
Cari amici, siamo giunti al 22 luglio. Oggi le ossa di mons. Gaetano Bonanni saranno ricomposte e la sua memoria tornerà ad avere un volto dentro la nostra famiglia missionaria. Per accompagnarlo verso San Felice vogliamo sostare nell’ultima giornata della sua vita, il 17 agosto 1848.
Allo spuntare dell’alba Bonanni si alzò dal breve riposo con una letizia inconsueta. Il volto sembrava illuminato da una gioia interiore. Consacrò le prime ore del giorno alla preghiera e rimase a lungo raccolto. Di tanto in tanto pronunciava giaculatorie o ripeteva parole dei santi. Chi gli stava accanto avvertiva che quella mattina possedeva una luce diversa.
Nel corso della giornata il vecchio vescovo vide entrare nella camera due giovani. La cronaca li descrive della stessa statura, composti nell’atteggiamento e sereni nell’aspetto. Ciascuno teneva un libro tra le mani e sembrava intento a leggerlo in silenzio.
Bonanni rimase sorpreso e chiamò i domestici. Domandò come quei giovani fossero entrati. Le persone accorse nella stanza non vedevano nessuno. Egli continuava a indicare il punto nel quale si trovavano e li descriveva con precisione. Poi, davanti ai suoi occhi, le due figure scomparvero.
La testimonianza ci consegna l’accaduto con la semplicità delle cronache antiche. Non tenta di stabilire la natura di quella visione. Bonanni era poco incline a inseguire fenomeni straordinari, e proprio questo rende la scena ancora più intensa. Nel giorno dell’incontro con Dio vide due giovani con dei libri aperti, quasi che la sua lunga opera di formazione gli venisse incontro nell’ora estrema.
Quel giorno Bonanni non volle prendere il consueto riposo. Anticipò con i suoi la recita del rosario. Al tramonto fu colpito improvvisamente da un ictus. Riuscì ancora ad articolare più volte, con voce ormai debole: «Gesù mio, misericordia». Era una giaculatoria che aveva ripetuto spesso durante la vita e divenne la parola con cui consegnò l’ultima sofferenza.
Ricevette l’Unzione degli infermi. Il clero si raccolse attorno al letto e accompagnò con la preghiera il proprio antico pastore. Era giovedì, il giorno che la memoria cristiana riconduce all’Ultima Cena, all’Eucaristia e al sacerdozio. Giunta la prima ora della notte, quando il giorno aveva ormai ceduto alla sera, nell’ora che intenerisce il cuore e richiama alla casa, Bonanni si addormentò placidamente nel Signore. Aveva ottantadue anni.
Il campanone della cattedrale annunciò la morte. La notizia attraversò subito Norcia e raggiunse le case dei poveri soccorsi in segreto. Il necrologio racconta il dolore degli orfani e delle vedove. La città sentiva di aver perduto il padre che aveva conosciuto le sue strade e portato per tanti anni le sue necessità davanti a Dio.
Per tre giorni il corpo rimase esposto alla venerazione del popolo, custodito dalla Guardia Civica. Bonanni aveva disposto un funerale povero. Il suo esecutore testamentario volle invece che Norcia gli tributasse esequie solenni e fece dipingere accanto alla tomba il ritratto con l’iscrizione sepolcrale, affinché la memoria di quell’uomo non venisse cancellata.
Domenica 20 agosto la salma attraversò le vie verso la cattedrale. Il popolo accorse in silenzio. L’oratore incaricato di pronunciare l’elogio funebre, secondo il linguaggio solenne del tempo, lo presentò come un uomo suscitato da Dio per il bene della Chiesa:
«Lo Spirito Santo insegna ai superstiti a ricordare e a encomiare i buoni che l’inesorabile morte ha rapito al mondo. La loro lode ridonda alla gloria di Dio, il quale attraverso le loro opere manifesta fra gli uomini la sua indefettibile provvidenza.
