
Quando il 20 maggio Papa Leone XIV iniziò il ciclo di catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, avevo provato ad anticipare alcune attese che mi sembravano particolarmente importanti. La liturgia rimane uno degli ambiti nei quali le vicende del post-concilio continuano a pesare maggiormente sulla vita della Chiesa. Intorno alla riforma si sono consolidate letture contrapposte e spesso il documento conciliare viene chiamato in causa per sostenere prassi assai lontane tra loro. Mi sembrava quindi necessario che il nuovo percorso ci riportasse anzitutto alla Sacrosanctum Concilium, permettendo al testo di chiarire le intenzioni del Concilio e di offrire i criteri con i quali leggere anche ciò che è accaduto successivamente.
Ora che le otto catechesi si sono concluse, possiamo tornare a quella domanda iniziale e verificare quanto di ciò che attendevamo abbia trovato risposta.
Ripartire dal mistero prima di giudicare la riforma
La prima attesa riguardava il punto di partenza. Avevamo bisogno di tornare a parlare della liturgia a partire da ciò che essa è nella vita della Chiesa, prima di affrontare le controversie sulle sue forme.
Leone XIV ha scelto esattamente questa strada. Nella prima catechesi ha spiegato che i Padri conciliari, elaborando la Sacrosanctum Concilium, vollero condurre la Chiesa ad approfondire «quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo». La liturgia viene descritta come il luogo nel quale «si attua l’opera della nostra redenzione», perché il mistero pasquale vi è reso sacramentalmente presente e Cristo continua ad agire nella sua Chiesa.
Questa impostazione ha orientato tutto ciò che è venuto dopo. Prima di chiedersi come debba essere celebrata la liturgia, il Papa ha ricordato chi vi agisce. Cristo santifica il suo popolo e associa la Chiesa alla propria offerta al Padre. Per questa ragione ogni celebrazione possiede una realtà che precede il celebrante e l’assemblea.
Era uno dei punti sui quali avevamo insistito all’inizio del percorso. Gran parte delle deformazioni liturgiche nasce quando la celebrazione viene considerata a partire dalle esigenze della comunità, dalla sensibilità del sacerdote o dalla necessità di ottenere immediatamente una determinata risposta pastorale. Leone XIV ha spostato l’attenzione alla sorgente e ha ricordato che la liturgia vive perché Cristo vi esercita il proprio sacerdozio.
Da questa prospettiva acquista significato anche il principio della lex orandi, lex credendi. Le forme liturgiche possiedono una capacità reale di plasmare la coscienza credente perché attraverso di esse la Chiesa entra nell’azione di Cristo. La questione liturgica riguarda quindi la fede vissuta e trasmessa, oltrepassando ampiamente il terreno delle preferenze estetiche.
Su questo primo punto, l’attesa iniziale può essere considerata pienamente soddisfatta. Il Papa ha ricondotto la discussione liturgica al mistero prima di affrontare la riforma.
Una Tradizione capace di sviluppo
La seconda catechesi ha affrontato una delle questioni più delicate: il rapporto tra riforma e Tradizione. Leone XIV ha scelto di partire da Pio XII e dalla Mediator Dei, ricordando che la Chiesa è un organismo vivente e che anche le forme liturgiche, conservando ciò che appartiene alla loro sostanza, conoscono uno sviluppo nella storia. Ha quindi ripreso la formula della Sacrosanctum Concilium che esprime con grande equilibrio il criterio del Concilio: «conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso».
L’importanza di questa formulazione appare ancora più chiaramente nel seguito della catechesi. Il Papa ricorda che ogni revisione deve rispondere a «una vera e accertata utilità della Chiesa» e che le nuove forme devono «scaturire organicamente da quelle esistenti».
Sono parole che permettono di superare una rappresentazione assai povera della questione liturgica, nella quale la fedeltà alla Tradizione viene identificata con l’impossibilità di ogni sviluppo e la riforma viene fatta coincidere con la libertà di introdurre forme nuove. Leone XIV colloca entrambe dentro la vita della Chiesa e affida il discernimento all’autorità ecclesiale.
