Dopo Catania, una domanda sulla Messa, sulla formazione e sulla pace del sacerdote

Nei giorni scorsi abbiamo seguito insieme la Settimana Liturgica Nazionale di Catania, cercando di comprendere ciò che emergeva dalle diverse relazioni e mettendolo in dialogo con le catechesi di Leone XIV su Sacrosanctum Concilium. Terminati i lavori, alcune espressioni hanno continuato ad accompagnarmi. Questa mattina, festa di sant’Agostino, nel tempo di preparazione alla celebrazione e poi nel ringraziamento dopo la Messa, sono tornate con particolare insistenza.

Mi sono chiesto perché, dopo più di sessant’anni dalla promulgazione della Costituzione conciliare sulla liturgia e dopo decenni nei quali intere generazioni di sacerdoti e fedeli sono cresciute dentro la riforma, continuiamo a sentirci dire che non abbiamo ancora imparato davvero a celebrare, che la partecipazione non è stata ancora compresa fino in fondo, che i riti devono diventare più eloquenti e che la liturgia deve acquistare una maggiore capacità generativa.

La domanda non nasce dal desiderio di sottrarsi alla formazione. Nasce dal bisogno di capire dove collocarla.

Quando un sacerdote si prepara a celebrare la Messa sa di entrare in una realtà che non proviene da lui. La fede della Chiesa insegna che nell’Eucaristia l’unico sacrificio di Cristo sulla Croce viene reso sacramentalmente presente. Il Calvario non viene ripetuto. L’offerta compiuta una volta per tutte raggiunge sacramentalmente il nostro tempo e l’altare sul quale la Chiesa celebra. Sacrosanctum Concilium dice che Cristo ha istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce.

Partendo da qui, diventa difficile pensare alla Messa come a qualcosa che deve ricevere da noi la propria forza. Il sacrificio di Cristo possiede già la sua efficacia. La presenza del Signore non cresce quando la celebrazione riesce a essere più suggestiva. Il sacerdote riceve dalla Chiesa parole e gesti attraverso i quali serve un’azione che lo precede e che appartiene a Cristo.

La formazione liturgica conserva proprio per questo un valore enorme. Aiuta a riconoscere ciò che avviene, educa a entrarvi con maggiore consapevolezza e dispone l’esistenza perché il dono celebrato possa portare frutto. Non costruisce l’azione sacramentale e non completa qualcosa che sarebbe rimasto incompiuto. Forma noi perché possiamo ricevere con maggiore profondità ciò che Cristo già compie.

Anche la partecipazione acquista così una semplicità che forse negli anni abbiamo talvolta appesantito. Quando il Concilio chiede che i fedeli non rimangano «estranei o muti spettatori», nello stesso numero spiega dove conduce la partecipazione: comprendere il mistero attraverso i riti e le preghiere, nutrirsi del Corpo del Signore e imparare a offrire se stessi insieme con Cristo. La partecipazione raggiunge qui il proprio centro. Il fedele viene condotto dentro l’offerta del Figlio al Padre e impara progressivamente a consegnare la propria vita in quella stessa offerta.

La contemplazione del sacrificio di Cristo rimane quindi essenziale, e la Messa ci introduce ancora più profondamente nel mistero contemplato. Non guardiamo il Calvario come un evento rimasto lontano nel tempo. Il sacramento ci raggiunge con l’unica offerta di Cristo e permette che la nostra esistenza venga associata alla sua.

È proprio qui che alcune parole ascoltate a Catania hanno continuato a interrogarmi. Si è parlato della necessità di restituire alla liturgia qualità, forza iniziatica e perfino «incanto». Comprendo la preoccupazione che sta dietro queste espressioni. Conosciamo celebrazioni frettolose e altre nelle quali la personalità del sacerdote finisce per occupare uno spazio eccessivo. Sappiamo quanto una certa sciatteria possa oscurare ciò che viene celebrato. Resta da domandarsi che cosa intendiamo quando diciamo che una Messa deve essere «bella».

