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Il grande restauro dell’Abbazia (1954-1957)


Il grande restauro dell’Abbazia di San Felice, 1954-1957

Tra il 1954 e il 1957 San Felice conobbe uno dei cantieri più importanti della sua storia moderna. La chiesa che era giunta fino alla metà del Novecento portava sulle proprie murature secoli di trasformazioni e presentava problemi statici molto seri. La Sovrintendenza ai Monumenti e il Genio Civile di Perugia intervennero con un’opera vasta, guidata dalla volontà di consolidare l’edificio e di restituire maggiore leggibilità alla sua struttura romanica.

Rielaborazione con intelligenza artificiale della fotografia storica dell’interno della chiesa
Rielaborazione con intelligenza artificiale della fotografia storica, realizzata per offrire una restituzione visiva approssimativa dell’aspetto dell’interno prima del restauro.
Fotografia storica dell’interno della chiesa dell’Abbazia di San Felice prima del grande restauro
Fotografia storica dell’interno della chiesa prima del grande restauro del 1954-1957.

Di quel cantiere è rimasta una memoria manoscritta particolarmente preziosa. Il suo valore supera quello di una semplice relazione tecnica, perché registra ciò che venne fatto e conserva le scoperte avvenute mentre pavimenti e murature venivano aperti. Attraverso quelle pagine possiamo seguire il momento nel quale la chiesa che oggi conosciamo prese gran parte del suo volto attuale e possiamo comprendere anche la concezione del restauro propria di quegli anni.

Una chiesa da mettere in sicurezza

La prima urgenza era la stabilità dell’edificio. Lungo tutto il perimetro della chiesa furono realizzate fondazioni in cemento che raggiungevano la profondità di un metro e mezzo; lo stesso intervento interessò le sei colonne della navata centrale e quelle della cripta. La memoria annota con sorprendente semplicità che la chiesa era prima «senza fondamento», espressione che lascia comprendere la gravità della situazione incontrata dai tecnici.

Le sei colonne della navata centrale risultavano fratturate a causa del peso delle costruzioni aggiunte nei secoli. Furono rimosse e ricostruite in cemento armato, quindi rivestite utilizzando le pietre antiche che potevano essere recuperate e integrandole con materiale nuovo. Sul presbiterio vennero inseriti grandi archi e travi in cemento armato per scaricare il peso che gravava sulle colonne superiori e su quelle della cripta. Anche la lunga spaccatura che attraversava la volta della navata centrale richiese un importante consolidamento.

La cripta e il presbiterio

Rielaborazione con intelligenza artificiale della fotografia storica della cripta
Rielaborazione con intelligenza artificiale della fotografia storica, realizzata per offrire una restituzione visiva approssimativa dell’aspetto della cripta prima del restauro.
Fotografia storica della cripta dell’Abbazia di San Felice prima del grande restauro
Fotografia storica della cripta prima del grande restauro del 1954-1957.

Il lavoro raggiunse il cuore antico della chiesa. Nella cripta furono rifatte le fondazioni delle colonne e collegate mediante cordoni di cemento, mentre il pavimento venne ricomposto impiegando le pietre originarie. Sopra di essa fu completamente rimosso il pavimento del presbiterio, mettendo a nudo la parte inferiore delle volte, che vennero consolidate prima della posa del nuovo pavimento in travertino.

Il cantiere modificò anche il modo di raggiungere il presbiterio e la cripta. L’assetto precedente prevedeva tre ingressi alla cripta e due scale a bracci per salire al presbiterio. Durante la rimozione del pavimento comparvero le tracce di una più antica scala centrale; seguendo quella scoperta venne ricostruita la scala che ancora oggi caratterizza l’interno della chiesa.

