Per quattro giorni abbiamo seguito la 76ª Settimana Liturgica Nazionale di Catania cercando di andare oltre la successione delle relazioni e delle celebrazioni. Mi interessava capire quale idea di iniziazione cristiana stesse emergendo e come il lavoro del Centro di Azione Liturgica potesse dialogare con il percorso che Leone XIV, quasi contemporaneamente, stava compiendo nelle sue catechesi su Sacrosanctum Concilium.

Giunti alla conclusione, credo che una linea sia diventata abbastanza riconoscibile. L’iniziazione cristiana chiede di essere liberata dalla logica che finisce per concentrare tutto sulla preparazione a un sacramento, perché il sacramento appartiene a un cammino nel quale la vita cristiana comincia, cresce e continua a essere nutrita.

Questa convinzione era presente fin dall’apertura. Andrea Lonardo aveva richiamato il significato della liturgia come fons, sorgente dalla quale la fede riceve continuamente alimento. Francesco Cosentino ne aveva indicato il fondamento ricordando che «la liturgia è azione di Dio» e che la sua origine si trova nel mistero pasquale di Cristo, nel quale la Chiesa viene continuamente introdotta. Pierangelo Muroni aveva poi mostrato come questa azione possieda una struttura iniziatica, perché attraverso il linguaggio sacramentale la persona entra progressivamente nel mistero che celebra.

Qui si è chiarito uno dei punti che abbiamo cercato di seguire fin dall’inizio: la liturgia non arriva quando la formazione è già terminata. Appartiene essa stessa alla formazione cristiana.

La terza giornata ha permesso di comprendere meglio come questo avvenga. Don Alberto Giardina, rileggendo il RICA, ha osservato che «il rito non è mai innocuo», perché genera un modo di ascoltare e di pregare, coinvolge il corpo e abitua progressivamente la persona a una forma ecclesiale dell’esistenza. La sua espressione secondo cui la pedagogia rituale «performa, plasma, trasforma» va compresa proprio dentro questa prospettiva: l’esperienza celebrativa lascia nel tempo una traccia in chi la vive.

Valeria Trapani ha collocato questa formazione dentro la comunità celebrante. I momenti liturgici che accompagnano l’iniziazione acquistano tutta la loro forza quando sono realmente esperienza della Chiesa e quando chi si avvicina alla fede incontra una comunità che celebra insieme a lui. Da qui nasce anche una conseguenza pastorale molto concreta: la catechesi può preparare e aiutare a rileggere quanto è stato celebrato, mentre l’esperienza rituale conserva una capacità educativa propria che nessuna spiegazione riesce a sostituire.

Anche i laboratori hanno contribuito a portare questa riflessione dentro la vita ordinaria delle comunità. È emersa la necessità di superare l’isolamento nel quale abbiamo talvolta collocato l’iniziazione cristiana, quasi fosse un settore affidato prevalentemente ai catechisti. La fede cresce dentro relazioni reali, viene respirata nella vita familiare, incontra il servizio e trova nella celebrazione domenicale un luogo nel quale tutto viene ricondotto alla Pasqua di Cristo. Nell’intervento dedicato ai giovani è stata formulata un’intuizione particolarmente significativa: la liturgia consegna un’identità che si riceve e offre un’esperienza che può essere successivamente compresa e raccontata.

La conferenza conclusiva di don Giuliano Zanchi ha allargato ulteriormente la prospettiva e ha introdotto questioni che richiedono, a mio avviso, un discernimento più attento.

La sua lettura della crisi dell’iniziazione cristiana parte da un dato che merita di essere preso sul serio. Oggi sono cambiati i processi attraverso i quali una persona viene introdotta alla vita. La famiglia e le altre istituzioni di prossimità hanno perso una parte della forza educativa che possedevano, mentre la cultura del consumo dispone di mezzi molto più penetranti per formare desideri e modelli di comportamento. In una situazione simile diventa difficile pensare che il problema possa essere risolto semplicemente aggiornando il metodo catechistico.

