicità e all’umiltà concreta. Il Sangue del Re coronato di spine guarisce le false corone dell’io: desiderio di approvazione, potere, controllo, bisogno di prevalere. (cfr. G. Merlini, Lettere a Maria De Mattias I, Edizioni Sanguis, Roma 1974, p. 49.)

    Preghiera

    Gesù, Re coronato di spine, guarisci le false corone del mio io. Liberami dal bisogno di apparire, dal desiderio di controllo, dalla pretesa di avere sempre ragione. Purifica la mia mente dai giudizi superbi e dalle rivalse interiori. Il tuo Sangue mi renda mite, umile e libero davanti al Padre.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, versato nella coronazione di spine, rendici miti e umili di cuore.

  • Terza effusione: la flagellazione

    Cari amici, buongiorno. La terza effusione ci riporta davanti a Cristo flagellato. Il corpo del Signore viene consegnato alla violenza, colpito, lacerato, umiliato. La carne santissima del Verbo incarnato porta i segni della brutalità umana e del peccato del mondo.

    La flagellazione è una delle scene più difficili da contemplare, perché ci obbliga a guardare la concretezza della redenzione. Il Figlio di Dio non ci salva con un gesto simbolico. Non resta protetto nella distanza della sua divinità. Il suo corpo viene ferito. La sua pelle è aperta dai colpi. Il suo Sangue scorre. L’amore entra nella carne fino a lasciarsi spezzare dalla violenza.

    Qui appare la serietà del peccato. Ogni volta che l’uomo tratta l’altro come oggetto, ogni volta che la forza diventa prepotenza, ogni volta che la dignità viene calpestata, ogni volta che il corpo è umiliato, il mistero della flagellazione si rende terribilmente vicino. Il corpo ferito di Cristo raccoglie tutte le violenze della storia, quelle visibili e quelle nascoste, quelle gridate e quelle taciute.

    Non è inutile ricordarlo in un tempo che parla molto del corpo e spesso lo comprende poco. Il corpo viene esaltato, esibito, modificato, consumato, giudicato, usato, e poi ci si stupisce se il cuore resta ferito. Il cristianesimo non disprezza il corpo. Lo prende così sul serio che annuncia il Verbo fatto carne e il corpo risorto. Il Sangue versato nella flagellazione proclama che il corpo umano non è materia da usare, ma luogo di dignità e di vocazione.

    Cristo flagellato parla anche a chi porta ferite ricevute dagli altri. Vi sono persone che hanno conosciuto umiliazioni, durezza, parole violente, esperienze che hanno lasciato segni profondi. Alcune ferite non sono visibili, e proprio per questo vengono ignorate con quella delicatezza da elefante che spesso la società scambia per realismo. Davanti al Signore flagellato nessuna ferita è ridicola, nessuna sofferenza è troppo piccola, nessun dolore viene liquidato.

    Il Sangue della flagellazione non ci insegna a subire passivamente il male come se fosse buono. Il male resta male. L’ingiustizia resta ingiustizia. La violenza non viene nobilitata dal fatto che Cristo l’abbia subita. Ciò che cambia è il modo in cui il male viene vinto. Cristo non risponde alla violenza lasciandosi trasformare in violento. La sua mitezza è più forte dei colpi, perché resta amore mentre viene ferita.

    Questa effusione ci chiede anche di vigilare sul nostro modo di colpire gli altri. Non abbiamo flagelli in mano, almeno nella forma più evidente. Abbiamo parole, giudizi, ironie, silenzi punitivi, freddezze, indifferenze, sarcasmi usati come piccole fruste. E qui Tommaso dovrebbe fare pure l’esame di coscienza, dettaglio fastidioso per un algoritmo che ama dispensare consigli. La flagellazione di Cristo ci chiama a riparare ogni volta che abbiamo ferito la dignità di qualcuno.

    La pratica spirituale può essere un gesto di mitezza concreta. Trattenere una parola dura. Chiedere perdono per una frase che ha ferito. Evitare un giudizio inutile. Trattare con particolare rispetto una persona fragile. Offrire una piccola mortificazione del corpo, non per disprezzarlo, ma per ricordare che anche il corpo deve essere educato all’amore.

    Il Sangue di Cristo versato nella flagellazione ci renda più umani, non meno. Ci insegni a guardare il corpo nostro e altrui con riverenza. Ci doni un cuore capace di non trasformare le ferite in rancore e la forza in dominio. Davanti al corpo flagellato del Signore, impariamo che la vera potenza non è colpire, ma amare restando fedeli al Padre.

    Alla scuola di santa Maria De Mattias

    Santa Maria De Mattias parlava della «Croce Bagnata del tuo Preziosissimo Sangue». Nella flagellazione contempliamo il Corpo del Signore ferito e impariamo a portare a Cristo le ferite del corpo, della memoria e della dignità. (S. Maria De Mattias, Lettera 297, 7 settembre 1846, a Maddalena Capone, Lettere, vol. II, p. 14.)

    Preghiera

    Signore Gesù, il tuo corpo flagellato porta le ferite dell’uomo e il peso del peccato del mondo. Guarisci le ferite del mio corpo, della memoria e della dignità. Rendimi delicato verso chi soffre e vigilante verso ogni forma di durezza. Il tuo Sangue mi insegni a non colpire, a non umiliare, a non trasformare la forza in dominio.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, versato nella flagellazione, guariscici dalle ferite del peccato.

  • XVII Domenica Del Tempo Ordinario

    Cari amici, l’evangelista Matteo continua a formarci come discepoli alla scuola di Gesù. Dopo averci mostrato la Parola seminata nel cuore e il buon grano da custodire con pazienza, questa domenica ci conduce davanti alla domanda decisiva: che cosa vale davvero la nostra vita? Ogni uomo vive per qualcosa, cerca qualcosa, custodisce qualcosa come prezioso. Il Vangelo oggi ci chiede di riconoscere il tesoro per cui vale la pena ordinare tutto il resto.

    La prima lettura ci presenta Salomone nella notte di Gabaon. Il Signore gli dice: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». È una domanda immensa, capace di rivelare subito il cuore di chi la riceve. Salomone avrebbe potuto chiedere sicurezza, ricchezza, lunga vita, vittoria sui nemici. Chiede un cuore docile, capace di rendere giustizia e di distinguere il bene dal male. Parte da una consapevolezza umile: «Io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi». Da qui nasce la sapienza.

