
Prima che sorgesse l’Abbazia, prima delle comunità religiose che nei secoli avrebbero abitato queste mura e molto prima della grande chiesa romanica che ancora oggi domina la campagna ai piedi dei Monti Martani, questo luogo era già legato a un nome: Felice.
È da lui che bisogna cominciare per comprendere San Felice, perché l’Abbazia porta il nome del martire del quale custodisce le reliquie e attorno alla cui memoria è cresciuta una devozione capace di attraversare i secoli. Generazioni di uomini e donne sono salite fin qui per pregare presso la sua tomba, affidandogli le fatiche della vita e riconoscendo nella sua testimonianza qualcosa che continuava ad appartenere alla loro terra. Le comunità che hanno abitato la casa sono cambiate e le vicende della storia hanno più volte mutato il volto del complesso abbaziale; la presenza di Felice è rimasta il filo che lega insieme tempi così lontani.
Un vescovo lungo la via Flaminia
La memoria cristiana di queste terre ricorda Felice come vescovo dell’antica Civitas Martana, cresciuta lungo la via Flaminia nel territorio dell’attuale Massa Martana. Visse tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, quando il cristianesimo aveva ormai raggiunto anche i centri e le campagne dell’Umbria e le comunità dei credenti si raccoglievano attorno ai loro pastori in un tempo nel quale professare apertamente la fede poteva chiedere il prezzo della vita.
La Passio ha tramandato il racconto del suo martirio durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Felice viene condotto davanti al prefetto Tarquinio, che tenta di indurlo a rinnegare la fede; di fronte alla sua fermezza seguono i supplizi, dalla flagellazione alla caldaia bollente e alla graticola, fino alla condanna alla decapitazione eseguita dal carnefice Sevibo. Dentro queste pagine antiche rimane soprattutto l’immagine di un vescovo che condivide fino alla fine la sorte del popolo al quale aveva annunciato Cristo e sigilla con il sangue ciò che aveva predicato.
Molti secoli più tardi quella vicenda venne raccontata anche attraverso le immagini. Nel XIII secolo fu realizzato per San Felice uno straordinario paliotto dipinto, oggi conservato nella Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia. Le scene del martirio accompagnavano lo sguardo dei fedeli attraverso la vicenda dolorosa di Felice, mentre nella parte superiore Cristo appariva nella gloria. Chi sostava davanti a quelle immagini poteva leggere la morte del martire dentro il mistero cristiano che egli aveva testimoniato, riconoscendo nella gloria di Cristo il compimento della vita consegnata per la fede.

Il viaggio verso Giano e il leccio di San Felice
Dopo il martirio il corpo di Felice venne custodito nel territorio martano. Ancora oggi, nel centro di Massa Martana, la chiesa dedicata al santo conserva la memoria del luogo nel quale la tradizione pone la sua prima sepoltura. Nei secoli successivi l’antica Civitas Martana conobbe tempi difficili e la grande via Flaminia, che aveva favorito per secoli la vita degli insediamenti della valle, divenne anche strada percorsa dagli eserciti durante le invasioni e le guerre che sconvolsero l’Italia. In questo scenario la memoria locale colloca la traslazione delle reliquie verso un luogo più sicuro e affida al vescovo di Spoleto l’iniziativa di sottrarre il corpo del martire ai pericoli che minacciavano l’antico territorio martano.
Una delle forme nelle quali il racconto è giunto fino a noi ricorda che il vescovo avrebbe voluto condurre le reliquie a Spoleto. Il carro sul quale era stato posto il corpo di Felice, trainato da buoi, raggiunse il colle di Giano e proprio qui gli animali si fermarono, rifiutandosi di proseguire. La gente accolse quel gesto come un’indicazione provvidenziale e comprese che il viaggio del martire aveva trovato la sua meta. Questa scena è rimasta così profondamente impressa nella memoria del luogo da essere raffigurata anche nel chiostro dell’Abbazia, nella lunetta conosciuta come Inginocchiatura de’ tori. Chi desidera sostare davanti all’intero ciclo pittorico può leggere anche San Felice nel chiostro, dove il racconto dipinto viene seguito lunetta dopo lunetta. Un’altra forma dello stesso racconto ricorda il sarcofago caduto dal carro proprio nel luogo sul quale sarebbe sorta la chiesa: immagini diverse attraverso le quali le generazioni hanno continuato a raccontare la medesima convinzione, quella di una presenza di Felice ormai inseparabile dal colle di Giano.
A questa tradizione appartiene anche uno degli esseri viventi più antichi che accolgono chi arriva all’Abbazia. Davanti alla chiesa cresce infatti il grande leccio di San Felice, riconosciuto come albero monumentale e legato da secoli al racconto della traslazione del martire. Si tramanda che il conducente del carro guidasse i buoi servendosi di uno scudiscio o di un bastone e che, una volta compreso che gli animali non avrebbero proseguito il cammino, lo avesse piantato nel terreno; quel legno avrebbe attecchito e generato il ceppo dal quale continua a vivere il leccio che vediamo oggi.
Il tempo ha lasciato sul grande albero i propri segni e il tronco porta l’età di una vita che supera di molto quella delle generazioni che gli sono passate accanto. La memoria dello scudiscio germogliato gli ha affidato un significato che va oltre la sua straordinaria antichità, perché per la gente del luogo quell’albero è diventato parte della storia di Felice e della casa sorta intorno alla sua tomba. Chi arriva oggi all’Abbazia lo incontra prima ancora di varcare la porta della chiesa e può comprendere facilmente perché il leccio sia entrato tanto profondamente nell’identità di San Felice.

