
Cari amici, ieri abbiamo lasciato gli Operai Evangelici davanti a una strada ormai aperta dalla Chiesa. Pio VII aveva affidato loro un mandato missionario. Il desiderio di predicare cresceva e chiedeva un luogo nel quale diventare vita quotidiana.
Un’opera apostolica può nascere dal fuoco di una parola. Per durare ha bisogno di una casa. Servono un altare davanti al quale pregare e una mensa attorno alla quale ritrovarsi. Occorre una porta da cui partire e alla quale tornare dopo le missioni. Anche lo slancio più generoso domanda muri capaci di custodirlo.
La ricerca aveva condotto don Gaspare nel cuore dell’Umbria. Il 30 ottobre 1814, insieme a mons. Bellisario Cristaldi, si recò a Giano. Durante l’incontro con l’avvocato Paolucci prese forma l’idea di destinare agli Operai Evangelici il ritiro e la chiesa di San Felice.
Quel luogo sorgeva lontano dai clamori di Roma, circondato dalla campagna e raccolto in una solitudine che sembrava fatta per la preghiera. Da San Felice i sacerdoti avrebbero potuto raggiungere i paesi dell’Umbria e rientrare in una casa capace di formarli alla vita comune.
La prima impressione offriva ben poco spazio ai sogni. L’antica abbazia portava addosso le ferite dell’abbandono. Era stata fondata dai Benedettini e ampliata dagli Agostiniani. Dopo la partenza di questi ultimi aveva conosciuto razzie e decadenza. Anche i Passionisti avevano tentato di stabilirvisi, lasciandola poi al proprio destino.
Le mura attendevano riparazioni. Il tetto chiedeva mani e denaro. La povertà del luogo raccontava con molta chiarezza quale genere di fondazione stesse per cominciare. San Felice non offriva comodità. Offriva uno spazio da amare e ricostruire.
All’abbazia era legata una rendita impiegata dal vescovo di Spoleto per sostenere le scuole cittadine. Cristaldi, tesoriere pontificio e conoscitore di Giano, comprese che proprio quella rendita avrebbe potuto assicurare un primo sostegno agli Operai Evangelici. Si adoperò presso il Papa affinché San Felice venisse destinata alla nuova opera.
La concessione pontificia giunse il 30 novembre 1814. Sulla carta gli Operai possedevano ormai una casa. Nella vita concreta restavano molte difficoltà da affrontare.
Bonanni le vedeva tutte. Conosceva la possibile contrarietà del vescovo di Spoleto e sapeva quanto fossero pochi i sacerdoti disposti a trasferirsi. La distanza da Roma rendeva più pesante ogni decisione. Don Gaetano era ancora legato agli obblighi del canonicato e alla presenza in coro. Accettare San Felice significava lasciare una vita conosciuta per entrare in una fondazione dall’avvenire incerto.
La sua esitazione nasceva dal senso di responsabilità. Qualcuno doveva chiedersi come nutrire i sacerdoti e riparare le stanze. La Provvidenza ama la fiducia e si serve volentieri della prudenza di chi controlla se il tetto reggerà all’inverno.
La strada si aprì lentamente. Il 5 luglio 1815 il priore Luparini, munito della procura dello stesso don Gaetano, prese possesso canonico di San Felice a nome dell’Istituto nascente. Fu un atto giuridico compiuto quasi in silenzio. In quel momento gli Operai Evangelici misero piede dentro una storia e dentro una casa reale.
Pochi giorni dopo Gaspare compì una scelta destinata a imprimere una direzione nuova alla sua vita. Il 20 luglio rinunciò al canonicato per dedicarsi pienamente alle missioni popolari. Lasciava gli obblighi del coro e accoglieva la libertà necessaria per percorrere le strade. La missione non sarebbe più entrata negli spazi rimasti liberi dai suoi incarichi. Sarebbe diventata la forma della sua esistenza sacerdotale.