    Questa pagina ci offre già una prima istruzione concreta. La sapienza comincia quando smettiamo di presentarci davanti a Dio come persone che sanno già tutto. Salomone non chiede di essere confermato nelle sue idee; chiede di essere reso capace di ascoltare. Un cuore docile è un cuore educabile, disponibile a lasciarsi orientare da Dio. Nelle nostre decisioni quotidiane, nelle responsabilità familiari, nel lavoro, nelle relazioni, abbiamo bisogno di questa stessa grazia: saper distinguere ciò che costruisce da ciò che consuma, ciò che viene da Dio da ciò che nasce solo dal nostro interesse.

    Il salmo prosegue su questa via e ci fa pregare: «La mia parte è il Signore». È una frase semplice e radicale. La parte, nella Scrittura, è ciò che sostiene la vita, ciò che uno riconosce come eredità, sicurezza, bene stabile. Dire che il Signore è la propria parte significa riconoscere che nessun altro possesso può reggere il cuore. La legge del Signore diventa più preziosa dell’oro, perché illumina il cammino e dona intelligenza ai semplici. Chi ama la Parola non vive impoverito; riceve una luce per attraversare la complessità della vita senza perdersi dietro ogni falso sentiero.

    Qui il legame con il Vangelo diventa chiaro. Salomone chiede un cuore sapiente, capace di distinguere il bene dal male. Il salmo ci insegna a riconoscere il Signore come la parte più preziosa. Gesù, nel Vangelo, parla di un tesoro nascosto nel campo e di una perla di grande valore. Il Regno dei cieli appare così come il bene che, una volta riconosciuto, riorganizza tutta la vita. L’uomo che trova il tesoro vende tutti i suoi averi e compra quel campo; il mercante che trova la perla preziosa vende tutto e la compra. Al centro non c’è la perdita, c’è la gioia di avere trovato ciò che vale più di tutto.

    Il Vangelo ci mostra una rinuncia proporzionata alla scoperta. Ciò che viene lasciato conserva il suo valore: gli averi, i beni della vita, gli affetti, le sicurezze, tutto ciò che appartiene seriamente all’umano. La rinuncia cristiana nasce quando il cuore incontra un bene più grande e comprende che solo quel bene può dare misura a tutto il resto. Per questo non è una mutilazione dell’umano, né un esercizio cupo di mortificazione. È una scelta tra beni, nella quale Cristo viene riconosciuto come il tesoro più prezioso. Allora ciò che si lascia viene ricollocato, la vita ritrova ordine, gli affetti ricevono verità, i beni tornano al loro posto.

    La domanda operativa di questa domenica nasce da qui: qual è il tesoro che orienta davvero la mia vita? Il tesoro reale si riconosce da ciò che decide il nostro tempo, le nostre energie, le nostre preoccupazioni e le nostre scelte. Possiamo allora fare un esame sincero: che cosa sto custodendo come assoluto? Quale bene il Signore mi chiede di ricollocare attorno a Cristo? Perché quando il tesoro è chiaro, anche il resto smette di comandare e torna a servire la vita.

    San Paolo ci aiuta a guardare questa domanda dentro il disegno di Dio. «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Non significa che tutto sia bene, perché l male resta male, la sofferenza resta sofferenza e le ferite non vanno decorate con frasi devote. Paolo annuncia qualcosa di più profondo: Dio conduce la vita di coloro che lo amano verso una forma, quella del Figlio. Il bene a cui tutto è orientato è diventare conformi all’immagine di Cristo.

    Allora il tesoro del Vangelo non è soltanto qualcosa da possedere. È Cristo stesso, che dà forma alla nostra vita. Il Regno dei cieli entra nell’esistenza come una presenza capace di ordinare il cuore. Tutto può diventare luogo di crescita quando viene attraversato con Lui: anche una prova, una scelta faticosa, una perdita, una responsabilità che non avevamo cercato. Dio non spreca nulla di ciò che gli consegniamo. Questo non rende facile ogni passaggio, naturalmente. La vita, allora, diventa un cammino nel quale Cristo lavora perché la nostra vita assuma la sua forma.

    La parabola della rete completa l’istruzione e richiama quanto Gesù ci aveva consegnato nella parabola del grano e della zizzania. La storia rimane un tempo mescolato. Nel campo cresce il buon grano e compare la zizzania; nella rete entrano pesci buoni e pesci cattivi. Anche dentro lo spazio visibile della Chiesa possiamo incontrare fedeltà e scandalo, santità e ambiguità, testimonianze luminose e presenze che feriscono.

    Questa realtà non cancella il valore del tesoro trovato. Ci educa piuttosto a non lasciarci distrarre o scoraggiare dai tempi malati, dalle contraddizioni degli uomini, dalle zizzanie che il nemico semina dove Dio ha seminato il bene. Verrà il tempo del discernimento finale, e ciò che appartiene al Regno sarà separato da ciò che non può entrare nella vita di Dio. La misericordia del Signore apre il tempo della conversione e rende seria la scelta. Chi ha trovato il tesoro impara a restare fedele, a custodire il bene, a non consegnare il proprio cuore allo scandalo. La rete ricorda che la storia cammina verso un compimento e che le nostre scelte hanno peso davanti a Dio.

    Gesù conclude parlando dello scriba divenuto discepolo del Regno, simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. È un’immagine preziosa anche per il tempo ecclesiale che viviamo. Lo scriba saggio non trasforma ciò che è antico in un museo e non consegna ciò che è nuovo alla moda del momento. Sa che la Tradizione della Chiesa è viva, perché custodisce ciò che ha ricevuto e lo lascia parlare dentro il presente. Per questo le forme antiche e le forme nuove possono diventare tesori, quando sono ordinate a Cristo, alla fede della Chiesa e alla crescita del popolo di Dio.

    Qui si comprende quanto sia urgente diventare scribi sapienti. Anche le tensioni che attraversano la vita ecclesiale, le discussioni tra forme liturgiche, sensibilità diverse, linguaggi antichi e nuovi, chiedono un cuore formato dal Regno. Il discepolo non usa la tradizione come arma identitaria e non usa la novità come pretesto per tagliare le radici. Impara a estrarre dal tesoro della fede ciò che edifica oggi, ciò che custodisce la comunione, ciò che aiuta l’uomo a incontrare Cristo. Le cose antiche e le cose nuove diventano feconde quando smettono di essere contrapposte e vengono ricondotte al tesoro più grande, che è il Regno di Dio.

