Dopo la giornata di ieri, e dopo una notte finalmente serena, con anche quell’ora di sonno in più che il cambio dell’ora ci ha regalato, sento il bisogno di tornare a riflettere con calma su quanto stiamo vivendo nel cammino sinodale italiano. Scrivo a mente fredda, lasciando sedimentare le impressioni, i commenti e i tanti messaggi ricevuti, per cercare di comprendere, alla luce della fede, ciò che realmente sta accadendo.

Prendo spunto da un articolo pubblicato da Vatican News a commento dell’incontro che il Papa ha avuto ieri con le équipe sinodali, riunite a Roma per il loro giubileo. Il titolo recita: “Giubileo delle équipe sinodali, un mosaico di buone pratiche per una Chiesa visionaria”, e presenta quindici esperienze da tutto il mondo descritte come progetti, programmi, stili di cooperazione, attitudini e condivisione.
In queste parole si riflette il contesto culturale e spirituale in cui oggi si colloca il nostro cammino ecclesiale: un tempo in cui la Chiesa, pur animata dal desiderio di essere lievito nel mondo, sembra spesso tentata di misurarsi con le stesse categorie che muovono il mondo.

Questo cammino sinodale, lo ribadisco, rappresenta una grande occasione di crescita e di maturazione ecclesiale. È un invito a riscoprire la Chiesa come fermento evangelico dentro una società che, soprattutto in Occidente, ha progressivamente smarrito i fondamenti del lievito cristiano da cui è nata la sua cultura, la sua umanità e la sua bellezza. Tuttavia, di fronte a un mondo che si allontana dal Vangelo, avvertiamo il rischio di un rovesciamento: si tenta di riconquistare la rilevanza ecclesiale accogliendo, più che convertendo, i nuovi criteri culturali. È come se, lentamente, senza accorgercene, avessimo permesso che il mondo convertisse noi.

Così, davanti alla distanza tra il Vangelo e la cultura dominante, si è pensato di ridurla assimilando le diversità, con la pia illusione di poterle poi trasfigurare. Ma ciò che nasce da un compromesso non genera vita. È il sogno di una Chiesa che vuole piacere al mondo per poi evangelizzarlo, dimenticando che il sale perde sapore proprio quando si scioglie nell’acqua. Questo è il nostro sogno, quello che stiamo vivendo da anni, e che rischia di trasformarsi in un risveglio amaro: quello di una Chiesa che non solo ha perso il sapore, ma anche la forza del lievito, perché tenta di produrne uno nuovo, separato dal lievito madre della fede.

Il linguaggio che oggi circola nei documenti, nelle dichiarazioni e nei commenti ufficiali è rivelatore di questa trasformazione: non si parla più di una Chiesa orante, evangelizzatrice, penitente o fedele, ma di una Chiesa visionaria. È un termine che appartiene più al lessico della programmazione e della leadership che alla teologia e alla Tradizione. Già in passato, un articolo dell’Arcidiocesi di Milano intitolato Per sognare la Chiesa di Francesco invitava a “sognare concretamente” la Chiesa del futuro, descrivendo lo stile sinodale come un sogno condiviso, fatto di “umiltà, disinteresse e beatitudine”. Anche qui, dietro il tono gentile delle parole, emerge un cambio di paradigma: la Chiesa non viene più presentata come comunità credente che accoglie un dono, ma come laboratorio che elabora un progetto.

Ecco perché diventa urgente fermarsi a riflettere su questa parola affascinante e insidiosa, che sembra incantare come il pifferaio della fiaba: sogno. Perché dietro di essa si nasconde un interrogativo decisivo: stiamo ancora seguendo il sogno di Dio, o ci stiamo perdendo nei sogni dell’uomo?

Il sogno nella Scrittura

La parola “sogno”, in sé, non è negativa. Nella Scrittura è presente come luogo di rivelazione. Giuseppe fu avvertito in sogno di fuggire in Egitto; Giacobbe vide in sogno la scala che univa cielo e terra; san Giuseppe, sposo di Maria, ricevette in sogno il comando di accogliere il Figlio di Dio. Il sogno, quando è dono di Dio, rivela e salva. Ma la stessa Bibbia mette in guardia dal confondere i sogni ispirati con i sogni nati dall’uomo.

Nel libro di Geremia si legge: «Ho udito ciò che dicono i profeti che profetizzano menzogne nel mio nome, dicendo: “Ho avuto un sogno, ho avuto un sogno!”. Fino a quando durerà nel cuore dei profeti che profetizzano falsità?» (Ger 23,25-26).

E ancora Qoèlet ammonisce: «Molti sogni e molte parole: molti vani. Ma tu temi Dio.» (Qo 5,7).

La Bibbia non disprezza i sogni, ma li sottopone a discernimento. Distingue tra il sogno rivelato, che nasce da Dio, e il sogno umano, che nasce dall’immaginazione. Il primo è luce, il secondo è nebbia.

