«Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». (Mc 6,17-29)

Cari amici buongiorno e buon fine settimana. Ieri sant’Agostino ci ha mostrato che la conversione non rimane confinata nell’interiorità. Quando la grazia raggiunge veramente il desiderio, comincia a ricomporre la vita concreta e rende la persona capace di orientare anche le proprie scelte secondo la verità riconosciuta.

Oggi la memoria del martirio di san Giovanni Battista ci conduce un passo più avanti. La verità che ha convertito la vita può arrivare a chiedere di essere testimoniata quando sarebbe più conveniente tacere.

Giovanni si trova davanti a Erode. La sua parola non nasce dal bisogno di provocare il potere e non possiede il tono di chi cerca uno scontro per affermare se stesso. Egli richiama una esigenza della legge di Dio: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».

La missione profetica che lo aveva condotto sulle rive del Giordano non termina quando la parola di Dio raggiunge una situazione capace di diventare pericolosa. Giovanni continua a essere ciò che è stato chiamato a essere. Aveva preparato la via del Signore chiedendo conversione al popolo. Non può smettere di chiedere conversione quando davanti a lui si trova un re. La verità non cambia contenuto secondo la posizione di colui che deve ascoltarla.

Proprio qui comincia il prezzo della testimonianza. Erode fa arrestare Giovanni e lo tiene in prigione. Il corpo del profeta, che aveva vissuto nel deserto e aveva attirato folle al Giordano, viene rinchiuso.

La parola continua però ad avere un peso. Marco racconta un particolare sorprendente: Erode teme Giovanni, sapendo che è un uomo giusto e santo. Lo ascolta volentieri, anche se rimane molto perplesso.

La verità raggiunge dunque la coscienza di Erode. Non riesce ancora a convertirlo. Questo dettaglio è importante. La testimonianza non possiede il potere di obbligare l’altro a cambiare. Giovanni può parlare. Non può decidere quale uso Erode farà di quella parola. È la stessa libertà che abbiamo contemplato pochi giorni fa nella vicenda di Monica e Agostino.

La verità può essere annunciata e la grazia può bussare alla coscienza. La risposta rimane personale. Nel palazzo di Erode, però, altre forze finiscono per prevalere. Il banchetto, la promessa pronunciata davanti agli invitati e il timore di perdere la faccia conducono il re a una decisione che egli stesso non sembra desiderare. Giovanni viene decapitato e la sua testa viene portata su un vassoio. Il corpo del profeta paga il prezzo di una parola che il potere non ha voluto accogliere.

La Chiesa ha sempre visto in questa morte qualcosa di più di una tragedia politica. San Beda osserva che Giovanni ha dato la vita per la verità e, proprio per questo, l’ha data per Cristo, perché Cristo stesso è la Verità. È una prospettiva preziosa.

Giovanni non viene ucciso perché abbia pronunciato esplicitamente una professione cristologica davanti ai suoi carnefici. Muore rimanendo fedele alla verità che la sua missione gli imponeva di custodire. La sua testimonianza appartiene quindi a quella stessa preparazione della via del Signore che aveva segnato tutta la sua esistenza.

Anche la sua morte rimanda oltre se stessa. Il precursore ha indicato Cristo quando era vivo e continua, nella forma propria della sua missione, a precederlo anche nella sorte della testimonianza rifiutata. Questo ci aiuta a comprendere che il martirio non è una esaltazione della sofferenza.

Giovanni non cerca la prigione e non provoca la propria morte per dimostrare la forza delle sue convinzioni. La testimonianza cristiana non misura la propria autenticità dal numero dei conflitti che riesce a generare. Esiste anche un’ostinazione che può travestirsi da coraggio. Una persona può trasformare una propria opinione nella misura assoluta della verità e poi considerare ogni opposizione come una persecuzione.

Il Battista ci chiede un discernimento molto più serio. Prima di domandarci se siamo disposti a pagare un prezzo per una parola, dobbiamo domandarci se quella parola appartenga realmente alla verità che siamo chiamati a servire. La testimonianza cristiana non difende l’ego del testimone. Serve qualcosa che lo precede.

Per questo ha bisogno anche della prudenza. Dire la verità non significa pronunciare ogni cosa in qualsiasi momento e nello stesso modo. La carità cerca una parola capace di servire realmente il bene dell’altro.

Esistono tuttavia momenti nei quali la prudenza non può diventare un nome più elegante per la paura. Giovanni arriva proprio a quel punto.

Tacere avrebbe significato lasciare intendere che ciò che contraddiceva la legge di Dio poteva essere accettato semplicemente perché riguardava il re. La sua fedeltà diventa allora corporea. La prigione entra nella sua vita. La libertà di movimento gli viene tolta. Alla fine perde la vita stessa. Qui il cammino di agosto acquista una particolare profondità.

Abbiamo contemplato il corpo come dono da custodire. Proprio perché è un dono, non possiamo trasformare la sua conservazione nel valore supremo al quale sacrificare ogni altra cosa. La vita terrena è preziosa e deve essere protetta. Può però giungere un momento nel quale conservarla attraverso il tradimento della verità significherebbe perdere il senso stesso secondo cui quella vita è stata ricevuta.

