Oggi si è celebrata nella nostra diocesi la 30ª Giornata Mondiale della Vita Consacrata a Monteluco e il nostro Arcivescovo, Mons. Renato Boccardo, nell’omelia dettata ai religiosi e alle religiose presenti, ha consegnato una chiave di lettura che ha dato unità a tutto: la vita consacrata come “segno profetico”, narrata con due verbi che emergono dalle figure evangeliche di Simeone e Anna: “attendere” e “restare”. Riportiamo la sua Istruzione:

La Chiesa, nella sua multiforme ricchezza, può essere immaginata come un giardino rigoglioso, nel quale fioriscono innumerevoli carismi donati dallo Spirito. In questo giardino, le persone di vita consacrata rappresentano fiori di particolare bellezza, la cui presenza costituisce un “patrimonio prezioso” per l’intera comunità dei credenti. Sebbene la loro testimonianza non sia sempre visibile in primo piano, essa irriga costantemente il terreno della fede, indicando una via possibile e feconda. L’obiettivo di questo saggio è analizzare come la vita consacrata funzioni da testimonianza profetica nel nostro tempo, dimostrando con la sua stessa esistenza che la sequela del Maestro può conferire “senso, pienezza e fecondità all’esistenza tutta intera”. Per esplorare questa dimensione profetica, l’Arcivescovo si è affidato a due verbi che emergono dalle due figure presentate dal Vangelo, Simeone e Anna: “attendere” e “restare”.

“Attendere”: La Profezia della Santa Inquietudine

In un mondo che esige gratificazione immediata e soluzioni istantanee, la dimensione dell’attesa si pone come un segno profetico di radicale alterità. Essa, tuttavia, non è una caratteristica esclusiva della vita consacrata, ma è “costitutiva della vita cristiana” nel suo insieme. La figura evangelica di Simeone ne è l’archetipo perfetto: egli è “colui che vive nell’attesa di quell’incontro” che, una volta realizzato, dà compimento a un’intera esistenza. La sua reazione di fronte al Bambino Gesù è la sintesi di una vita vissuta in funzione di un “di più”: “Non ho più bisogno di nulla, mi riempie e mi basta”.

In questa prospettiva, la vita religiosa può essere letta come la “declinazione del verbo attendere”. La sua stessa presenza nel popolo di Dio è un richiamo costante, una testimonianza silenziosa ma eloquente del fatto che “ci manca qualcosa”. E forse proprio qui risiede il senso più autentico del digiuno cristiano: come ci insegna la sapienza dei Padri, il digiuno “non è tanto il privarsi di qualcosa, è il vivere l’ansia per raggiungere quello che ci manca”. E ciò che manca è la “pienezza dell’incontro con il Signore”. Questa santa inquietudine trova la sua espressione più celebre nella confessione agostiniana: “ci hai creato per te e il nostro cuore è inquieto finché non ripose in te”. Tale inquietudine è il motore di un universale desiderio di pienezza che muove ogni essere umano. A differenza dell’irrequietezza ansiosa e frammentata promossa dalla cultura del consumo e dalla distrazione digitale, questa è un’inquietudine sacra che, se orientata verso il Bene, genera santità. Quando invece gli strumenti per saziarla sono sbagliati, essa può degenerare in violenza, ma la sua origine rimane una spinta verso qualcosa di grande.

La tentazione fondamentale contro cui la vita consacrata si erge come baluardo è quella dell’accontentarsi. L’uomo, infatti, non è fatto “per una piccola parte”, ma “per il tutto”. Accontentarsi significa adagiarsi in un compromesso sterile, aver “trovato l’equilibrio che ci permette di stare in piedi sempre e comunque”. La vita consacrata, al contrario, incarna e rende visibile la “nostalgia di un qualcosa di più capace di riempire le grandi attese” che Dio stesso ha seminato nel cuore di ogni persona. Questa santa inquietudine, tuttavia, per non disperdersi in un anelito astratto, esige un luogo dove incarnarsi e mettere radici. L’attesa profetica trova il suo altare nel “restare”, come ci insegna la profetessa Anna, la cui permanenza nel tempio non era statica, ma era un’attesa ardente e radicata.

“Restare”: La Profezia dell’Appartenenza Radicata

In un’epoca segnata dalla mobilità, dalla fluidità e dal provvisorio, il verbo “restare” assume una potente carica profetica. Esso parla di radicamento, stabilità e, soprattutto, di appartenenza. Il modello evangelico di questa profezia è la profetessa Anna, della quale il Vangelo sottolinea che “non si allontanava mai dal tempio”. Il suo “restare” non è una permanenza passiva, ma una scelta attiva di appartenenza a un luogo, a una storia e a una comunità.