Il recupero del volto romanico

Accanto al consolidamento statico, il restauro seguì una precisa scelta interpretativa. Gli interventi posteriori giudicati estranei alla configurazione più antica furono progressivamente rimossi. Scomparvero gli altari lignei laterali della chiesa e della cripta, la cantoria con l’organo e il coro; vennero chiuse finestre aperte durante la trasformazione barocca e sulla facciata fu eliminato il balconcino che era stato costruito davanti al finestrone.

Anche l’altare maggiore riservò una scoperta significativa. La mensa e il cippo che la sostiene, decorato dalla caratteristica bifora incisa, furono riconosciuti come elementi antichi rimasti inglobati nell’altare barocco e tornarono visibili nella nuova sistemazione. I due altari delle piccole absidi laterali appartengono invece a una fase successiva e furono realizzati alcuni anni dopo la conclusione del grande cantiere.

Interno della chiesa dell’Abbazia di San Felice dopo il grande restauro del 1954-1957
Interno della chiesa dopo il grande restauro del 1954-1957.
Cripta dell’Abbazia di San Felice dopo il grande restauro del 1954-1957
La cripta nell’assetto successivo al grande restauro del 1954-1957.

Ciò che riemerse dalle murature

Ogni apertura offriva indizi sulla storia dell’edificio. Nel corridoio sopra la navata destra furono trovate vestigia dell’antico tetto formato da lastroni di pietra disposti a gradini; altrove comparvero archi e colonnine rimasti inglobati nelle murature posteriori. Nella volta della navata destra furono individuati due fori con guide lignee per il passaggio delle funi delle campane e da quel particolare nacque l’ipotesi che la chiesa avesse avuto in origine un campanile a vela.

Portali antichi vennero smontati e ricomposti in altri punti del complesso, mentre i banchi settecenteschi rimossi dalla chiesa trovarono posto in parte nel cortile e in parte nella chiesa della Madonna del Fosco. Questi spostamenti, insieme alle ricostruzioni e alle eliminazioni operate durante il cantiere, spiegano perché diversi elementi che oggi incontriamo a San Felice non si trovino più nel luogo per il quale erano stati originariamente realizzati.

Le sepolture e una storia compresa soltanto molti anni dopo

Il rifacimento dei pavimenti portò alla luce una realtà ancora più antica. La memoria del restauro annota che ovunque si scavasse, nella chiesa e nella cripta come dietro l’abside e nel cortile, emergevano resti mortali. Il redattore arrivò così a ritenere che il complesso fosse sorto sopra un’area precedentemente destinata a sepolture. La grande tomba collocata al centro della chiesa venne chiusa e una parte delle ossa provenienti dalle sepolture anonime fu trasferita nei cimiteri di Giano e di Castagnola-Montecchio.

La sorte dei Missionari sepolti nella chiesa seguì però un percorso diverso. Il manoscritto del 1954-1957 ricorda espressamente che i resti di fra Giosafat Petrocchi e don Vincenzo De Nicola furono deposti nel vano ricavato sotto la nuova scala centrale. I due corpi conservavano ancora elementi che ne consentivano il riconoscimento, mentre per gli altri confratelli dell’antica tomba l’identità individuale non era più leggibile con la stessa chiarezza.

Questa pagina della storia di San Felice ha potuto essere compresa meglio soltanto nel luglio 2026. Durante la ricognizione compiuta a Norcia sul corpo di mons. Gaetano Bonanni, le ossa maggiori furono separate dalle parti ossee minute e dagli altri piccoli resti, indicati come exuviae. Le ossa maggiori furono collocate in una nuova cassetta monumentale, che avrebbe sostato una notte a San Felice prima della traslazione definitiva a Roma, nella chiesa dei Crociferi; le exuviae rimasero nella precedente cassetta, nuovamente sigillata dal Cancelliere della Curia e dal Provinciale e destinata alla custodia stabile nella cripta dell’Abbazia. Nel preparare questa sistemazione venne aperto il vano sottoscala realizzato durante il restauro. Accanto alle cassette identificabili di Petrocchi e De Nicola e ai resti di don Martino Pompili, sacerdote diocesano, furono ritrovati altri resti conservati separatamente: due cassette utilizzate per raccogliere ossa, un sacco e una cassetta lignea con l’indicazione di un «fratello coadiutore». Il confronto con la documentazione necrologica e con il numero dei corpi provenienti dall’antica tomba ha permesso di ricostruire con forte plausibilità la presenza collettiva dei sei Missionari che vi erano stati sepolti, senza attribuire arbitrariamente i resti non identificati a un singolo confratello.

