
La morte di monsignor Riccardo Fontana, avvenuta oggi 9 febbraio 2026, invita a una rilettura grata e insieme lucida di una stagione che ha inciso sulla vita ecclesiale dell’Umbria e della Toscana. Pastore formato nella diplomazia vaticana, egli seppe tradurre l’esperienza delle relazioni e della mediazione in un governo diocesano dal passo vicino, concreto, paziente. La sua pagina più determinante per Spoleto-Norcia resta il Sinodo diocesano celebrato tra il 2000 e il 2003, avviato solennemente alla Pentecoste del 2000, in un tempo in cui la diocesi, nella configurazione nata dalla fusione delle sedi (1986), aveva bisogno di un’anima comune, di un linguaggio pastorale condiviso, di priorità riconoscibili.
L’episcopato spoletano-nursino di Fontana non si può ridurre a una gestione ordinaria. È stato un tempo di ricostruzione e di rilancio. Ricostruzione materiale, nel contesto delle ferite lasciate dal sisma del 1997. Ricostruzione ecclesiale, attraverso il rafforzamento della corresponsabilità dei battezzati e il ritorno alla centralità della Parola di Dio come criterio di discernimento. Guardare a quel tratto di storia significa incontrare una pastorale capace di tenere insieme catechesi e carità, beni culturali e liturgia, formazione e questione sociale, secondo una lettura concreta del Vaticano II nel tessuto reale di un territorio antico, segnato da fratture e da nuove sfide culturali.
Il Sinodo diocesano (2000-2003): il motore del rinnovamento
L’indizione del Sinodo diocesano alla Pentecoste del 2000 fu la scelta più coraggiosa e più feconda del suo governo. L’ultimo Sinodo nel territorio risaliva a oltre sessant’anni prima. Nel frattempo, la diocesi era cambiata profondamente, anche nella sua stessa configurazione, e chiedeva un progetto capace di unificare sensibilità diverse, superare inerzie, dare respiro comune alle comunità più periferiche, spesso provate dall’isolamento geografico e dalle conseguenze del terremoto.
Il percorso sinodale, durato tre anni, ebbe la forma di un evento di comunione. L’elemento decisivo non fu la produzione di un testo, bensì la dinamica ecclesiale innescata: ascolto, discernimento, coinvolgimento del clero e del laicato, riorientamento delle priorità pastorali. In quel processo la Scrittura non rimase cornice spirituale, divenne criterio operativo. La coscienza di essere popolo di Dio non restò formula, si tradusse in scelte, metodi, strumenti. Da lì prese forma una Chiesa più consapevole, chiamata a vivere il terzo millennio con un impianto pastorale meno episodico e più organico.
La Lex Spoletina e uno stile di governo: servire la Chiesa
La conclusione del Sinodo portò a testi e consegne che orientarono la ricezione concreta delle decisioni. Nel lessico locale emerse la Lex Spoletina, come riferimento unitario e sintetico del cammino intrapreso. Il punto ecclesiologico sotteso fu semplice e serio: il vescovo è posto a servizio della Chiesa affidata, e il governo assume la forma del servizio. Ne scaturì uno stile di prossimità che cercò di intercettare bisogni reali, non solo in senso spirituale, anche in senso umano, educativo, sociale.
La spinta sinodale rafforzò gli organi di partecipazione e l’idea di una comunità responsabile. Consigli pastorali, dinamiche foraniali, forme di ministerialità laicale furono sostenute come strumenti ordinari di vita ecclesiale. In questa linea, la parrocchia fu pensata sempre più come comunità educante e missionaria, non come semplice erogatrice di servizi religiosi.
Catechesi e patto educativo: la riforma e i laboratori
Uno dei frutti più rilevanti del Sinodo fu la riforma della catechesi di iniziazione cristiana. Fontana colse con realismo lo scarto crescente tra modelli tradizionali e linguaggi dei ragazzi e delle famiglie. Da qui la collaborazione con l’Università Pontificia Salesiana, con un obiettivo chiaro: non un semplice aggiornamento dei contenuti, una revisione dell’impianto formativo, del metodo, della preparazione degli educatori.
I laboratori di catechesi rappresentarono un tentativo di adattare creativamente il progetto catechistico della CEI al contesto locale. Il fuoco non fu la “catechesi del sacramento” come traguardo amministrato, bensì la catechesi come cammino di vita cristiana, capace di intercettare domande reali e accompagnare la crescita della fede nel tempo. In questo quadro la Scuola diocesana di teologia assunse un ruolo più incisivo come luogo di formazione per laici impegnati e per diaconi permanenti, rafforzando l’idea di una Chiesa che forma, non solo che organizza.
Oratori: una risposta educativa riconosciuta anche nel sociale
Il rilancio degli oratori si collocò nello stesso orizzonte: un patto educativo che cercava luoghi stabili, non iniziative intermittenti. L’oratorio venne proposto come spazio di aggregazione sana, formazione umana, crescita spirituale, presidio ecclesiale capace di parlare alle nuove generazioni senza cedere alla logica dell’intrattenimento vuoto. L’esperienza trovò anche riconoscimenti istituzionali, nella linea del dialogo tra Chiesa e società civile, con il riconoscimento del valore sociale e formativo degli oratori a livello regionale.