Applicata alla vita consacrata, questa dimensione si traduce in un profondo senso di appartenenza alla chiesa locale. Non si tratta di essere semplici “ospiti” di passaggio, ma di sentirsi “a casa”. Questo implica un cambio di prospettiva radicale: il cammino quotidiano della diocesi, “con tutte le sue luci e le sue opere, con le sue ricchezze, con le sue povertà”, diventa qualcosa che appartiene alla persona consacrata, un percorso da assumere su di sé in piena comunione. Tale radicamento si manifesta in gesti concreti che ne diventano il segno visibile:

• L’intercessione: Farsi carico del popolo pellegrino, ponendosi come ponte “tra il popolo… e la misericordia… di Dio”. È un ministero silenzioso ma fondamentale, che sostiene il cammino di tutti.

• La partecipazione fedele: Un esempio luminoso di questo radicamento è la chiamata, rivolta in particolare ai sacerdoti con un ministero diocesano, a una partecipazione fedele e costante alle iniziative comuni, come ritiri e incontri. Questa presenza fisica, unita a quella del pensiero e della preghiera, serve a “significare visivamente questo radicamento” e a testimoniare un’appartenenza che è sostanza e non solo forma.

• La responsabilità condivisa: Assumere la consapevolezza che “questa chiesa appartiene a tutti e tutti ne siamo responsabili”, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ruolo, offrendo il proprio contributo alla vita della comunità.

Questo radicamento non significa restringere i propri orizzonti o chiudersi al mondo. Significa, piuttosto, riconoscere con umiltà e gratitudine che “è qui che il Signore ci voluti oggi e qui ci chiede di crescere e di portare frutto”. È in questo terreno concreto che la chiamata divina si incarna e diventa feconda. Un’attesa così profonda e un radicamento così autentico, però, non possono essere sostenuti da una singola decisione passata; richiedono un dinamismo costante, un rinnovamento quotidiano della propria donazione.

Il Rinnovamento Quotidiano della Donazione

Una testimonianza profetica non può nutrirsi di ricordi. La consacrazione è un atto vivo, una relazione che esige di essere alimentata ogni giorno. Come ci ricorda la sapienza spirituale, “non si vive di rendita”. La donazione totale di sé, fatta un giorno più o meno lontano, non è un traguardo definitivo, ma un punto di partenza. Essa “deve essere rinnovata con la stessa gioia, con la stessa intensità, con la stessa generosità della prima volta”.

Le circostanze esteriori cambiano, la storia personale lascia i suoi segni, ma l’invito a ricominciare è perenne. In questo senso, come ci ricorda Papa Francesco, la vita consacrata, come tutta la vita cristiana, “non consiste nel non sbagliare mai, ma nel ricominciare sempre”. Questo “ricominciare” non è un segno di fallimento, ma un atto di profonda fiducia e di matura responsabilità. È la scelta consapevole di rimettere ogni giorno la propria vita nelle mani del Signore.

Lo scopo ultimo di questo rinnovamento costante non è il raggiungimento di una perfezione autoreferenziale. Al contrario, l’obiettivo è permettere a Dio di fare della propria esistenza un “capolavoro”, non per la gloria personale, ma “per la sua gloria, per la consolazione della Chiesa”. Ogni nuovo inizio è un’occasione offerta al Signore per continuare la sua opera di salvezza attraverso la testimonianza dei suoi consacrati.

Testimoni della Strada Già Percorsa

La missione profetica della vita consacrata si articola, dunque, lungo il duplice e inseparabile asse dell’attendere e del restare. È un’attesa che dà anima al restare e un restare che dà corpo all’attesa. Con la sua santa inquietudine, essa ricorda a tutta la Chiesa che siamo fatti per il “tutto” e non per una parte, mantenendo vivo il desiderio della pienezza dell’incontro con Cristo. Con il suo radicamento fedele, testimonia che questo incontro avviene qui e ora, nella concretezza di una comunità e di un territorio che Dio ci affida come casa.

Tornando alla metafora iniziale, le persone consacrate sono quei “fiori” che, con la loro presenza e la loro testimonianza, “edificano la Chiesa” e la rendono un giardino più bello e accogliente. Essi sono un segno vivente che la sequela del Maestro riempie l’esistenza di senso e fecondità. Il cammino, per loro come per ogni credente, può a volte presentarsi “in salita”, richiedendo forza e fiato buono. Ma la consolazione più grande, che è anche il cuore del loro messaggio profetico, risiede in una certezza incrollabile: “quella strada che noi stiamo percorrendo l’ha già percorsa il Signore davanti a noi e la resa percorribile”. Questa consapevolezza trasforma la fatica in speranza e offre a tutto il popolo di Dio un motivo per ripartire ogni giorno con rinnovata fiducia.

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