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La Casa custodisce i suoi figli


La Casa custodisce i suoi figli: memoria dei Missionari sepolti nella cripta di San Felice

Una casa diventa davvero madre quando conserva il ricordo dei figli che l’hanno abitata. San Felice possiede anche questa memoria. Nei primi decenni della Congregazione alcuni Missionari terminarono qui la loro vita e furono sepolti nella chiesa, rimanendo accanto alla prima Casa che avevano servito. Per molto tempo i loro nomi continuarono a essere conosciuti attraverso le cronache e il necrologio dell’Istituto, mentre la sorte concreta delle loro sepolture divenne progressivamente più difficile da ricostruire.

La risposta è riemersa soltanto molti anni dopo, quasi per una circostanza inattesa. Nel luglio 2026, durante la ricognizione compiuta a Norcia sul corpo di mons. Gaetano Bonanni, le ossa maggiori furono separate dalle parti ossee minute e dagli altri piccoli resti, indicati come exuviae. Le ossa maggiori vennero deposte in una nuova cassetta monumentale, destinata a sostare una notte a San Felice prima della traslazione definitiva a Roma, nella chiesa dei Crociferi. Le exuviae rimasero invece nella vecchia cassetta, nuovamente sigillata dal Cancelliere della Curia e dal Provinciale e destinata a essere deposta stabilmente nella cripta di San Felice. Fu preparando la sosta della nuova cassetta e la sistemazione definitiva di quella contenente le exuviae che venne aperto il vano sotto la scala, dove la documentazione del restauro degli anni Cinquanta indicava la presenza di alcuni resti mortali: si aprì così anche una pagina dimenticata della storia della Casa Madre.

Ricognizione del 2026 e memoria dei Missionari custoditi nella cripta di San Felice

L’antica tomba dei Missionari

Nella chiesa di San Felice esisteva una sepoltura destinata ai Missionari del Preziosissimo Sangue. Vi furono deposti confratelli morti nei primi decenni della Casa, quando la Congregazione era ancora giovane e quelle mura erano attraversate dagli uomini che avevano conosciuto direttamente Gaspare, Bonanni e la prima generazione missionaria.

Tra il 1954 e il 1957 il grande restauro della chiesa comportò la rimozione del pavimento e la chiusura delle antiche tombe. In tutta l’area dell’edificio emersero numerosi resti umani e molte ossa provenienti da sepolture ormai anonime furono trasferite nei cimiteri di Giano e di Castagnola-Montecchio. La memoria dei lavori distingue però la tomba dei Missionari e ricorda espressamente che i resti di fra Giosafat Petrocchi e don Vincenzo De Nicola furono collocati nel vano ricavato sotto la nuova scala centrale.

Nel 2026 si è compreso meglio ciò che accadde allora. Petrocchi e De Nicola erano rimasti riconoscibili e i loro resti furono conservati in cassette recanti ancora elementi identificativi. Gli altri corpi provenienti dalla stessa sepoltura avevano invece perduto i segni che permettevano di attribuirli singolarmente a un nome; i confratelli che seguirono il restauro non li dispersero con le ossa anonime destinate ai cimiteri, ma li raccolsero e li deposero nello stesso vano sottoscala.

22 luglio 2026: quando il vano fu riaperto

Il 22 luglio 2026, a Norcia, la ricognizione del corpo di mons. Gaetano Bonanni portò alla separazione delle ossa maggiori dalle parti ossee minute e dagli altri piccoli resti, indicati come exuviae. Le ossa maggiori furono collocate nella nuova cassetta monumentale destinata alla traslazione definitiva nella chiesa dei Crociferi a Roma, mentre la vecchia cassetta, contenente le exuviae, venne nuovamente chiusa e sigillata dal Cancelliere della Curia e dal Provinciale perché rimanesse a San Felice. Rientrati all’Abbazia, mentre si preparava la sosta per una notte della nuova cassetta e la deposizione stabile di quella più antica nella cripta, venne aperto il loculo che permetteva di accedere allo spazio sotto la scala. All’interno si trovavano tre cassette di zinco e una cassetta di legno; le cassette metalliche conservavano ancora i sigilli dell’arcivescovo di Spoleto mons. Raffaele Mario Radossi e riferimenti a don Vincenzo De Nicola, fra Giosafat Petrocchi e don Martino Pompili di Giano, sacerdote diocesano e zio del cardinale Basilio Pompili.

La cassetta lignea era ormai gravemente deteriorata e portava una scritta che ricordava un «fratello coadiutore» della Congregazione sepolto sotto il pavimento della chiesa prima del restauro. Accanto a essa si trovavano due comuni cassette da frutta, ciascuna con i resti riconducibili a un corpo, e un sacco nel quale erano state raccolte altre ossa. Vi erano anche frammenti sparsi. Erano contenitori poverissimi e ormai inadatti, eppure proprio il fatto che quei resti fossero rimasti raccolti separatamente nello stesso luogo dei confratelli riconosciuti permetteva di comprendere ciò che era avvenuto negli anni Cinquanta.

