La storia di San Felice ha conosciuto più volte il tempo del cantiere, dell’attesa e persino dell’assenza. Oggi l’Abbazia attraversa nuovamente una di queste stagioni. I lavori di restauro hanno reso necessaria la chiusura dell’intero complesso e, per i prossimi anni, la chiesa, la cripta, il chiostro e gli ambienti della Casa non saranno accessibili ai turisti e ai visitatori. Anche la comunità dei Missionari del Preziosissimo Sangue ha dovuto lasciare temporaneamente la Casa Madre e trasferirsi nella piccola casa di Lutriano.
San Felice, dunque, in questo momento non ospita attività, gruppi, ritiri o visite. Il silenzio che avvolge l’Abbazia è quello di un cantiere destinato a custodire il futuro di un edificio antico e fragile. La vita della comunità continua altrove, mentre la Casa Madre rimane affidata al lavoro di quanti sono impegnati nel suo restauro e alla responsabilità di preparare il tempo nel quale potrà essere nuovamente abitata e aperta.
La comunità oggi
La comunità di San Felice è oggi formata da tre Missionari del Preziosissimo Sangue. Direttore è don Mario Proietti, C.PP.S.; con lui vivono don Giuseppe De Sario, C.PP.S., decano della Provincia, e don Emo Moretti, C.PP.S.. Il trasferimento a Lutriano ha inevitabilmente modificato il ritmo della vita comunitaria: gli spazi sono diversi, l’Abbazia non è raggiungibile per le attività ordinarie e molte forme di presenza che per anni erano state legate alla Casa Madre sono necessariamente sospese.
Rimane però la continuità della comunità religiosa. Il legame con San Felice non dipende soltanto dall’abitare materialmente le stanze dell’Abbazia, perché appartiene alla responsabilità affidata ai Missionari nei confronti della loro prima Casa. Vivere temporaneamente a Lutriano significa quindi custodire quella memoria mentre il luogo che l’ha generata attraversa un intervento destinato a garantirne la conservazione.
Un servizio che continua fuori dall’Abbazia
In questa fase non esiste una programmazione di attività presso San Felice. La vita apostolica continua attraverso i ministeri che possono essere svolti fuori dall’Abbazia e attraverso la disponibilità della comunità alle necessità della Chiesa locale. Don Mario Proietti collabora presso l’Archivio della Curia arcivescovile e presta il proprio servizio pastorale come collaboratore della Pievania di San Felice. In questo modo il legame della comunità con l’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia e con il territorio nel quale la Casa Madre è inserita continua anche durante il periodo della chiusura.
È una forma di presenza diversa da quella che per lungo tempo ha caratterizzato la vita dell’Abbazia. Non ci sono pellegrini da accompagnare nella cripta, gruppi da accogliere nel chiostro o incontri da preparare nelle sale; il servizio passa oggi soprattutto attraverso il ministero quotidiano, la collaborazione ecclesiale e quella fedeltà ordinaria che permette a una comunità di continuare a vivere anche quando il luogo al quale è profondamente legata non può essere abitato.
Il restauro come pagina della storia di San Felice
La chiusura attuale può apparire, vista dall’esterno, come un’interruzione. Dentro la lunga storia di San Felice essa appartiene invece a una vicenda nella quale la conservazione del luogo ha richiesto più volte interventi profondi. L’Abbazia ha attraversato trasformazioni, soppressioni, espulsioni, lunghi periodi nei quali i Missionari non poterono abitarla, il ritorno del 1937 e il grande restauro degli anni Cinquanta. Anche il cantiere presente entra ora in questa storia, con la particolarità di essere la pagina che la Casa Madre sta vivendo mentre queste pagine vengono scritte.
Per la comunità il tempo del restauro possiede quindi anche il carattere dell’attesa. La piccola casa di Lutriano è oggi il luogo concreto della vita fraterna, mentre San Felice rimane il punto verso il quale continua a rivolgersi lo sguardo. Custodire la Casa Madre, in questa fase, significa accettare anche di non poterla abitare, rispettare i tempi necessari alla sua conservazione e continuare il servizio ecclesiale senza trasformare l’assenza temporanea in una perdita di identità.
In attesa di tornare
Quando i lavori saranno conclusi, la riapertura dell’Abbazia segnerà un altro passaggio della sua lunga vicenda. Oggi non è ancora possibile stabilire il ritmo della vita che riprenderà fra quelle mura, e sarebbe prematuro descrivere attività future come se fossero già programmate. Ciò che esiste è una comunità che continua il proprio cammino a Lutriano e una Casa Madre che viene restaurata perché possa attraversare gli anni che verranno.
San Felice ha già conosciuto tempi nei quali sembrava che la sua storia si fosse arrestata, e ogni volta qualcuno ne ha custodito la memoria fino al ritorno. Il presente non chiede di anticipare ciò che verrà dopo il cantiere. Chiede di conservare con responsabilità ciò che è stato ricevuto, continuando a servire la Chiesa nel luogo e nelle forme che oggi sono possibili. Anche questa attesa appartiene ormai alla storia della Casa Madre.