Il martire non disprezza il proprio corpo. Lo consegna perché appartiene a Dio. È una distinzione fondamentale. La disponibilità al sacrificio cristiano non nasce dall’odio verso se stessi e non trasforma la morte in un bene. Nasce dalla convinzione che la comunione con Dio vale più di ciò che può essere sottratto dall’esterno.

Il corpo destinato alla gloria può quindi essere esposto alla perdita senza diventare inutile. La promessa della risurrezione modifica precisamente il rapporto del cristiano con ciò che può essergli tolto. Non rende insignificante la sofferenza e non cancella la paura. Permette di non attribuire alla morte l’ultima parola sulla fedeltà.

Nella vita ordinaria raramente questa testimonianza assume la forma estrema del martirio. Il prezzo della verità può essere molto più discreto. Può consistere nel rinunciare a un vantaggio che richiederebbe una scorrettezza. Talvolta bisogna sottrarsi a una conversazione nella quale una persona assente viene umiliata. In altre situazioni la responsabilità chiede di prendere posizione per qualcuno che non possiede la forza necessaria per difendersi.

Anche il corpo sente questi momenti. La tensione può crescere e la voce può diventare incerta. La paura di perdere una relazione o di essere giudicati può diventare molto concreta. La grazia non elimina necessariamente questa reazione. Può renderci capaci di agire senza esserne dominati. Questo riguarda anche il ministero ecclesiale.

Chi ha ricevuto il compito di annunciare la Parola non può scegliere soltanto ciò che verrà facilmente accolto. Nello stesso tempo non gli è consentito utilizzare la verità come strumento per umiliare o per esibire il proprio coraggio. La parola evangelica deve rimanere serva della salvezza. Anche quando corregge, cerca la conversione della persona.

Giovanni parla a Erode proprio perché Erode non è sottratto alla possibilità di convertirsi. La denuncia profetica conserva quindi, al fondo, una intenzione di salvezza. Maria ci accompagna anche in questa giornata. Ella conosce la fedeltà a una Parola che progressivamente diventa esigente. Il sì pronunciato a Nazaret la conduce lungo una storia nella quale la missione del Figlio incontra incomprensione e opposizione.

Quando questa opposizione raggiunge la croce, Maria rimane. Non trasforma il dolore in vendetta e non sottrae la propria adesione alla volontà di Dio. Su questo mistero entreremo più profondamente nel mese di settembre. Oggi ci basta riconoscere che anche in lei la fedeltà attraversa tutta la persona.

L’Assunzione ci permette ancora una volta di guardare questo cammino dalla prospettiva della gloria. Dio non conduce alla pienezza persone che hanno salvato se stesse a ogni costo. Porta a compimento una vita ricevuta e consegnata nella fedeltà. Giovanni Battista ci pone dunque davanti a una domanda esigente: quando la verità diventa costosa, che cosa determina le nostre scelte?

La risposta non si improvvisa nel momento della prova. Si prepara attraverso le fedeltà quotidiane. Chi abitualmente modifica la verità per evitare ogni disagio difficilmente troverà libertà quando il prezzo diventa maggiore. Chi invece impara a vivere davanti a Dio senza doppiezza prepara lentamente una persona capace di rimanere fedele.

Qui possiamo riconoscere il legame con sant’Agostino. Ieri abbiamo contemplato una vita ricomposta dalla conversione. Oggi vediamo che quella unità interiore può diventare testimonianza esterna. La verità accolta nel cuore chiede progressivamente di prendere forma nell’esistenza.

Domani san Paolo ci offrirà la grande sintesi di questo cammino: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Dopo avere contemplato per tutto il mese il corpo creato, custodito, nutrito, servito e progressivamente trasformato dalla grazia, comprenderemo che offrirlo a Dio non significa distruggerlo. Significa permettere che tutta la vita diventi culto.

Un gesto per oggi

Non partecipiamo a una conversazione che umilia qualcuno. Quando la carità lo richiede, pronunciamo una parola vera e sobria.

Alla scuola di san Beda il Venerabile

San Beda osserva che Giovanni diede la vita per Cristo anche se gli era stato chiesto soltanto di tacere la verità. Il martirio del Precursore mostra che la fedeltà alla legge di Dio appartiene alla testimonianza resa al Signore. (Omelia 23, CCL 122, 354)

Beda interpreta il martirio del Battista come testimonianza resa a Cristo attraverso la verità morale. Giovanni non viene ucciso per aver pronunciato il nome di Gesù. Muore perché rifiuta di tacere una parola che appartiene alla legge di Dio.

Preghiera

Dio fedele, donami il coraggio di servire la verità senza durezza. Purifica le mie intenzioni e rendimi disposto ad accettare il costo di una parola giusta. Maria e san Giovanni Battista, custoditemi nella fedeltà a Cristo.

Giaculatoria

Maria, Vergine fedele, custodiscimi nella verità.

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