«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». (Mt 15,21-28)

Carissimi amici buona domenica. Ieri abbiamo contemplato Maria tutta intera nella gloria. Nel suo corpo assunto in cielo la Chiesa ha riconosciuto la meta verso la quale la Pasqua di Cristo conduce la persona redenta. Oggi la liturgia domenicale ci riporta immediatamente dentro la condizione presente. Davanti a Gesù compare una madre che porta la sofferenza della propria figlia e domanda misericordia.
Il passaggio è importante per il nostro cammino. L’Assunzione non ci ha allontanati dalla fragilità del corpo. Ci ha insegnato a guardarla dentro una promessa più grande. Il corpo che oggi soffre rimane lo stesso corpo chiamato alla gloria.
La donna che si avvicina a Gesù è una Cananea. Appartiene quindi a un popolo estraneo a Israele. Non dispone di alcun titolo da rivendicare. Arriva portando soltanto una necessità: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
La richiesta riguarda la figlia e, nello stesso tempo, la madre grida: «Pietà di me».
Il dolore di una persona amata crea questa misteriosa comunione. Ciò che accade al corpo dell’altro entra nella nostra vita fino a diventare una ferita che non possiamo più osservare dall’esterno. La donna non domanda qualcosa per sé e tuttavia la sofferenza della figlia è diventata anche la sua sofferenza.
Qui incontriamo una delle forme più profonde dell’intercessione. Pregare per qualcuno significa portare davanti a Dio una vita che non ci appartiene e che non siamo capaci di salvare con le nostre forze. Il corpo di chi amiamo può diventare proprio il luogo nel quale scopriamo quanto sia limitato il nostro potere.
Un genitore vorrebbe sottrarre il figlio alla sofferenza. Chi ama una persona malata desidererebbe poter prendere su di sé ciò che la ferisce. Arriva un momento nel quale dobbiamo riconoscere che non possiamo guarire tutto e non possiamo governare l’esito di ogni situazione.
La Cananea entra in questa impotenza e la trasforma in preghiera. Il racconto evangelico conserva un dialogo che non dobbiamo addolcire. Gesù inizialmente tace. I discepoli vorrebbero che la donna venga allontanata. Il Signore ricorda che la propria missione è rivolta anzitutto «alle pecore perdute della casa d’Israele».
La donna rimane. Si avvicina ancora e si prostra: «Signore, aiutami!». La sua fede non consiste nel pretendere da Gesù una risposta secondo i propri criteri. Continua ad affidarsi a lui proprio quando la risposta sembra tardare. Accoglie persino la parola dei figli e delle briciole, e dentro quella parola trova ancora uno spazio nel quale confidare nella sovrabbondanza della misericordia.
«Anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». A questo punto Gesù porta alla luce ciò che tutta la scena aveva progressivamente manifestato: «Donna, grande è la tua fede!». Non è soltanto la guarigione della figlia a essere consegnata al Vangelo. È anche la grandezza della fede di questa donna pagana.
Ella non possiede la promessa di Israele come un diritto acquisito e riconosce tuttavia in Gesù una misericordia nella quale può confidare. Rimane davanti a lui quando sarebbe stato più semplice allontanarsi amareggiata.
Questa perseveranza parla con particolare forza a chi prega per una persona amata. La preghiera di intercessione non ci consegna il controllo sull’agire di Dio. Non stabilisce il tempo della guarigione e non permette di conoscere anticipatamente l’esito di una malattia. Ci mantiene davanti al Signore con la vita di chi amiamo tra le mani.
Talvolta la risposta che desideriamo arriva. Altre volte il cammino assume una forma che non avevamo immaginato. La fede non consiste nel convincerci che tutto avverrà secondo le nostre attese. Consiste nel continuare ad affidare quella persona a Colui che la ama prima e più profondamente di noi.
Il corpo destinato alla gloria acquista qui un significato molto concreto. Ieri abbiamo contemplato il corpo di Maria già raggiunto dal compimento della Pasqua. Oggi vediamo il corpo tormentato di una giovane che ha bisogno della misericordia di Cristo. Tra queste due immagini non vi è contraddizione. La gloria promessa illumina proprio la fragilità presente.