    Cari amici, Gesù continua a formarci domenica dopo domenica. Dopo averci insegnato a custodire il campo nel tempo della crescita, oggi ci chiede di riconoscere il tesoro nascosto nella nostra storia. Il Regno vale più di ciò che possiamo trattenere. Cristo è la perla preziosa che dà senso a ogni rinuncia e forma a ogni scelta. Chi trova Lui non perde la vita; riceve la sapienza per ordinarla al bene che resta.

  • Seconda effusione: l’agonia nell’orto

    Cari amici, buongiorno e buona domenica. La seconda effusione ci conduce nel Getsemani, nella notte in cui Gesù entra nell’agonia e il suo sudore diventa come gocce di sangue che cadono a terra.

    Il Getsemani non è soltanto una tappa della Passione. È il luogo in cui il Figlio consegna la propria volontà al Padre nel momento più oscuro. Gesù ha appena celebrato la Cena, ha donato il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino, ha parlato ai discepoli con parole di amore e di addio. Poi si ritira a pregare. La notte si stringe attorno a Lui. I discepoli dormono. Giuda si avvicina. L’ora è venuta.

    Nel Getsemani Gesù non appare distante dalla nostra paura. Non attraversa l’angoscia come un attore che recita una parte già saputa. La vive realmente. La sua anima è triste fino alla morte. Egli conosce il peso dell’abbandono, della violenza imminente, del peccato del mondo che sta per essere caricato sulle sue spalle innocenti. Il Sangue che scende a terra nell’agonia rivela la profondità di questa lotta interiore.

    Qui vediamo che l’obbedienza non è automatica. L’obbedienza del Figlio è libera, filiale, amorosa, e proprio per questo attraversa la prova. Gesù prega: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”. Poi aggiunge: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. La parola “tuttavia” nel Vangelo è inevitabile, noi nei nostri testi la evitiamo quando possiamo, perché almeno su questo possiamo fingere disciplina stilistica. Nel mistero del Getsemani, invece, essa segna il passaggio dalla paura all’abbandono, dalla richiesta umana alla consegna filiale.

    Il Sangue dell’agonia parla a tutte le nostre notti. Ci sono momenti in cui la volontà di Dio non appare luminosa. Momenti in cui pregare costa, restare costa, perdonare costa, continuare costa. Momenti in cui vorremmo che il calice passasse altrove, magari a un indirizzo sconosciuto, con buona pace della nostra generosità dichiarata. Il Getsemani ci insegna che la santità non consiste nel non sentire il peso. Consiste nel portare quel peso davanti al Padre.

    Questa effusione ci libera da una falsa immagine della fede. Credere non significa essere sempre sereni. Non significa avere risposte immediate. Non significa non tremare. Gesù ha tremato. Ha sudato sangue. Ha pregato nella notte. E proprio lì è rimasto Figlio. La fede vera si vede anche quando il cuore è scosso e continua a dire: Padre.

    Il Sangue dell’agonia ci insegna anche a vegliare. I discepoli dormono, e il loro sonno non è soltanto fisico. È immagine della debolezza spirituale dell’uomo davanti all’ora di Dio. Anche noi dormiamo quando evitiamo le domande serie, quando rimandiamo la conversione, quando ci lasciamo intorpidire dall’abitudine, quando preferiamo distrarci invece di pregare. Il sonno dell’anima è comodo, discreto, persino rispettabile. Peccato che renda incapaci di stare con Cristo.

    La pratica spirituale può essere un tempo breve di preghiera silenziosa davanti al Signore, portando una paura concreta. Non una paura generica. Una di quelle che abitano davvero il cuore. Possiamo nominarla davanti a Cristo e poi ripetere lentamente: “Padre, nelle tue mani”. Non serve fingere coraggio. Serve consegnare la paura a Colui che ha versato Sangue nell’agonia.

    Il Getsemani ci ricorda che nessuna notte è estranea a Cristo. Quando l’anima è oppressa, quando le forze sembrano diminuire, quando gli amici non comprendono o non restano, il Signore è già passato di lì. Il suo Sangue ha toccato la terra della nostra angoscia e l’ha resa luogo di obbedienza. Per questo anche le nostre notti possono diventare altare, se unite alla preghiera del Figlio.

    Alla scuola del beato Giovanni Merlini

    Il beato Giovanni Merlini ripeteva: «Non desidero che la volontà di Dio, e mi basta». Il Getsemani è la scuola più alta di questa consegna: il Sangue dell’agonia trasforma la paura in obbedienza filiale. (G. Merlini, Lettere a Maria De Mattias I, Edizioni Sanguis, Roma 1974, p. 40.)

    Preghiera

    Gesù, nell’agonia del Getsemani hai consegnato al Padre la tua volontà nel buio della prova. Accogli le mie paure, le resistenze, i pesi che non riesco a portare da solo. Insegnami a pregare quando il cuore trema e a dire con te: Padre, nelle tue mani. Il tuo Sangue trasformi la mia paura in abbandono filiale.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, versato nell’agonia del Getsemani, sostienici nella prova.

  • Prima effusione: la circoncisione di Gesù

    Cari amici, buongiorno e buon fine settimana. Il nostro cammino del mese entra nella contemplazione delle sette effusioni del Sangue di Cristo. La prima ci conduce all’infanzia del Signore, al momento della circoncisione, quando il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, riceve il segno dell’alleanza e gli viene imposto il nome di Gesù.

    È una scena piccola, quasi nascosta, lontana dalla violenza del Calvario. Non vi sono folle, soldati, accuse, flagelli, spine o chiodi. Vi è un bambino. Vi sono Maria e Giuseppe. Vi è l’obbedienza alla Legge di Israele. Vi è il primo Sangue versato dal Verbo incarnato, un Sangue che già annuncia il mistero della redenzione.

    La circoncisione inseriva il bambino maschio nel popolo dell’alleanza. Gesù, che è il Figlio eterno del Padre, accetta di entrare pienamente nella storia di Israele. Non appare come un estraneo alla vicenda del suo popolo. Si sottomette alla Legge, assume i segni dell’antica alleanza, comincia la sua vita terrena nel solco dell’obbedienza. Colui che darà compimento alla Legge inizia accogliendone umilmente il segno.

