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I volti del Probandato


I volti del Probandato

Abbazia di San Felice · Il Probandato

I volti del Probandato

Formatori, ragazzi e Missionari dentro una casa che diventò famiglia

Alla fine, una casa di formazione si ricorda soprattutto per le persone. Passano gli anni, cambiano i gruppi e le stanze si svuotano; poi rimangono i nomi. Un sacerdote che predicava il ritiro, un ragazzo bravo nel canto, uno che lasciava il Probandato e tornava in famiglia, un superiore che arrivava senza essere ormai più percepito come ospite, un giovane ordinato sacerdote che tornava a celebrare tra coloro che pochi anni prima erano stati suoi compagni. Il Probandato di San Felice fu fatto di questa trama umana.

I ragazzi dell’inizio

L’11 ottobre 1954 il nuovo Probandato aveva il volto di pochi giovani: Pasquale Pirulli, Umberto Palombi, Giacomo Dell’Abate ed Enrico Fusco. Nella sagrestia adattata a cappella ricevettero la corona del Preziosissimo Sangue e cominciarono una esperienza che nessuno di loro poteva ancora sapere quanto sarebbe durata. La casa era in restauro e anche loro, quasi immediatamente, dovettero metterci le mani.

Le prime pagine lasciano già emergere personalità differenti. Palombi prende la parola, Pirulli prepara una recita, Fusco presta la voce al canto. Non sono ancora ritratti compiuti, sono piccoli movimenti che permettono di vedere i ragazzi uscire lentamente dalla categoria anonima dei “probandi”. A poco a poco il gruppo comincia ad avere dei volti.

I primi quattro probandi di San Felice
I primi quattro probandi, 11 ottobre 1954.

I formatori

Don Giuseppe La Favia ebbe il compito più difficile, quello di cominciare. Arrivò con i primi giovani e dovette dare forma quotidiana a un’istituzione che nella Provincia Italiana non possedeva ancora una tradizione consolidata. Bisognava costruire gli orari mentre si sistemavano le stanze, educare alla vita comune mentre la casa stessa imparava quale volto assumere. Per questo il primo direttore appartiene alla storia del Probandato quasi come appartengono a un edificio coloro che ne posano le fondamenta.

Don Giuseppe La Favia, primo direttore del Probandato di San Felice
Don Giuseppe La Favia, primo direttore del Probandato di San Felice.

Poi compare sempre più spesso don Adriano, la cui presenza coincide anche con una cronaca più libera e sorridente. Con lui la casa viene raccontata senza perdere la serietà della formazione e senza costringere i ragazzi a diventare statue devote prima del tempo. Il lavoro, la predicazione, la disciplina, le gite, il teatro, il campeggio e gli scherzi convivono nello stesso racconto. L’«amico di mille anni dopo» al quale il cronista ogni tanto si rivolge è quasi il segno di questa consapevolezza: quelle piccole cose meritavano di essere ricordate proprio perché erano piccole.

Don Nicola Misto torna invece più volte come presenza spirituale. Predica ritiri, accompagna, sostituisce chi è assente, riporta periodicamente la casa a quel momento nel quale il giovane deve fermarsi e chiedersi perché si trova lì. Accanto a lui passano molti altri sacerdoti: gesuiti, passionisti, Missionari della Provincia, superiori e predicatori. San Felice formava anche perché metteva i ragazzi davanti a modi diversi di essere sacerdote.

Don Pietro Battista appartiene alla stagione nella quale il Probandato allargò ancora di più il proprio orizzonte educativo. Quando, dal 1961, San Felice accolse anche bambini delle ultime classi elementari, fu lui a ricevere dal Provinciale don Giuseppe Quattrino il compito di seguirli. Per alcuni anni visse così accanto ai probandi più grandi e a quei bambini che cominciavano molto presto il loro primo contatto con la vita missionaria. La sua presenza lega il volto di un formatore a una delle esperienze più singolari vissute dalla casa.

Don Pietro Battista
Don Pietro Battista, al quale fu affidata l’esperienza formativa dei bambini delle elementari.

Il Provinciale quasi di casa

Fra le presenze che ritornano continuamente c’è il Padre Provinciale. Arriva per una festa, per gli esami, per un cantiere, per accogliere i nuovi probandi, per celebrare un anniversario, per seguire un progetto. A forza di arrivare per le occasioni più diverse, smette quasi di sembrare una visita. Diventa parte del ritmo della casa.

Le lettere fanno vedere anche il lato più personale di questa presenza. Nel marzo 1955 Quattrino scriveva di avere «continuamente nella mente e nel cuore il Probandato» e ricordava a don Giuseppe La Favia che la Provincia sperava molto nel suo lavoro. Nel dicembre dello stesso anno, durante i giorni di freddo, pensava ai ragazzi da Roma, si domandava quanto freddo stessero soffrendo a San Felice, spediva le Regole, annunciava l’arrivo di un piccolo armonio e preparava in segreto i doni di Natale. Nel marzo 1957, dopo aver ricevuto una lunga relazione sulla vita della casa, invitava il direttore a seguire personalmente i probandi anche nei colloqui privati e affidava tutto a un augurio: che il Signore facesse di San Felice «un santo rifugio per lo spirito». Il governo della Provincia passava anche attraverso questa attenzione concreta alle persone.

