Cari amici, da qualche tempo mi sorprendo a fare attenzione a certe piccole modificazioni del linguaggio ecclesiale che, prese singolarmente, potrebbero sembrare irrilevanti. Mi capita di ascoltare un intervento ufficiale che comincia con «buongiorno a tutte e a tutti», oppure di notare una cura sempre maggiore nel raddoppiare sistematicamente alcune espressioni per rendere esplicito il riferimento al maschile e al femminile. Sono formule ormai comuni nel linguaggio pubblico e nessuno scandalo può nascere da un saluto rivolto «a tutte e a tutti». Proprio la loro normalità, però, mi ha fatto cominciare a riflettere.

Anche qui occorre distinguere con attenzione. Dire «fratelli e sorelle» non rappresenta certamente una novità introdotta dalla cultura contemporanea. È linguaggio biblico, cristiano, familiare alla vita della Chiesa da secoli. Diverso è il fenomeno per cui il linguaggio viene progressivamente riorganizzato secondo una sensibilità che ritiene necessario rendere sempre esplicite le identità alle quali ci si rivolge. Non mi interessa discutere se una determinata formula sia elegante o meno. Mi interessa capire che cosa accade quando un modo di parlare, nato dentro una precisa visione culturale, diventa lentamente naturale anche dentro la Chiesa.

Le parole hanno questa strana capacità di arrivare prima delle idee. Cominciamo a usarle perché appartengono al linguaggio comune, poi diventano familiari e, insieme ad esse, può entrare senza particolare resistenza anche il modo di guardare la realtà dal quale quelle parole provengono. È difficile stabilire il momento esatto in cui questo accade. Forse proprio per questo vale la pena prestarvi attenzione.

Qualche volta questo processo raggiunge perfino il linguaggio della liturgia. Nella terza edizione italiana del Messale abbiamo cominciato a dire «fratelli e sorelle» in alcuni punti nei quali il testo latino continua a utilizzare semplicemente fratres. La scelta fu presentata dalla stessa CEI dentro una ricerca di linguaggio più inclusivo e più attento alla sensibilità contemporanea.

Non vi trovo nulla di scandaloso e comprendo bene la ragione pastorale che l’ha suggerita. Mi domando piuttosto se un libro destinato ad accompagnare la preghiera della Chiesa per molti anni debba recepire con tanta rapidità mutamenti linguistici che la cultura da cui provengono continua a trasformare.

Mentre il nuovo Messale rendeva esplicita la coppia «fratelli e sorelle», una parte dello stesso dibattito culturale cominciava già a considerare insufficiente il linguaggio costruito soltanto sul maschile e sul femminile. La questione, allora, non riguarda quelle due parole. Riguarda il metodo con cui la Chiesa decide quali sensibilità del presente debbano entrare stabilmente nei propri testi.

Un libro liturgico non viene aggiornato ogni due anni. Rimane nelle mani delle comunità per decenni. Proprio per questo mi chiedo se la sua lingua debba inseguire ciò che una determinata stagione culturale considera inclusivo oppure custodire una maggiore stabilità, capace di attraversare anche i cambiamenti successivi.

Da qui nasce una preoccupazione che negli ultimi giorni, leggendo anche una recente intervista di Avvenire dedicata agli orientamenti della teologia morale, è tornata con maggiore insistenza: quanto tempo impiega la Chiesa a metabolizzare la cultura nella quale vive?

La domanda non nasce dal desiderio di una Chiesa impermeabile al proprio tempo. Una Chiesa incapace di ascoltare gli uomini e le donne che incontra tradirebbe qualcosa della propria missione. Il Vangelo viene annunciato a persone reali, dentro una storia concreta, con domande che cambiano e sensibilità che non possono essere ignorate. Ciò che mi interroga è il modo in cui questo incontro avviene, soprattutto considerando i tempi lunghi attraverso i quali la Chiesa recepisce i cambiamenti culturali.

Questi tempi lunghi sono spesso una benedizione. Una comunità che porta dentro di sé duemila anni di storia non può modificare la propria comprensione dell’uomo ogni volta che una società cambia vocabolario. La lentezza consente di osservare, comprendere e attendere che una novità mostri anche le proprie conseguenze. Il rischio compare quando questo tempo non viene utilizzato per discernere ciò che una cultura porta con sé e finisce per diventare semplicemente il tempo necessario perché quella cultura venga assorbita.

Ripenso, da questo punto di vista, agli anni Sessanta e alla stagione che simbolicamente identifichiamo con il 1968. Da allora sono trascorsi quasi sessant’anni. Quella cultura ha prodotto trasformazioni profonde nel modo di concepire l’autorità, la libertà personale, la sessualità, le istituzioni e la stessa idea di autenticità. Sarebbe ingenuo immaginare che tutto ciò sia entrato immediatamente nella Chiesa. Molte di quelle sensibilità sono passate attraverso la formazione di generazioni che, decenni più tardi, hanno assunto responsabilità pastorali e accademiche e hanno finito per considerare naturale un linguaggio che nella loro giovinezza era stato percepito come radicalmente nuovo.

