Da “non muto spettatore” a cristiano formato dalla liturgia

Nell’ultima catechesi di questa mattina dedicata a Sacrosanctum Concilium, Leone XIV ha ripreso una delle intenzioni più profonde della riforma liturgica: fare in modo che i fedeli non restino «estranei o muti spettatori», ma entrino realmente nell’azione celebrata, lasciandosi progressivamente formare da essa. È una prospettiva che aiuta a leggere con particolare interesse anche quanto è emerso nella terza mattinata della Settimana Liturgica Nazionale di Catania.

La riforma non mirava semplicemente a modificare forme rituali o a rendere più accessibile la celebrazione. Voleva favorire una partecipazione capace di introdurre il fedele nel mistero di Cristo, così che ciò che viene celebrato potesse incidere realmente sul suo modo di vivere. Proprio questo rapporto tra rito e trasformazione sta diventando uno dei fili più chiari della Settimana.

Ieri ci eravamo soffermati sulla necessità di non ridurre l’iniziazione cristiana alla preparazione dei sacramenti. La liturgia stessa appartiene al processo attraverso il quale una persona viene formata alla vita cristiana. Oggi il lavoro di Catania ha permesso di approfondire questa intuizione, mostrando che la formazione non si colloca soltanto prima della celebrazione, attraverso la catechesi, e non si esaurisce nella spiegazione successiva di ciò che è avvenuto. Si realizza anche dentro il rito, nel tempo con cui esso accompagna la persona, nei gesti che le vengono consegnati e nell’esperienza di una comunità che celebra insieme a lei.

Il RICA, le restituzioni dei laboratori pastorali e la riflessione sulla comunità celebrante hanno così portato la domanda su un terreno molto concreto. Se il rito partecipa realmente alla formazione del credente, occorre chiedersi in quale modo questo avvenga e quale volto debba avere una comunità capace di accompagnare tale processo.

È da qui che si può comprendere meglio la domanda che attraversa l’intera mattinata: che cosa accade a una persona quando il rito della Chiesa diventa realmente parte della sua esperienza di fede?

La restituzione dei laboratori del giorno precedente ha aperto il lavoro con un dato molto concreto. La famiglia, la catechesi, la carità e il mondo giovanile non possono essere considerati compartimenti separati, perché l’iniziazione cristiana attraversa tutta la trama della vita ecclesiale. Giuseppe Falanga, introducendo la mattinata, ha ricordato che prima, durante e dopo ogni tappa del cammino esiste un agire rituale capace di educare e di incidere sull’esistenza.

Don Salvatore Bucolo, parlando della famiglia, ha richiamato la necessità di riconoscere la casa come luogo reale di trasmissione della fede. Non basta che i bambini vedano la preghiera quando entrano in chiesa. Hanno bisogno di respirare in casa un linguaggio credente fatto di gesti ricevuti, parole abituali, tempi condivisi. In questo senso la vita domestica possiede una sua ritualità, e proprio questa ritualità può preparare il cuore a comprendere il linguaggio della liturgia ecclesiale.

Don Alberto Zanetti ha portato l’attenzione sul modello della catechesi. Quando il percorso viene costruito come un corso finalizzato a un sacramento, tutto finisce per convergere sulla data della celebrazione. L’iniziazione cristiana domanda invece una forma più ampia, capace di coinvolgere l’esperienza della comunità e di integrare la celebrazione nella vita ordinaria della fede. La liturgia, in questa prospettiva, non rappresenta una tappa aggiunta al programma, entra nel cuore del processo educativo.

Don Marco Pagnello ha richiamato il valore della carità come luogo in cui la fede prende corpo. L’esperienza del servizio, quando viene vissuta dentro la comunità e riletta con attenzione, può diventare essa stessa una forma di evangelizzazione. Questo permette di comprendere che l’iniziazione cristiana non si riduce all’acquisizione di contenuti, perché la fede cresce anche nel modo in cui si impara a guardare l’altro e ad assumere la responsabilità del bene.

Don Riccardo Pincerato, parlando dei giovani, ha offerto una chiave particolarmente significativa per il nostro percorso. La liturgia consegna un’identità che non deve essere continuamente costruita e verificata. Il giovane entra in qualcosa che lo precede e riceve un linguaggio che gli permette di riconoscersi dentro una storia più grande di sé. Il rito, proprio per questo, può precedere la piena comprensione e prepararla.

Questa prima parte della mattinata ha preparato bene la relazione di don Alberto Giardina sul Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti.