    Qui il Sangue di Cristo parla già di appartenenza. Prima ancora di predicare, prima ancora di guarire, prima ancora di salire sul Calvario, Gesù versa il suo Sangue come Figlio obbediente. La redenzione non comincia con un gesto clamoroso. Comincia nel nascondimento di una famiglia fedele, dentro un rito antico, nella povertà di un Bambino che non parla ancora e già si dona.

    Questo primo Sangue è anche legato al nome di Gesù. Il nome significa “Dio salva”. Non è un nome ornamentale, non è una semplice identità anagrafica. È la missione stessa del Figlio. Egli viene per salvare il suo popolo dai peccati. Il Sangue versato nella circoncisione è come la prima sillaba di questa missione. Tutto ciò che accadrà dopo è già misteriosamente contenuto in questo inizio: il Figlio è nato per donarsi.

    La prima effusione ci insegna il valore delle obbedienze nascoste. La vita cristiana non è fatta soltanto di grandi atti visibili. Spesso comincia nelle fedeltà piccole, nei gesti ordinari, nei doveri assunti senza rumore. Maria e Giuseppe presentano il Bambino secondo la Legge. Non inventano una spiritualità a loro misura. Non dicono: “Dio è con noi, quindi possiamo dispensarci dai segni ricevuti”. Obbediscono. E l’umanità, che oggi spesso considera l’obbedienza una lesione della creatività personale, avrebbe qui qualcosa da imparare, possibilmente prima di confondere ogni capriccio con una vocazione.

    Il Sangue della circoncisione ci ricorda anche che l’appartenenza a Dio domanda un segno nella vita. Per noi cristiani questo segno fondamentale è il Battesimo. Nel Battesimo siamo stati immersi nella morte e risurrezione di Cristo, segnati dalla grazia, introdotti nella nuova alleanza. Non apparteniamo più semplicemente a noi stessi. La nostra vita porta un sigillo. Siamo di Cristo.

    Questo è molto concreto. Essere battezzati non significa avere ricevuto un rito del passato, registrato in un libro parrocchiale e poi lasciato a prendere polvere insieme alla memoria familiare. Significa vivere da uomini e donne consacrati a Dio. Ogni scelta, ogni parola, ogni relazione, ogni fatica può diventare luogo in cui questa appartenenza si manifesta. Il Sangue di Cristo ci ricorda che l’alleanza non è un’idea. È una vita segnata.

    La pratica spirituale può essere il rinnovo delle promesse battesimali. Anche in forma semplice, davanti al Crocifisso o all’acqua benedetta. Rinunciare al male, professare la fede, chiedere la grazia di vivere da figli. Possiamo dire: “Gesù, nel tuo primo Sangue versato, rinnova in me la grazia del Battesimo”. Una preghiera breve, capace di riportarci alla sorgente.

    La prima effusione del Sangue di Cristo ci insegna che Dio salva entrando davvero nella storia. Non da lontano. Non dall’alto di una potenza che evita il contatto con la nostra carne. Il Figlio assume un corpo, una famiglia, un popolo, una Legge, un nome, una ferita. E già in quella piccola ferita comincia a risplendere la grande misericordia che si compirà sulla croce.

    Alla scuola di santa Maria De Mattias

    Santa Maria De Mattias contemplava il Sangue come «prezzo inestimabile del nostro riscatto». La prima effusione, nella circoncisione, ci ricorda che questo prezzo entra nella storia in forma umile, nascosta, obbediente. (cfr. S. Maria De Mattias, Lettera 302, 19 febbraio 1847, a Giovanni Merlini, Lettere, vol. II, p. 25.)

    Preghiera

    Signore Gesù, nel tuo primo Sangue versato hai assunto il segno dell’alleanza e hai ricevuto il nome che annuncia la salvezza. Rinnova in me la grazia del Battesimo e rendimi consapevole della mia appartenenza a te. Aiutami a vivere oggi da figlio segnato dal tuo amore, fedele nelle piccole obbedienze e nei gesti nascosti.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, versato nella circoncisione, salvaci.

  • Sangue di Cristo, forza della missione

    Cari amici, buongiorno. Oggi la nostra meditazione sul Sangue di Gesù compie uno sguardo missionario: il Sangue di Cristo è la forza della missione.

    Chi contempla davvero il Sangue di Cristo non può restare chiuso in una devozione privata. Il Sangue versato è amore donato per la salvezza del mondo. Dal Calvario nasce la Chiesa missionaria. Dal costato aperto del Signore nasce un popolo inviato. La redenzione non è un tesoro da custodire gelosamente in una stanza devota, magari ben arredata e spiritualmente profumata. È fuoco da portare. È annuncio da condividere. È misericordia da testimoniare.

    San Gaspare del Bufalo comprese con forza questa verità. Per lui il Sangue di Cristo era il grande segno della misericordia di Dio e il cuore della missione. Annunciare il Preziosissimo Sangue significava chiamare i peccatori alla conversione, rialzare gli scoraggiati, ricondurre i lontani, pacificare le coscienze, rinnovare la vita cristiana. La missione non nasce dal desiderio di organizzare attività. Nasce dall’essere stati raggiunti da un amore che non si può trattenere.

    Il Sangue di Cristo è forza della missione perché l’annuncio cristiano non si fonda sulle nostre capacità persuasive. Certo, occorrono intelligenza, preparazione, prudenza, linguaggio adeguato, testimonianza credibile. Tutto questo è necessario. Eppure la fecondità della missione viene dalla grazia. Non convertiamo noi i cuori. Non salviamo noi il mondo. Non siamo noi il centro dell’opera. Per fortuna, perché già quando l’uomo organizza una riunione riesce a complicare l’universo. La missione appartiene a Cristo e vive del suo Sangue.

    Questa invocazione ci protegge da due errori. Il primo è l’attivismo: fare molto, parlare molto, programmare molto, senza tornare alla sorgente. Il secondo è il ripiegamento: pregare, contemplare, custodire la devozione, senza lasciarsi mandare. Il Sangue di Cristo unisce contemplazione e missione. Chi adora l’Agnello è inviato ai fratelli. Chi serve i fratelli deve tornare all’Agnello, altrimenti presto porta se stesso invece del Vangelo.