Anche questa corrispondeva a una delle nostre attese più esplicite. Avevamo auspicato una lettura della riforma dentro la continuità della fede della Chiesa, riconoscendo nello stesso tempo che una Tradizione viva possiede una reale capacità di sviluppo. Il Papa ha assunto questo criterio con chiarezza e lo ha fatto risalire al Magistero che precedette il Vaticano II, sottraendo così l’idea stessa di riforma alla narrazione secondo la quale tutto sarebbe cominciato improvvisamente negli anni Sessanta.
Questa scelta diventerà ancora più significativa nell’ultima catechesi, quando Leone XIV ricostruirà gli interventi di Pio XII e di Giovanni XXIII e collocherà il Vaticano II dentro un movimento di riforma già presente nella vita della Chiesa.
Il rito che precede la nostra spontaneità
La terza catechesi ha aggiunto un passaggio che, all’inizio del percorso, avevamo soltanto intuito. Leone XIV definisce i riti «la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge». Questa espressione cambia profondamente il modo di considerare la forma liturgica. Il rito acquista un valore che deriva dalla sua appartenenza all’azione sacramentale della Chiesa e dalla capacità di introdurre il credente nel mistero celebrato.
Il Papa arriva poi a riconoscere che la sequenza ricevuta dei gesti e delle preghiere «talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità». In questa osservazione si trova una delle correzioni più significative alla mentalità che ha accompagnato alcune esperienze del post-concilio.
Per molti anni la spontaneità è stata facilmente associata all’autenticità della celebrazione. Si è immaginato che un sacerdote più libero rispetto alla forma rituale riuscisse a comunicare meglio con la propria comunità e che l’aggiunta di elementi immediatamente comprensibili rendesse la liturgia più vicina alla vita. Leone XIV segue un’altra direzione. Il rito ci precede e proprio questa precedenza possiede una capacità educativa. Il fedele entra in un linguaggio ricevuto e, attraverso quel linguaggio, impara progressivamente a lasciarsi formare.
La riflessione sui simboli completa questo passaggio. Il Papa riprende l’invito, già formulato da Papa Francesco attraverso Romano Guardini, a diventare «nuovamente capaci di simboli». La formazione liturgica assume così un carattere mistagogico: accompagna il credente dentro il linguaggio della celebrazione, affinché possa riconoscere la realtà salvifica che quel linguaggio rende presente.
Anche qui ritroviamo una delle attese con le quali avevamo iniziato. Speravamo che Leone XIV aiutasse a recuperare una liturgia capace di formare il fedele, evitando che fosse la comunità a dover continuamente ridisegnare il rito secondo la propria sensibilità. La catechesi sul simbolo ha dato a questa intuizione una base teologica molto più profonda.
Partecipare entrando nell’offerta di Cristo
Uno dei punti sui quali avevamo espresso maggiori attese riguardava la actuosa participatio. È probabilmente l’espressione conciliare che ha conosciuto le interpretazioni più diverse nella pastorale liturgica degli ultimi decenni. Leone XIV vi è tornato più volte, evitando di definirla attraverso la quantità delle funzioni esercitate durante la celebrazione.
Nella catechesi sull’Eucaristia ha ripreso sant’Agostino: «Siate ciò che vedete, e ricevete ciò che siete». La partecipazione conduce il fedele dentro il mistero del Corpo di Cristo e raggiunge la sua verità nell’offerta della vita. Il Papa cita quindi Sacrosanctum Concilium 48 ricordando che l’assemblea offre il sacrificio «non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui». La presenza del ministero sacerdotale conserva in questo modo la propria specificità e l’intera comunità viene associata all’offerta di Cristo.
