don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

IL RANCORE, QUESTA BRUTTA BESTIA CHE PORTIAMO DENTRO

Questa mattina, durante la Messa, il Siracide mi ha accompagnato oltre il momento della proclamazione. È uno di quei brani nei quali la Parola sembra conoscere bene certi angoli del cuore nei quali noi preferiremmo entrare con maggiore cautela, e mentre leggevo continuavo a sentire dentro di me soprattutto una frase: «Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro». Sono state quelle ultime parole a seguirmi anche dopo la celebrazione: le porta dentro.

Finita la Messa, invece di lasciare che quella frase si perdesse insieme alle tante cose che riempiono una giornata, ho sentito il bisogno di tornarci. Il caldo di questi giorni ha finalmente perduto qualcosa della sua insistenza e mi sono concesso una parentesi, sedendomi sotto l’ulivo della nostra piccola casa nel bosco. L’aria era diventata più mite e c’era quel silenzio che permette di riprendere in mano una parola ascoltata poche ore prima e accorgersi che, nel frattempo, ha continuato a lavorare. Ho riaperto il Siracide e l’ho riletto lentamente, fino a fermarmi di nuovo nello stesso punto: «il peccatore le porta dentro».

Più tornavo su quelle parole, più mi sembrava che lì fosse nascosta una descrizione sorprendentemente precisa del rancore. Esso non rimane davanti a noi come qualcosa che possiamo osservare a distanza; entra, trova posto e può restarvi tanto a lungo da diventare quasi familiare. Forse proprio per questo è una brutta bestia, perché riesce a vivere nel cuore senza che sentiamo più il bisogno di chiamarla con il suo nome. Preferiamo parlare del dolore rimasto, della delusione sofferta, della memoria di ciò che qualcuno ci ha fatto; qualche volta lo rivestiamo persino di giustizia, persuasi che continuare a ricordare sia necessario affinché la verità non venga cancellata.

Pensando a queste cose mi sono tornati alla mente tanti anni trascorsi nell’ascolto delle confessioni. Ciò che appartiene a quel sacramento resta custodito nel silenzio, eppure il ministero finisce inevitabilmente per insegnare qualcosa del cuore umano, a cominciare dal proprio. Quante volte una ferita lontana continua a farsi sentire dopo anni e ritorna accompagnata da una convinzione che, espressa in modi diversi, suona più o meno così: «Padre, io ho perdonato, solo che ogni tanto ci ripenso».

È una frase che ho sempre ascoltato con rispetto, perché il perdono non cancella la memoria e neppure rende insensibili. Ci sono ingiustizie dalle quali usciamo cambiati e parole che continuano a fare male anche quando abbiamo sinceramente scelto di non restituire il male ricevuto. Pretendere che perdonare elimini improvvisamente la sofferenza significherebbe aggiungere alla ferita anche il peso di sentirsi colpevoli perché si continua a provare dolore.

Seduto sotto quell’ulivo, però, la parola del Siracide mi spingeva un poco più in profondità e mi faceva domandare che cosa accada veramente dentro quel «ogni tanto ci ripenso». Esiste un modo di ricordare che permette di rileggere ciò che è accaduto, comprenderlo e lentamente integrarlo nella propria storia; ne esiste anche un altro nel quale la memoria riapre il processo e torna a raccogliere le ragioni dell’accusa, finché quella vicenda mette radici dentro di noi. È qui che il confine tra una ferita ancora dolorosa e il rancore comincia a diventare sottile, tanto che possiamo attraversarlo quasi senza accorgercene.

La memoria umana è una compagna preziosa, lontana dall’essere un archivio notarile nel quale i fatti rimangono depositati esattamente come sono avvenuti. Il tempo scolorisce alcuni particolari e ne accentua altri; ciò che abbiamo continuato a pensare può intrecciarsi con ciò che realmente accadde, mentre alle parole pronunciate dall’altro finiscono talvolta per aggiungersi le intenzioni che negli anni gli abbiamo attribuito. Può succedere così che un torto reale, ripensato continuamente, si dilati dentro il nostro racconto interiore fino a diventare la lente attraverso la quale interpretiamo un’intera persona e arriviamo perfino a spiegare sofferenze presenti attraverso fatti ormai lontani.

Il rancore può crescere proprio in questo spazio, senza fare rumore. Ha avuto origine da qualcosa che ci ha ferito realmente e poi, mentre crediamo semplicemente di ricordare, continua ad alimentarsi di ciò che negli anni abbiamo raccolto intorno a quella ferita. Alla fine rischiamo di soffrire oggi anche per ciò che la memoria ha ingrandito ieri, senza riuscire più a distinguere con chiarezza il fatto originario da tutto quello che gli abbiamo progressivamente aggiunto.

Continuando a leggere sono arrivato alla domanda del Siracide: «Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?». Questa volta quelle parole mi sono sembrate ancora più esigenti, perché mettevano davanti ai miei occhi una contraddizione molto concreta: desideriamo che Dio entri nelle nostre ferite e le guarisca, e possiamo continuare a tenere aperta quella provocata da un fratello; chiediamo al Signore di rimettere le nostre colpe e conserviamo con sorprendente precisione quelle altrui. Speriamo che Dio guardi tutta la nostra storia con misericordia e rischiamo di continuare a guardare una persona attraverso il momento peggiore della sua storia con noi.

