don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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Giovanni Merlini e la storia del nuovo Santuario della Madonna del Fosco

Nell’estate del 1854, quando Giovanni Merlini giunse a San Felice, nessuno avrebbe potuto immaginare che una passeggiata lungo una strada di campagna avrebbe lasciato un segno destinato a durare molto più degli uomini che quel giorno la percorsero.

Merlini aveva cinquantotto anni ed era Direttore generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Conosceva bene San Felice. La vecchia abbazia, raccolta nella campagna di Giano, apparteneva ormai alla storia della Congregazione e continuava a essere uno di quei luoghi nei quali la missione ritrovava il silenzio da cui ripartire. In quei giorni vi si tenevano gli esercizi spirituali del clero spoletino, fortemente voluti dall’arcivescovo Giovanni Battista Arnaldi. La casa era più animata del consueto e, tra la preghiera, le conferenze e i momenti di riposo, maturò quasi senza rumore una vicenda che avrebbe cambiato il volto di un antico santuario mariano.

A San Felice era presidente della comunità don Camillo Rossi. Da qualche tempo Arnaldi gli parlava della Madonna del Fosco, venerata nella piccola chiesa che sorgeva poco distante dall’abbazia, in fondo alla valle. Il santuario era frequentato e la devozione della gente continuava a portare fin laggiù pellegrini dalle comunità vicine. La costruzione, cresciuta nei secoli intorno alla memoria dell’apparizione del 1413, aveva ormai bisogno di essere ampliata.

Don Camillo condivideva il desiderio dell’Arcivescovo e conosceva bene anche i conti dei Missionari. Nelle case della Congregazione erano aperti diversi cantieri e i debiti consigliavano prudenza. Presentare a Merlini una nuova fabbrica significava consegnargli un’altra preoccupazione. Così, approfittando della presenza di Arnaldi agli esercizi del clero, gli chiese di parlare direttamente con il Direttore generale.

Colagiovanni racconta la scena con particolari che conservano il sapore di quella mattina. Arnaldi uscì a passeggiare con Merlini e, conversando, prese la direzione del Fosco. Don Giovanni lo seguì pensando probabilmente a una breve passeggiata. L’Arcivescovo continuò a camminare. Lasciarono San Felice alle spalle, imboccarono la stradina che scendeva verso la valle e raggiunsero la piccola chiesa circondata dalla vegetazione, con il ruscello che le passava accanto.

Fu lungo quel cammino che Arnaldi affrontò la questione. Tempo prima erano stati raccolti circa quattromila scudi per ampliare il santuario. Era una somma considerevole, offerta espressamente per il Fosco. Quel denaro aveva preso un’altra strada ed era stato utilizzato per la costruzione del coro della Cattedrale di Spoleto. Lo stesso Arcivescovo confidò a Merlini che quella decisione non gli sembrava giusta.

«La destinazione del denaro offerto è quella decisa dall’offerente».

Giovanni Merlini, nel racconto di Michele Colagiovanni

La risposta era semplice: quei soldi erano stati dati per il Fosco e al Fosco appartenevano. Merlini poteva pensare che la questione fosse ormai chiarita. Mentre i due risalivano verso San Felice, in realtà, il problema stava soltanto cambiando proprietario.

Tornati all’abbazia, sotto gli elci, Arnaldi gli disse che dell’ampliamento avrebbe dovuto occuparsi lui. Merlini riportò subito il discorso alla concretezza dei conti. Avrebbe assunto volentieri l’impresa, se ci fossero stati i mezzi; la Congregazione aveva lavori aperti nelle proprie case e portava già qualche debito. Una nuova costruzione richiedeva denaro, mentre la somma raccolta per quella costruzione era ormai diventata il coro della Cattedrale.

Arnaldi insistette. Il Fosco era frequentato, i fedeli erano generosi e i Missionari avevano già ridato vita a San Felice. Merlini prese tempo. Per qualche giorno lasciò sedimentare la proposta; poi si ritirò nella propria camera e cominciò a disegnare.

È una scena che merita di essere immaginata con calma. Fuori c’era l’antica abbazia, attorno la campagna di Giano; poco più in basso, dentro la valle, quella piccola chiesa custodiva da oltre quattro secoli la preghiera della gente. Nella sua stanza, con carta e strumenti da disegno, un missionario cominciava a dare forma alla chiesa che ancora oggi accoglie i pellegrini.