Questa impostazione è importante anche perché il Papa richiama nello stesso contesto la natura sacrificale dell’Eucaristia. Citando Sacrosanctum Concilium 47 ricorda che Cristo ha istituito «il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue» per perpetuare nei secoli «il sacrificio della croce». Dopo una stagione nella quale alcune forme di catechesi hanno privilegiato quasi esclusivamente il linguaggio della mensa e del convito, il testo conciliare viene restituito nella sua integrità.
La sesta catechesi, dedicata all’anno liturgico, amplia ulteriormente la riflessione sulla partecipazione. Leone XIV la colloca dentro il convenire in unum della comunità domenicale e precisa che l’assemblea «non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo». La partecipazione nasce dalla convocazione ecclesiale e dalla condivisione reale dell’azione liturgica.
Questo permette di comprendere quanto fosse riduttiva l’idea, abbastanza diffusa, secondo la quale partecipare richiederebbe necessariamente lo svolgimento di una funzione visibile. La catechesi successiva sulla musica renderà ancora più esplicito il criterio, richiamando le parole della Costituzione secondo cui ciascuno è chiamato a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza».
La partecipazione attiva emerge dunque dalle catechesi come ingresso consapevole nel mistero celebrato e come disponibilità a lasciarsi trasformare dall’azione di Cristo. Era precisamente la chiarificazione che speravamo di ricevere.
La liturgia che continua oltre la celebrazione
Un’altra attesa riguardava il rapporto tra liturgia e vita cristiana. Anche su questo punto il percorso del Papa ha offerto elementi significativi.
Nella prima catechesi Leone XIV aveva già precisato che la partecipazione possiede una dimensione interiore ed esteriore e deve estendersi alla vita quotidiana. Nella quinta ha mostrato come la preghiera della Chiesa accompagni il tempo attraverso la Liturgia delle Ore, definita insieme all’Eucaristia «il respiro della vita della Chiesa».
Il Papa riprende una delle espressioni più profonde della Sacrosanctum Concilium, parlando della «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre». La preghiera liturgica viene così ricondotta ancora una volta all’iniziativa di Cristo, mentre il fedele viene inserito in una voce ecclesiale che precede la propria preghiera individuale.
Questa prospettiva si sviluppa nella catechesi sull’anno liturgico. Riprendendo Pio XII, Leone XIV afferma che esso è «Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa» e che i suoi misteri rimangono «perennemente presenti ed operanti». La conclusione della catechesi contiene poi una delle affermazioni pastoralmente più significative dell’intero ciclo: l’anno liturgico «costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale».
È un’affermazione che modifica il rapporto fra pastorale e liturgia. La comunità cristiana riceve dall’anno liturgico la forma del proprio cammino e si lascia condurre attraverso il mistero di Cristo. La pastorale trova così nella liturgia una sorgente capace di orientarla, evitando di considerare la celebrazione come uno strumento da adattare continuamente alle iniziative pastorali.
Anche su questo punto le catechesi hanno offerto qualcosa di più di quanto avevamo previsto all’inizio.
La musica sottoposta al criterio della liturgia
Quando Leone XIV è arrivato al capitolo della Sacrosanctum Concilium dedicato alla musica sacra, il principio elaborato nelle catechesi precedenti ha trovato un’applicazione molto concreta. Il Papa afferma che la musica «è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione». Da questa funzione ministeriale derivano i criteri per giudicare il canto e gli strumenti. La musica viene valutata a partire dalla sua relazione con il rito e dalla capacità di servire la preghiera della Chiesa.
Leone XIV riconosce il valore particolare del canto gregoriano e richiama l’attenzione riservata dal Concilio all’organo. Nello stesso tempo incoraggia nuove composizioni che nascano dalla conoscenza del patrimonio ricevuto e siano capaci di esprimersi dentro le culture contemporanee.
Particolarmente significativo è il richiamo alla necessità di «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra». Il Papa riprende qui san Giovanni Paolo II e inserisce questa esigenza dentro un discorso sulla formazione dei musicisti e dei cantori.