La scoperta ha anche permesso di rileggere con maggiore precisione la memoria dei restauri. I Missionari non furono confusi con le numerose ossa anonime trasferite ai cimiteri: i loro resti vennero custoditi insieme nel vano sottoscala, pur perdendosi nel tempo la possibilità di riconoscere individualmente alcuni di essi. La futura sistemazione della memoria dei confratelli sepolti a San Felice conserva e approfondisce questa vicenda.

Un cantiere dentro la rinascita della Casa Madre

I lavori del 1954-1957 coincisero con un altro momento decisivo per San Felice. Proprio nel 1954 veniva inaugurato il Probandato, diretto da don Adriano Iacovacci, e la Casa Madre tornava ad accogliere stabilmente giovani destinati alla formazione missionaria. Il recupero della chiesa e la nuova funzione educativa maturarono dunque nello stesso periodo e contribuirono insieme a restituire vitalità a una casa che la Congregazione aveva riacquistato e riaperto nel 1937.

Guardato con gli occhi di oggi, il restauro porta chiaramente il segno della cultura tecnica e storico-artistica degli anni Cinquanta. L’uso esteso del cemento armato e la scelta di eliminare numerose trasformazioni barocche appartengono a quella stagione della conservazione monumentale. Il valore della memoria manoscritta consiste proprio nel permetterci di conoscere le ragioni di quelle scelte e di distinguere ciò che appartiene alla fabbrica antica da quanto fu ricostruito o ricollocato durante il grande intervento novecentesco.

Quando oggi si entra nella chiesa di San Felice, dunque, non si contempla semplicemente un edificio medievale rimasto immutato. Si incontra una storia costruita per stratificazioni e profondamente segnata anche dal cantiere del 1954-1957, senza il quale una parte significativa dell’edificio rischiava di non sopravvivere. La relazione di quei lavori consente alle pietre di raccontare anche questa fase della loro lunga vicenda.


La fonte

Il racconto è fondato sulla memoria manoscritta Lavori eseguiti nella chiesa di S. Felice nel 1954-57, ad opera della Sovrintendenza ai monumenti e del Genio Civile di Perugia, conservata nella documentazione della Casa, integrata per la sorte dei resti dei Missionari con quanto emerso dalla ricognizione compiuta nella cripta e nel vano sottoscala nel luglio 2026.

Dalla memoria manoscritta: gli interventi documentati

La memoria registra puntualmente le principali opere eseguite tra il 1954 e il 1957: l’eliminazione delle sovrastrutture lignee barocche; la realizzazione delle fondazioni in cemento lungo il perimetro della chiesa e sotto le colonne; la ricostruzione delle sei colonne della navata centrale; il consolidamento del presbiterio e delle volte della cripta; il rifacimento dei pavimenti; il recupero della scala centrale; la chiusura delle aperture barocche; la rimozione del balconcino della facciata; la riapertura delle murature laterali; il recupero della mensa dell’altare maggiore e del suo cippo; il consolidamento della volta; l’individuazione delle tracce dell’antico tetto e delle strutture inglobate nelle murature; il rinvenimento degli indizi dell’antico campanile a vela; la ricollocazione di portali e arredi; il restauro delle porte della chiesa. La documentazione completa conserva anche le annotazioni relative alle sepolture incontrate durante gli scavi e costituisce il riferimento principale per ricostruire il volto assunto dalla chiesa dopo il grande cantiere novecentesco.