Per questa ragione il Signore suscita in ogni tempo uomini grandi nella virtù, formati alla scienza dei santi, banditori ai popoli della divina parola; uomini ricchi di fervido zelo, amanti della bella e amabile rettitudine, pacifici e pacificatori, i quali hanno lasciato e continuano a lasciare monumenti di pietà, di misericordia e di gloria.
Che a questo eletto numero appartenesse l’illustre defunto monsignor Gaetano Bonanni, al quale tributiamo fra la mestizia e il cordoglio gli ultimi funebri onori, in questo augusto tempio dove non molto tempo fa esercitava con edificazione e decoro la funzione episcopale, sarebbe superfluo ripeterlo. Sarebbe quasi ingratitudine il metterlo in dubbio davanti a questa commossa e consapevole assemblea, che ne ammirò le non ordinarie virtù e per molti anni ne ricevette i benefici influssi».
L’oratore non parlava a una folla distratta. Parlava a un popolo che aveva conosciuto Bonanni, che lo aveva visto camminare nelle parrocchie, sostenere il clero, soccorrere i poveri e custodire la diocesi restaurata. Per questo poteva dire che sarebbe stata quasi ingratitudine dubitare della sua virtù.
Nel suo elogio tornò anche il ricordo della prima infanzia. Prima ancora che il bambino vedesse la luce, la madre credette di scorgere una stella posarsi sul tetto della casa nella quale attendeva il parto. Crescendo, Gaetano scrisse sulla parete accanto al letto alcune parole che avrebbero accompagnato l’intera sua esistenza: «Gaetano deve farsi santo».
Pochi giorni dopo, il segretario generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue inviò una circolare alle case. Ricordava la volontà di san Gaspare: ogni Missionario elevato all’episcopato doveva continuare a essere considerato membro della Congregazione e ricevere alla morte i suffragi previsti dalla Regola. Bonanni era rimasto uno di noi. La dignità episcopale lo aveva condotto lontano dalla vita comune, ma non aveva spezzato l’appartenenza.
Oggi quella parola antica trova un compimento inatteso. Le ossa ricomposte del confratello torneranno per una notte a San Felice, luogo dove Bonanni scriveva nel silenzio degli inverni e nei brevi intervalli fra una missione e l’altra.
Da San Felice nacque una parte importante della sua opera spirituale. Qui compose La vita di Gesù Cristo meditata, pubblicata in più volumi tra il 1816 e il 1821. Il primo volume reca una firma che questa sera acquista un significato particolare: «Dalla Solitudine di San Felice di Giano, 15 maggio 1816».
Questa casa fu chiamata da lui «solitudine». Non era una solitudine vuota. Era il luogo in cui la fatica delle missioni diventava meditazione. Il sacerdote che aveva predicato al popolo si ritirava qui per contemplare la vita di Cristo e consegnarla alla lettura di altri. Questa notte quelle antiche pietre veglieranno colui che in esse aveva custodito l’inizio della nuova opera apostolica.
Poi, domani, Bonanni ripartirà verso Roma e troverà il definitivo riposo a Santa Maria in Trivio, accanto a san Gaspare del Bufalo e al beato Giovanni Merlini. Le differenti vie delle origini torneranno a incontrarsi davanti all’altare del Sangue di Cristo.
Duecentocinque anni fa Bonanni lasciò il ritiro di San Felice per servire Norcia, esprimendo un profondo e sincero senso di inadeguatezza davanti al nuovo incarico. Si definì «ultimo dei sacerdoti, privo di scienza e vuoto di santità». Oggi torna portando con sé la gratitudine di una diocesi e il nome con cui il popolo lo aveva custodito: il Vescovo Santo.
Questa sera, davanti alle sue ossa ricomposte, a nome della nostra famiglia religiosa possiamo finalmente dirti: don Gaetano, confratello ritrovato, padre delle nostre origini, missionario sapiente e vescovo pieno di santità, bentornato tra noi.
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