La sua figura e il lungo servizio alla Provincia Italiana sono raccontati nella pagina Don Giuseppe Quattrino. L’uomo che diede un volto alla Provincia Italiana.

Don Giuseppe Quattrino entra in questa storia anche per un’altra intuizione. Tra il 1961 e il 1966 volle sperimentare a San Felice un piccolo percorso vocazionale destinato ai bambini delle elementari e affidò a don Pietro Battista il compito di seguirlo. Per alcuni anni un maestro venne appositamente da Bastardo e di quei bambini sono rimaste perfino le pagelle. La casa dei probandi divenne così anche casa dei più piccoli, e per qualche stagione le età della formazione si trovarono tutte sotto lo stesso tetto.

Il gruppo del Probandato con il Superiore Generale e il Provinciale
Con il Superiore Generale e il Provinciale, 16 agosto 1956.

Quelli che partivano

Non tutti continuarono. Alcuni ragazzi lasciarono il Probandato e tornarono alle famiglie. Queste partenze compaiono sempre con grande sobrietà e proprio per questo acquistano peso. Quando Orazio Aureli torna a casa, non c’è un giudizio e non c’è una sconfitta da spiegare. Il Probandato esisteva anche per questo: provare una vocazione significava ammettere la possibilità che quella strada non fosse la propria.

Altre partenze avevano un sapore diverso. Un giovane finiva l’anno, superava gli esami e raggiungeva Roma o un’altra casa. Ogni settembre una generazione inseguiva l’altra, come scrisse il cronista. I nuovi arrivavano mentre quelli “provati” preparavano le valigie. In questa continua sostituzione la casa conservava una propria stabilità: i volti cambiavano, San Felice rimaneva.

Quelli che tornavano sacerdoti

Alcuni giovani riappaiono dopo qualche anno con un volto nuovo. Giuseppe Lassandro torna sacerdote e celebra davanti ai ragazzi; resta il gesto del bacio alle mani ancora profumate del crisma. Poco dopo accade lo stesso con Romano Altobelli. Per i probandi più giovani doveva essere un’immagine potentissima: il sacerdote novello non era un ideale lontano, era qualcuno che aveva conosciuto gli stessi collegi, gli stessi superiori e le stesse fatiche.

Anche gli anniversari di ordinazione celebrati nella casa avevano questa forza. Un Missionario festeggiava dieci, venti o più anni di Messa e i ragazzi partecipavano. In una cultura formativa molto concreta, la perseveranza non veniva soltanto raccomandata: sedeva a tavola con loro.

Volti venuti da lontano

A un certo punto anche l’internazionalità della Congregazione smette di essere una nozione geografica. Arrivano Frank Christiano e Alberto De Pascale dall’esperienza americana; compare Eugenio De Sabbato; passano missionari e studenti di altre Province. Nel 1965 i Capitolari fanno risuonare nei corridoi italiano, spagnolo, portoghese, inglese e tedesco. Il cronista parla divertito di un piccolo esperanto e di un «piccolo concilio».

Le differenze arrivavano anche a tavola. Con un giovane della delegazione italo-americana si celebrò perfino il Thanksgiving con un tacchino. È difficile immaginare una maniera più concreta di imparare che la propria Congregazione era internazionale.

Gianfranco, che volle restare

Gianfranco Piccinini occupa un posto diverso. La sua morte durante l’intervento al cuore del gennaio 1962 attraversò profondamente la comunità. I compagni andarono a Roma, lo videro un’ultima volta prima della chiusura della bara e negli anni successivi continuarono a ricordarlo. La sua famiglia, le lettere, la fotografia e il desiderio di rimanere sepolto con i Missionari ci avvicinano a lui molto più di quanto possa fare la sola notizia della sua morte.

Gianfranco Piccinini
Gianfranco Piccinini.

Attraverso Gianfranco si entra nell’intimità familiare di un giovane del Probandato: le lettere alla mamma, al papà, alle sorelline, la malattia, il rapporto con i Missionari e quella richiesta di poter restare con loro anche dopo la morte. È una storia personale e, nello stesso tempo, profondamente intrecciata alla vita della casa.

Una casa fatta di persone

Nelle fotografie restano ancora molti nomi da ritrovare. Ci sono gruppi nei quali qualcuno attende di essere riconosciuto, volti di ragazzi rimasti pochi mesi, sacerdoti di passaggio e giornate delle quali è sopravvissuta un’immagine. Ogni volto riconosciuto riporta qualcuno dentro la casa.

Perché, dietro la parola Probandato, non c’è mai stata una struttura impersonale. C’erano ragazzi che crescevano, uomini che li accompagnavano, sacerdoti che passavano, famiglie che affidavano un figlio e persone del territorio che imparavano a conoscerli. San Felice fu una casa di formazione perché, prima ancora, riuscì a essere una casa abitata.


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