Quando preghiamo per un malato non affidiamo a Dio semplicemente un organismo da guarire. Gli presentiamo una persona. La sua storia e le sue relazioni appartengono a quel corpo. Anche quando la guarigione terrena non avviene, quella persona rimane affidata alla promessa della risurrezione.
Questo ci impedisce di trasformare la preghiera in una tecnica per ottenere un risultato. La preghiera cristiana nasce da una relazione. La Cananea continua a chiamare Gesù «Signore» e continua a stare davanti a lui. È questa relazione che sostiene la sua domanda.
Maria ci accompagna in questo atteggiamento. A Cana ella riconosce una necessità prima ancora che venga pubblicamente manifestata: «Non hanno vino». Non stabilisce ciò che Gesù deve compiere e non gli impone il momento. Presenta il bisogno e conduce i servi verso l’obbedienza: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
La maternità di Maria conserva questa forma anche nella vita della Chiesa. Assunta nella gloria, non si allontana dalla fragilità dei figli. La comunione piena con Cristo rende piena anche la sua partecipazione materna alla vita del popolo che ancora cammina. Per questo la Chiesa continua a rivolgersi a lei nell’intercessione.
La gloria contemplata ieri non crea distanza. Ci mostra una Madre che ha raggiunto la meta e rimane dentro la comunione dei santi, mentre noi attraversiamo ancora la condizione nella quale il corpo si ammala e la vita conosce l’incertezza.
La pagina evangelica ci insegna anche qualcosa sul modo di stare accanto a chi soffre. Quando una persona è ferita nel corpo, abbiamo facilmente la tentazione di offrirle spiegazioni. Vorremmo trovare rapidamente un senso e pronunciare una parola capace di sistemare ciò che ci mette in difficoltà.
Il Vangelo ci educa a una presenza più rispettosa. Ci sono momenti nei quali la cosa più vera consiste nel rimanere accanto e nel pregare. Una parola sobria può sostenere più di una spiegazione. Anche il silenzio, quando nasce dalla vicinanza, può diventare una forma di carità.
Chi soffre non ha bisogno di essere trasformato in un problema teologico da risolvere. Ha bisogno di essere riconosciuto come persona amata da Dio. La Cananea ci insegna così che l’intercessione nasce dall’amore e attraversa l’impotenza senza cedere alla disperazione. Porta davanti a Cristo il corpo dell’altro e continua a confidare nella sua misericordia.
eri Maria assunta ci ha mostrato la destinazione della persona redenta. Oggi una madre ci insegna a portare verso quella promessa il corpo ancora provato di chi amiamo.
Domani compiremo un altro passo. Non contempleremo più soltanto il corpo di un’altra persona affidato alla nostra preghiera. Torneremo al nostro stesso corpo e al sacramento nel quale esso è stato immerso nella morte e nella vita di Cristo. Il Battesimo ci mostrerà che la promessa della gloria contemplata in Maria ha già posto nella nostra esistenza un principio pasquale.
Un gesto per oggi
Presentiamo al Signore una persona malata pronunciandone il nome. Facciamole giungere, quando è possibile, una parola semplice di vicinanza.
Alla scuola di sant’Agostino
Sant’Agostino legge nella Cananea l’umiltà di una fede che non pretende e non si allontana. Ella rimane davanti a Cristo, accoglie la prova della parola e continua a confidare nella sua bontà. La perseveranza della preghiera diventa una forma concreta di amore verso la figlia. (Discorso 77)
Agostino riconosce nella Cananea una umiltà perseverante. Ella non abbandona la relazione quando la parola la mette alla prova. La sua preghiera rimane rivolta alla bontà di Cristo e diventa un modello di intercessione.
Preghiera
Signore Gesù, ascolta la preghiera di chi porta davanti a te la vita di una persona amata. Accresci la nostra fede e custodisci chi è provato. Maria, Madre premurosa, sostieni l’attesa e insegnaci a confidare nella misericordia di Dio.
Giaculatoria
Maria, Madre premurosa, sostieni la nostra preghiera.
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