don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Quando la gente tornava al Fosco per dire grazie

Memorie di grazie, ex voto e devozione popolare nelle antiche carte del Santuario

Per comprendere davvero perché generazioni di uomini e donne abbiano continuato a scendere nella valle del Fosco, forse bisogna per qualche momento dimenticare i muri della chiesa e aprire le vecchie carte conservate insieme alla sua storia. Tra quelle pagine ingiallite non troviamo soltanto lavori, offerte e conti. Affiorano persone che arrivano al santuario portando una malattia, una paura o una speranza; alcune tornano qualche tempo dopo con un cero, un piccolo oggetto d’argento, oppure con il semplice desiderio che quanto ritenevano di avere ricevuto non venisse dimenticato.

Sono memorie nate dentro una fede popolare molto concreta. Chi le scrisse parla di grazie e qualche volta adopera parole ancora più forti, secondo il linguaggio religioso del proprio tempo. Oggi possiamo accostarci a questi documenti rispettandone la voce e distinguendo con cura la testimonianza conservata dall’eventuale riconoscimento ecclesiale di un miracolo. Le carte ci dicono ciò che quelle persone raccontarono e come interpretarono quanto era accaduto. È già molto, perché attraverso di loro possiamo ascoltare la vita che per quasi due secoli si è raccolta davanti alla Madonna del Fosco.

Una delle memorie ci porta al 1835 e introduce nella storia un nome particolarmente caro ai Missionari del Preziosissimo Sangue: Gaspare del Bufalo. Il documento fu redatto molti anni dopo, a Spoleto, il 28 aprile 1869, nel contesto della raccolta di notizie sul Servo di Dio. Ricorda una donna di nome Chiara, afflitta da una lunga e dolorosa infermità, che nel Giovedì Santo del 1835 ascoltò una predica di padre Gaspare. La memoria racconta che quelle parole la raggiunsero profondamente e che poco dopo ella attribuì al Signore, per intercessione di Gaspare, la grazia ricevuta. Il parroco pro tempore avrebbe registrato l’episodio nei libri delle grazie del santuario.

Memoria manoscritta redatta a Spoleto il 28 aprile 1869 relativa a una grazia ricordata nella storia del Santuario della Madonna del Fosco
La memoria redatta a Spoleto il 28 aprile 1869 conserva il ricordo dell’episodio risalente al 1835.

Questo foglio è importante anche per un’altra ragione. La grande ricostruzione legata a Giovanni Merlini sarebbe iniziata soltanto nel 1854. Il documento del 1835 mostra che il rapporto tra il Fosco e la storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue era già entrato nella memoria locale quasi vent’anni prima. San Felice e il piccolo santuario della valle appartenevano a due storie distinte che, poco alla volta, cominciavano a incontrarsi.

Nove anni dopo, il 12 maggio 1844, nella chiesetta venne portata una giovane di nome Teresa. La memoria la descrive affetta da paralisi alle gambe e incapace di reggersi in piedi. Fu condotta con fatica fin davanti all’altare della Madonna, dove cominciò a pregare insieme alle persone presenti. Il racconto riferisce che, durante quella preghiera, Teresa iniziò a muovere i piedi e poi le gambe, fino ad alzarsi e camminare senza aiuto.

La notizia si diffuse rapidamente a Montefalco. Il cappellano don Venanzio Ruggieri fece mettere per iscritto l’accaduto e la memoria venne comunicata anche al Vicario foraneo, perché fosse conservata. L’anno seguente Teresa risultava ancora in buona salute e tornava al santuario a piedi. È proprio questo desiderio di conservare una traccia che rende il documento prezioso: chi assistette alla scena volle impedire che il tempo cancellasse ciò che quella comunità aveva interpretato come una grazia della Madonna.

Nel 1845 la protagonista ha soltanto otto anni. Si chiamava Domenica Chiucchiurini e, secondo la memoria che ci è rimasta, da alcuni mesi non riusciva a camminare né a sostenersi in piedi. Sua madre la condusse al Fosco e la bambina venne posta davanti all’immagine della Vergine. Il documento racconta che, mentre recitava le Ave Maria, sentì tornare forza nelle gambe e si alzò.

Il particolare più delicato viene dopo. Il giorno seguente Domenica tornò al santuario. Portava un cero e un piccolo ex voto d’argento a forma di gamba.

Quel minuscolo oggetto, del quale oggi possediamo soltanto la memoria scritta, apre una finestra su una pratica che accompagnò per secoli i santuari cristiani. Quando una persona riteneva di avere ricevuto una grazia, lasciava qualcosa che potesse conservarne il ricordo. L’ex voto diventava una preghiera resa visibile e permetteva anche agli altri pellegrini di incontrare, senza conoscerne personalmente il protagonista, una storia di affidamento e di gratitudine.

Questa consuetudine aiuta a leggere anche gli antichi inventari del Fosco, nei quali erano ricordate numerose tavolette votive. Molte sono andate disperse. Le carte rimaste ci restituiscono almeno qualche volto e ci permettono di comprendere che dietro ciascun oggetto doveva esserci una vicenda conosciuta, raccontata e trasmessa.