Nel nostro articolo iniziale avevamo dedicato ampio spazio alla musica, ricordando quanto la recezione postconciliare avesse spesso confuso l’accessibilità con la banalizzazione. L’insegnamento di Leone XIV conferma la legittimità di questa preoccupazione e la riconduce al criterio decisivo: la musica riceve la propria forma dalla liturgia che è chiamata a servire.
Quando il Papa arriva alle ferite del post-concilio
All’inizio del percorso avevamo espresso un’attesa particolarmente delicata. Speravamo che Leone XIV potesse riconoscere le deformazioni liturgiche sviluppatesi dopo il Concilio senza trasformare la Sacrosanctum Concilium nel loro capro espiatorio e senza offrire una difesa indiscriminata di tutto ciò che era avvenuto durante la stagione della riforma.
È nell’ultima catechesi che questa attesa trova la risposta più esplicita. Dopo aver ricostruito le motivazioni che portarono i Padri conciliari a chiedere una revisione dei libri liturgici, Leone XIV afferma che «la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone […] nel solco della tradizione vivente della Chiesa».
Subito dopo aggiunge un passaggio che considero decisivo per leggere l’intero ciclo: «La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa».
Il Papa riconosce dunque l’esistenza degli abusi e ne individua anche un meccanismo. Alcuni principi autentici della riforma sono stati assolutizzati oppure compresi in maniera errata.
Questa osservazione permette di comprendere molte delle prassi discusse nelle catechesi precedenti. La partecipazione può essere deformata quando viene identificata con il continuo intervento dell’assemblea. L’esigenza di intelligibilità può perdere il proprio equilibrio quando il rito viene continuamente accompagnato da spiegazioni. La possibilità di adattamento può trasformarsi in iniziativa individuale quando il celebrante interviene sulla forma ricevuta.
Leone XIV aveva già ricordato nella seconda catechesi che la Sacrosanctum Concilium dissuade chiunque dall’«aggiungere o togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa». Nell’ultima catechesi porta questo principio sul terreno della responsabilità ecclesiale e afferma che è «responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità».
Questo passaggio risponde con particolare chiarezza a una delle questioni che ci eravamo posti durante tutto il percorso. Gli abusi liturgici ricevono una valutazione ecclesiale precisa e la loro correzione viene affidata a chi possiede realmente la responsabilità della celebrazione nella Chiesa.
Una verifica che resta ancora da compiere
Il bilancio complessivo sarebbe incompleto se affermassimo che tutte le questioni con le quali eravamo partiti sono state definitivamente risolte.
Alcuni temi presenti nella nostra riflessione iniziale sono rimasti ai margini del ciclo. Leone XIV ha parlato del gregoriano e dell’organo, mentre non ha dedicato una riflessione specifica alla permanenza del latino nella liturgia romana. Anche il capitolo della Sacrosanctum Concilium sull’arte sacra non è stato oggetto di una catechesi propria.
Il Papa ha inoltre spiegato i criteri attraverso i quali il Concilio comprese la riforma e ha riconosciuto le deformazioni sviluppatesi nella sua recezione. Non ha svolto una valutazione dettagliata delle singole scelte compiute nella concreta riforma dei libri liturgici successiva al Vaticano II. Questa distinzione è importante.
Affermare che il Concilio volle una riforma e che tale riforma appartiene alla vita della Tradizione non comporta automaticamente la conclusione che ogni soluzione adottata nella sua concreta attuazione abbia raggiunto nello stesso modo gli obiettivi stabiliti dalla Sacrosanctum Concilium. Il Papa non entra in questa verifica storica e sarebbe scorretto attribuirgliela.
Le sue stesse catechesi rendono però possibile porre la domanda. Leone XIV ha ricordato, riprendendo il numero 21 della Costituzione, che nella liturgia esiste «una parte immutabile, perché di istituzione divina» e che vi sono «parti suscettibili di cambiamento» che possono persino dover variare quando non risultino più adeguate all’intima natura della liturgia.