Zanchi ha ricordato che la catechesi ha portato per molto tempo un peso che apparteneva a un ambiente sociale più ampio. Quando quell’ambiente è venuto meno, è diventata evidente la fragilità di un sistema costruito prevalentemente come percorso scolastico parallelo. Da qui la sua proposta di restituire alla comunità intera una capacità iniziatica e di offrire molteplici possibilità attraverso le quali una persona possa avvicinarsi alla vita cristiana.

Su questo terreno la sua provocazione raggiunge anche la liturgia. Zanchi ha pronunciato una frase molto severa: «noi nella media celebriamo male». Il giudizio è generale e proprio per questo chiede prudenza. La questione che porta con sé resta seria. Una riforma liturgica può possedere una grande ricchezza teologica e trovare poi un’attuazione celebrativa incapace di farla emergere. Zanchi ha descritto alcune derive con l’immagine, volutamente colorita, di una liturgia oscillante «dal cabaret alla parata militare», individuando nell’ars celebrandi uno dei luoghi nei quali resta ancora molto lavoro da compiere.

Alcune altre affermazioni della relazione conclusiva mi sembrano richiedere maggiore cautela. L’invito a «congedarsi dalla parrocchia moderna», la proposta di ripensare profondamente il rapporto tra le tappe dell’iniziazione e l’ordine sacramentale, le perplessità sulla confessione dei bambini e la revisione delle figure del padrino e della madrina appartengono alla riflessione personale del relatore. Zanchi stesso presenta queste idee come varchi da esplorare e non come soluzioni già definite.

Anche il modo con cui parla del rapporto tra Cristo e la Chiesa merita qualche precisazione. È giusto ricordare continuamente che la Chiesa conduce all’incontro con Cristo. La fede cattolica comprende questa mediazione in una forma ancora più profonda, perché il Risorto continua ad agire nella sua Chiesa, suo Corpo, e raggiunge l’uomo attraverso la Parola e i sacramenti. Per questo preferirei leggere il cambiamento pastorale dentro la categoria dello sviluppo, nel quale le forme storiche vengono vagliate e purificate conservando ciò che hanno consegnato alla vita ecclesiale.

Il saluto finale di mons. Claudio Maniago permette di comprendere bene quale peso attribuire alla relazione di Zanchi nel bilancio complessivo della Settimana. Maniago ne ha apprezzato apertamente il carattere provocatorio e ha parlato di «percorsi coraggiosi». Nel raccogliere ciò che Catania consegna alle Chiese italiane, ha scelto di concentrare l’attenzione sulla necessità di un «ripensamento serio» dell’iniziazione cristiana e sulla vocazione della Chiesa a essere comunità generativa. Le questioni più discusse dell’ultima relazione rimangono così dentro un «cantiere aperto» affidato al lavoro delle diocesi.

Mi sembra molto significativa anche la maniera con cui Maniago ha ripreso il tema della qualità liturgica. Zanchi aveva parlato di «incanto»; il presidente del CAL ha collegato questa espressione allo «stupore» di Desiderio desideravi, precisando che lo splendore della liturgia appartiene già alla liturgia stessa e che il compito della Chiesa consiste nel farlo emergere. Ha poi chiarito che questa bellezza non si riduce a una questione estetica.

Qui ritroviamo uno dei fili che hanno attraversato tutta la Settimana. Se il rito forma, il modo di celebrarlo acquista una responsabilità particolare. La fedeltà rituale non nasce dal desiderio di irrigidire la celebrazione. Custodisce una forma ecclesiale che il singolo ministro riceve e serve, permettendo alla comunità di entrare in un’azione che la precede.

È precisamente il terreno sul quale Leone XIV ha sviluppato le sue catechesi su Sacrosanctum Concilium. Già il 3 giugno aveva spiegato che il rito «dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita», affermando che attraverso il rito veniamo formati all’ascolto della Parola e alla comunione ecclesiale.