Il confronto con il necrologio della Provincia e con la documentazione della Casa restituì una corrispondenza significativa: i resti missionari conservati nel vano risultavano riferibili complessivamente a sei corpi e sei erano i confratelli che la memoria della Casa riconduceva all’antica sepoltura. Non era più possibile attribuire con sicurezza ciascun gruppo di ossa a un singolo nome, mentre era possibile restituire all’insieme quella memoria comune che il tempo aveva quasi cancellato. Per questo i resti furono raccolti in nuove cassette e i sei nomi vennero conservati unitariamente, senza fingere un’identificazione individuale che nessuno avrebbe potuto sostenere.

Fra’ Felice Aniballi

Fra’ Felice Aniballi fu il primo di questi confratelli a morire a San Felice. Era originario di Ascoli e apparteneva alla primissima comunità della Casa. La Cronistoria di Bonanni permette di incontrarlo quasi dentro una normale giornata del convento: la mattina del 21 gennaio 1817 morì improvvisamente, a circa cinquantaquattro anni, dopo aver servito San Felice per circa un anno e mezzo. Bonanni lo ricorda come un uomo diligente nel proprio dovere e attento nel servizio.

La sua breve presenza appartiene a quella parte delle origini che facilmente scompare dietro i nomi dei grandi protagonisti. La prima Casa non viveva soltanto delle partenze dei predicatori; aveva bisogno di essere abitata, curata e resa concretamente possibile. Fra’ Felice appartiene a questi uomini del servizio quotidiano, e morire nella casa appena nata significò per lui diventare anche il primo dei figli che San Felice avrebbe custodito.

Fra Giosafat Petrocchi

Giosafat Petrocchi arrivò negli anni nei quali Bonanni sosteneva con fatica la prima comunità. San Gaspare lo inviò a San Felice insieme con Bernardino Sardegna per dare alla casa l’aiuto di cui aveva bisogno. Erano fratelli inservienti e la loro presenza apparteneva alla struttura concreta di una comunità nella quale sacerdoti e fratelli condividevano, secondo responsabilità diverse, la stessa opera missionaria.

Petrocchi morì a San Felice il 20 dicembre 1823. Più di un secolo dopo, durante il restauro della chiesa, il suo corpo conservava ancora elementi sufficienti perché i confratelli potessero riconoscerlo e deporne separatamente i resti nel vano sottoscala. Anche per questo il suo nome è diventato uno dei punti attraverso i quali, nel 2026, è stato possibile ricostruire il destino dell’intera tomba dei Missionari.

Memoria di fra Giosafat Petrocchi nella ricognizione dei Missionari sepolti a San Felice

Don Vincenzo De Nicola

Don Vincenzo De Nicola appartiene alle figure che le fonti delle origini ricordano con particolare stima. Era profondo conoscitore della Sacra Scrittura e della teologia e la memoria dell’Istituto lo presenta come sacerdote venerato per la sua vita. Morì a Giano il 25 maggio 1825, mentre predicava le glorie di Maria, quasi consegnando l’ultima parte della propria esistenza al ministero della parola che aveva esercitato come Missionario.

Anche i suoi resti rimasero riconoscibili quando, negli anni Cinquanta, venne aperta l’antica sepoltura. Furono posti nel vano sotto la scala insieme con quelli di Petrocchi e vi rimasero fino alla ricognizione del 2026. Il suo nome lega così la memoria della predicazione delle origini alla storia concreta delle sepolture della Casa Madre.

Memoria di don Vincenzo De Nicola tra i Missionari sepolti nella Casa Madre di San Felice

Fra Francesco Padovani

Fra Francesco Padovani morì a San Felice il 10 agosto 1831. Di lui la documentazione che abbiamo finora recuperato conserva soprattutto il nome e la data della morte, sufficienti però a collocarlo tra i fratelli della prima generazione che vissero nella Casa Madre e vi conclusero il proprio cammino.

La scarsità di notizie non rende la sua memoria meno significativa. Nelle comunità delle origini molti fratelli hanno lasciato poche righe negli archivi proprio perché la loro vita si svolgeva nel servizio ordinario della casa. Il nome di Padovani, rimasto nel necrologio e legato alla tomba missionaria, consente almeno di restituire alla storia una persona che il trascorrere del tempo aveva quasi ridotto a una data.

Fra Giuseppe Di Nicolò

La vicenda di fra Giuseppe Di Nicolò possiede un carattere diverso. Nativo di Rimini, fu assegnato alla casa di Giano. Il 21 marzo 1834 stava viaggiando da San Felice verso la Casa di Missione di Nepi, dove era stato trasferito, quando morì a Massa Martana. La corrispondenza dell’epoca mostra che nacque immediatamente la questione di chi dovesse provvedere ai funerali e ai suffragi, poiché il fratello aveva già lasciato la casa di provenienza senza essere ancora giunto a quella di destinazione; san Gaspare intervenne personalmente assumendone l’onere.