    La missione comincia spesso vicino. Non sempre chiede partenze lontane o imprese straordinarie. Passa attraverso una famiglia, una comunità, una parrocchia, un malato visitato, un giovane ascoltato, un peccatore accolto con verità e misericordia, una parola di fede detta al momento giusto, una testimonianza coerente in un ambiente indifferente. Ogni cristiano, in forza del Battesimo, è coinvolto nella missione della Chiesa. Non tutti nello stesso modo, non tutti con gli stessi compiti, ma tutti dentro l’unico Corpo che vive del Sangue di Cristo.

    Il Sangue di Cristo ci insegna anche lo stile della missione. Non si annuncia il Vangelo dall’alto della superiorità. Si annuncia come debitori di misericordia. Il missionario non è uno che possiede Cristo come proprietà privata e lo distribuisce agli altri con aria di controllo. È uno che è stato salvato e per questo desidera che altri incontrino la stessa salvezza. La missione vera nasce da gratitudine, non da protagonismo.

    La pratica spirituale può essere un piccolo gesto missionario. Pregare per una persona lontana dalla fede. Offrire una parola buona a chi è scoraggiato. Invitare qualcuno a riscoprire la confessione o la Messa. Donare un’immagine, una preghiera, una testimonianza. Non servono gesti invadenti. Serve carità intelligente. La fede non si impone con pressione, ma si propone con chiarezza, pazienza e vita coerente.

    Il Sangue di Cristo, forza della missione, chiude il cammino delle Litanie aprendolo verso il mondo. Dopo aver contemplato il mistero, siamo mandati a viverlo. Dopo aver invocato misericordia, siamo chiamati a diventare strumenti di misericordia. Dopo aver ricevuto pace, siamo inviati come artigiani di riconciliazione. Dopo aver adorato il Sangue dell’Agnello, non possiamo più vivere come se il mondo non avesse bisogno di redenzione.

    La missione comincia da un cuore che si lascia ferire dall’amore di Cristo. Un cuore così non resta immobile. Porta nel mondo, con umiltà e fermezza, la buona notizia che nessuno è perduto finché può essere raggiunto dal Sangue del Redentore.

    Alla scuola di san Gaspare

    San Gaspare scriveva: «Beato chi promove le Missioni!». Il Sangue di Cristo, se è davvero contemplato, diventa impulso apostolico: chi è stato raggiunto dalla misericordia desidera che altri ne siano raggiunti. (S. Gaspare del Bufalo, Lettera 830, Epistolario III.)

    Preghiera

    Gesù, Sangue che dà forza alla missione, non permettere che io chiuda la fede in una devozione privata e tranquilla. Accendi in me il desiderio che altri conoscano la tua misericordia. Donami parole semplici, carità intelligente, vita coerente e cuore missionario. Rendimi testimone umile del Sangue che salva.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, forza della missione, salvaci.

  • Sangue di Cristo, vita della Chiesa

    Cari amici, buongiorno. Il Sangue di Gesù è la vita per la Chiesa. In effetti, quando guardiamo ad essa, sappiamo che la Chiesa non nasce da un’idea religiosa, né da un’organizzazione ben riuscita, né dal consenso di un gruppo di discepoli generosi. Nasce dal Cristo crocifisso e risorto. Nasce dal suo costato aperto, dal quale sgorgano sangue e acqua. I Padri della Chiesa hanno visto in questo mistero il segno della nascita della Chiesa e dei sacramenti. Come Eva fu tratta dal fianco di Adamo addormentato, così la Chiesa nasce dal fianco del nuovo Adamo, addormentato nella morte e glorificato nella risurrezione.

    Il Sangue di Cristo è vita della Chiesa perché la Chiesa vive della redenzione. Senza il Sangue del Signore, essa diventerebbe una struttura religiosa tra le altre, una realtà sociologica, un’istituzione morale, una comunità di memoria. Potrebbe avere edifici, uffici, assemblee, documenti, progetti, riunioni, sottoriunioni e relative sintesi, quel piccolo paradiso burocratico che l’umanità produce quando perde il senso del mistero. La Chiesa, però, non vive anzitutto di questo. Vive del Sangue dell’Agnello.

    Ogni sacramento attinge alla Pasqua di Cristo. Il Battesimo ci lava nel mistero della sua morte e risurrezione. La Confermazione ci rende testimoni nello Spirito. L’Eucaristia ci nutre con il Corpo e il Sangue del Signore. La Penitenza applica alla nostra anima la misericordia della croce. L’Unzione sostiene l’uomo nella malattia e nella prova. L’Ordine sacro configura alcuni al Cristo capo e pastore. Il Matrimonio rende gli sposi segno dell’amore fedele di Cristo per la Chiesa. Tutto sgorga dalla Pasqua. Tutto vive del Sangue redentore.

    Questa verità è essenziale soprattutto quando guardiamo alle fragilità della Chiesa. I peccati dei cristiani, le infedeltà dei ministri, le confusioni pastorali, le stanchezze delle comunità, le divisioni e le mediocrità possono scandalizzare e ferire. Non vanno negate. Non vanno coperte con parole pie. Occorre però ricordare che la Chiesa non è santa perché i suoi membri sono impeccabili. È santa perché appartiene a Cristo e vive del suo Sangue. La santità della Chiesa nasce dal suo Capo, non dalla nostra efficienza, il che è una notizia rassicurante, visto il materiale umano disponibile.

    Il Sangue di Cristo custodisce la Chiesa anche nei momenti di prova. Nei secoli, essa ha attraversato persecuzioni, eresie, crisi morali, divisioni, decadenze, riforme, rinascite. Ogni volta, ciò che l’ha sostenuta non è stata la genialità umana, pur necessaria quando si lascia guidare dalla grazia. È stata la fedeltà del Signore. Il Sangue dell’alleanza continua a parlare più forte delle nostre infedeltà.

    Questa meditazione chiede anche a noi un amore più vero per la Chiesa. Non un amore ingenuo, incapace di vedere i problemi. Non un amore ideologico, che usa la Chiesa per difendere il proprio schieramento. Un amore filiale, realistico, fedele. Chi ama la Chiesa soffre per le sue ferite, prega per i suoi pastori, si impegna nella propria vocazione, non alimenta divisioni inutili, non trasforma ogni difficoltà in occasione di amarezza pubblica. La correzione, quando è necessaria, deve nascere dall’amore e restare dentro la comunione.