Una devozione che unisce Giano, Massa Martana e Spello
Scendendo nella cripta si raggiunge il luogo nel quale questa lunga vicenda trova il suo centro. Dietro l’altare si trova l’antico sarcofago in travertino che custodisce le reliquie attribuite al martire. Attorno a quella pietra sono passati secoli di preghiera e si sono formati gesti devozionali che appartengono alla storia religiosa della popolazione, tanto che il culto di Felice ha superato da tempo i confini di Giano ed è rimasto vivo anche nei territori legati alla sua antica vicenda.

Massa Martana riconosce in san Felice il proprio patrono e conserva nella chiesa a lui dedicata il ricordo del luogo della prima sepoltura. Anche Spello lo venera come patrono e nel 1783 ottenne da Giano un’insigne reliquia del santo, alla quale fu poi destinata la preziosa urna reliquiaria realizzata da Girolamo Salvini nel 1788. La presenza di questa reliquia rende visibile un rapporto che attraversa i secoli e che continua ancora oggi: nelle feste dedicate a san Felice le amministrazioni delle comunità legate al suo culto partecipano alle celebrazioni degli altri territori, facendo sì che un’antica devozione conservi anche una concreta espressione civile e comunitaria.
Questo legame tra Giano, Massa Martana e Spello permette di comprendere quanto profondamente la memoria del martire abbia segnato una porzione dell’Umbria più vasta del luogo nel quale riposano le sue reliquie. La sua vicenda appartiene alla valle attraversata dalla Flaminia, alle comunità sorte sulle alture e ai paesi nei quali il suo nome è rimasto dentro la preghiera del popolo; ancora oggi, quando le autorità e i fedeli di queste città si ritrovano per la sua festa, quella geografia antica sembra ricomporsi attorno alla figura dello stesso vescovo e martire.
La festa e la memoria custodita dall’Abbazia
A Giano la festa del 30 ottobre ha conservato per lungo tempo un carattere particolarmente solenne. Le cronache della Casa dei Missionari del Preziosissimo Sangue permettono di intravedere come venisse vissuta nell’Ottocento, quando ci si preparava attraverso la novena e si provvedeva con cura alla chiesa e al sotterraneo che custodiva il santo. Nel giorno della festa la popolazione accorreva numerosa, i sacerdoti erano impegnati nelle confessioni e la celebrazione proseguiva con la Messa solenne e i Vespri, fino all’inno dedicato a san Felice e alla venerazione della reliquia. Dietro queste annotazioni si intravede una consuetudine più antica, fatta di persone che dalle campagne e dai paesi vicini raggiungevano l’Abbazia percorrendo strade conosciute dai loro padri e ritrovavano, presso la tomba del martire, un luogo sentito come proprio.
Quando nel 1815 arrivarono a San Felice i primi Missionari del Preziosissimo Sangue, entrarono dunque in una casa che possedeva già una storia secolare e nella quale la devozione al santo faceva parte della vita della popolazione. La nuova famiglia missionaria avrebbe scritto un’altra pagina importante della vicenda dell’Abbazia, destinata a continuare fino ai nostri giorni, inserendosi in una memoria che l’aveva preceduta di molti secoli e che continuava a dare al luogo il suo nome e il suo carattere spirituale.
È forse questo che si percepisce quando si arriva a San Felice e si comincia a conoscere la sua storia. Il martire emerge come una presenza che continua a parlare attraverso il paesaggio, le opere d’arte e la devozione delle comunità che ancora lo celebrano. Il grande leccio davanti alla facciata e il sarcofago custodito nel silenzio della cripta tengono insieme le estremità di una storia lunghissima, nella quale la memoria di un vescovo martire è diventata memoria di un’intera terra.
Per conoscere e approfondire
Felice Santini, L’Abbazia di S. Felice presso il castello di Giano, C.PP.S., Roma, 1999.
Ludovico Jacobilli, opere dedicate ai santi e beati dell’Umbria e alla tradizione agiografica locale.
Visit Giano – Il martirio di San Felice e Abbazia di San Felice.
Comune di Massa Martana – Chiesa di San Felice.
Comune di Spello – Pinacoteca comunale, per il culto spellano di san Felice e l’urna reliquiaria.
Montagne Aperte – Felice vescovo e martire, per la tradizione agiografica e i rapporti del culto tra Giano, Massa Martana e Spello.
Michele Colagiovanni, Gaetano Bonanni, per le cronache della Casa e la vita religiosa di San Felice nel primo periodo dei Missionari del Preziosissimo Sangue.