
Cari amici, dopo i giorni in cui abbiamo provato a mettere ordine su ascolto, ferita, libertà, affettività e autorità, è giusto affrontare il libro La scelta di Alberto Ravagnani. Lo facciamo con una domanda semplice: che cosa chiede davvero questo libro al lettore?
A mio parere chiede empatia, vicinanza, partecipazione. Chiede anche un passo ulteriore: essere accolto come gesto pubblico che rende una decisione irreversibile. L’autore lo dichiara con un’immagine programmatica: «Dovevo bruciare le navi». E chiarisce il senso della scrittura come un “punto di non ritorno”.
Questo dato iniziale illumina tutto il resto. Un testo nato per fissare una scelta tende naturalmente a rileggere molti elementi del passato alla luce di quella decisione. Il lettore può compiere un passaggio quasi impercettibile: dalla storia di una persona a una diagnosi generale sulla Chiesa. Il libro è forte perché racconta in modo incisivo, coinvolgente, immediato. Questa forza narrativa è una qualità comunicativa. È anche una prova educativa: l’intensità emotiva può diventare, senza accorgersene, il criterio dominante.
C’è poi un elemento che va detto con chiarezza, soprattutto pensando ai più giovani. Nell’estate 2025, nel pieno delle giornate romane del Giubileo, la figura del sacerdote comunicatore entra stabilmente nel racconto pubblico della “missione digitale”, tra interventi e articoli su testate ecclesiali e vaticane. Un libro così, per struttura e risonanza, non nasce in poche settimane come un contenuto di stagione. Anche quando la scrittura è rapida, la materia che la sostiene è lunga: si sedimenta, si organizza, si decide. Questo significa che la scelta resa pubblica in queste pagine era già in gestazione mentre l’autore era ancora un riferimento comunicativo per molti.
Questa cornice aiuta anche a leggere alcune interviste e uscite pubbliche successive, dove affiora un disallineamento tra il tono della comunicazione e la maturazione interiore che il libro poi rende evidente. Non lo dico per fare processi alle intenzioni. Lo dico per un motivo educativo: quando una parola pubblica diventa guida, una crisi personale rischia di diventare, senza volerlo, una catechesi implicita per chi ascolta. Qui nasce il senso di questa mia lettura del libro: non giudicare una persona, ma custodire chi legge. Aiutare a distinguere tra la forza di una narrazione e la verità di un criterio, perché una storia, per quanto intensa, non diventi automaticamente una regola per tutti.
Uno dei punti più discussi del testo riguarda la formazione. Ravagnani descrive il seminario come un contesto che può infantilizzare, controllare, generare sospetto, fino a dinamiche di sfiducia e di “riferire ai superiori” che rendono difficile un’amicizia vera e libera. È una denuncia che, letta così, colpisce perché intercetta paure e ferite reali che molti, in forme diverse, hanno conosciuto.
Su questo va fatta una distinzione decisiva. Io non ho gli elementi per giudicare nel dettaglio singoli ambienti, singole persone, singole decisioni. Posso però affermare un criterio: se una formazione educa alla dipendenza, alimenta la paura, premia la delazione, soffoca la libertà interiore e non coltiva la fraternità, quella modalità è da correggere, perché contraddice lo scopo stesso della formazione ecclesiale, che è far maturare uomini capaci di verità, responsabilità e dono.
Il passaggio che va fermato è un altro: dalla critica di prassi possibili, e talvolta reali, alla tesi implicita che la forma-seminario, in quanto tale, produca immaturità per necessità. Qui il rischio non è solo logico, è educativo: una testimonianza, per quanto intensa, può diventare una lente unica che spiega tutto e assolve automaticamente ogni conclusione. La Chiesa ha il dovere di vigilare sui suoi stili formativi e di correggere ciò che non evangelizza. Questo, però, è diverso dal delegittimare il principio della formazione ecclesiale. Il problema, quando c’è, sta nel modo in cui si forma. Non nel fatto che si formi.
Un altro elemento che nel libro pesa molto è la figura dello psicologo. La terapia appare come spazio di parola totale e di libertà: «È diventato il mio spazio settimanale di libertà. Posso dire tutto». Questo è un punto che va rispettato. La cura può essere un aiuto vero. La pagina più delicata arriva quando l’autore polarizza la propria condizione in modo estremo: «O sono un profeta, o sono completamente pazzo», e riceve la risposta: «No, non è pazzo. Questo glielo posso certificare io». Questa rassicurazione, nella narrazione, rischia di funzionare per il lettore come una sorta di timbro generale: se non è “pazzo”, allora tutto ciò che conclude è vero. Qui serve una distinzione semplice e decisiva: la salute psichica e la verità delle tesi ecclesiali sono piani diversi. La terapia può aiutare una persona a reggere la verità. Non “certifica” automaticamente la bontà delle conclusioni sulla Chiesa, sul sacerdozio, sulla disciplina.