    La pratica spirituale può essere una preghiera per la Chiesa. Per il Papa, per i vescovi, per i sacerdoti, per i consacrati, per le famiglie, per i giovani, per i malati, per i peccatori, per chi ha perso la fede, per chi serve nel nascondimento. Possiamo offrire una decina del Rosario o un momento davanti al tabernacolo dicendo: “Sangue di Cristo, rinnova la tua Chiesa”. Questa preghiera è più utile di molte lamentele lucidissime, anche se le lamentele danno una breve soddisfazione all’ego teologico.

    Il Sangue di Cristo, vita della Chiesa, ci ricorda che non siamo proprietari della Chiesa. La riceviamo. La serviamo. La amiamo. Essa è il Corpo di Cristo, continuamente purificato, nutrito e custodito dal Sangue dell’Agnello. Dove questo Sangue è accolto, la Chiesa rinasce. Dove viene dimenticato, restano strutture anche imponenti, ma il cuore si svuota.

    Alla scuola di san Gaspare

    Per san Gaspare il Sangue di Cristo era il cuore della missione e della vita ecclesiale. La Chiesa vive del Sangue dell’Agnello, che la purifica, la nutre e la manda nel mondo. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettere 2740 e 2764, Epistolario VII, pp. 93 e 116.)

    Preghiera

    Signore Gesù, dal tuo Sangue vive la Chiesa. Purifica il mio amore per essa da lamentele sterili, durezza e giudizi senza carità. Rendimi figlio fedele, capace di pregare per il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e tutto il popolo che tu hai redento. Il tuo Sangue custodisca la Chiesa nella verità, nella santità e nella missione.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, vita della Chiesa, salvaci.

  • Cari amici, siamo giunti al 22 luglio. Oggi le ossa di mons. Gaetano Bonanni saranno ricomposte e la sua memoria tornerà ad avere un volto dentro la nostra famiglia missionaria. Per accompagnarlo verso San Felice vogliamo sostare nell’ultima giornata della sua vita, il 17 agosto 1848.

    Allo spuntare dell’alba Bonanni si alzò dal breve riposo con una letizia inconsueta. Il volto sembrava illuminato da una gioia interiore. Consacrò le prime ore del giorno alla preghiera e rimase a lungo raccolto. Di tanto in tanto pronunciava giaculatorie o ripeteva parole dei santi. Chi gli stava accanto avvertiva che quella mattina possedeva una luce diversa.

    Nel corso della giornata il vecchio vescovo vide entrare nella camera due giovani. La cronaca li descrive della stessa statura, composti nell’atteggiamento e sereni nell’aspetto. Ciascuno teneva un libro tra le mani e sembrava intento a leggerlo in silenzio.

    Bonanni rimase sorpreso e chiamò i domestici. Domandò come quei giovani fossero entrati. Le persone accorse nella stanza non vedevano nessuno. Egli continuava a indicare il punto nel quale si trovavano e li descriveva con precisione. Poi, davanti ai suoi occhi, le due figure scomparvero.

    La testimonianza ci consegna l’accaduto con la semplicità delle cronache antiche. Non tenta di stabilire la natura di quella visione. Bonanni era poco incline a inseguire fenomeni straordinari, e proprio questo rende la scena ancora più intensa. Nel giorno dell’incontro con Dio vide due giovani con dei libri aperti, quasi che la sua lunga opera di formazione gli venisse incontro nell’ora estrema.

    Quel giorno Bonanni non volle prendere il consueto riposo. Anticipò con i suoi la recita del rosario. Al tramonto fu colpito improvvisamente da un ictus. Riuscì ancora ad articolare più volte, con voce ormai debole: «Gesù mio, misericordia». Era una giaculatoria che aveva ripetuto spesso durante la vita e divenne la parola con cui consegnò l’ultima sofferenza.

    Ricevette l’Unzione degli infermi. Il clero si raccolse attorno al letto e accompagnò con la preghiera il proprio antico pastore. Era giovedì, il giorno che la memoria cristiana riconduce all’Ultima Cena, all’Eucaristia e al sacerdozio. Giunta la prima ora della notte, quando il giorno aveva ormai ceduto alla sera, nell’ora che intenerisce il cuore e richiama alla casa, Bonanni si addormentò placidamente nel Signore. Aveva ottantadue anni.

    Il campanone della cattedrale annunciò la morte. La notizia attraversò subito Norcia e raggiunse le case dei poveri soccorsi in segreto. Il necrologio racconta il dolore degli orfani e delle vedove. La città sentiva di aver perduto il padre che aveva conosciuto le sue strade e portato per tanti anni le sue necessità davanti a Dio.

    Per tre giorni il corpo rimase esposto alla venerazione del popolo, custodito dalla Guardia Civica. Bonanni aveva disposto un funerale povero. Il suo esecutore testamentario volle invece che Norcia gli tributasse esequie solenni e fece dipingere accanto alla tomba il ritratto con l’iscrizione sepolcrale, affinché la memoria di quell’uomo non venisse cancellata.

    Domenica 20 agosto la salma attraversò le vie verso la cattedrale. Il popolo accorse in silenzio. L’oratore incaricato di pronunciare l’elogio funebre, secondo il linguaggio solenne del tempo, lo presentò come un uomo suscitato da Dio per il bene della Chiesa:

    «Lo Spirito Santo insegna ai superstiti a ricordare e a encomiare i buoni che l’inesorabile morte ha rapito al mondo. La loro lode ridonda alla gloria di Dio, il quale attraverso le loro opere manifesta fra gli uomini la sua indefettibile provvidenza.

    Per questa ragione il Signore suscita in ogni tempo uomini grandi nella virtù, formati alla scienza dei santi, banditori ai popoli della divina parola; uomini ricchi di fervido zelo, amanti della bella e amabile rettitudine, pacifici e pacificatori, i quali hanno lasciato e continuano a lasciare monumenti di pietà, di misericordia e di gloria.

    Che a questo eletto numero appartenesse l’illustre defunto monsignor Gaetano Bonanni, al quale tributiamo fra la mestizia e il cordoglio gli ultimi funebri onori, in questo augusto tempio dove non molto tempo fa esercitava con edificazione e decoro la funzione episcopale, sarebbe superfluo ripeterlo. Sarebbe quasi ingratitudine il metterlo in dubbio davanti a questa commossa e consapevole assemblea, che ne ammirò le non ordinarie virtù e per molti anni ne ricevette i benefici influssi».