Antico foglio del Santuario della Madonna del Fosco recante un elenco storico di prodigi e grazie attribuiti alla Vergine
Un antico foglio reca nell’intestazione l’espressione «Elenco dei miracoli». È il linguaggio originale della fonte; nel racconto distinguiamo questa qualifica storica dal riconoscimento canonico di un miracolo.

Una testimonianza del 1855 ci porta negli stessi mesi in cui attorno al santuario si lavorava alla grande fabbrica progettata da Merlini. Francesco Meniconi, contadino di Montefalco, soffriva da tempo di forti dolori reumatici che gli impedivano di muoversi. La memoria racconta che alcuni amici lo portarono in una casa rurale dove era stata temporaneamente collocata un’immagine della Madonna del Fosco. Dopo aver pregato, Francesco avrebbe chiesto di essere lasciato solo. Poco dopo le persone presenti lo sentirono gridare e lo videro camminare, inginocchiarsi davanti all’immagine e piangere.

Il racconto aggiunge che Meniconi tornò al lavoro nei campi e volle lasciare un lume di cera come ringraziamento. La memoria è sottoscritta dall’avvocato Eugenio Squarcia il 31 agosto 1855. Resta da chiarire quale immagine del Fosco fosse stata temporaneamente trasferita e quale circostanza avesse determinato quel trasferimento; il documento collega il fatto alle piogge. Anche questa piccola incertezza merita di essere conservata, perché un archivio serio è più utile quando lascia visibili le domande ancora aperte.

Passano altri vent’anni. L’8 dicembre 1875 il canonico Giovanni Battista Meniconi si trova nel santuario per celebrare la Messa dell’Immacolata. Una memoria datata Montefalco, 10 dicembre, racconta che poco prima della celebrazione fu colpito da un dolore acutissimo al fianco destro. Non riusciva a iniziare la funzione. Si rivolse allora alla Madonna con la familiarità semplice di chi prega in un momento di bisogno e le chiese di poter celebrare.

Secondo la testimonianza, il dolore cessò ed egli entrò in sagrestia, si vestì e celebrò la Messa. Il fatto venne poi ricordato come una grazia ricevuta per intercessione della Vergine del Fosco.

Testimonianza manoscritta datata dicembre 1875 conservata tra le memorie del Santuario della Madonna del Fosco
La testimonianza datata dicembre 1875, conservata tra le memorie delle grazie del Fosco.

Letti uno dopo l’altro, questi racconti potrebbero dare l’impressione di una raccolta di fatti straordinari. Le vecchie carte suggeriscono una lettura più profonda. Ci mostrano soprattutto che il Fosco era diventato un luogo al quale la gente portava ciò che non riusciva a portare da sola. Malattia, paura e bisogno entravano nella chiesetta insieme ai pellegrini; quando qualcuno riteneva di essere stato ascoltato, sentiva il dovere di tornare e lasciare una memoria.

È in questo ritorno che si comprende il senso di tanti ex voto e di tante offerte. La gratitudine chiedeva un gesto. Una candela veniva accesa, una piccola figura d’argento rimaneva appesa vicino all’altare, una testimonianza veniva affidata a un sacerdote perché fosse scritta. Il gesto personale entrava così nella memoria della comunità.

Le testimonianze non ci consentono di pronunciare giudizi che spettano alla Chiesa quando si tratta di riconoscere formalmente un miracolo. Ci permettono di dire qualcosa di storicamente molto importante: per generazioni, uomini e donne di queste terre hanno considerato il Fosco un luogo nel quale affidare a Maria la propria vita e al quale tornare per ringraziare.

Forse è anche per questo che, quando la chiesa ebbe bisogno di essere ampliata, restaurata o salvata dall’usura del tempo, la gente rispose. Chi offre denaro per un santuario, chi porta legname o paga una giornata di muratore raramente lo fa per un edificio qualsiasi. Dietro quelle offerte c’era la memoria di ciò che il Fosco aveva rappresentato nelle vite delle famiglie e dei paesi circostanti.

Oggi molti degli ex voto ricordati dagli antichi inventari non esistono più. Restano alcune carte, fragili quanto la memoria che custodiscono. Aprirle significa incontrare Chiara, Teresa e la piccola Domenica; significa seguire Francesco Meniconi verso un’immagine della Madonna e vedere un canonico entrare in sagrestia per celebrare l’Immacolata. Sono nomi che rischiavano di rimanere chiusi in un fascicolo.

Raccontarli significa restituire al santuario una parte della sua voce. Le pietre spiegano come il Fosco è stato costruito; queste memorie raccontano perché tanta gente abbia continuato a cercarlo.


Nota sulle fonti. Le vicende qui narrate provengono da memorie manoscritte conservate nella documentazione relativa al Santuario della Madonna del Fosco e dalla loro trascrizione. Sono presentate come testimonianze storiche di grazie attribuite dai protagonisti all’intercessione della Vergine o, nel caso del 1835, all’intercessione di Gaspare del Bufalo. La pagina non intende attribuire a tali episodi un riconoscimento canonico di miracolo che la documentazione consultata non attesta.

Una risposta

  1. Il Santuario della Madonna del Fosco – Due palmi sopra il cuore

    […] Grazie ed ex voto […]

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