
La condivisione del superiore della comunità dei frati di Monteluco, padre Paolo Zampollini, ofm, ha mirato a far riflettere i religiosi che la virtù della “speranza certa” è un pilastro fondamentale della vita e della spiritualità di San Francesco d’Assisi. Lungi dall’essere un vago ottimismo o un desiderio esitante, per Francesco la speranza è una certezza teologale, una virtù saldamente radicata non tanto nella fiducia che l’uomo ripone in Dio, quanto in quella, precedente e fondativa, che Dio stesso ripone nell’uomo. La tesi qui sostenuta è che questa speranza non solo coesiste con la fede e la carità, ma le precede e le guida, manifestando la sua piena potenza specialmente nei momenti di oscurità, di sofferenza estrema e di fronte al mistero ultimo della morte. L’analisi si snoderà attraverso la definizione del concetto di “speranza certa”, l’esame della sua dinamica con le altre virtù teologali e la sua incarnazione nelle tappe cruciali dell’esistenza del Santo.
1. Definizione della “Speranza Certa”: Una Virtù Richiesta nelle Tenebre
Per comprendere a fondo la spiritualità francescana, è essenziale definire con precisione il concetto di “speranza certa”, distinguendolo dall’accezione comune del termine “sperare”, che spesso implica dubbio e incertezza, come nell’espressione colloquiale “speriamo”, che equivale a un “vedremo”. La speranza francescana è, al contrario, un’affermazione di solidità.
L’analisi parte dalla celebre preghiera di un giovane Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano: “Alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio e dammi fede retta, speranza certa, carità perfetta…“. La richiesta specifica di una “speranza certa” emerge da un paradosso esistenziale: Francesco si trova in una condizione di profonda incertezza, nelle “tenebre del cuore”, senza una direzione chiara per la propria vita dopo aver abbandonato i sogni cavallereschi. È proprio in questo buio, in questa assenza di sicurezze umane, che egli invoca una certezza che non può venire da sé.
Il fondamento teologico di questa certezza risiede nel suo punto di origine: non l’uomo, ma Dio. La speranza è “certa” perché si basa sulla scoperta che “Dio crede in noi” e che “ha sperato lui per primo”. È la fiducia originaria di Dio, che spera persino che “l’ultimo dei peccatori” possa collaborare alla propria salvezza, a costituire la roccia incrollabile su cui si poggia la speranza umana. Di fronte alle tenebre personali, Francesco intuisce che, se Dio è suo padre, allora può e deve sperare con certezza, perché la sua speranza diventa un’eco della fiducia divina.
Questa natura teologica della speranza la rende capace di vedere oltre il visibile, di percepire “quello che sarà”, e la pone in una relazione dinamica e unica con le altre virtù teologali della vita cristiana.
2. La Dinamica Teologale: La Speranza come Guida di Fede e Carità
Nella spiritualità francescana, la relazione tra le tre virtù teologali non è statica, ma gerarchica e funzionale, con la speranza che assume un ruolo preminente e propulsivo. Francesco non le elenca sempre nell’ordine paolino tradizionale (fede, speranza, carità), ma spesso antepone la speranza, rivelando un’intuizione profonda sulla sua funzione.
L’analogia del poeta Péguy, citata nel testo di riferimento, illumina magnificamente questo ruolo. Egli descrive la Fede e la Carità come due sorelle maggiori, adulte e sicure. La Speranza, invece, è una “bambina da nulla” che cammina in mezzo a loro. Eppure, è proprio questa piccola bambina che “attraverserà i mondi”, prendendo per mano le sorelle maggiori e trascinandole avanti, specialmente quando il cammino si fa arduo. Questa immagine poetica cattura l’essenza della speranza francescana: essa è la forza motrice che permette a fede e carità di non arrestarsi, di “andare incontro alle situazioni nuove” e di superare gli ostacoli. Questo slancio propulsivo è precisamente ciò che ha permesso a Francesco di trasformare le tenebre di San Damiano, l’agonia della malattia e la finitezza della morte in atti di fede e di carità profonda.
Questa priorità esperienziale trova una conferma testuale nelle Lodi di Dio Altissimo, una preghiera della maturità di Francesco. In questo lungo elenco di attributi divini, Francesco si rivolge a Dio proclamando: “Tu sei la nostra speranza, tu sei la nostra fede, tu sei la nostra carità”. Dal punto di vista teologico, questa sequenza non è casuale, ma rivela un’ordo salutis esperienziale in cui la speranza è la prima porta di accesso a Dio, la condizione indispensabile per poter poi esercitare una fede retta e una carità perfetta. È significativo notare, come evidenziato dalla fonte, che “speranza” è uno dei pochi attributi ripetuti in questa preghiera, a sottolineare il suo ruolo non solo iniziale, ma costante e fondativo. È la certezza che Dio è nostra speranza a rendere possibile il credere e l’amare.
Vediamo ora come questa dinamica teologica non rimanga un’astrazione, ma si incarni concretamente negli episodi salienti della vita di Francesco.
3. La Speranza all’Opera: Manifestazioni nella Vita di San Francesco
La “speranza certa” non è per Francesco un concetto astratto da contemplare, ma una forza viva che plasma le sue azioni e reazioni di fronte al successo, al dolore più atroce e all’ineluttabilità della morte. È una virtù praticata, sofferta e infine cantata.