La catechesi conclusiva del 26 agosto ha riportato l’attenzione sulle ragioni della riforma liturgica e su Sacrosanctum Concilium 48. Il Papa ha ricordato che i fedeli non devono assistere come «estranei o muti spettatori», perché attraverso i riti e le preghiere entrano nell’azione salvifica e imparano progressivamente a offrire se stessi. Ha collocato la riforma nel solco della tradizione vivente della Chiesa e ha richiamato la responsabilità dei pastori nel custodire celebrazioni rispettose delle norme e segnate dalla «nobile semplicità».

La convergenza con Catania, a questo punto, appare molto concreta. Partecipare alla liturgia significa essere introdotti in un’azione nella quale Cristo continua a raggiungere la sua Chiesa, e questa partecipazione matura nel tempo fino a incidere sul modo con cui una persona vive la propria fede.

Per questo il primo luogo nel quale verificare quanto abbiamo ascoltato in questi giorni potrebbe essere semplicemente la domenica delle nostre comunità. Quando la celebrazione viene percepita come un obbligo collocato accanto alla catechesi, sarà difficile che venga riconosciuta come sorgente del cammino cristiano. Quando bambini e adulti imparano progressivamente ad abitare la liturgia, accompagnati da una comunità che celebra con cura e lascia parlare i gesti ricevuti dalla Chiesa, si crea uno spazio nel quale la fede può maturare anche attraverso ciò che viene vissuto prima ancora di essere interamente spiegato.

Da qui cambia anche il modo di preparare ai sacramenti. Una data continua ad avere il suo valore e il cammino che conduce a quella celebrazione rimane necessario. La prospettiva iniziatica chiede che quella data sia inserita dentro una storia più ampia, nella quale ciò che viene ricevuto sacramentalmente trovi poi nella vita liturgica ordinaria il luogo della propria crescita.

Questo richiede tempo e domanda comunità capaci di accompagnare senza immaginare che tutto possa dipendere da un nuovo programma. Il RICA ha mostrato proprio il valore di un cammino nel quale la fede viene rispettata nei suoi tempi e la celebrazione accompagna la persona mentre la sua relazione con Cristo prende forma.

Mons. Maniago ha invitato i partecipanti a tornare nelle proprie Chiese conservando quanto li aveva maggiormente interrogati e continuando il confronto. Mi sembra una consegna adatta anche a noi che abbiamo seguito Catania attraverso le dirette.

La 76ª Settimana Liturgica Nazionale non chiude le questioni che ha sollevato. Ci lascia la consapevolezza che l’iniziazione cristiana riguarda il modo stesso con cui una comunità vive la fede e che la liturgia, quando viene celebrata secondo la sua natura ecclesiale, continua a introdurre nella Pasqua di Cristo lungo tutto il cammino della vita.

Il passaggio del testimone rende quasi visibile questa continuità. La 77ª Settimana Liturgica Nazionale si terrà nella diocesi di Albano, che al termine dei lavori di Catania ha presentato il prossimo appuntamento. Mons. Vincenzo Viva ha annunciato che gli incontri saranno ospitati presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, sorto negli spazi dell’antica sala delle udienze pontificie e oggi affidato al Movimento dei Focolari. Un luogo legato alla storia della presenza dei Papi a Castel Gandolfo, che offrirà una cornice particolarmente significativa al prossimo tratto di questo cammino.

Forse è proprio questa l’immagine con cui lasciare Catania. Un incontro termina, il lavoro continua nelle Chiese locali e già si prepara un nuovo luogo nel quale tornare a confrontarsi. Quanto abbiamo ascoltato in questi giorni avrà mostrato la propria fecondità se, prima di arrivare ad Albano, avrà cominciato a modificare il modo con cui guardiamo l’iniziazione cristiana e soprattutto la liturgia che celebriamo ogni domenica.

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