Cari amici, questa mattina nell’Abbazia di San Felice abbiamo celebrato la Santa Messa in suffragio di mons. Gaetano Bonanni, morto a Norcia il 17 agosto 1848. Sono trascorsi centosettantotto anni da quel giorno e la ricorrenza di quest’anno ha assunto per noi un significato particolare, perché giunge poche settimane dopo la ricognizione delle sue spoglie mortali.

La tradizione cristiana ha chiamato spesso il giorno della morte dies natalis, giorno della nascita alla vita eterna, giorno nel quale termina il pellegrinaggio terreno e tutta una vita viene consegnata al giudizio misericordioso di Dio. Per questo stamattina abbiamo celebrato l’Eucaristia per Bonanni e abbiamo pregato per lui.

Gaetano Giuseppe Francesco nacque a Roma il 16 giugno 1766, all’ora nona, da Rocco Bonanni, originario del Viterbese, e da Anna Maria Sassoni, romana. La memoria familiare faceva risalire a quella notte un primo segno. Durante il travaglio Anna Maria avrebbe visto una luce muoversi dal Macello dei Corvi verso la casa e, posandosi sopra il tetto, rischiarare per un istante la stanza. Pregò allora che il figlio nascesse sotto quel segno.

E quella luce lo accompagnò per tutta la vita. Attraversò una delle stagioni più travagliate della storia europea e della Chiesa. Bonanni conobbe gli sconvolgimenti politici seguiti alla Rivoluzione francese e le conseguenze che quelle trasformazioni produssero nella vita religiosa. La sua risposta a quella crisi prese progressivamente la forma della missione.

Da sacerdote comprese che non sarebbe bastato custodire quanto rimaneva di un mondo religioso profondamente ferito. Occorreva tornare al popolo, raggiungerlo là dove viveva e ricostruire una fede che rischiava di ridursi ad abitudine. Da questa convinzione nacque l’esperienza degli Operai Evangelici, alla quale Bonanni dedicò una parte decisiva della propria esistenza e nella quale maturò l’incontro con san Gaspare del Bufalo.

San Felice appartiene pienamente a questa storia. Qui Bonanni giunse quando l’esperienza missionaria cominciava a prendere una forma stabile. Qui condivise la vita dei primi compagni e fu il primo superiore della casa. Queste mura lo conobbero sacerdote impegnato nella ricerca di una forma di apostolato capace di riportare il Vangelo dentro la vita concreta della gente.

Quando nel 1821 fu chiamato all’episcopato e destinato alla diocesi di Norcia, quella formazione missionaria non venne lasciata alle spalle. Il vescovo continuò a portare dentro di sé la sensibilità maturata negli anni precedenti. Governare una diocesi significava per lui assumersi la responsabilità della fede di un popolo e prendersi cura della vita ecclesiale che gli era stata affidata. L’esperienza episcopale divenne così un’altra forma della stessa consegna iniziata molto prima.

Gli ultimi anni lo condussero progressivamente verso il distacco dagli incarichi. Nel 1843 lasciò il governo della diocesi e rimase a Norcia, ormai anziano. Cinque anni dopo giunse il momento nel quale anche l’ultima responsabilità terrena venne deposta.

Tra poco sarà pubblicato il mio testo biografico del Bonanni e vorrei riportare il racconto di quel lontano giorno del 17 agosto del 1848.

La giornata cominciò molto presto, all’aurora. Mons. Gaetano Bonanni si alzò dal breve riposo con una letizia insolita e consacrò le prime ore alla preghiera, interrompendo il silenzio con giaculatorie e parole dei santi. Nel corso del giorno disse di vedere nella stanza due giovani della stessa statura, ciascuno con un libro fra le mani. Chiamò chi lo assisteva e domandò come fossero entrati; gli altri non vedevano nessuno, mentre egli continuava a indicare il luogo nel quale si trovavano, finché le figure scomparvero.

Quel giorno Bonanni rinunciò al riposo pomeridiano consueto. Al tramonto fu colpito da apoplessia; riuscì ancora a ripetere «Gesù mio, misericordia», poi ricevette l’Unzione degli infermi, accompagnato dalle preghiere del clero. Entro la prima ora della notte, verso le 20, Gaetano Bonanni morì. Aveva ottantadue anni. La vita che si era progressivamente ristretta nelle due celle giungeva al compimento nello stesso spazio, con l’ultima invocazione affidata alla misericordia.

Il campanone della cattedrale portò la notizia fuori dal palazzo e la diffuse nella città. Il necrologio ricorda il dolore di Norcia e nomina in modo particolare gli orfani e le vedove che avevano conosciuto la sua carità. Le strade percorse durante le visite conducevano ora verso la stanza nella quale il vecchio vescovo giaceva immobile. Aveva preparato una casa per il successore, consegnato il governo quando il corpo non riusciva più a sostenerlo e continuato a servire con quanto gli era rimasto. Nell’ultima sera non restava più nulla da de-porre. La sua esistenza era interamente nelle mani di Dio.

È questo l’uomo che abbiamo ricordato questa mattina a San Felice. Il sacerdote che aveva intuito la necessità di una nuova stagione missionaria, il confratello che aveva abitato questa abbazia. Il vescovo che aveva portato quella stessa passione pastorale dentro il governo della Chiesa di Norcia. La morte non cancella questa storia e la fede ci invita a consegnarla interamente a Dio.

Il 22 luglio scorso abbiamo aperto la sepoltura di Bonanni e ci siamo trovati davanti alle sue spoglie mortali. Dopo quasi due secoli rimanevano le ossa di quell’uomo del quale avevamo studiato le lettere e ricostruito le opere. La storia che fino a quel momento avevamo incontrato soprattutto attraverso i documenti si presentava improvvisamente nella concretezza estrema del corpo consegnato alla morte.

Le ossa sono state ricomposte in una nuova cassetta e trasferite nella chiesa di Santa Maria in Trivio, a Roma, unite a quelle di san Gaspare e del beato Merlini. A San Felice abbiamo conservato la cassetta che per molti anni le aveva custodite nella Cattedrale di Norcia. Al suo interno sono rimasti molti minuti frammenti delle exuviae di Bonanni, conservati con rispetto e con lo sguardo rivolto alla possibilità che un giorno la Chiesa possa esaminare formalmente la sua vita e le sue virtù. Essi portano su di sé la povertà estrema alla quale la morte riduce la nostra condizione terrena e rimangono dentro la promessa che professiamo ogni volta che diciamo di attendere la risurrezione dei morti.

Questa mattina, nell’abbazia che lo vide confratello, abbiamo deposto sull’altare la nostra preghiera per lui. Nella cripta abbiamo poi collocato un mazzo di fiori davanti alle sepolture dei sei missionari che vi riposano, affidando in quel gesto anche la memoria di coloro che hanno condiviso la stessa vocazione e hanno preceduto la nostra comunità nel passaggio della morte.

Il dies natalis di Gaetano Bonanni ci riconsegna così una vita intera, vissuta nella Chiesa e ora affidata alla misericordia del Signore, mentre il ricordo dei confratelli che riposano con lui a San Felice allarga la memoria personale alla comunione di una famiglia religiosa che attraversa le generazioni e continua ad attendere, per ciascuno dei suoi figli, la risurrezione della carne e la pienezza della vita in Dio. Riposi nella pace dei giusti.

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