Penso a tante celebrazioni semplicissime nelle nostre parrocchie. Una piccola chiesa, poche persone, nessun apparato particolare. Il sacerdote pronuncia con cura le parole che ha ricevuto dalla Chiesa, compie con naturalezza i gesti prescritti e lascia che la preghiera abbia il proprio ritmo. Nulla cerca di attirare l’attenzione su di lui. Sull’altare viene reso presente il sacrificio di Cristo.

Questa può essere una Messa profondamente bella perché la sua bellezza appare quando ciò che facciamo lascia trasparire ciò che la celebrazione è. Anche l’ars celebrandi può essere compresa dentro questa prospettiva. È l’arte discreta di servire il rito, fino a lasciare che sia il mistero celebrato a occupare il centro.

Lo stesso vale per i segni. In questi decenni abbiamo spesso sentito parlare della necessità di renderli più comprensibili. Da questa preoccupazione sono nate qualche volta aggiunte e spiegazioni continue. Forse vale la pena tornare a guardare ciò che la liturgia possiede già.

Il pane e il vino non chiedono simboli alternativi che ne rafforzino il significato. L’altare possiede una propria eloquenza quando non viene sommerso da elementi estranei. Anche il silenzio può parlare quando gli lasciamo spazio. La mistagogia serve precisamente a introdurre dentro questa grammatica ricevuta, affinché una persona possa riconoscere sempre meglio ciò che la Chiesa compie senza dover trasformare ogni gesto in una lezione. E da qui nasce una seconda inquietudine, più delicata, che riguarda il modo in cui veniamo formati.

Gli specialisti della liturgia rendono un servizio prezioso. Studiano le fonti, conoscono la storia dei riti e aiutano la Chiesa a custodire con maggiore consapevolezza ciò che ha ricevuto. La loro competenza diventa feconda quando conduce sacerdoti e fedeli ad abitare con maggiore sicurezza la liturgia.

Esiste anche un rischio che chiamerei, con un’espressione volutamente forte, clericalismo degli specialisti.

Accade quando la competenza finisce per trasformarsi in una posizione dalla quale la vita liturgica concreta della Chiesa viene continuamente giudicata come insufficiente. Il sacerdote che celebra secondo il Messale scopre di non avere ancora assimilato la vera mentalità della riforma. La comunità che partecipa con fede viene avvertita che la propria partecipazione non è ancora abbastanza consapevole. Una celebrazione semplice appare bisognosa di ulteriori mediazioni affinché possa diventare realmente generativa.

A quel punto la formazione rischia di produrre una permanente sensazione di inadeguatezza. Ogni traguardo raggiunto viene seguito dalla scoperta di un altro livello che ancora manca. Chi celebra o partecipa può finire per sentirsi costantemente sotto esame, dipendente da chi possiede la chiave interpretativa capace di spiegare ciò che ancora non avrebbe compreso.

Il rito dovrebbe condurci nella direzione opposta. Ci consegna una forma che non dobbiamo inventare ogni volta. Entriamo in parole e gesti che la Chiesa ha ricevuto e custodito, lasciandoci sostenere da essi. Una formazione autentica dovrebbe produrre nel tempo una familiarità crescente con questa forma e una maggiore libertà interiore nel celebrarla.

Il sacerdote dovrebbe poter entrare sempre più profondamente nel rito senza avvertire il bisogno di dimostrare qualcosa. I fedeli dovrebbero riconoscere sempre meglio l’azione della Chiesa senza sentirsi continuamente chiamati a verificare se la loro partecipazione corrisponda all’ultima interpretazione proposta. La liturgia può diventare così una casa abitata, dentro la quale si cresce senza doverne ridisegnare continuamente le fondamenta.

Per questo, dopo Catania, sento che una domanda merita di rimanere aperta. Se dopo tanti decenni di formazione continuiamo a ripetere che ancora non sappiamo celebrare e che non abbiamo ancora compreso pienamente la partecipazione, può essere utile interrogare anche il modo con cui abbiamo costruito il discorso sulla liturgia.