    L’oratore non parlava a una folla distratta. Parlava a un popolo che aveva conosciuto Bonanni, che lo aveva visto camminare nelle parrocchie, sostenere il clero, soccorrere i poveri e custodire la diocesi restaurata. Per questo poteva dire che sarebbe stata quasi ingratitudine dubitare della sua virtù.

    Nel suo elogio tornò anche il ricordo della prima infanzia. Prima ancora che il bambino vedesse la luce, la madre credette di scorgere una stella posarsi sul tetto della casa nella quale attendeva il parto. Crescendo, Gaetano scrisse sulla parete accanto al letto alcune parole che avrebbero accompagnato l’intera sua esistenza: «Gaetano deve farsi santo».

    Pochi giorni dopo, il segretario generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue inviò una circolare alle case. Ricordava la volontà di san Gaspare: ogni Missionario elevato all’episcopato doveva continuare a essere considerato membro della Congregazione e ricevere alla morte i suffragi previsti dalla Regola. Bonanni era rimasto uno di noi. La dignità episcopale lo aveva condotto lontano dalla vita comune, ma non aveva spezzato l’appartenenza.

    Oggi quella parola antica trova un compimento inatteso. Le ossa ricomposte del confratello torneranno per una notte a San Felice, luogo dove Bonanni scriveva nel silenzio degli inverni e nei brevi intervalli fra una missione e l’altra.

    Da San Felice nacque una parte importante della sua opera spirituale. Qui compose La vita di Gesù Cristo meditata, pubblicata in più volumi tra il 1816 e il 1821. Il primo volume reca una firma che questa sera acquista un significato particolare: «Dalla Solitudine di San Felice di Giano, 15 maggio 1816».

    Questa casa fu chiamata da lui «solitudine». Non era una solitudine vuota. Era il luogo in cui la fatica delle missioni diventava meditazione. Il sacerdote che aveva predicato al popolo si ritirava qui per contemplare la vita di Cristo e consegnarla alla lettura di altri. Questa notte quelle antiche pietre veglieranno colui che in esse aveva custodito l’inizio della nuova opera apostolica.

    Poi, domani, Bonanni ripartirà verso Roma e troverà il definitivo riposo a Santa Maria in Trivio, accanto a san Gaspare del Bufalo e al beato Giovanni Merlini. Le differenti vie delle origini torneranno a incontrarsi davanti all’altare del Sangue di Cristo.

    Duecentocinque anni fa Bonanni lasciò il ritiro di San Felice per servire Norcia, esprimendo un profondo e sincero senso di inadeguatezza davanti al nuovo incarico. Si definì «ultimo dei sacerdoti, privo di scienza e vuoto di santità». Oggi torna portando con sé la gratitudine di una diocesi e il nome con cui il popolo lo aveva custodito: il Vescovo Santo.

    Questa sera, davanti alle sue ossa ricomposte, a nome della nostra famiglia religiosa possiamo finalmente dirti: don Gaetano, confratello ritrovato, padre delle nostre origini, missionario sapiente e vescovo pieno di santità, bentornato tra noi.

  • Sangue di Cristo, degnissimo di ogni gloria e onore

    Cari amici, buongiorno. La litania di questa mattina è molto solenne. È un inno al Sangue di Cristo che suscita il grido del fedele a riferirsi a lui come degnissimo di ogni gloria ed onore.

    Dopo aver contemplato il Sangue del Signore nella sua opera di redenzione, nella vita sacramentale della Chiesa, nella fortezza dei martiri, nella consolazione degli afflitti e nella speranza dei morenti, arriviamo quasi spontaneamente all’adorazione. Il Sangue di Cristo non è soltanto utile per noi. Non va contemplato soltanto a partire dai benefici che riceviamo. È degno di gloria e onore perché è il Sangue del Figlio di Dio fatto uomo, il Sangue dell’Agnello immolato e risorto, il Sangue che appartiene alla Persona divina del Verbo.

    Questa precisazione è importante. A volte anche nella preghiera rischiamo di essere sottilmente interessati. Cerchiamo consolazione, perdono, forza, protezione, pace. Tutte cose buone, necessarie, cristiane. Eppure l’adorazione ci porta oltre. Davanti al Sangue di Cristo impariamo a dire: “Tu sei degno”. Non soltanto “aiutami”, non soltanto “perdonami”, non soltanto “salvami”. Tu sei degno di essere amato, lodato, adorato, glorificato.

    Nel libro dell’Apocalisse, l’Agnello immolato riceve lode da tutta la creazione. È il Crocifisso risorto, colui che porta i segni della Passione e regna nella gloria. La liturgia della terra partecipa, in modo ancora velato, a questa lode celeste. Ogni Messa è già ingresso nel culto dell’Agnello. L’altare non è un semplice tavolo della comunità, e nemmeno una scenografia religiosa più o meno riuscita, come talvolta qualche artista liturgico sembra credere con preoccupante sicurezza. È il luogo sacramentale in cui il sacrificio di Cristo è reso presente e offerto al Padre.

    Il Sangue degnissimo di ogni gloria e onore ci educa a recuperare il senso della riverenza. La fede cristiana non è paura servile, ma non è neppure confidenza banale. Davanti all’Eucaristia, davanti al tabernacolo, davanti al Crocifisso, il cuore dovrebbe imparare il silenzio adorante. La riverenza non allontana Dio. Riconosce la sua santità. La familiarità con Cristo non autorizza la sciatteria. Al contrario, chi ama davvero tratta il mistero con più cura, non con meno.

    Questa invocazione riguarda anche la nostra vita quotidiana. Dare gloria e onore al Sangue di Cristo significa vivere in modo che il dono ricevuto non sia smentito dalle nostre scelte. Ogni peccato deliberato disonora il prezzo della redenzione. Ogni atto di carità lo glorifica. Ogni parola vera, ogni servizio nascosto, ogni perdono offerto, ogni fedeltà custodita diventa una piccola liturgia dell’esistenza. Non tutto ciò che glorifica Dio fa rumore. Spesso le cose più preziose avvengono nel segreto, dove l’ego umano si sente poco valorizzato e quindi si lamenta come al solito.

    La pratica spirituale può essere un atto di adorazione. Entrare in chiesa, sostare davanti al tabernacolo, inginocchiarsi se il corpo lo permette, fare lentamente il segno della croce, dire senza fretta: “Sangue di Cristo, tu sei degno di ogni gloria e onore”. Anche pochi minuti possono cambiare il tono interiore della giornata. L’adorazione rimette Dio al centro e ridimensiona il nostro piccolo tribunale interiore, sempre aperto e sempre rumoroso.