Carità come testimonianza: le opere segno e la rete delle foranie
La ricezione del Sinodo ebbe nella carità un banco di prova decisivo. Fontana insistette perché la solidarietà non restasse gesto episodico o solo delegato a pochi. La scelta delle opere segno nelle nove foranie andò in questa direzione: un segno concreto, territoriale, riconoscibile, capace di rendere visibile la prossimità ecclesiale agli ultimi.
Ne nacquero forme di carità “diffusa”, radicate nelle comunità, sostenibili, con esempi significativi legati all’accoglienza di famiglie in difficoltà attraverso il riuso di spazi canonici, e a percorsi di reinserimento sociale per persone a fine pena. La Caritas diocesana, dentro questo impianto, assunse progressivamente un ruolo di interlocuzione con le istituzioni pubbliche, soprattutto nella gestione delle marginalità emergenti.
Questione sociale: lavoro, dignità, solidarietà regionale
Il suo ministero non rimase confinato all’ambito interno della Chiesa. Fontana interpretò il ruolo episcopale come custodia della dignità umana, con particolare attenzione al lavoro. Nel tempo della crisi economica globale, la Chiesa umbra cercò strumenti concreti per sostenere famiglie colpite da precarietà e disoccupazione. In questa cornice si colloca il Fondo di Solidarietà delle Chiese Umbre, del quale Fontana fu anima e presidente, con un’opera di sensibilizzazione che coinvolse diocesi, realtà sociali e istituzioni. Il Fondo rappresentò un segno pubblico di responsabilità ecclesiale nella crisi: sobrio, operativo, verificabile nella sua capacità di raggiungere situazioni reali di difficoltà.
Bellezza come via evangelica: liturgia, arte, beni culturali
Per Fontana la via della bellezza non fu ornamento, fu forma di evangelizzazione. Da qui l’attenzione alla dignità liturgica, alla formazione del popolo, alla cura degli spazi celebrativi. In parallelo, egli promosse un forte impegno per i beni culturali ecclesiastici, nella convinzione che l’arte sacra sia catechesi visiva e memoria credente di un popolo.
In qualità di delegato regionale per i beni culturali, sostenne processi di tutela e valorizzazione, favorendo una lettura unitaria del patrimonio ecclesiale come risorsa spirituale e culturale. Il 2007, con la Settimana Liturgica Nazionale e la mostra “Santi e Papi in terra d’Umbria”, rimane un punto alto di questa intuizione: rigore culturale e afflato pastorale tenuti insieme, senza separare la storia dalla vita della fede.
Ricostruzione post-sisma: un cantiere ecclesiale oltre che tecnico
L’episcopato di Fontana si intrecciò stabilmente con la ricostruzione dopo il sisma del 1997. Il terremoto aveva ferito il cuore architettonico e identitario delle comunità. Il lavoro di ripristino e riapertura di un numero ingente di chiese e strutture pastorali restituì luoghi di culto e luoghi di appartenenza, favorendo anche un ripensamento degli spazi celebrativi in coerenza con le indicazioni liturgiche. In questo cantiere emerse un elemento pastorale spesso sottovalutato: la ricostruzione, quando è seguita con intelligenza ecclesiale, diventa anche ricostruzione di legami, di fiducia, di identità.
Vocazioni e formazione: il ritorno al Seminario
Un segno di speranza particolarmente incisivo fu la riapertura del Seminario diocesano dopo anni di chiusura. La scelta parlò alla diocesi in un tempo di fragilità vocazionale: la Chiesa non rinunciava a generare futuro. I frutti furono visibili anche nei numeri: durante il suo ministero a Spoleto-Norcia vi furono 37 nuovi sacerdoti, 25 dei quali ordinati personalmente da lui. La cura per il clero giovane e per la formazione integrale restò una priorità, dentro una visione che non separava la vita spirituale dalle competenze pastorali richieste dal tempo.
Diplomazia e missione: una diocesi aperta al mondo
Il passato diplomatico non rimase curriculum, divenne strumento di apertura ecclesiale. I rapporti con diverse Chiese e realtà internazionali, insieme a iniziative di sostegno missionario, offrirono a Spoleto-Norcia una dimensione più ampia, in dialogo con le Chiese sorelle e con le urgenze del mondo. Anche gli incarichi nazionali, tra i quali la vicepresidenza di Caritas Italiana e la segreteria della Commissione episcopale CEI per il servizio della carità e la salute, testimoniano una fiducia ecclesiale legata alla sua competenza e al suo stile operativo.
Conclusione: un’eredità integrata
Fontana lasciò Spoleto nel 2009, chiamato a guidare Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Il solco tracciato in Umbria rimase profondo. Il Sinodo, le opere segno, la riforma catechetica, il rilancio educativo, l’attenzione ai beni culturali, la questione sociale e il Seminario costituiscono pilastri di una pastorale integrata, nella quale carità, cultura e liturgia non competono tra loro, collaborano per un unico fine: rendere credibile il Vangelo nella vita concreta del popolo.
La memoria di monsignor Riccardo Fontana resta così legata a un tratto essenziale del ministero episcopale: servire una Chiesa reale, con le sue ferite e le sue risorse, accompagnandola a respirare, discernere, camminare insieme. In questo senso la sua eredità non è una celebrazione del passato. È una consegna per il futuro.
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