Merlini scelse una pianta a croce greca e volle conservare l’antico santuario dentro la nuova costruzione. La piccola chiesa sarebbe diventata il braccio corrispondente all’altare maggiore. Ciò che le generazioni precedenti avevano custodito continuava così a vivere nell’edificio nuovo.

Arnaldi approvò il progetto. Merlini, consapevole che il disegno doveva passare attraverso l’esperienza di chi conosceva bene materiali e cantiere, lo spedì a Spello al fratello laico Raffaele Marini, suo uomo di fiducia e pratico esperto di costruzioni, chiedendogli soprattutto di verificare i calcoli. Colagiovanni riassume quel metodo con un vecchio proverbio: «Cento misure e un taglio».

Il 20 agosto 1854 arrivò il momento di cominciare. Monsignor Guglielmo Aretini-Sillani benedisse la prima pietra e la quiete della valle si riempì del rumore del lavoro e dei canti religiosi. Missionari e fratelli laici scesero al Fosco e si misero all’opera. Tra loro c’era anche il Direttore generale.

Giovanni Merlini, che pochi giorni prima aveva disegnato la chiesa nella propria camera, ora trasportava pietre e materiale per le fondamenta. Rimaneva al lavoro per ore; quando la fatica gli rendeva difficile continuare a portare pesi, si fermava accanto ai muratori e li aiutava. È forse questa l’immagine che meglio racconta il suo legame con il Fosco: l’uomo che aveva tracciato le linee dell’edificio entra nel cantiere e ne assume personalmente la fatica.

A settembre i muri avevano già raggiunto qualche palmo sopra la radura e Merlini doveva ripartire. Prima di lasciare San Felice riunì il congresso della comunità e dispose che i lavori fossero seguiti da una commissione composta da cinque uomini di Giano, presieduta da don Camillo Rossi.

La prima riunione fece emergere immediatamente il problema che tutti conoscevano. I deputati ritenevano imprudente aggiungere altre pietre finché non fosse disponibile in cassa il denaro necessario. Don Camillo la pensava diversamente. Cercò di convincerli e, quando comprese che le posizioni restavano lontane, dichiarò che i lavori sarebbero proseguiti. Ne nacquero tensioni e cominciarono a circolare parole poco benevole sui Missionari. Anche nell’Ottocento, a quanto pare, accanto a un cantiere di pietre poteva nascerne uno di chiacchiere con tempi di costruzione decisamente più rapidi.

Don Camillo continuò. Arnaldi lo incoraggiava e Merlini, ormai tornato a Roma, seguiva ancora la vicenda. Il problema rimaneva quello iniziale: servivano risorse. Don Giovanni inviò allora a San Felice Giacomo Vivarelli, un fratello inserviente che Colagiovanni definisce con un’espressione capace di spiegare da sola la scelta: era un «abilissimo cercatore».

È a questo punto che il racconto di Colagiovanni può essere affiancato dai documenti originali conservati nell’archivio. Sono fogli semplici, riempiti di nomi, quantità e cifre. A guardarli oggi si comprende come il santuario abbia continuato a crescere dopo la partenza di Merlini.

Un elenco registra i benefattori che offrirono legname per la fabbrica della Madonna del Fosco. Arrivano tavole da Castagnola e legname da Giano; da Massa Martana vengono pezzi di quercia e di castagno. Paolo Pompili offre settecento fascine d’olivo e Luigi Pompili con i fratelli ne mette a disposizione un numero ancora maggiore per alimentare la fornace. Altri prestano una treggia per il trasporto, consegnano materiale per le armature o danno quello che possono ricavare dai propri terreni.

Un altro foglio conserva le offerte in denaro. In testa compare proprio Giovanni Battista Arnaldi, l’Arcivescovo che durante la passeggiata aveva raccontato a Merlini la storia dei quattromila scudi. Ora il suo nome è scritto fra quelli dei benefattori del nuovo cantiere. Accanto a lui compaiono ecclesiastici e laici, somme piccole e contributi più consistenti. Nessuna cifra, presa da sola, racconta la costruzione; messe insieme cominciano a spiegare come quei muri abbiano potuto continuare a salire.

C’è poi un registro ancora più eloquente: l’elenco dei sacerdoti che celebrarono la Messa lasciandone l’elemosina «a vantaggio della Fabbrica della Chiesa della B.ma Vergine del Fosco». I nomi vengono da Bevagna, Gualdo Cattaneo, Giano, Massa Martana, Montecchio, Viepri e da molte altre comunità. Il Fosco rivela così una capacità di raccogliere attorno a sé un territorio assai più largo della valle nella quale sorge.