Nel frattempo il mondo che aveva generato quelle idee aveva già cominciato a cambiarle. È questo ritardo che mi interessa. Alcune categorie possono perdere forza nella società e continuare ad apparire relativamente nuove negli ambienti ecclesiali, proprio perché il loro percorso dentro la Chiesa è stato molto più lento. Non significa che tutto ciò che apparteneva a quella stagione fosse sbagliato. Significa che la Chiesa rischia talvolta di fare propria una fase della modernità quando quella stessa modernità si trova già altrove.

Anche il pontificato di Francesco mi ha fatto pensare qualche volta a questo fenomeno. Sarebbe ingiusto leggerlo semplicemente attraverso le categorie degli anni Settanta, perché la sua formazione spirituale, pastorale e teologica è molto più ricca e complessa. Durante il suo pontificato hanno comunque trovato ampia visibilità ecclesiale alcune sensibilità maturate nel secondo Novecento, e questo mostra quanto sia lungo il cammino che separa la nascita di una prospettiva culturale dal momento nel quale essa diventa capace di incidere stabilmente nel linguaggio e nelle priorità della Chiesa.

La domanda diventa ancora più interessante guardando ciò che sta accadendo oggi. Negli ultimi anni abbiamo visto affermarsi una cultura molto attenta all’identità percepita, al riconoscimento delle differenze, al peso delle parole, alle dinamiche di vulnerabilità e di potere. Con il termine, ormai piuttosto consumato, di “woke” si sono raccolti fenomeni diversi che sarebbe poco serio trattare come un blocco unico. Alcune domande emerse da quella sensibilità hanno aiutato anche noi cristiani a vedere meglio sofferenze che avevamo compreso troppo poco. Penso alla necessità di ascoltare realmente chi ha subito forme di abuso o di emarginazione e alla maggiore consapevolezza di quanto un esercizio distorto dell’autorità possa ferire profondamente una persona.

Proprio per questo non mi interessa una polemica contro la cosiddetta cultura woke. Mi interessa ciò che viene dopo l’ascolto. Quando incontriamo una domanda nuova, possiamo comprenderla alla luce dell’antropologia cristiana oppure possiamo lentamente assumere anche l’idea di uomo dentro la quale quella domanda è nata. La differenza all’inizio può sembrare minima. Col passare del tempo diventa enorme.

È quanto accade, per esempio, con la coscienza. La tradizione cattolica la considera il luogo nel quale la persona riconosce il bene concreto da compiere, attraverso una ragione che ha bisogno di essere formata e illuminata dalla verità. Nel linguaggio contemporaneo la coscienza tende facilmente a essere identificata con lo spazio inviolabile della decisione personale. Si continua a usare la stessa parola e, quasi impercettibilmente, cambia la realtà che essa indica.

Qualcosa di simile può accadere quando parliamo di accompagnamento. Accompagnare cristianamente una persona significa entrare con rispetto nella sua storia e aiutarla a leggerla davanti a Dio, lasciando che anche ciò che è difficile possa diventare luogo di conversione. Se lentamente scompare questo orizzonte, l’accompagnamento può finire per coincidere con la conferma della strada che una persona ha già scelto.

Anche il termine dignità merita la stessa attenzione. Per la fede cristiana la dignità appartiene alla persona prima di ogni scelta e precede perfino la consapevolezza che ciascuno ha di sé. La riceviamo insieme alla nostra esistenza. Quando invece l’identità viene pensata soprattutto come costruzione personale, anche la dignità tende ad essere collegata al riconoscimento sociale di ciò che ciascuno dichiara di essere.

È qui che le piccole variazioni di linguaggio con cui ho iniziato questa riflessione smettono di sembrarmi tanto piccole. Non perché ogni formula inclusiva nasconda un programma ideologico. Sarebbe una lettura puerile. Il linguaggio può però essere il luogo nel quale una diversa comprensione dell’uomo diventa familiare molto prima che qualcuno senta il bisogno di formularla esplicitamente.

Nel frattempo, ed è questo l’aspetto che trovo quasi paradossale, una parte del mondo progressista americano sta già cominciando a prendere le distanze da alcune rigidità della stagione identitaria degli ultimi anni. Anche nel dibattito politico italiano iniziano ad affiorare segnali simili. Ci si accorge che un linguaggio pensato per includere può talvolta allontanare, che la frammentazione delle identità rischia di rendere più difficile costruire appartenenze comuni e che alcune battaglie culturali hanno finito per oscurare problemi sociali molto concreti.

