Quale sacerdote attende oggi il popolo di Dio
Cari amici, negli ultimi giorni ho dedicato molto tempo alla lettura dei commenti lasciati sotto le mie riflessioni. Alcuni erano appassionati e altri portavano il peso di una sofferenza autentica. Ho incontrato anche parole offensive, insieme a domande formulate con il desiderio sincero di comprendere. Non posso rispondere a ciascuno, eppure da questo ascolto è nata una domanda che riguarda anzitutto me: quale sacerdote attende oggi il popolo di Dio?
Mentre rileggevo alcune discussioni mi sono tornate alla mente le parole del direttore spirituale del seminario, un missionario che ha accompagnato la mia formazione e che oggi affido alla misericordia del Signore. Mi ripeteva: «Se studi molto e non sai comunicare, sarai un prete da professore mancato. Se comunichi molto e non hai studiato, sarai un prete animatore».
Allora sorridevo per la nettezza della formula. Con il passare degli anni ne ho compreso la serietà. Il sacerdote deve conoscere ciò che annuncia e imparare a consegnarlo alle persone senza impoverirlo. Lo studio gli permette di custodire la verità ricevuta dalla Chiesa. La vicinanza alla vita della gente gli insegna a riconoscere le domande alle quali quella verità offre luce.
Quando queste due dimensioni si separano, il ministero perde il proprio equilibrio. La preparazione teologica può diventare un sapere chiuso, incapace di raggiungere la persona che soffre. Una comunicazione priva di fondamento può invece trasformare il sacerdote in un dispensatore di parole gradevoli, sempre esposto alla tentazione di dire ciò che suscita consenso.
Nei commenti ho avvertito soprattutto il bisogno di una presenza affidabile. Molte persone portano ferite che non riescono a raccontare pubblicamente e cercano una parola capace di orientare la vita. Desiderano incontrare qualcuno che conosca la fede della Chiesa e sappia avvicinarsi con rispetto alla loro storia. La domanda rivolta al sacerdote spesso nasconde il desiderio di trovare un punto fermo quando tutto sembra diventato provvisorio.
Qui nasce la paternità spirituale. Cristo ci ha rivelato Dio come Padre e ha mostrato che la vera autorità genera alla vita. Il sacerdote partecipa a questa paternità in modo sacramentale e ministeriale. Nessuno diventa padre imponendo la propria persona o raccogliendo discepoli attorno alle proprie opinioni. Diventa padre quando conduce i figli affidati alla sua cura verso Cristo e rimane abbastanza vicino da sostenerli lungo il cammino.
Oggi la parola “padre” suscita talvolta diffidenza, perché l’autorità è stata spesso ferita dall’abuso e trasformata in dominio. Proprio questa ferita rende ancora più necessaria una paternità purificata dal Vangelo. Il padre spirituale non occupa la coscienza dell’altro e non decide al suo posto. Offre la verità della Chiesa e accompagna la libertà della persona davanti a Dio.
Questa forma del ministero richiede tempo. Le lezioni ricevute durante la formazione consegnano criteri indispensabili; la vita pastorale insegna a incarnarli. Si impara ascoltando una persona che non riesce a trovare le parole per confessare il proprio dolore. Si impara anche attraverso gli errori, quando ci si accorge che una risposta dottrinalmente esatta è stata pronunciata senza comprendere la ferita alla quale era destinata.
La misericordia non attenua la verità. Le permette di raggiungere l’uomo senza schiacciarlo. La verità, a sua volta, custodisce la misericordia dal diventare una compassione incapace di indicare una strada. Nella paternità spirituale entrambe provengono da Cristo e conducono a Lui.
Anche il modo in cui comunichiamo sui social interpella questa responsabilità. Possiamo scrivere ciò che pensiamo e dimenticare che le parole entrano nella storia di persone reali. Una frase pubblicata in pochi secondi può raggiungere chi sta attraversando una crisi della fede o una sofferenza che nessuno conosce. La libertà di esprimersi domanda allora la carità di considerare chi leggerà.
Il popolo cristiano possiede un istinto molto concreto. Riconosce abbastanza presto quando il sacerdote cerca applausi e quando offre una parola maturata nella preghiera. Comprende se la dottrina viene usata come una pietra da scagliare oppure consegnata come luce per il cammino. Non chiede al prete di conoscere ogni risposta. Gli chiede di rimanere fedele a Colui dal quale ha ricevuto il ministero.
Forse è questo il sacerdote di cui oggi abbiamo bisogno: un uomo che abbia studiato abbastanza da non inventare la fede e abbia pregato abbastanza da non annunciare se stesso. Un padre che sappia restare quando l’entusiasmo è finito e la vita mostra il suo peso.
Rileggo così le parole del mio direttore spirituale e mi accorgo che continuano a interrogarmi. Dopo tanti anni di ministero, la domanda rimane aperta anche per me. Essere padre significa permettere a Cristo di rendere stabile la nostra presenza, affinché chi ci viene affidato possa trovare una mano che accompagna e uno sguardo rivolto verso il Signore.
È una vocazione che si apprende ogni giorno. E ogni giorno ricomincia dall’ascolto.
Rispondi