Questa mattina, durante la Messa con la quale abbiamo iniziato la novena di Natale, il Vangelo ha posto davanti a me una di quelle parole che continuano a lavorare nel cuore anche dopo che il libro è stato chiuso.
Gesù racconta di un padre che manda i suoi due figli a lavorare nella vigna. Il primo risponde di non averne voglia e poi, pentitosi, vi si reca. L’altro pronuncia immediatamente la risposta giusta: «Sì, signore». Nella vigna non entra. Gesù domanda quale dei due abbia compiuto la volontà del padre e la risposta è evidente. Poi rivolge ai capi dei sacerdoti e agli anziani una frase durissima: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31).
Queste parole non contengono alcuna indulgenza verso il peccato. Pubblicani e prostitute precedono coloro che si ritengono giusti perché hanno creduto alla predicazione di Giovanni e hanno intrapreso la via della conversione. Il primo figlio non viene lodato per il rifiuto iniziale. Ciò che cambia la sua posizione è il pentimento che lo conduce finalmente nella vigna.
L’obbedienza reale si riconosce nei fatti. Una risposta formalmente corretta può nascondere un cuore rimasto immobile, mentre una vita ferita può ancora lasciarsi raggiungere dalla grazia e cambiare direzione.
Durante la celebrazione ho sentito che il Vangelo si rivolgeva anche a me. Un sacerdote può pronunciare molte volte il proprio «sì, Signore» e continuare a sottrarre alla volontà di Dio qualche parte della vita. Può predicare l’obbedienza e custodire interiormente zone nelle quali nessuno deve entrare, neppure il Signore della vigna.
Questa pagina evangelica mi è tornata alla mente leggendo alcuni commenti ricevuti nei giorni scorsi. Vi ho riconosciuto la ricerca di luoghi mentali nei quali ogni cosa appaia definitivamente ordinata e ogni domanda possa ricevere una risposta immediata. È una specie di rifugio delle certezze assolute, costruito abbastanza in alto da non dover più incontrare la complessità delle persone e la fatica delle coscienze.
La verità possiede una chiarezza che viene da Dio. Il nostro modo di comprenderla e applicarla può essere incompleto. Per questo la prudenza è necessaria. Una parola vera, pronunciata senza considerare la persona concreta alla quale viene rivolta, può diventare pastoralmente imprudente. La carità non diminuisce la verità; ne governa la comunicazione affinché raggiunga il bene reale dell’altro.
Le parole religiose entrano profondamente nella coscienza. Possono aprire un cammino e possono anche ferire quando vengono adoperate come pietre. Chi parla nel nome di Dio porta una responsabilità particolarmente grave: non gli è consentito trasformare una formulazione corretta in uno strumento per dominare l’altro.
La coscienza, a sua volta, non crea il bene e il male. È il giudizio della ragione mediante il quale la persona riconosce la qualità morale di un atto concreto. Ha quindi bisogno di essere educata dalla verità e illuminata dalla Parola di Dio. Invocare la coscienza senza preoccuparsi della sua formazione significa abbandonare l’uomo alle proprie impressioni. Ignorarla significa ferire il luogo interiore nel quale egli deve rispondere personalmente al Signore.
Proprio in questi giorni, le notizie giunte da Sydney hanno mostrato quanto una scelta personale possa opporsi alla violenza ideologica. Durante l’attacco terroristico compiuto il 14 dicembre 2025 contro una celebrazione ebraica di Hanukkah a Bondi Beach, Ahmed al-Ahmed, un commerciante australiano di origine siriana e di religione musulmana, affrontò uno degli attentatori e riuscì a disarmarlo, rimanendo ferito.
Quel gesto non consente facili generalizzazioni sull’islam e non cancella la matrice islamista dell’attacco. Mostra una persona che, nel momento decisivo, ha riconosciuto il dovere di proteggere vite innocenti e ha rischiato la propria. La comune appartenenza religiosa con l’aggressore non gli ha impedito di opporsi al male che stava vedendo.
L’episodio suggerisce una distinzione necessaria. La religione può educare la coscienza ad accogliere la verità e a servire il bene. Può essere deformata dall’ideologia, fino a rendere sacra la violenza. Quando un sistema pretende di dispensare la persona dal giudizio morale sui propri atti, la fedeltà viene sostituita dall’obbedienza cieca.
Anche nel mondo cristiano può manifestarsi una forma diversa della stessa tentazione. Accade quando qualcuno identifica totalmente la fede con il proprio schieramento e considera ogni domanda come un tradimento. La dottrina cattolica possiede contenuti definiti che chiedono adesione. Nessun fedele è autorizzato a reinventarli secondo il gusto personale. La stessa dottrina ci insegna però che l’applicazione della norma morale alla singola situazione richiede la virtù della prudenza e una coscienza rettamente formata.
La purezza della fede è un bene da custodire. Diventa una falsa purezza quando pretende di eliminare la pazienza richiesta dalla storia concreta delle persone. Gesù annunciava con chiarezza la conversione e si lasciava avvicinare dai peccatori. La sua presenza non confermava il peccato; apriva la possibilità di una vita nuova.
Il Vangelo dei due figli sottrae ogni sicurezza a chi si accontenta della risposta formalmente ineccepibile. Il secondo figlio conosce la parola che il padre desidera ascoltare e la pronuncia. Rimane fuori dalla vigna. Il primo porta la contraddizione del proprio rifiuto e, attraverso il pentimento, giunge all’obbedienza.
Forse la vera fedeltà si riconosce proprio dalla disponibilità a lasciarsi correggere. Non consiste nell’assenza di ogni esitazione. Vive nel ritorno alla volontà del Padre ogni volta che scopriamo di essercene allontanati.
La Chiesa ha il compito di formare le coscienze attraverso l’annuncio integrale del Vangelo. Non può sostituirsi al giudizio personale che ciascuno deve compiere davanti a Dio. Il pastore insegna la verità e accompagna la persona affinché impari a riconoscerne le esigenze nella propria situazione. Questo ministero richiede chiarezza e una grande pazienza.
Anche la legge civile deve esercitare un giudizio fondato sulla ragione e sulla dignità della persona. La provenienza culturale o religiosa può aiutare a comprendere il contesto nel quale un atto è maturato; non rende giusto ciò che viola gravemente la vita innocente. La comprensione delle circostanze serve alla giustizia quando permette di valutare meglio la responsabilità. Diventa una rinuncia alla ragione quando trasforma la cultura in una giustificazione automatica.
Il Vangelo ascoltato questa mattina rimane dentro di me come un criterio severo. Non basta dire la parola giusta. Il Signore mi chiede di entrare nella sua vigna.
Potrei possedere un linguaggio teologicamente preciso e restare lontano dalla volontà del Padre. Potrei anche invocare continuamente la coscienza, lasciandola senza la luce della verità. In entrambi i casi avrei trovato un modo religioso per evitare l’obbedienza.
Davanti alla mangiatoia verso la quale ci conduce la novena di Natale, le nostre pretese di purezza si ridimensionano. Il Figlio di Dio entra dentro una storia reale, segnata dalla fragilità degli uomini. Viene a liberarci dal peccato e assume la nostra condizione per ricondurla al Padre.
Forse il modo più vero di prepararci al Natale è permettere al Vangelo di raggiungere la zona nella quale continuiamo a dire «sì» senza muovere un passo.
La vigna è ancora lì.
Il Padre continua a chiamare.
C’è ancora tempo per pentirsi e andare.
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