Merlini non scrisse su quei fogli una meditazione sulla Provvidenza. Annotò persone, offerte, materiali e Messe. È forse proprio questo a renderli così eloquenti. La fiducia con cui i Missionari avevano deciso di continuare il cantiere assume nomi e cognomi; la generosità, prima di diventare una parola edificante, passa attraverso una tavola consegnata, una giornata di trasporto, l’elemosina di una Messa lasciata per la chiesa.

I cinque deputati di Giano avevano temuto che il denaro non bastasse e la loro prudenza era comprensibile. I Missionari conoscevano un’altra dinamica: quando la gente vede un’opera crescere davanti ai propri occhi, comprende meglio per che cosa sta offrendo. Dopo una prima incertezza, la popolazione si strinse attorno a chi aveva deciso di continuare. Le offerte arrivarono e la fabbrica crebbe.

Colagiovanni lascia qui il racconto particolareggiato del cantiere. Altre fonti ci permettono di seguirne l’esito. Nel 1860 la grande trasformazione era ormai compiuta e l’8 ottobre l’arcivescovo Arnaldi consacrò il nuovo santuario. L’anno seguente la cappella ricevette la sua decorazione.

Erano trascorsi sei anni dalla passeggiata durante la quale Arnaldi aveva raccontato a Merlini dei quattromila scudi. Quel denaro non era tornato dal coro della Cattedrale. Il Fosco era sorto ugualmente, attraverso altre offerte, attraverso il lavoro e attraverso la perseveranza di persone convinte che quella piccola chiesa della valle meritasse di essere consegnata al futuro.

Dentro questa vicenda Giovanni Merlini appare nella sua misura più vera. Quando Arnaldi gli propose l’impresa pensò ai debiti e alle case della Congregazione che avevano già bisogno di lavori. Rifletté prima di accettare. Quando accettò, disegnò il progetto e volle sottoporlo all’esperienza pratica di Raffaele Marini. Quando arrivò il momento di costruire, scese nella valle insieme agli altri e prese le pietre fra le mani. Tornato a Roma, continuò a preoccuparsi di quel cantiere lontano e mandò chi poteva aiutare San Felice a trovare le risorse necessarie.

Il Fosco racconta così anche una pagina della storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue. La Congregazione era arrivata a San Felice alcuni decenni prima e aveva trovato un luogo antico da far rivivere. Nel 1854 quella stessa comunità entrò nella storia ancora più antica di un santuario che apparteneva alla fede della popolazione. Merlini comprese che ampliarlo significava ricevere qualcosa che altri avevano custodito prima di lui. Per questo volle che l’antica chiesetta continuasse a vivere dentro quella nuova.

Ancora oggi il pellegrino raggiunge il cuore antico del santuario attraversando la costruzione ottocentesca. Senza saperlo ripercorre l’intuizione di Merlini: il futuro di quel luogo poteva essere costruito custodendone la memoria.

Sono passati quasi due secoli da quell’estate. Arnaldi, don Camillo Rossi, Raffaele Marini e Giacomo Vivarelli appartengono ormai alla storia. Dei prudenti deputati di Giano Colagiovanni non ci ha consegnato neppure i nomi. Merlini è stato proclamato Beato e la strada del Fosco continua a essere percorsa dai pellegrini.

La chiesa è ancora lì. Quando la si guarda conoscendo questa storia, le sue pietre acquistano una voce diversa. Ricordano le mani che le sollevarono e le offerte raccolte nelle case, la paura di chi avrebbe preferito aspettare e la fiducia di chi continuò il lavoro. Conservano il passaggio silenzioso di tante persone delle quali resta appena un nome scritto su un foglio.

Tra quelle pietre, per qualche giorno dell’estate del 1854, ci furono anche le mani di Giovanni Merlini.


Fonti principali. Michele Colagiovanni, Giovanni Merlini ventiquattro ore al giorno, 2ª ed., Primavera Missionaria, 1988; documentazione manoscritta relativa ai benefattori e alla fabbrica del Santuario della Madonna del Fosco; documentazione storico-artistica del Santuario e fonti dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia.

Una risposta

  1. Il Santuario della Madonna del Fosco – Due palmi sopra il cuore

    […] Giovanni Merlini e il Fosco […]

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