Questo principio appartiene alla natura permanente della vita liturgica della Chiesa. Le forme promulgate dopo il Vaticano II, per quanto riguarda gli elementi suscettibili di sviluppo, rimangono anch’esse affidate al discernimento dell’autorità ecclesiale.
Dopo oltre mezzo secolo la Chiesa possiede un’esperienza che i Padri conciliari non potevano ancora avere. Può osservare quali scelte abbiano favorito concretamente la finalità indicata dal Concilio e può verificare quelle nelle quali siano emerse difficoltà che meritano un ulteriore discernimento.
Leone XIV non annuncia una nuova riforma liturgica. Dal principio da lui richiamato deriva però la possibilità ecclesiale di continuare a valutare le parti modificabili della liturgia. La stessa concezione della Tradizione che rese possibile la riforma impedisce di trasformare le soluzioni maturate in una determinata stagione storica in un punto definitivamente sottratto a ogni sviluppo.
Forse proprio qui si trova la questione che queste catechesi lasciano aperta per il futuro.
Che cosa rimane dopo queste otto catechesi
Quando abbiamo iniziato questo cammino speravamo che Papa Leone XIV potesse aiutarci a ritrovare la Sacrosanctum Concilium al di là delle letture che ne hanno condizionato la recezione. Dopo otto catechesi mi sembra possibile riconoscere che questa attesa ha ricevuto una risposta sostanziale.
Il Papa ha letto la liturgia a partire dal mistero di Cristo e ha collocato la riforma dentro la Tradizione vivente. Ha ricondotto la partecipazione all’ingresso nell’azione salvifica del Signore e ha riconosciuto esplicitamente gli abusi prodotti dalla cattiva comprensione di alcuni principi conciliari. Nel corso del percorso ha anche mostrato come la liturgia formi la preghiera della Chiesa e come la musica riceva dal rito il criterio del proprio servizio.
Rimane aperta la verifica storica di alcune scelte della riforma e rimangono questioni che questo ciclo non ha affrontato. Questo non diminuisce il valore delle catechesi. Ne indica piuttosto il carattere: Leone XIV ha offerto anzitutto criteri con i quali la Chiesa può continuare a discernere.
All’inizio avevamo scritto che sarebbe stato importante tornare a domandarci se nella liturgia lasciamo realmente che Cristo rimanga al centro. Le otto catechesi ci riportano precisamente a questa domanda, con una consapevolezza più matura.
Quando il Papa afferma che i riti sono la «mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge», ci ricorda che la liturgia viene ricevuta prima di essere spiegata o adattata. Quando chiede di «conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso», riconosce che la fedeltà ecclesiale possiede anche una storia. Quando denuncia gli abusi nati dall’assolutizzazione di alcuni principi, rende possibile distinguere il Concilio dalle deformazioni che si sono sviluppate in suo nome.
Forse è questo il risultato più importante del percorso appena concluso. La Sacrosanctum Concilium torna ad essere un criterio con il quale giudicare la riforma e la sua recezione, invece di rimanere il nome dietro il quale ciascuno cerca una giustificazione per la propria posizione.
A distanza di sessant’anni, questa possibilità di tornare alle intenzioni del Concilio e di verificare con serenità ciò che ne è seguito può diventare un servizio prezioso alla vita liturgica della Chiesa. Le catechesi di Leone XIV hanno fornito gli strumenti per iniziare questa verifica. Il passo successivo dipenderà dalla capacità della Chiesa di tradurre quei criteri nella formazione e nella celebrazione concreta, conservando anche la libertà di interrogare ciò che l’esperienza ha ormai consegnato al suo discernimento.
Il percorso sulla Sacrosanctum Concilium si conclude così senza consegnarci una soluzione precostituita a tutte le controversie liturgiche. Ci restituisce qualcosa di più utile: la possibilità di affrontarle partendo nuovamente dal mistero di Cristo e dalla vita della Chiesa che lo celebra.
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