
Cari amici, il rapporto finale del Gruppo di studio n. 5, dedicato alla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, è stato consegnato alla Segreteria Generale del Sinodo ed è ora inserito nel quadro della fase attuativa del processo sinodale. Non si tratta, dunque, di un semplice appunto interno, né di un testo già dotato di valore normativo o conclusivo. Proprio per questa sua collocazione, il documento merita di essere letto con attenzione, poiché contribuisce a orientare il linguaggio, le categorie e le prospettive con cui una questione ecclesiale delicata viene oggi proposta alla riflessione della Chiesa.
Le osservazioni che seguono non intendono negare il valore del contributo femminile nella vita ecclesiale, né sottovalutare le istanze pastorali che il testo raccoglie. Intendono piuttosto verificare, sul piano teologico, se le categorie impiegate dal Rapporto risultino pienamente coerenti con la dottrina cattolica sulla natura sacramentale e gerarchica della Chiesa, sul rapporto tra Battesimo e Ordine, e sul corretto legame tra carisma, ministero e autorità.
Il documento contiene diversi elementi degni di attenzione positiva. Anzitutto rileva con chiarezza che, nella vita concreta delle comunità ecclesiali, le donne hanno esercitato e continuano a esercitare un servizio reale, spesso decisivo, nella trasmissione della fede, nella catechesi, nell’accompagnamento spirituale, nella testimonianza caritativa e nella custodia della vita ordinaria del popolo cristiano. In questa linea, il Rapporto richiama opportunamente il riconoscimento di una diffusa ministerialità laicale, già attestata nella tradizione ecclesiale e recentemente valorizzata anche attraverso il ministero del catechista.
Parimenti condivisibile è il richiamo alla necessità di una più seria formazione teologica e pastorale delle donne, così che esse possano essere poste in condizione di assumere responsabilità ecclesiali con autentica competenza, secondo merito e non secondo criteri di esclusione culturale o di preclusione consuetudinaria. In questo senso, il testo intercetta una questione pastorale reale, che merita di essere assunta con serietà e spirito di giustizia.
Ugualmente rilevante è il rifiuto di ogni interpretazione autoritaria del ministero ecclesiale. Il Rapporto ricorda che nella Chiesa l’autorità non va pensata come dominio, ma come servizio ordinato alla vita soprannaturale del popolo di Dio, secondo una linea che appartiene pienamente alla grande tradizione cattolica. Tale richiamo è opportuno, perché aiuta a purificare il linguaggio e la prassi ecclesiale da deformazioni che oscurano il volto evangelico dell’autorità.
Accanto a questi aspetti positivi, il documento presenta passaggi che richiedono chiarificazione dottrinale. Il nodo principale riguarda il rapporto tra il sacramento del Battesimo, la ministerialità dei fedeli laici e l’esercizio dell’autorità ecclesiale. Il Rapporto afferma infatti che la riflessione contemporanea avrebbe aperto la possibilità di considerare una qualche forma di potestà fondata sul Battesimo ed esercitabile a prescindere dall’Ordine sacro. In seguito, esso espone la linea secondo cui i laici, in forza del Battesimo, potrebbero ricevere una capacità giuridica di esercitare potestà di governo in compiti che non richiedano l’Ordine, restando poi abilitati concretamente mediante missione canonica ricevuta dai Pastori.
Qui si tocca un punto ecclesiologicamente molto delicato. La dottrina cattolica ha sempre riconosciuto al Battesimo una dignità altissima e una vera partecipazione al sacerdozio di Cristo. Il Concilio Vaticano II ha ribadito con forza la dignità del sacerdozio comune dei fedeli, ricordando insieme che esso differisce essenzialmente dal sacerdozio ministeriale, anche in ragione della sacra potestas connessa al ministero ordinato. Per questa ragione, una presentazione del Battesimo come fondamento di nuove forme di autorità ecclesiale, distinte da quelle derivanti dall’Ordine sacro, esige formulazioni estremamente precise, poiché, in assenza di tali precisazioni, si rischia di attenuare la struttura sacramentale e gerarchica della Chiesa.
Il medesimo problema emerge nel modo in cui il Rapporto tratta il can. 129 del Codice di Diritto Canonico. Il testo ricorda correttamente che la potestà di governo, propriamente detta, compete a coloro che sono insigniti dell’Ordine sacro e che i fedeli laici possono cooperare al suo esercizio a norma del diritto. Il documento tende però a valorizzare tale cooperazione in una direzione più ampia, fino a lasciar intravedere la possibilità di una vera potestà di guida conferita ai laici in alcuni casi, specialmente quando si appella alla prassi della Curia romana e alla potestà vicaria esercitata in alcuni uffici da fedeli non ordinati. Anche qui è necessaria grande cautela. La cooperazione laicale all’esercizio della potestà non coincide, per sé, con una titolarità propria della sacra potestas. La distinzione non è formale, ma tocca la costituzione stessa della Chiesa.