Non sappiamo dove porterà questo ripensamento. Forse nascerà ciò che, scherzando, potremmo chiamare un Woke 2.0, seguito prima o poi da altre versioni ancora. La cultura contemporanea possiede una velocità di trasformazione che difficilmente diminuirà nei prossimi decenni.

Ed è qui che la mia preoccupazione ritorna alla Chiesa. Coloro che oggi frequentano i seminari e le facoltà teologiche, quelli che stanno iniziando un cammino accademico o un servizio nelle strutture pastorali, porteranno con sé inevitabilmente qualcosa del clima culturale nel quale si stanno formando. Fra venti o trent’anni alcuni di loro avranno responsabilità decisive. Saranno formatori, teologi, superiori, vescovi. È il normale avvicendamento delle generazioni e non potrebbe accadere diversamente.

Mi domando quale mondo incontreranno allora. Nel 2050 parleremo ancora del corpo, dell’identità e della libertà nello stesso modo in cui ne parliamo oggi? La rapidità con cui negli ultimi decenni sono cambiate le categorie culturali dovrebbe renderci molto cauti. Potrebbe accadere che alcune prospettive che oggi cominciano appena ad affacciarsi nella riflessione ecclesiale raggiungano piena maturità proprio quando la società che le ha generate avrà già iniziato a considerarle insufficienti.

A quel punto la Chiesa rischierebbe di trovarsi nuovamente nella curiosa situazione di aver impiegato decenni per raggiungere un presente che, nel frattempo, è diventato passato.

Questa possibilità mi porta inevitabilmente al Concilio Vaticano II, perché è proprio il Concilio ad averci consegnato uno dei criteri più belli per comprendere il rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo. Gaudium et spes chiede di «scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Mi sembra importante fermarsi sulla frase intera. I segni dei tempi devono essere scrutati seriamente, con attenzione e senza paura. Il loro significato viene poi cercato alla luce del Vangelo.

Lo stesso Concilio riconosce senza difficoltà che la Chiesa può ricevere molto dalla storia e dalle culture che incontra. Arriva a chiedere ai pastori e ai teologi di ascoltare e discernere «i vari linguaggi del nostro tempo», mantenendo la capacità di giudicarli alla luce della Parola di Dio (cfr. GS 44). È difficile immaginare un rapporto con la modernità più aperto di questo e, nello stesso tempo, più libero.

Forse è proprio questa libertà che dovremmo custodire meglio. Il Vaticano II non ci ha chiesto di rincorrere il mondo fino a raggiungerlo. Ci ha chiesto di conoscerlo abbastanza da potergli parlare davvero. Sono due cose molto diverse. Per conoscere il proprio tempo occorre ascoltarlo, lasciarsi interrogare e riconoscere anche ciò che esso riesce a comprendere meglio di noi. Per parlare davvero a quel tempo occorre possedere qualcosa che non dipenda interamente da esso.

Paolo VI aveva presente questa esigenza quando nell’Ecclesiam suam propose il dialogo come forma dell’incontro tra la Chiesa e gli uomini del proprio tempo. Quel dialogo non nasceva dall’incertezza circa ciò che la Chiesa aveva ricevuto, nasceva dalla consapevolezza che la verità cristiana deve saper raggiungere persone che abitano culture sempre diverse.

Forse dovremmo tornare a guardare anche san Tommaso da questa prospettiva. Il suo incontro con Aristotele non fu un tentativo di rendere finalmente moderna la fede cristiana del XIII secolo. Tommaso ascoltò una grande novità intellettuale del proprio tempo e la attraversò con una libertà che gli derivava dalla solidità del proprio pensiero cristiano. Poteva imparare senza sentirsi obbligato ad assimilare tutto. Poteva riconoscere ciò che era vero e continuare a interrogare ciò che rimaneva insufficiente.

È questo modo di stare nel proprio tempo che mi piacerebbe ritrovare nella Chiesa. Non sento nostalgia per una Chiesa chiusa alle domande della modernità. Una Chiesa simile finirebbe per parlare a un uomo che non esiste più. Mi inquieta piuttosto l’idea opposta, quella di una Chiesa che, desiderosa di dimostrarsi finalmente contemporanea, impieghi così tanto tempo ad assimilare ogni nuova cultura da riuscire a farlo quando quella cultura ha già iniziato a tramontare.

A quel punto non avremmo davvero incontrato il nostro tempo. Avremmo semplicemente imparato a parlare, con qualche decennio di ritardo, il linguaggio del tempo precedente. Forse la Tradizione serve anche a salvarci da questo destino. Non perché ci permetta di ignorare il presente, perché ci consegna una memoria abbastanza lunga da attraversarlo senza esserne prigionieri. Così la Chiesa può continuare a imparare da ogni generazione senza essere costretta a ricominciare ogni volta da capo e può parlare all’uomo che verrà senza avere continuamente bisogno di installare l’ultima versione del mondo.

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