Negli archivi di Massa Martana non è emersa finora una sepoltura che possa essere riferita a lui. Quando nel 2026 furono esaminati i resti conservati a San Felice, il numero complessivo dei corpi corrispondeva proprio ai cinque confratelli morti nella Casa e a un sesto corpo. La memoria della comunità ha perciò ricondotto anche Giuseppe Di Nicolò al gruppo dei Missionari dell’antica tomba, custodendone il nome insieme con gli altri senza pretendere di stabilire quale gruppo di resti appartenga individualmente a lui.

Don Pietro Maria De Victoriis

Don Pietro Maria De Victoriis apparteneva alla generazione sacerdotale cresciuta attorno alle prime Case di Missione. Fu legato anche alla memoria di mons. Francesco Albertini, del quale scrisse una vita manoscritta conservata negli archivi dell’Istituto. Nei suoi ultimi anni tornò a San Felice, dove morì il 14 febbraio 1837.

Le fonti lo ricordano anche nell’amministrazione delle case, responsabilità tutt’altro che secondaria in una Congregazione che viveva di comunità da sostenere, giovani da formare e missionari continuamente in movimento. La sua morte a San Felice chiude cronologicamente il gruppo dei sei confratelli che, secondo la ricostruzione maturata nel 2026, appartenevano all’antica tomba dei Missionari.

Memoria di don Pietro Maria De Victoriis e dei Missionari sepolti nella Casa Madre di San Felice

Restituire i nomi

Il 22 luglio 2026 i resti conservati nei contenitori ormai deteriorati furono raccolti con rispetto e deposti in nuove cassette. Sulle targhe vennero riportati unitariamente i nomi di fra’ Felice Aniballi, fra Giosafat Petrocchi, don Vincenzo De Nicola, fra Francesco Padovani, fra Giuseppe Di Nicolò e don Pietro Maria De Victoriis. Quella scelta non voleva attribuire un singolo osso a ciascun confratello; voleva impedire che uomini appartenuti alla prima storia di San Felice tornassero a essere anonimi.

Accanto a loro rimase distinta la memoria di don Martino Pompili, sacerdote diocesano di Giano, anch’egli custodito nel vano. Nella cripta venne deposta stabilmente anche la vecchia cassetta di mons. Gaetano Bonanni contenente le parti ossee minute e gli altri piccoli resti definiti exuviae, dopo essere stata nuovamente sigillata a Norcia dal Cancelliere della Curia e dal Provinciale. La nuova cassetta monumentale con le ossa maggiori di Bonanni rimase invece a San Felice soltanto per una notte e il giorno seguente proseguì verso Roma, dove fu traslata definitivamente nella chiesa dei Crociferi. La cripta veniva così a custodire, in forme diverse, memorie che appartengono tutte alla storia religiosa della Casa.

La ricognizione non ha creato una memoria nuova. Ha permesso di leggere quella che la Casa aveva continuato materialmente a custodire, anche quando i nomi non erano più visibili sui contenitori. La tomba ottocentesca era scomparsa sotto il nuovo pavimento e i resti avevano conosciuto una sistemazione povera e ormai indecorosa; la decisione presa nel 2026 li ha riportati dentro una sepoltura riconoscibile e dentro la storia alla quale appartenevano.

Forse il titolo di questa pagina trova qui il suo significato più semplice. San Felice ha visto partire molti Missionari e ne ha accolti altri nelle generazioni successive; alcuni dei primi sono rimasti qui anche dopo la morte. Dopo due secoli, dopo un grande restauro e dopo decenni nei quali la loro presenza era diventata difficile da interpretare, la Casa custodisce ancora i suoi figli e può finalmente chiamarli di nuovo per nome.


Per conoscere e approfondire

Necrologio della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue, per i nomi e le date di morte dei confratelli legati alla Casa di San Felice.

Michele Colagiovanni, Vita di monsignor Gaetano Bonanni. Alle radici della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, Stilgraf, Cesena, 2022, per la Cronistoria della prima comunità e la memoria di fra’ Felice Aniballi.

Missionari del Preziosissimo Sangue, 200 anni di noi, per le vicende dei primi confratelli e della Congregazione.

Memoria manoscritta, Lavori eseguiti nella chiesa di S. Felice nel 1954-57, per la chiusura delle antiche sepolture e la deposizione dei resti nel vano sottoscala.

Verbale delle operazioni compiute il 22 luglio 2026 nell’Abbazia di San Felice, per l’apertura del vano, la ricognizione dei resti e la nuova sistemazione della memoria dei Missionari.

Per il contesto architettonico e la vicenda delle sepolture durante il cantiere novecentesco si può leggere anche Il grande restauro dell’Abbazia (1954-1957).