Dal sogno al progetto

Il linguaggio del sogno esercita oggi un fascino innegabile. Evoca creatività, libertà, apertura. È un linguaggio che seduce, perché promette futuro. Ma nella fede cristiana il futuro non si inventa: si accoglie. Il discepolo non costruisce un sogno, si lascia condurre da una visione che lo precede, quella del Verbo incarnato. Quando la Chiesa parla di sé come “visionaria”, corre il rischio di dimenticare che la vera visione non è un prodotto, ma un dono.

Il sogno ecclesiale, quando nasce dallo Spirito, è teologale: porta a Dio e unisce. Quando nasce dall’uomo, diventa ideologico: divide, confonde, promette ciò che non può dare. È il sogno di Babele, dove tutti vogliono costruire qualcosa di grande “per farsi un nome”, dimenticando che solo Dio salva.

San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, distingue tra la visio intellectualis, dono della grazia che illumina la mente, e le phantasmata, cioè le immagini prodotte dall’immaginazione.
Quando la Chiesa si affida alla phantasia, smarrisce la visio; quando si abbandona alle idee, perde la contemplazione; quando sogna di essere moderna, rischia di non essere più profetica.

L’ermeneutica del consenso improvviso

A questo si aggiunge un interrogativo ecclesiale: come mai, dopo mesi di incertezze, il Documento sinodale è stato approvato quasi all’unanimità, pur restando quasi identico alla versione di aprile che era stata rimandata? La risposta non si trova nel testo, ma nel clima. Dopo la morte di Papa Francesco, si è creato un contesto di equilibrio precario, in cui molti hanno preferito evitare un nuovo scontro.
Non è cambiato il contenuto, è cambiato il tono: dal dibattito si è passati al consenso, dalla discussione alla convergenza.

Le fonti ufficiali parlano di un testo “più profondo” e “capace di sognare insieme il futuro”, ma la sostanza rimane quella di un linguaggio programmatico, costruito per includere più che per chiarire.
In realtà, ciò che è accaduto mostra un fenomeno ricorrente nella vita ecclesiale: quando la teologia lascia il posto alla strategia, la prudenza diventa unanimità. Non è un segno di maturità, ma di stanchezza.

Il consenso ecclesiale non coincide con la verità. La Tradizione insegna che l’unità non nasce dal voto, ma dall’adesione alla fede. Il pericolo è di confondere l’unanimità con lo Spirito Santo, dimenticando che anche la torre di Babele fu costruita “tutti d’uno spirito”.

Il sogno di Dio

Eppure, la Scrittura parla anche del sogno di Dio. Non quello dell’uomo che costruisce, ma di Dio che salva. Il sogno di Dio è che “tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). È il sogno dell’unità nella verità, non dell’uniformità nella confusione. È la Chiesa che nasce dal Sangue di Cristo e non da una delibera.

Il profeta Gioele ne parla così: «Io effonderò il mio Spirito su ogni uomo; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1). È Dio che dona sogni e visioni, non l’uomo che li progetta.

Mosè vide la terra promessa, ma non la costruì. Isaia vide il Tempio pieno di gloria, ma non lo progettò. Giovanni vide la Gerusalemme celeste, ma la contemplò in adorazione. La vera Chiesa non sogna se stessa, contempla il suo Signore.

Una chiamata al discernimento

Il tempo che si apre dopo l’approvazione del Documento sinodale non sarà un tempo di trionfi, ma di discernimento. Ogni diocesi sarà chiamata a tradurre il testo in prassi e cammini concreti. Sarà il momento decisivo: lì si vedrà se i sogni umani genereranno confusione o se lo Spirito saprà trasformarli in visione.

La Chiesa “visionaria”, se intesa nel senso biblico, è la Chiesa che sa guardare oltre le apparenze, che scorge nei segni dei tempi l’opera di Dio. Ma se “visionaria” significa soltanto “creativa, inclusiva, progettuale”, allora non è più la Chiesa del Vangelo, ma un laboratorio di idee. Il rischio non è solo linguistico: è teologico. Perché la fede non è sogno, ma realtà, e la verità non nasce da un laboratorio, ma da un Altare.

San Pietro, dopo la Trasfigurazione, non disse “che visione meravigliosa abbiamo avuto”, ma “Signore, è bello per noi stare qui”. La visione autentica non esalta l’uomo, adora Dio.
Il cristiano non è un visionario, è un veggente della verità. Non sogna la Chiesa del futuro, ma serve quella presente, come madre e maestra, fino al ritorno del Signore.

Sognare non è peccato, se si sogna con Dio. Ma quando il sogno diventa progetto senza preghiera e visione senza adorazione, allora diventa illusione. E la Chiesa non è chiamata a inseguire illusioni, ma a custodire la verità che salva. «Molti sogni e molte parole: molti vani. Ma tu temi Dio.» (Qoèlet 5,7)

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