Il tema del potere e della sacralizzazione del ministro viene affrontato con toni forti. L’autore parla di “aura di intoccabilità” e di privilegi sociali legati al ruolo. Anche qui c’è un dato reale: esistono forme di clericalismo, esistono opacità, esistono abusi che hanno radici anche in dinamiche di potere e di protezione. La conclusione che va corretta è quella che scivola verso la delegittimazione dell’autorità in quanto tale. La Chiesa vive di autorità evangelica. La comunità si sfalda quando nessuno custodisce l’unità. Il punto è purificare l’autorità, renderla trasparente, educarla al servizio e alla correzione fraterna. La sacralità del ministero non è un privilegio. È un vincolo. Non rende superiori, rende più responsabili.
Il nodo più delicato, perché più carico di conseguenze pastorali, riguarda affettività e celibato. Il libro formula un nesso molto forte: «toccare l’affettività significa toccare il celibato. E toccare il celibato significa toccare l’intero sistema». Propone inoltre di rivedere la “fusione automatica” tra sacerdozio e celibato. Il lettore va aiutato a vedere che qui sono mescolati tre piani: il vissuto personale, la critica disciplinare, la diagnosi sistemica. Il rischio è che la sofferenza affettiva venga recepita come prova immediata che la disciplina è sbagliata, e che la revisione della disciplina venga recepita come terapia ovvia. La Chiesa ragiona con più ordine: accompagna le persone, educa alla libertà e all’integrazione, distingue tra casi e criteri, custodisce la dottrina, valuta le discipline alla luce della Tradizione e del fine del ministero. La crisi non si cura sciogliendo legami in modo automatico. Si cura formando uomini capaci di verità, amicizie sane, preghiera reale, disciplina interiore, responsabilità.
C’è poi un aspetto comunicativo che attraversa il libro e che merita di essere esplicitato: la costruzione di un conflitto in cui la libertà appare come rottura della forma, e la forma appare come sospetto verso la libertà. L’autore scrive: «La libertà è pericolosa perché è contagiosa». Questa frase può suonare come una chiave: il singolo libero contro il sistema che lo frena. È una struttura narrativa potente. È anche un’impostazione che, se assorbita senza criterio, educa i giovani a un errore: pensare che autenticità significhi uscire dalla forma, e che maturazione significhi sciogliere i legami.
Ecco allora il punto conclusivo. La scelta non va temuto, va accompagnato. Può essere letto, purché non venga ingoiato tutto d’un fiato. Serve criterio, perché una sofferenza è un fatto serio, non è ancora una norma per tutti. In una testimonianza intensa bisogna distinguere: tra essere compresi e avere ragione, tra ascolto e mandato, tra critica di prassi concrete e delegittimazione della Chiesa, tra crisi personale e soluzione proposta.
Per chi legge e per chi accompagna, restano tre criteri semplici, che non giudicano una persona e custodiscono le coscienze. Il discernimento: la risonanza emotiva segnala qualcosa, non decide da sola ciò che è vero. La decisione: la libertà cristiana non è reversibilità permanente, è un sì che prende forma e regge nel tempo. La perseveranza: il Vangelo non promette una vita senza croce, promette fecondità nella fedeltà. Questo è il modo più onesto di stare davanti a un libro che coinvolge e ferisce: ascoltare, distinguere, orientare. Una narrazione può accendere domande utili. La coscienza non va consegnata al solo termometro dell’emozione.
Forse, in questo momento, la scelta più saggia è quella che ha fatto Francesco Anfossi, nell’articolo di ieri su Famiglia Cristiana dedicato al caso Ravagnani. Racconta che, prima di uscire, ha aperto una copia del libro e, trovando l’incipit che accosta la Messa a una parolaccia, l’ha richiusa e rimessa sul tavolo. Non per indignazione, scrive, bensì per istinto. E conclude con una frase che vale più di molte polemiche: «Il Sacro ha ancora un senso, una dignità immensa».
Qui sta il punto. Si può discutere di forme, di linguaggi, di ferite, di percorsi. La Chiesa stessa è chiamata a interrogarsi con serietà. Il sacro non è materia neutra, è ciò che appartiene a Dio. Il modo in cui se ne parla educa. Quando la lingua si abitua ad abbassare l’altare, anche il cuore si abitua a fare lo stesso. Così la crisi di uno rischia di generare ferite in altri, e la più grande è questa: perdere, quasi senza accorgersene, il senso di Dio.
Una scelta può essere dolorosa e sincera. La verità di una scelta si misura anche nella riverenza con cui resta davanti al Mistero, senza trasformare il sacro in uno strumento narrativo. E qui, soprattutto per noi preti, e vale anche per gli ex preti, che per vocazione siamo chiamati ad essere “maestri” del popolo di Dio, il Vangelo mette una domanda che non possiamo evitare: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso?» (Mc 8,36). Anche quando ciò che si guadagna, ammesso che non sia denaro, è consenso, visibilità, ragioni e applausi.
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