Il 26 luglio Gaspare e Bonanni furono ricevuti da Pio VII. Si presentarono davanti al Papa portando la povertà di un’opera ancora fragile e la speranza di una casa appena ricevuta. San Felice aveva bisogno di restauri. I compagni erano pochi. Il popolo attendeva sacerdoti capaci di annunciare nuovamente il Vangelo dopo gli anni della tempesta.
La benedizione del Pontefice raccolse tutto questo e lo pose nel cuore della Chiesa. I due sacerdoti non partivano come uomini affidati al proprio entusiasmo. Ricevevano conferma dal successore di Pietro e imparavano che la missione sarebbe stata feconda finché fosse rimasta dentro l’obbedienza.
Il 1° agosto Gaspare arrivò a San Felice e diede inizio ai lavori più urgenti. Prima delle grandi predicazioni vennero le stanze da rendere abitabili e gli spazi da liberare dalle tracce dell’abbandono. Il futuro apostolo del Preziosissimo Sangue cominciò la propria avventura umbra tra polvere e calcinacci. Anche questa è storia sacra: Dio prepara le strade del Vangelo attraverso mani che sanno rimboccarsi le maniche.
Il 15 agosto 1815, nella solennità dell’Assunta, la Casa di Missione venne finalmente aperta. Accanto a Bonanni e Gaspare erano presenti don Adriano Giampedi e il marchese don Vincenzo Tani. Quattro sacerdoti legavano il proprio nome alla pietra iniziale di una storia che nessuno poteva ancora misurare.
Don Giovanni Merlini avrebbe ricordato quel giorno come una festa grande. La gente accorse verso l’abbazia e le campane di Giano risposero a quelle di San Felice. Nella chiesa venne cantato il Te Deum. Dopo mesi di incertezze, le antiche mura tornavano a custodire la preghiera e si aprivano alla missione.
Bonanni divenne il primo superiore della Casa. Rimase stabilmente a San Felice e si occupò della struttura. Accoglieva le persone che cercavano una parola e teneva insieme la fragile vita comune. Gaspare sentiva già il richiamo delle strade e partiva per predicare, cercare sacerdoti e preparare nuove fondazioni.
Anni dopo Bonanni avrebbe ricordato con semplicità quella distinzione: Gaspare usciva per le missioni e per l’apertura di altre case; lui rimaneva a Giano per sistemare San Felice e coltivare le anime. La missione aveva bisogno del passo di chi partiva e della fedeltà di chi restava.
Tra quelle mura avrebbe preso forza anche la questione del nome. Gli Operai Evangelici stavano ricevendo una fisionomia più chiaramente legata al Preziosissimo Sangue. Gaspare vi riconosceva il cuore della predicazione. Bonanni custodiva la natura sacerdotale dell’opera nata a Roma. Ne parleremo domani, seguendo un discernimento che avrebbe dato alla nuova famiglia il nome consegnato alla storia.
Oggi San Felice ci appare per ciò che divenne in quel 15 agosto: il primo grembo della missione. L’intuizione romana trovò una casa tra gli ulivi dell’Umbria. La parola ricevuta dal Papa si fece vita comune e partenza apostolica.
Al centro di quella nascita troviamo Gaetano Bonanni. Aveva raccolto gli Operai Evangelici e ne aveva preparato la prima forma. Ora accettava di abitare una casa povera e di servire un’opera che cominciava già ad aprirsi oltre le sue previsioni.
Il prossimo 22 luglio, dopo più di due secoli, Bonanni tornerà a San Felice. Le sue ossa ricomposte riposeranno per una notte nella cripta della casa che lo vide primo superiore. Le pietre davanti alle quali aveva pregato accoglieranno ancora la sua presenza. I confratelli veglieranno colui che aveva custodito il loro primo inizio.
Sarà il ritorno di un padre nella casa alla quale aveva consegnato una parte decisiva della propria vita. Nel silenzio della cripta, la memoria diventerà preghiera. San Felice riconoscerà finalmente uno dei suoi fondatori e potrà stringerlo ancora una volta tra le proprie mura.
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