Il RICA mostra con molta evidenza che la fede cresce attraverso un cammino disteso nel tempo. Ci sono passaggi che non possono essere compressi senza impoverirne il significato. Il catecumeno viene accolto, accompagnato, introdotto nella Parola e nella vita della Chiesa, fino alla celebrazione dei sacramenti nella Veglia pasquale. Dopo quella celebrazione il cammino continua nella mistagogia, che permette di comprendere sempre più profondamente ciò che è stato ricevuto.

Giardina ha insistito su un punto che mi sembra decisivo per comprendere il rapporto tra rito e formazione. Ha detto che il rito «non è mai innocuo», perché genera uno stile e plasma progressivamente chi lo vive. Il modo di ascoltare, di muoversi, di sostare nel silenzio e di pregare non resta esterno alla persona. A poco a poco diventa una grammatica interiore.

Questa osservazione aiuta a capire perché la liturgia non possa essere considerata soltanto un insieme di testi e gesti da eseguire correttamente. La forma rituale educa proprio perché ci introduce in un ordine che riceviamo. Ci abitua a non essere il centro dell’azione celebrativa, ci insegna a lasciarci raggiungere da una Parola che non scegliamo e a partecipare a un’azione che appartiene alla Chiesa prima di appartenere a noi.

Il valore paradigmatico del RICA sta qui. Non significa trasferire meccanicamente le sue tappe in ogni percorso pastorale. Significa riconoscere che la fede ha bisogno di tempo e di passaggi reali, e che la celebrazione deve poter accompagnare questo processo dall’interno.

La mistagogia acquista così un significato molto concreto. Non è l’ultima spiegazione dopo la celebrazione. È il tempo nel quale la persona impara a leggere la propria esistenza alla luce di ciò che ha celebrato. La liturgia continua a lavorare nella vita anche quando il rito è terminato, perché ciò che è stato ricevuto domanda di essere riconosciuto e assunto.

Valeria Trapani ha sviluppato questa stessa linea dal punto di vista della comunità. La sua riflessione sull’accoglienza mi è sembrata particolarmente importante. Ha chiarito che accogliere non significa semplicemente creare un clima cordiale. L’accoglienza passa attraverso il modo in cui la comunità celebra e attraverso la fedeltà con cui custodisce il linguaggio del rito. Una persona entra davvero nella vita ecclesiale quando incontra una forma riconoscibile, capace di introdurla in qualcosa che non dipende dalla creatività del singolo celebrante.

Da qui nasce anche una responsabilità pastorale molto concreta. Se il rito ha una capacità formativa propria, modificarlo continuamente secondo il gusto del momento finisce per indebolire proprio quella forza educativa che vorremmo rendere più accessibile.

La Trapani ha poi affrontato un altro tema che tocca da vicino le nostre abitudini pastorali: la tendenza a spiegare continuamente ciò che celebriamo. Ha parlato di una liturgia che rischia di essere troppo razionalizzata, quasi che l’esperienza rituale acquistasse significato solo dopo essere stata tradotta in concetti.

Questo non diminuisce il valore della catechesi. Aiuta piuttosto a rimetterla nel suo posto. La catechesi può preparare e accompagnare, può aiutare a riconoscere ciò che il rito dona. Non può sostituire l’esperienza celebrativa.

Per questo i momenti liturgici inseriti nei percorsi di iniziazione non dovrebbero essere pensati come piccole lezioni simboliche. Devono essere celebrazioni vere, vissute dentro una comunità reale, perché è lì che il cristiano impara il linguaggio della fede.

A questo punto, ciò che è emerso dalla mattinata può diventare uno stimolo anche per chi non era presente a Catania. Forse vale la pena osservare le nostre comunità a partire da una domanda semplice: quale esperienza della fede consegniamo attraverso il modo in cui celebriamo?

Se la liturgia viene vissuta come un appuntamento separato dal resto della vita, sarà difficile che diventi realmente formativa. Se la catechesi conduce soltanto a una data, il sacramento rischierà di apparire come una conclusione. Se la comunità non accompagna, il rito resterà qualcosa che accade senza diventare un cammino.

Quando, invece, la celebrazione viene abitata con fedeltà e continuità, essa inizia lentamente a dare forma alla persona. Il silenzio insegna il silenzio, la Parola educa all’ascolto, la comunione ecclesiale diventa un’esperienza concreta prima ancora di essere definita.

Forse è questo il passaggio più fecondo della terza mattinata della Settimana Liturgica. La liturgia forma il cristiano quando viene lasciata agire nella sua verità, dentro una comunità che non si limita a organizzare sacramenti, ma accompagna persone reali in un cammino di fede che continua nel tempo.

Ed è proprio qui che il rito smette di essere un momento della vita cristiana e comincia, poco alla volta, a darle forma.

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