«Nel tuo otre raccogli le mie lacrime». (Sal 56[55],9)

Cari amici buongiorno. Ieri il buon Samaritano ci ha insegnato a fermarci davanti a un corpo ferito. Abbiamo contemplato mani capaci di fasciare le piaghe e abbiamo riconosciuto che la carità diventa concreta quando accetta di prendersi cura di ciò che incontra. Oggi rimaniamo ancora accanto alla fragilità, però il corpo ci parla attraverso un linguaggio diverso.
Ci sono ferite sulle quali possiamo versare olio e vino. Ce ne sono altre davanti alle quali le mani non sanno immediatamente che cosa fare. Allora arrivano le lacrime.
Il salmista non si vergogna di portarle davanti a Dio: «Nel tuo otre raccogli le mie lacrime». L’immagine è molto bella. Ciò che agli occhi degli uomini può sembrare soltanto un segno di debolezza viene custodito da Dio come qualcosa che appartiene alla storia della persona.
Le lacrime non sono estranee alla vita spirituale. Anche il corpo prega. Quando la parola non riesce più a contenere ciò che stiamo vivendo, gli occhi possono esprimere il dolore, la gioia, la nostalgia o una attesa che non sappiamo formulare. Il pianto non possiede sempre lo stesso significato e proprio per questo non ha bisogno di essere né idealizzato né disprezzato.
Vi sono lacrime che nascono dalla perdita. Altre arrivano quando una gioia attesa a lungo diventa finalmente presente. La stanchezza stessa può abbassare le difese e permettere al corpo di esprimere ciò che per molto tempo era rimasto trattenuto. La Scrittura non chiede all’uomo di diventare insensibile per essere credente.
Gesù stesso piange davanti alla tomba di Lazzaro. Questo basta a liberarci dall’idea che la maturità spirituale consista nel non essere toccati dagli affetti. La fede non elimina la capacità di soffrire. Permette di vivere anche questa esperienza dentro una relazione con Dio.
Oggi santa Monica ci accompagna in modo particolare. La sua storia è legata per anni alla distanza del figlio Agostino. Ella desidera per lui l’incontro con Cristo e sperimenta la dolorosa impotenza di una madre che non può produrre con le proprie forze la conversione di chi ama.
Monica può parlare ad Agostino e può cercare di orientarlo. Non può entrare al posto suo nella libertà. È qui che le sue lacrime acquistano un significato spirituale. Non sostituiscono l’azione di Dio e non costringono la grazia. Non cancellano la libertà del figlio. Esprimono una maternità che continua a stare davanti al Signore con una domanda che non trova ancora compimento.
Sant’Agostino conserverà nelle Confessioni la memoria di questa perseveranza. Racconta anche la parola con cui un vescovo cercò di confortare Monica, assicurandole che non poteva andare perduto il figlio di tante lacrime. Non dobbiamo trasformare quella frase in una formula automatica, quasi che una determinata quantità di preghiera garantisse necessariamente l’esito desiderato.
Il suo significato è più profondo. Quel vescovo riconosce in Monica una fede che non smette di affidare il figlio alla grazia. Le lacrime diventano così una forma di intercessione.
Ci sono situazioni nelle quali anche noi scopriamo questa impotenza. Possiamo amare una persona che prende decisioni che non condividiamo. Possiamo assistere alla sua lontananza dalla fede oppure vederla imprigionata in una situazione dalla quale non riusciamo a liberarla.
L’amore può essere tentato in due direzioni. Può trasformarsi nel desiderio di controllare la libertà dell’altro oppure può cedere alla rassegnazione e smettere di sperare. Monica percorre una strada diversa. Rimane. Continua ad amare il figlio senza diventare padrona della sua coscienza e continua a pregare senza pretendere di stabilire il tempo di Dio.
Questo atteggiamento richiede una grande purificazione. Anche le lacrime possono essere utilizzate per esercitare una pressione sugli altri. Possiamo piangere realmente e, nello stesso tempo, aspettarci che il nostro dolore obblighi qualcuno a comportarsi secondo le nostre attese.
La vita spirituale chiede verità anche qui. Il pianto diventa preghiera quando viene consegnato a Dio e quando lascia all’altro lo spazio della propria libertà. Monica non converte Agostino attraverso la propria sofferenza. Lo affida. Questa distinzione è preziosa in molte relazioni familiari.
Un genitore può accompagnare un figlio adulto e continuare a pregare per lui. Non può vivere al suo posto. Un coniuge può sostenere e offrire la propria presenza. Non può produrre dall’esterno la conversione interiore dell’altro.