Mi sono domandato allora quante volte il rancore riesca a mascherarsi persino dietro la giustizia. Desideriamo che il male venga riconosciuto e che chi lo ha compiuto sappia assumersene la responsabilità, e questo appartiene pienamente alla verità. Qualche volta basta però scendere appena più in profondità per accorgersi che dentro questa esigenza legittima è comparso qualcosa d’altro: una sottile soddisfazione quando chi ci ha ferito incontra a sua volta una difficoltà, quasi che finalmente la vita gli stesse presentando il conto.

Non occorre arrivare ad augurare apertamente il male perché il rancore abbia cominciato il proprio lavoro. Può bastare quel compiacimento segreto con il quale pensiamo che, in fondo, se l’è meritato. Continuiamo magari a considerarci persone che hanno perdonato perché non abbiamo restituito l’offesa e abbiamo mantenuto persino una certa correttezza nei rapporti, mentre in una zona più nascosta del cuore attendiamo ancora che il debito venga saldato. È in quel punto che ciò che continuiamo a chiamare giustizia comincia ad assumere il sapore della vendetta.

A quel punto ho pensato a Pietro e alla domanda che rivolge a Gesù: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Pietro deve avere avuto l’impressione di essersi spinto molto avanti, perché sette volte sono davvero molte quando la ferita viene dalla stessa persona. Eppure, confrontando la sua domanda con certi nostri ragionamenti, mi accorgo che qualche volta siamo assai più guardinghi dell’Apostolo. Arriviamo alla seconda o alla terza volta persuasi di avere già raggiunto il limite del ragionevole: abbiamo perdonato una volta, abbiamo lasciato correre ancora, abbiamo sopportato abbastanza e adesso, diciamo, bisogna pur mettere un punto.

C’è qualcosa che mi inquieta in questo nostro modo di ragionare: diciamo di avere perdonato e ricordiamo perfettamente quante volte lo abbiamo fatto. Forse proprio questa precisione dovrebbe cominciare a insospettirci, perché se conosco ancora così bene il numero dei perdoni concessi significa che, da qualche parte dentro di me, devo avere conservato anche il registro dei debiti.

La risposta di Gesù, «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», mi è apparsa allora meno come l’indicazione di una quantità smisurata e più come l’invito ad abbandonare completamente quella logica. È quasi come se il Signore strappasse il registro dalle mani di Pietro, perché finché continueremo a domandare quante volte dobbiamo perdonare, il fratello rimarrà un debitore e noi continueremo a sentirci i generosi amministratori del credito accumulato con la nostra pazienza.

Dentro questa contabilità il rancore trova continuamente alimento. Il perdono apre una strada diversa, nella quale impariamo progressivamente a rinunciare alla pretesa di presentare il conto. La ferita può continuare a farsi sentire e la prudenza può suggerire che una relazione non torni più alla forma precedente, perché perdonare non significa consegnarsi nuovamente a chi ci ha fatto del male o ignorare ciò che abbiamo imparato attraversando quella sofferenza. Significa impedire che il male ricevuto continui a stabilire ciò che saremo oggi.

Sono rimasto ancora un po’ sotto l’ulivo con il Siracide aperto davanti e, andando verso la conclusione, ho incontrato un’altra frase che mi è sembrata capace di raccogliere tutto: «Ricòrdati della fine e smetti di odiare». Ricordare che siamo creature, che il nostro tempo è breve e che arriveremo anche noi davanti a Dio bisognosi di misericordia restituisce alle nostre contabilità una misura diversa. Ci sono debiti che abbiamo custodito tanto a lungo da non accorgerci più di quanto ci sia costato tenerli aperti e di quanta parte della nostra vita abbiamo consegnato a persone dalle quali, paradossalmente, desideravamo soltanto liberarci.

È stato allora che la Parola ha smesso di farmi pensare al rancore degli altri e ha cominciato, inevitabilmente, a interrogare me. Mi sono chiesto chi stessi ancora portando dentro, quale nome fosse capace di provocare una chiusura appena pronunciato e quale vicenda continuassi forse a raccontare sempre nello stesso modo perché avevo bisogno che anche chi mi ascoltava riconoscesse quanto avessi ragione. Mi sono domandato soprattutto se qualche dolore che considero ancora aperto non abbia finito, con il passare del tempo, per ospitare anche qualcosa che non voglio riconoscere come rancore.

Forse è proprio da quel nome che può cominciare la preghiera. Non occorre fingere un sentimento che ancora non c’è e neppure convincersi che ciò che abbiamo subito sia diventato irrilevante; possiamo mettere quella persona davanti a Dio e domandargli di liberarci dal bisogno di vederla pagare. Se ancora non riusciamo a desiderare sinceramente il suo bene, possiamo chiedere almeno la grazia di arrivarci e, quando la memoria riporterà davanti a noi il male ricevuto, domandare al Signore di aiutarci a distinguere il dolore che ancora brucia dal rancore che tenta nuovamente di trovare alimento.

Sono rimasto ancora qualche momento sotto l’ulivo con questa domanda, mentre il passo del Siracide era ancora aperto davanti a me. Pensavo che forse il rancore comincia davvero a perdere forza quando smetto di contare quante volte ho perdonato e torno a ricordare quante volte sono stato perdonato anch’io. Se questa memoria riuscisse a diventare più profonda di quella dei torti ricevuti, forse anche il nome che oggi mi irrigidisce potrebbe, lentamente, tornare a essere semplicemente il nome di un fratello affidato alla stessa misericordia della quale vivo io.

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