La Speranza come Pratica Quotidiana nel Successo
Contrariamente all’idea che la speranza serva solo nei momenti di crisi, Francesco la coltiva come un atteggiamento costante. Dopo aver ricevuto l’approvazione della Regola da parte del Papa, un momento di grande successo e di realizzazione di un desiderio profondo, le fonti riportano che in Francesco “ogni giorno cresceva la sua speranza e fiducia nel Salvatore”.
Questo passaggio è significativo perché dimostra che la speranza non è relegata alle tenebre, ma è un abituale da coltivare giorno per giorno. È l’esercizio continuo di riconoscere i segni della bontà e della fiducia di Dio nella realtà, anche quando la situazione è favorevole. La speranza diventa così la capacità di vedere la mano di Dio non solo nella liberazione dal male, ma anche nell’abbondanza del bene, alimentando una fiducia che cresce quotidianamente.
La Speranza che Nasce dalla Sofferenza: La Genesi del Cantico delle Creature
La genesi del Cantico delle Creature rappresenta forse il culmine della speranza francescana, nata da un paradosso sconvolgente. L’immaginario comune colloca la stesura del Cantico in un idilliaco contesto naturale. La realtà storica, invece, è drammaticamente opposta: Francesco si trova a San Damiano in una condizione di sofferenza estrema. È quasi completamente cieco, tormentato da dolori allo stomaco con frequenti emorragie e, come se non bastasse, infestato giorno e notte dai topi che non gli danno tregua.
Il processo spirituale che conduce dalla desolazione al canto universale si articola in tre passaggi fondamentali:
La Pietà di Sé: Francesco non nega il proprio dolore né lo spiritualizza artificialmente. Al contrario, prova “pietà di se stesso”, abitando la propria sofferenza con un realismo disarmante. Questo atto di auto-compassione si pone come un correttivo a una spiritualità disincarnata o disumanizzante. È il coraggio di entrare in contatto con la propria fragilità che crea l’apertura necessaria per riconoscere il bisogno di Dio e, quindi, per “chiedere aiuto al Signore”.
La Preghiera di Resilienza: Nella sua preghiera, non chiede a Dio di eliminare la sofferenza, ma gli domanda la forza per “sapersi stare dentro”. Questa è una chiave della speranza matura: non la fuga dalla realtà, ma la capacità di abitarla con l’aiuto di Dio.
La Risposta Divina: A questa preghiera, Dio risponde con un dialogo mistico che trasforma la percezione di ogni cosa. Gli chiede se scambierebbe la sua sofferenza con fiumi che si trasformano in oro e pietre preziose. Attraverso questo linguaggio simbolico, Dio gli dona la certezza del Paradiso. Questa promessa divina, di valore incomparabile rispetto a qualsiasi tesoro terreno, sigilla la “speranza certa” e rende la sofferenza presente un prezzo irrisorio a fronte del bene eterno garantito.
Immediatamente, questa esperienza personalissima di speranza trabocca e si trasforma in un atto di carità. Francesco desidera comporre una lode “a mia consolazione e a edificazione del prossimo”. La speranza, nata nel dolore più intimo, diventa una fonte di speranza per gli altri, un dono che, attraversando otto secoli, continua a parlare e a consolare.
4. La Speranza di Fronte a “Sorella Morte”
L’atteggiamento di Francesco di fronte alla morte è la prova definitiva della solidità della sua speranza. Quando il medico, con riluttanza, gli comunica che la sua fine è imminente, la sua reazione è priva di qualsiasi paura. Questa serenità non è stoicismo, ma il frutto maturo della “speranza certa” ricevuta a San Damiano e confermata nella sofferenza.
È questa certezza che gli permette di ridefinire radicalmente la morte, non più come nemica, ma come “sorella Morte corporale”. Proprio in quel momento, egli aggiunge la strofa finale al suo Cantico, affrontando la morte con un realismo totale e una fiducia incrollabile. Riconosce che “null’omo vivente può scappare“, ma al tempo stesso afferma con certezza che per coloro che muoiono nella volontà di Dio, “la morte seconda non farà male“. La morte fisica diventa così un passaggio, una sorella che lo conduce all’incontro definitivo con quel Signore che gli ha già garantito il suo posto nel Regno.
L’Eredità della Speranza Francescana
La “speranza certa” di San Francesco si rivela come una virtù teologale potente, fondata non sulla capacità umana ma sulla roccia della fiducia di Dio nell’uomo. Essa agisce come una guida per la fede e la carità, infondendo loro la forza di avanzare anche nelle tenebre. Questa speranza si è incarnata concretamente nella vita del Santo, permettendogli di coltivare la fiducia nel successo, di trasformare la sofferenza più atroce in un canto universale e di accogliere la morte come una sorella.
Secondo la spiritualità francescana qui delineata, sperare è l’atto coraggioso di “chiedere aiuto al Signore” e di “dare credito a quello che Lui dice”, specialmente quando le circostanze sembrano negare le sue promesse. L’eredità di Francesco offre un messaggio di straordinaria attualità: la speranza non è la negazione della realtà dolorosa, ma la certezza che, aprendosi a Dio anche nelle “nostre morti quotidiane”, è possibile scoprire una via che non aggira la sofferenza, ma la attraversa per condurre a una vita più piena e autentica.
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