Esiste un confine che l’amore deve imparare a rispettare. Le lacrime possono diventare il modo con cui accettiamo di fermarci davanti a quel confine e continuiamo a portare la persona davanti a Dio.
Maria ci accompagna anche in questa esperienza. Simeone le aveva annunciato che una spada avrebbe attraversato la sua anima. Sul Calvario quella profezia raggiunge una profondità che nessuna parola riesce a esaurire. Il Vangelo ci dice che Maria sta presso la croce. Non descrive le sue lacrime. La tradizione cristiana, contemplando la compassione della Madre, ha dato ampio spazio anche al suo pianto e la invocherà come Addolorata.
Questo dato merita rispetto proprio perché fra poche settimane, nel mese di settembre, entreremo più profondamente nel mistero del dolore e nella presenza di Maria presso la Croce. Oggi ci basta contemplare il suo rimanere.
Come Monica, Maria incontra un punto nel quale non può sostituirsi a colui che ama. La Passione del Figlio appartiene alla missione che egli ha ricevuto dal Padre. Maria sta accanto a lui senza impossessarsi di quell’ora. La sua presenza diventa una forma purissima di amore.
L’Assunzione, che continua a illuminare il nostro cammino di agosto, ci permette di guardare anche questa storia dalla prospettiva del compimento. Maria viene assunta nella gloria con la stessa persona che ha conosciuto la compassione e la prova. Dio non cancella ciò che ella ha vissuto come se non fosse mai accaduto. Porta a compimento la sua storia nella comunione piena con il Risorto.
La speranza cristiana non dichiara inutili le lacrime. Promette che esse non saranno eterne. L’Apocalisse annuncia un giorno nel quale Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi degli uomini. Questa immagine non banalizza il dolore presente. Dice che ciò che oggi ci attraversa non possiede il potere di definire per sempre la nostra esistenza.
Il corpo destinato alla gloria può oggi piangere. Può portare i segni di una perdita e conoscere la stanchezza dell’attesa. La sua destinazione rimane la comunione nella quale la morte e il lutto non avranno più potere.
Questa speranza modifica anche il modo in cui stiamo accanto a chi piange. La tentazione di parlare troppo nasce spesso dal nostro disagio davanti al dolore altrui. Vorremmo trovare rapidamente una spiegazione capace di chiudere la ferita. Alcune parole, pronunciate troppo presto, finiscono per aggiungere solitudine.
Stare accanto può essere più difficile che spiegare. Talvolta la presenza corporea dice ciò che nessuna formula riesce a esprimere. Sedersi vicino e attendere che l’altro trovi le proprie parole può diventare una forma autentica di consolazione.
Le lacrime chiedono questo rispetto. Non devono essere accelerate e non devono essere trasformate in uno spettacolo. Possono semplicemente essere accolte.
Ieri il Samaritano ci ha insegnato che una ferita può essere affidata alle mani di qualcuno. Oggi Monica ci insegna che esistono attese che possiamo soltanto affidare alle mani di Dio.
Domani incontreremo Agostino. Le lacrime della madre non avranno sostituito il cammino del figlio. Agostino dovrà attraversare personalmente l’inquietudine del desiderio e lasciarsi raggiungere dalla grazia. Vedremo così ciò che oggi Monica ha potuto soltanto attendere: una persona interiormente dispersa che comincia a ritrovare in Dio il centro della propria vita.
Un gesto per oggi
Non nascondiamo a Dio le lacrime. Se oggi non riusciamo a piangere, sostiamo in silenzio accanto al dolore di qualcuno.
Alla scuola di santa Monica
Un vescovo consolò Monica con una parola rimasta nella memoria di Agostino: «Non può perire il figlio di tante lacrime». Quelle lacrime non costrinsero Dio e rispettarono la libertà del figlio. Furono l’espressione corporea di una fede perseverante, capace di attendere il tempo della grazia. (Sant’Agostino, Confessioni, III, 12, 21)
La parola rivolta a Monica non offre una garanzia meccanica. Riconosce la forza di una preghiera perseverante. Le lacrime rimangono dentro la libertà di Agostino e attendono il tempo nel quale la grazia potrà essere accolta.
Preghiera
Dio di ogni consolazione, raccogli le lacrime che non so spiegare. Custodisci chi prega a lungo per una persona amata. Maria e santa Monica, sostenete la nostra perseveranza. Guidate il dolore verso una speranza più grande.
Giaculatoria
Maria, raccogli le nostre lacrime e portale a Cristo.
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