    Onorare il Sangue di Cristo significa anche riparare. Riparare l’indifferenza, le Comunioni tiepide, le liturgie celebrate senza raccoglimento, le bestemmie, la perdita del senso del sacro, la superficialità con cui trattiamo il mistero. La riparazione non nasce da amarezza, ma da amore. Chi ama soffre quando l’amato viene disprezzato. Chi ama desidera offrire un gesto contrario, una lode più pura, un atto di fede più consapevole.

    Il Sangue di Cristo è degnissimo di ogni gloria e onore perché in esso risplende l’amore trinitario manifestato nella carne del Figlio. Tutta la storia della salvezza converge in questo dono. Tutta la Chiesa vive di questo Sangue. Tutta la nostra speranza poggia su questo prezzo infinito. Davanti a tale mistero, la parola più giusta è l’adorazione.

    Alla scuola di san Gaspare

    San Gaspare desiderava che il culto al Divin Sangue fosse a gloria di Dio. La devozione non si ferma al bisogno dell’uomo; conduce all’adorazione, alla lode, alla riparazione, perché il Sangue del Figlio è degno di ogni onore. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettere 2751 e 2764, Epistolario VII, pp. 103 e 116.)

    Preghiera

    Signore Gesù, il tuo Sangue è degnissimo di ogni gloria e onore. Liberami da una preghiera interessata, capace solo di chiedere e poco capace di adorare. Rimetti Dio al centro del mio cuore, ridesta in me riverenza davanti all’Eucaristia e rendi la mia vita una piccola lode quotidiana offerta al Padre.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, degnissimo di ogni gloria e onore, salvaci.

  • Cari amici, negli ultimi anni dell’episcopato la flebite trasformò ogni passo di Gaetano Bonanni in una sofferenza. L’uomo che aveva percorso a piedi le montagne di Norcia fu costretto prima alla lettiga e poi quasi all’immobilità. La diocesi continuava a vivere nel suo cuore. Il corpo non riusciva più a seguirne le strade.

    Dopo l’ultima visita pastorale comprese che il momento della rinuncia era giunto. Aveva settantasei anni e sentiva di non poter portare ancora il peso del governo come la coscienza gli chiedeva. Presentò a Gregorio XVI una supplica semplice, priva di ogni ornamento. Dichiarava la propria età e i «gravi incomodi di salute»; consegnava liberamente il vescovado nelle mani del Papa.

    Scrisse al Papa: «Beatissimo Padre. Il Vescovo di Norcia Gaetano Bonanni prostrato ai piedi della Santità Vostra, in vista della età di anni 76, e di gravi incomodi di salute da cui è afflitto, non potendo più oltre sostenere, e reggere il peso del Vescovado, lo rassegna liberamente nelle mani della Santità Vostra e la supplica a volerla benignamente accogliere, come pure a voler in quel modo, che più gli parerà, e piacerà, provvedere ai mezzi di sussistenza, mancando affatto l’Oratore di ogni altra rendita particolare. Che della grazia… Gaetano Bonanni Vescovo di Norcia rinunzio come sopra»

    In quelle righe compare anche la sua povertà reale. Bonanni confessava di non possedere alcuna rendita personale e chiedeva al Pontefice di provvedere alla sua sussistenza nel modo ritenuto opportuno. Dopo più di ventun anni di episcopato non aveva accumulato nulla per sé. La frugalità che aveva soccorso i poveri lo lasciava ora povero tra loro.

    Gregorio XVI accolse la rinuncia il 20 marzo 1843. Bonanni rimase a Norcia con una pensione modesta e lasciò al successore, mons. Letterio Turchi, l’episcopio che aveva preparato. Per sé scelse due camerette. La sua presenza divenne più nascosta e la gente continuò a cercarlo.

    Don Pietro Silj andò a visitarlo e lo trovò seduto davanti al tavolino. Bonanni gli offrì una sedia e disse con spontanea serenità: «Poveretto me se adesso non fo orazione! Ne ho tutto il tempo. Sapete che il Santo Padre ha accettato la mia rinunzia?».

    Silj rispose di averlo saputo con dispiacere. Bonanni lo corresse subito: «Ah, no, no; e come avrei potuto far da vescovo con questo piede?». Poi aggiunse con gioia che il nuovo vescovo era buono e gli permetteva ancora di predicare, cresimare e confessare le monache.

    Don Pietro sorrise davanti a tanto entusiasmo. Gli fece osservare scherzosamente che il successore avrebbe compiuto una cosa veramente bella togliendogli almeno la facoltà di confessare. Bonanni replicò quasi per difendersi: «Io non gliel’ho domandato, lo ha fatto da sé».

    In questo dialogo affiora un Bonanni sorprendentemente luminoso. Aveva lasciato il governo e conservava intatto il desiderio di servire. Non rimpiangeva il titolo e non parlava delle prerogative perdute. Gli bastava sapere di poter ancora assolvere un’anima e annunciare la Parola.

    La diocesi lo chiamava ormai «il Vescovo Santo». Quel nome era conosciuto anche fuori Norcia. La sua autorità non proveniva più dalla giurisdizione. Nasceva dalla sofferenza accolta e dalla porta che continuava ad aprirsi davanti a chi cercava una parola.

    Le due camerette diventarono una cattedra silenziosa. Bonanni vi trascorse quasi cinque anni tra dolori crescenti e piaghe da decubito. Nei momenti di sollievo riceveva le persone e ricordava il passato. Pregava a lungo. Dal corpo consumato emergeva una serenità capace di edificare chiunque gli si avvicinasse.

    La povertà di quelle stanze raccoglieva tutta la sua vita. Il giovane sacerdote degli oratori romani e il fondatore degli Operai Evangelici abitavano ancora in quel vecchio vescovo. San Felice ritornava nelle pareti spoglie. Norcia entrava attraverso le persone che bussavano.

    Domani, 22 luglio, ricomporremo le sue ossa. Prima di accompagnarlo verso San Felice, torneremo all’ultimo giorno della sua vita. Fu una giornata colma di preghiera e attraversata da una visione misteriosa: due giovani apparvero nella sua camera con dei libri tra le mani. Al tramonto il Vescovo Santo si preparò all’incontro che aveva atteso per tutta la vita.