C’è un curioso paradosso nel panorama cattolico di oggi: più qualcuno si proclama difensore della Tradizione, meno sembra conoscere la Tradizione stessa. La parola “dialogo” scatena allergie teologiche, il nome “Concilio Vaticano II” viene pronunciato come una bestemmia e ogni discorso papale diventa prova del “nuovo complotto modernista”. In questa giungla di sospetti, la voce di Leone XIV, che ha appena celebrato i sessant’anni della Nostra Aetate, suona come un richiamo all’intelligenza.

Quando il Papa dice che “tutti i credenti sono fratelli” e che “le religioni, da sorelle, devono favorire che i popoli si trattino da fratelli, non da nemici”, non inventa nulla di nuovo. Riprende l’affermazione originaria del documento conciliare: “I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità, hanno una sola origine, poiché Dio fece abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra.” Non si parla di salvezza comune, ma di origine comune. Non di sincretismo, ma di antropologia cristiana.

L’apertura dialogica è un atto di verità, non di debolezza. Cristo non ha detto “chi non è con me è contro di me” per autorizzare l’odio, ma per ricordare che la verità non si impone, si testimonia. La Chiesa non negozia la verità, la mostra nella carità. E proprio questa libertà evangelica è ciò che scandalizza gli spiriti rigidi, che confondono la fede con il controllo e il Vangelo con un regolamento condominiale.

Il miracolo di chi non è dei nostri

C’è nel Vangelo un episodio che smentisce ogni arroganza confessionale: Giovanni, tutto fiero del suo zelo, riferisce a Gesù di aver proibito a un uomo di scacciare i demòni nel suo nome, “perché non era dei nostri”. Gesù lo guarda e risponde con la semplicità che disarma ogni integralismo: «Non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,39-40).

Non è un elogio dell’indifferentismo, è una lezione di teologia pura. L’uomo in questione non appartiene al gruppo dei discepoli, non conosce Gesù intimamente, eppure opera un bene reale nel suo nome. Cristo non lo arruola, ma riconosce in lui l’opera dello Spirito che precede, accompagna e prepara l’incontro con la verità.

San Tommaso d’Aquino direbbe: “Gratia non alligatur sacramentis, sed ordinatur ad sacramenta.” La grazia non è prigioniera dei confini visibili della Chiesa, ma sempre orientata a essa. Dio può agire fuori, ma non contro la Chiesa. E ogni azione autenticamente buona, anche “fuori”, viene da Lui e tende a Lui.

In questo senso, l’uomo “che non era dei nostri” è una parabola vivente della Nostra Aetate: non abolisce i confini della verità, li rende porosi alla grazia. Non nega l’identità, la compie. È l’anti-simbolo del settarismo che, allora come oggi, confonde la purezza della fede con la sterilità dell’anima.

Gesù supera le barriere dell’identità non per cancellarle, ma per restituire loro il senso. Chi compie il bene “in nome suo”, anche se non lo conosce pienamente, partecipa al mistero della salvezza, perché la bontà è sempre un’eco del Verbo. E chi, invece, passa la vita a impedire agli altri di fare il bene perché “non sono dei nostri”, rischia di trovarsi nella posizione più pericolosa di tutte: quella di chi non combatte il male, ma l’opera stessa di Dio.

Tra apertura e indifferentismo: il discernimento della verità

L’apertura dialogica di cui parla Leone XIV non è ingenuità diplomatica. È l’estensione naturale del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo. È ciò che accade quando la Chiesa decide di comportarsi da madre, non da doganiere, e di invitare alla casa di Dio anche coloro che ancora non ne conoscono la soglia.

L’indifferentismo, invece, nasce da due malattie opposte: da un lato, il dialogo senza verità; dall’altro, la verità senza dialogo. Il primo perde la fede, il secondo perde la carità.

La Tradizione non è un fossile da custodire sotto vetro, è un corpo vivo. È una città con porte aperte e mura solide. Gesù non fondò un’istituzione per selezionare i migliori, ma una comunione per santificare tutti. Chi riduce la fede a trincea confonde la croce con una barriera di filo spinato.

Il relativismo, temuto come un demone onnipresente, non nasce dal dialogo, nasce dal vuoto. Chi è radicato in Cristo non teme di ascoltare nessuno, perché sa che ogni frammento di verità porta a Lui. È la paura, non la fede, che fa scambiare l’apertura per tradimento.

Ed è proprio questa paura che costruisce oggi un piccolo “Monte Athos occidentale”: enclave digitali e spirituali dove pochi “puri” contemplano il mondo dall’alto, maledicendolo per non doverlo amare. Ma il Vangelo non abita in cima ai monti, abita tra le strade. E continua a camminare anche attraverso chi “non è dei nostri”, purché lasci spazio alla verità del bene.

La fede cattolica non si difende con i muri, si custodisce con la luce. Cristo non ci ha chiesto di vincere le discussioni, ma di testimoniare la verità fino alla croce. La differenza tra apertura e indifferentismo è tutta qui: la prima nasce dall’amore per la verità, il secondo dalla paura di perderla.

Chi oggi grida al modernismo ogni volta che un Papa parla di dialogo dimentica che il primo a dialogare con l’umanità è stato Dio stesso, quando ha pronunciato la Parola e la Parola si è fatta carne. Il Logos non ha temuto di contaminarsi con la storia: è sceso dentro di essa per redimerla.

E forse, alla fine, la forma più sottile di indifferentismo non è quella di chi accoglie tutti, ma di chi non accoglie più nessuno, convinto che Dio parli solo la sua lingua.

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