
Cari amici, desidero condividere con voi una meditazione nata questa mattina, durante il ringraziamento dopo la Messa. Sono tornato sul Vangelo del martirio di san Giovanni Battista e mi sono fermato su un’espressione di san Marco che tante volte avevo letto senza darle particolare attenzione.
Parlando di Erode, l’evangelista dice che temeva Giovanni, sapendolo «uomo giusto e santo», e «vigilava su di lui». Mi ha colpito proprio quel verbo.
Siamo abituati a ricordare Erode come colui che farà decapitare Giovanni. Marco ci permette di entrare un poco più profondamente nel suo cuore. Erodiade vuole la morte del Battista. Erode, almeno per un certo tempo, lo tiene al sicuro. Sa che è un uomo giusto e santo, lo ascolta volentieri e rimane inquietato dalle sue parole. C’è qualcosa in Giovanni che lo affascina e insieme lo mette in crisi.
Il testo greco usa il verbo synetērei, che può significare custodire, preservare, tenere al sicuro. Ed è proprio lo stesso verbo che san Luca adopera quando racconta l’atteggiamento di Maria davanti agli avvenimenti della nascita di Gesù: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».
Questo accostamento mi ha accompagnato durante la preghiera. Maria custodisce ciò che Dio le consegna portandolo dentro di sé. Vi ritorna, lo medita, lascia che quelle parole rimangano nel suo cuore anche quando il loro significato supera ciò che in quel momento riesce a comprendere. La sua custodia nasce dalla disponibilità a lasciarsi condurre da Dio.
Anche Erode custodisce qualcosa che riconosce come santo. Giovanni è davanti a lui, parla alla sua coscienza e gli dice con chiarezza ciò che nessun cortigiano avrebbe avuto interesse a dirgli: «Non ti è lecito». Erode ascolta. Rimane turbato. Continua persino ad ascoltare volentieri.
Il problema nasce nel punto in cui la parola ascoltata chiede di entrare nella vita. Giovanni può essere custodito nella prigione; la sua parola deve ancora trovare dimora nel cuore di Erode. Finché rimane davanti a lui, Erode riesce a proteggerlo. Quando quella voce domanda una decisione capace di cambiare la sua esistenza, emerge tutta la fragilità della sua custodia.
La scena del banchetto lo rivela con una precisione quasi dolorosa. Alla richiesta della testa di Giovanni, Marco annota che il re diventò «molto triste». È un particolare importante. Erode comprende ciò che sta per accadere. La coscienza continua a parlare. Sa chi è Giovanni e sa quale valore abbia quell’uomo.
Poi guarda gli invitati, ricorda il giuramento pronunciato davanti a loro e sente il peso della propria immagine. Quello sguardo degli altri diventa più forte della voce che aveva ascoltato tante volte. Erode, che aveva custodito Giovanni, non riesce più a custodire ciò che Giovanni aveva risvegliato dentro di lui.
A questo punto, durante la preghiera, mi è venuto spontaneo pensare al ministero del vescovo. La stessa parola epískopos richiama l’idea della vigilanza, dello sguardo attento posto su ciò che è affidato alla propria cura. Il vescovo è chiamato a vegliare. Riceve dalla Chiesa una fede che lo precede e che dovrà trasmettere fedelmente. Gli viene affidato un popolo perché lo accompagni verso Cristo.
Il confronto con Maria ed Erode riguarda proprio il cuore con cui questa custodia viene vissuta. Maria ci mostra che si può custodire veramente soltanto ciò sotto cui accettiamo di rimanere anche noi. Ella custodisce la parola di Dio e permette a quella parola di accompagnarla lungo tutta la sua esistenza. La ritroveremo ai piedi della Croce, dentro un mistero che aveva conservato nel cuore molto prima di poterlo comprendere pienamente.
Per un vescovo questo significa che la fede affidata alla sua custodia rimane prima di tutto la fede alla quale egli stesso è affidato. Il pastore veglia sulla Chiesa lasciando che il Vangelo vegli sulla sua coscienza. Custodisce il deposito ricevuto riconoscendo che quel deposito costituisce anche il criterio del suo ministero. La sua autorità trova qui una delle sue forme più profonde: servire qualcosa che ha ricevuto e che rimane più grande di lui.
Il dramma di Erode ci aiuta a comprendere anche il rischio opposto. Si può riconoscere la santità e tenerla a distanza. Si può ascoltare una parola vera e continuare a rimandare ciò che essa chiede alla nostra vita. Anche ciò che custodiamo può diventare, senza quasi accorgercene, qualcosa che teniamo sotto controllo.
Per un pastore questa tentazione assume forme molto concrete. Ci sono momenti nei quali la verità disturba equilibri consolidati. Ci sono parole evangeliche che rendono più difficile conservare la tranquillità. Ci sono persone che, proprio perché amano sinceramente la Chiesa, ricordano ciò che sarebbe più comodo lasciare in silenzio.
In quei momenti si comprende quale sia il cuore del custode. Erode aveva riconosciuto Giovanni come uomo giusto e santo. La tragedia avvenne quando divenne più importante salvare ciò che gli altri pensavano di lui. Il profeta che aveva protetto fu sacrificato per conservare un’immagine.
È una pagina che parla in modo particolare ai vescovi, proprio per il compito di vigilanza ricevuto con il loro ministero. Raggiunge anche noi sacerdoti. Raggiunge ogni cristiano al quale Dio affida una parola, una responsabilità, una persona da accompagnare.
Tutti possiamo custodire qualcosa di Dio e, nello stesso tempo, difenderci da ciò che Dio vuole compiere attraverso quel dono.
Per questo Maria rimane la grande scuola della custodia cristiana. Ella riceve, conserva nel cuore e cammina dentro ciò che ha ricevuto. Non chiede alla Parola di adattarsi alla propria vita. È la sua vita che, giorno dopo giorno, trova forma dentro quella Parola.
Forse il Vangelo di questa mattina ci invita proprio a guardare qui. Erode vigilava su Giovanni. Aveva riconosciuto la santità che gli stava davanti. Nel momento decisivo avrebbe avuto bisogno di vigilare ancora più profondamente sul proprio cuore.
È questa la vigilanza che ogni pastore è chiamato a imparare. Il vescovo custodisce realmente ciò che Dio gli affida quando accetta che quella stessa verità entri nella sua coscienza e la formi. Il sacerdote vive la stessa esperienza ogni volta che annuncia una Parola che deve raggiungere anzitutto la sua vita. Ogni cristiano conosce questa custodia quando smette di tenere il Vangelo davanti a sé e comincia a portarlo dentro di sé. Maria lo fece per tutta la vita.
E forse è proprio questo che distingue la custodia cristiana da ogni altra forma di vigilanza: custodiamo veramente le cose di Dio quando permettiamo a ciò che custodiamo di entrare nel cuore e di condurci, passo dopo passo, verso di Lui.
Lascia un commento