Questo interrogativo non indebolisce Sacrosanctum Concilium. Può aiutarci a tornare al suo testo e a distinguere ciò che il Concilio realmente chiede dalle interpretazioni che nel tempo sono cresciute intorno alla sua recezione.

Le catechesi di Leone XIV mi sembrano particolarmente preziose proprio per questo. Il Papa ha riportato l’attenzione sulla realtà ricevuta, ricordando che il rito è la mediazione ecclesiale attraverso la quale il dono di Dio ci raggiunge. Ha parlato della partecipazione come ingresso nell’azione celebrata e ha richiamato la fedeltà rituale come una forma concreta di custodia di ciò che appartiene alla Chiesa. La formazione appare così orientata verso una liturgia che possiede già la propria consistenza e nella quale siamo chiamati ad entrare.

Mons. Maniago, nel saluto conclusivo della Settimana, ha pronunciato una frase che continua a tornarmi alla mente. Parlando dello splendore della liturgia ha detto che noi non dobbiamo darglielo: la liturgia «ce l’ha» e il nostro compito consiste nel farlo emergere.

Forse qui possiamo ritrovare un poco di pace. Oggi la Chiesa celebra sant’Agostino e la sua parola più conosciuta sembra entrare naturalmente in questa riflessione: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni, I, 1, 1).

Il verbo riposare è importante. Agostino ha cercato a lungo, ha interrogato la propria intelligenza e ha attraversato una storia complessa prima di scoprire che il termine ultimo della sua ricerca era Dio stesso. Anche nella vita liturgica abbiamo bisogno di studiare e di comprenderne sempre meglio la ricchezza. Arriva poi il momento nel quale occorre lasciarsi portare da ciò che abbiamo ricevuto e riposare dentro il mistero.

Mi viene in mente un episodio del Diario di santa Faustina. Durante una Messa celebrata dal suo confessore, poco prima dell’elevazione, il sacerdote scomparve alla sua vista e rimase soltanto Gesù. Quando tornò visibile, Faustina domandò al Signore dove fosse stato in quel momento. La risposta fu semplicissima: «Nel mio Cuore» (Diario, 442).

Quell’immagine dice qualcosa di molto bello sul sacerdote all’altare. Nel momento più santo della celebrazione non gli viene chiesto di diventare più visibile. Gli è chiesto di prestare la propria persona all’azione di Cristo e di lasciarsi quasi nascondere in Lui. Pronuncia le parole che la Chiesa gli affida e serve sacramentalmente un mistero che non gli appartiene. Proprio lì può trovare una pace che nessuna perfezione tecnica riuscirà mai a procurargli.

Questa mattina, nel tempo di preparazione alla Messa e poi nel ringraziamento che l’ha seguita, ho sentito con particolare forza il bisogno di questa pace. Prepararsi significa raccogliere il cuore prima di entrare nell’azione santa. Ringraziare significa rimanere ancora un poco presso Colui che abbiamo appena servito sacramentalmente. Tra questi due momenti c’è la Messa, nella quale Cristo rende presente il suo unico sacrificio e il sacerdote è chiamato a scomparire abbastanza perché sia Lui a essere riconosciuto.

Forse anche il nostro modo di parlare della liturgia dovrebbe imparare qualcosa da questa immagine. Dopo tanti studi, possiamo concederci anche la fiducia. Dopo tante discussioni, possiamo lasciare un poco più di spazio al silenzio. La formazione raggiunge il proprio scopo quando ci conduce a ricevere con maggiore libertà ciò che la Chiesa ci ha consegnato e ci permette di riposare nell’azione di Cristo.

Alla fine, la domanda che sento più mia dopo Catania non riguarda il modo in cui rendere la liturgia generativa. Mi accompagna piuttosto il desiderio di ritrovare quella pace con cui sant’Agostino descrive il cuore arrivato finalmente a Dio e che santa Faustina contempla nel sacerdote nascosto nel Cuore di Cristo.

Forse abbiamo bisogno di tornare proprio lì: non a inventare una liturgia più capace di generare, quanto a lasciarci custodire e trasformare da quella che Cristo ha già affidato alla sua Chiesa.

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