Particolarmente significativo è poi il passaggio in cui il Rapporto afferma che, accanto alla via sacramentale e distinta da essa, esisterebbe una via carismatica capace di aprire nuovi spazi di partecipazione dei laici, e delle donne in particolare, anche nella guida di comunità, purché vi sia discernimento del Vescovo e reale bisogno della comunità. Il testo precisa che, in tali casi, i fedeli laici non partecipano dell’Ordine sacro, ma dell’esercizio del ministero del Vescovo.
Questa formulazione contiene un’intuizione degna di considerazione, poiché riconosce il ruolo reale dei carismi e il dovere del Pastore di discernerli. Nello stesso tempo, apre a un’ambiguità non lieve. Il carisma, nella tradizione cattolica, è dono dello Spirito ordinato all’edificazione del Corpo ecclesiale. Esso non costituisce un principio alternativo alla struttura sacramentale della Chiesa, né può essere assunto come fondamento di una riconfigurazione parallela dell’autorità. Quando il carisma viene presentato come via distinta da quella sacramentale per la guida ecclesiale, occorre una delimitazione molto rigorosa, altrimenti si produce una sovrapposizione tra ciò che è dono spirituale, ciò che è riconoscimento pastorale e ciò che è vera forma di governo ecclesiale.
Il punto in cui il documento manifesta con maggiore chiarezza il proprio orientamento programmatico si trova nell’auspicio finale, là dove si afferma che occorrerebbe esplorare nuove forme di esercizio dell’autorità fondate sul sacramento del Battesimo e distinte da quelle derivanti dall’Ordine sacro, così da trovare forme canoniche adeguate per rendere effettiva la partecipazione delle donne in ruoli di guida nella Chiesa. Questo passaggio non si limita più a descrivere possibilità già presenti nell’ordinamento. Esso avanza una prospettiva di sviluppo teologico e canonico che richiede un discernimento particolarmente attento.
Sul piano pastorale, è possibile riconoscere la legittimità dell’intenzione che anima tale proposta. La Chiesa ha il dovere di valorizzare con verità i doni che lo Spirito suscita nelle donne, di riconoscere la loro presenza decisiva nella vita delle comunità e di promuovere forme adeguate di corresponsabilità missionaria. Sul piano teologico, tale valorizzazione deve restare chiaramente interna alla costituzione sacramentale della Chiesa, che non è il risultato di una distribuzione funzionale di compiti, ma appartiene alla volontà di Cristo circa il suo Corpo ecclesiale.
Anche la sezione dedicata ai ministeri richiede una ricezione prudente. Il documento richiama l’allargamento dei ministeri istituiti, la valorizzazione del catechista e persino la possibilità di ulteriori ministeri, in continuità con le recenti indicazioni pontificie. Una simile prospettiva può essere accolta in quanto sviluppo disciplinare e pastorale, purché resti chiaro che la ministerialità battesimale, anche quando sia stabilmente riconosciuta, non si identifica con il ministero ordinato e non lo sostituisce. L’uso troppo esteso e indifferenziato della categoria di ministero rischia infatti di generare confusione nella coscienza ecclesiale, specialmente là dove si passa dal servizio al linguaggio della guida senza sufficiente precisione teologica.
Concludendo, il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 5 offre contributi utili nel richiamare il valore del servizio ecclesiale delle donne, la necessità della loro formazione, il dovere di riconoscere i carismi realmente presenti nel popolo di Dio e l’opportunità di un più convinto utilizzo degli strumenti già previsti dall’ordinamento vigente. Nello stesso tempo, esso appare teologicamente esposto là dove tende a fondare sul Battesimo e sulla dimensione carismatica nuove forme di esercizio dell’autorità distinte da quelle derivanti dall’Ordine sacro, senza chiarire in modo pienamente soddisfacente il loro rapporto con la sacra potestas, con il sacerdozio ministeriale e con la costituzione gerarchica della Chiesa.
Per tali ragioni, il documento deve essere considerato non soltanto come buon materiale di studio e di confronto, utile per comprendere l’orientamento attuale di una parte significativa della riflessione ecclesiale, ma anche come un testo ormai immesso nel circuito ufficiale della fase attuativa del processo sinodale, essendo stato consegnato alla Segreteria Generale del Sinodo e pubblicato tra i rapporti finali dei Gruppi di studio. Proprio per questo esso non può essere né sopravvalutato come se costituisse già una sintesi teologica compiuta o un atto normativo, né sottovalutato come se fosse un semplice documento interno privo di incidenza.
Esso appare, allo stato attuale, come un contributo di orientamento e di lavoro, destinato ad alimentare il discernimento ecclesiale e ad accompagnare il cammino delle Chiese nella fase di recezione e di attuazione. Sarebbe pertanto auspicabile che ogni eventuale recepimento episcopale o diocesano di questo testo fosse accompagnato da chiarificazioni esplicite circa la distinzione essenziale tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, il significato preciso della cooperazione laicale all’esercizio della potestà, il corretto rapporto tra carisma e istituzione, e la necessità che ogni valorizzazione del contributo femminile avvenga in piena continuità con la dottrina cattolica sulla natura sacramentale e gerarchica della Chiesa.
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